Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8
Part 4
Per dar prova da parte mia di una impazienza eguale a quella di cui era l’oggetto, aveva avanzata di molto l’ora dell’arrivo della regina e, quando si scorse la sua carrozza sulla via di Capua, potei salutarla di lontano, agitando la mia pezzuola. La regina mi vide, uscì a metà della carrozza, ed agitò la sua per rispondermi. La carrozza raddoppiò allora di celerità, e non ebbi che il tempo di discendere la gran gradinata per ricevere Sua Maestà nelle mie braccia.
Com’era convenuto, il re continuò il suo cammino, e restammo sole, la regina ed io.
Per le precauzioni prese da Sua Maestà noi potemmo stare insieme ventiquattr’ore.
Maria Carolina era giuliva; oltre la felicità che diceva di provare nel rivedermi, arrivava anche coll’assicurazione dell’imperatore Leopoldo, che si sarebbe formata, contro quella Francia che tanto odiava, una coalizione, in cui si sperava di attirare anche la Prussia. Durante il suo soggiorno a Vienna aveva ricevuto le visite degli emigrati, i quali tutti aveanle rappresentato la Francia come dilaniata da mille fazioni diverse, e che supplicava ad alta voce l’aiuto straniero. Secondo essi dalla frontiera a Parigi non sarebbe che una passeggiata, che non avrebbe nemmeno il merito del pericolo; in quanto a Luigi XVI ed a Maria Antonietta era già tutto stabilito per la fuga. Al 12 di giugno essi lascerebbero Parigi, e per la strada di Chalons, di Verdun e di Montmidi arriverebbero al confine, ove li aspetterebbe il re Gustavo di Svezia, che si sarebbe immediatamente messo alla testa di un esercito destinato a marciare su Parigi.
Ciò che allora doveva fare la regina, era di attirare nella coalizione, tutti i piccoli Principi d’Italia ed il re di Spagna: cosa che si considerava come molto facile, essendo il re Carlo IV fratello del re Ferdinando.
Essa non dubitava punto di riuscire in questa duplice operazione politica, e pregustava già la doppia gioia della vendetta soddisfatta, e dell’orgoglio vendicato.
Non so se la regina aveva tanto piacere a discendere sino a me, quant’io era in delirio di salire sino a lei; parmi però che nelle amicizie regali che vogliono dimenticare la maestà del trono, vi sia una singolare attrazione per tutto ciò che queste amicizie parlano non soltanto al cuore, ma anche a tutte le fibre orgogliose, che nella donna specialmente corrispondono alle ambizioni più segrete dell’anima; io non ho provato mai per nessun’altra donna questo sentimento profondo e devoto che io nutriva per la regina, pel solo motivo che era regina, che si chiamava Maria Carolina, che era figlia di Maria Teresa, mentre che io, che era mai, io vicino a lei, dimenticando anche di essere Emma Lyonna per ricordarmi soltanto che era Lady Hamilton? Qual maraviglia dunque se la gioia del favore regale mi abbia trascinata a sì grandi colpe, forse dovrei dire a sì grandi delitti? Ahimè! io sono figlia della superbia.
Mentre eravamo io e la regina a Caserta, il re riuniva il consiglio, ed il giorno dopo del suo arrivo si sarebbe deciso non soltanto di prepararsi alla guerra, ma anche di sorvegliare scrupolosamente questo spirito rivoluzionarlo, che sembrava svilupparsi a Napoli, e che poteva far nascere gli stessi disordini come in Francia.
Gravissima e pericolosissima decisione era quella di far la guerra alla Francia, e ciò per due ragioni; nè il re di Napoli nè il popolo napolitano erano guerrieri.
Le inclinazioni guerriere del re eransi fino allora limitate ad una passione smodata per la caccia, e se qualche volta, per avventura, aveva mutato di scopo rivolgendo la bocca del suo fucile dai cervi, dai daini o dai cignali, suo punto di mira abituale, per prendere di mira l’uomo, selvaggiume più pericoloso, aveva avuto la precauzione di diminuire il pericolo che poteva nascere, tirando a qualche povero sgraziato di contadino, di cui si divertiva, per far prova di bravura, a forargli il cappello a palla; ma dopo che in uno di questi divertimenti invece di colpire soltanto il cappello, avevagli fracassato anche il cranio e ucciso l’infelice che aveva avuto l’onore e la disgrazia di servirgli di bersaglio, aveva rinunciato a questa sorta di divertimento.
In quanto al popolo napolitano, toltone qualche sommossa, di cui la più lunga, quella di Masaniello, aveva durato quattordici giorni, era sempre stato, quantunque coraggioso nelle lotte individuali, assai mediocre amatore delle battaglie campali; i sette milioni d’uomini che lo componevano in quest’epoca, non erano mai stati esercitati alle armi, e dopo la battaglia di Bitonto e di Velletri, battaglia a cui non avevano preso parte, perchè fu combattuta fra gli Austriaci e gli Spagnuoli, Napoli non aveva mai udito il fragore del cannone; l’ultima battaglia, quella di Velletri, era avvenuta dai quarantasette ai quarantott’anni addietro. L’eco stesso del cannone aveva avuto tempo di dileguarsi, e la generazione attuale si componeva dei nipoti di quelli non già che avevano combattuto, ma che avevano veduto a combattere.
Non era adunque senza ragione che la regina sospettava che i principj proclamati nel 1789 in Francia avessero avuto eco a Napoli. Tutto il mezzo ceto, composto particolarmente di avvocati, di medici, di artisti, di giuristi, era imbevuto di questi principii. La gioventù poi che aveva divorato avidamente i libri di Voltaire, le opere di Rousseau, le pubblicazioni dei filosofi, quelle degli enciclopedisti, e che vedeva questi stessi libri autorizzati per un momento, poi severamente proibiti e perseguitati con accanimento, la gioventù s’interrogava con quale diritto quando un popolo vicino camminava nella la luce, si volesse mantenerla nelle tenebre.
È vero che in opposizione a questa minoranza progressista, liberale, illuminata, si offriva per ausiliare al partito realista una nobiltà che non aveva altra gloria ed altra speranza che le cariche di corte ed i favori del re; un clero ignorante e corrotto, che vedeva nel trionfo del principi francesi la caduta della loro potenza, e la perdita della sua fortuna; finalmente un popolo fanatico sinceramente attaccato a Ferdinando, non già perchè Ferdinando fosse il suo re per diritto ereditario, ma perchè questo re familiare e liberale nel loro modo di vedere, aveva per esso, col suo linguaggio volgare, per le sue occupazioni comuni e pei suoi bassi istinti, una rassomiglianza che faceva del figlio di Carlo III, non già quello che avrebbe dovuto essere, vale a dire il primo gentiluomo del regno, ma il capo dei lazzaroni del Molo.
Bisogna rendere questa giustizia al re Ferdinando, che egli faceva tutti questi preparativi di guerra ai quali lo spingevano la regina, il cavaliere Acton e sir William, senza nutrire una grande illusione sui trionfi ai quali volevasi serbato quest’esercito che organizzava; nè era bene ritirarsi una volta che Ferdinando si era deciso ad entrare nella gran lotta che si preparava; in una cosa però egli era ben fermo, quella cioè di non arrischiare imprudentemente la sua vita.
Intanto il tempo stringeva, e si avvicinava il 12 giugno, epoca fissata per la fuga del re; la regina mi parlava tutti i giorni di questo tentativo disperato; sua sorella, suo cognato ed essa medesima non si dissimulavano che avrebbero giuocato vita per vita sopra questa carta.
La regina, senza dire per qual fine, ordinò pel 12 giugno delle preghiere in tutte le chiese.
Quella strana natura riuniva i due estremi, era insieme e superstiziosa e spirito forte, e gl’istinti devoti lottavano in lei coll’educazione filosofica.
Il 12 giugno arrivò; la regina passò quasi tutta la giornata in ginocchio nella cappella del palazzo, non permettendomi di accompagnarla, per la paura che come eretica non le portassi sventura: mi mandò a cercare alla sera, mi ritenne tutta la notte con lei, e passando gran parte di quella notte a seguire su di una carta geografica questa fuga che tanto la preoccupava, diceva: — a quest’ora lasceranno la Tuilerie, in quest’ora dovranno essere a Bondy, in quest’ora devono essere a Meaux, a quest’ora a Montmirail.
Non si coricò che a cinque ore e non si addormentò che alle otto.
Alla sera arrivò un corriere di Francia che portava una lettera; questa lettera era di Maria Antonietta. Io era vicino a lei quando arrivò quella lettera; essa non permise che la lasciassi, aperse la lettera con mano tremante, e alla prima riga esclamò con impazienza:
— Sai, Emma, non sono partiti il 12.
E prendendo il suo fazzoletto si asciugò la fronte, poi continuando a parlare, leggendo:
— Madama di Rochereuil, amante di un aiutante di campo di Lafayette, era di servizio dal Delfino fino al 13 di sera; si temeva una denuncia.
— È prudenza, mormorò, ma sarebbe stato meglio pensarci prima.
Lesse di nuovo qualche linea:
— La partenza è portata al 18, disse, ancora otto giorni d’angoscia....
E gualcì la lettera fra le mani; ma invece di gettarla via se la mise in seno gualcita com’era.
— Chi è il corriere che ha portato questa lettera? dimandò essa.
— Quello che Vostra Maestà ha inviato, saranno tre settimane, alla regina di Francia.
— Ferrari! esclamò essa.
— Sì, Ferrari, Maestà.
Allora fatelo salire; senza dubbio avrà qualche cosa da dirmi a voce.
— Difatti ha raccomandato di non dimenticare il suo nome a Sua Maestà.
Un momento dopo Ferrari entrò.
Era un uomo dai ventotto ai trent’anni, e serviva già da otto o dieci anni a palazzo; vigorosissimo ed eccellente equitatore, faceva, senza riposarsi, dei tratti di cento, duecento miglia; era egli che al ritorno dal viaggio di Vienna precorse alla carrozza reale per far preparare i cavalli; Maria Carolina l’aveva raccomandato a sua sorella come uomo di cui poteva interamente fidarsi.
Quantunque la regina di Francia fosse ben sorvegliata da Lafayette e dal suo Stato Maggiore, era riescita a far entrare Ferrari alla Tuilerie, e gli si erano dati tutti i particolari sul modo di cui si contava per ingannare la sorveglianza del generale della guardia nazionale.
Per avere un’idea della difficoltà che presentava la fuga, bisogna sapere prima come era sorvegliata la famiglia reale.
Lafayette, rispondendo di essa vita per vita aveva prese tutte le sue precauzioni.
Seicento guardie nazionali prese dalle differenti sezioni montavano giorno e notte la guardia alla Tuilerie.
Due guardie a cavallo stavano costantemente innanzi alla porta esterna.
Vi erano sentinelle a tutte le porte del giardino, e la banchina del fiume era guardata da sentinelle a cento passi l’una dall’altra.
Internamente le precauzioni non erano meno grandi. V’erano sentinelle fin sulle porte che mettevano al gabinetto del re e della regina, fino in un piccolo corridoio oscuro, al quale facevano capo le scale interne destinate ai servizî della famiglia reale.
Il re e la regina non avevano guardie del corpo, non uscivano che sotto la scorta di due o tre uffiziali della guardia nazionale.
In mezzo a tutte queste difficoltà, ecco ciò che il re e la regina avevano immaginato.
La prima dama del Delfino, quella di cui si diffidava perchè era l’amante dell’aiutante di campo del generale Lafayette, terminava il suo servizio nel giorno 12, come lo diceva nella sua lettera Maria Antonietta.
La piccola camera che essa occupava alla Tuilerie doveva restare vacante.
Questa piccola camera metteva in un appartamento vuoto da sei mesi; quest’appartamento era quello del signor Villequier primo gentiluomo di camera, ed era vuoto perchè il signor Villequier aveva emigrato: quest’appartamento situato a pian terreno aveva due uscite, una sulla corte dei principi, l’altra sulla via regia.
La regina direbbe che trovandosi troppo stretta teneva per sua figlia madama Reale la camera di madama di Rochereuil, che restava vuota per la fine del servizio di costei.
In quanto all’appartamento del signor Villequier, il re, fabbro egregio, avrebbe fabbricato una chiave per entrarvi. Per quanto le sentinelle fossero numerose, erasi dimenticato di metterne una alla porta di quell’appartamento; d’altronde verso le ore undici della sera, le sentinelle della corte erano abituate, perchè a quell’ora terminavano i servizî a palazzo, a vedere uscire molte persone insieme.
Si poteva quindi tentare un’uscita in mezzo a tutta quella gente senza essere riconosciuti.
Una volta fuori della Tuilerie, uno Svedese devoto alla regina, il signor de Fersen, s’incaricava del resto. Egli aspetterebbe vestito da cocchiere da _fiacre_ sull’angolo della strada de l’Echelle, e condurrebbe i fuggitivi alla barriera di Clichy, ove una berlina da viaggio comandata da lui aspettava, pronta per partire, in casa di un suo amico il signor Crawfort.
Il re uscirebbe vestito da intendente, vale a dire con un abito grigio, farsetto di raso, calzoni grigi, calze grige, e scarpe colle fibbie ed un piccolo cappello a tre punte.
Un cameriere del re, per nome Huc, della stessa corporatura del re, e di cui il re ne studiava l’andatura, usciva da due o tre giorni e continuava ad uscire fino alla sera dell’evasione, perchè si abituassero a veder passare quell’uomo vestito di grigio.
Il Delfino era vestito da ragazzina.
La regina, madama Elisabetta, e madama Reale, sortirebbero insieme alle altre donne di servizio, e si sperava almeno di passare nel numero senza essere scorte.
Bisognava avere passaporti per tutti: il signor de Fersen erasi incaricato dell’affare; una sua amica, madama de Korff, doveva lasciar Parigi, aveva un passaporto per sè, i suoi due figli, un domestico e due cameriere, essa diede il passaporto al signor de Fersen che lo diede alla regina.
Tutto questo per uscir da Parigi.
Il signor de Bouillé, uomo di mente e di energia, sul quale il re poteva contare, aveva sotto il comando tutte le truppe della Lorena, dell’Alsazia, della Franca Contea e della Sciampagna. Egli era incaricato di far esplorare la strada da Chalons a Montmirail e che passava per Varenne.
La truppa scaglionata su questa strada e comandata da uffiziali devoti, aspettava l’arrivo del re e gli servirebbe di scorta.
Un milione di assegnati era stato mandato al signor di Bouillé per far fronte a tutte le spese.
Ecco come erano le cose, quando alla sera del 13 giugno Ferrari ritornò a Napoli; aveva impiegato nove giorni a percorrere la via, e per conseguenza era partito il quattro.
La regina Maria Carolina diede duecento ducati a Ferrari, gli ordinò di andare a riposarsi, e di tenersi pronto a tutti gli eventi. Ferrari rispose a Sua Maestà che ventiquattr’ore gli sarebbero sufficienti, e che anche prima essa potrebbe disporre di lui.
V.
Durante tutti questi giorni d’inquietudine, che seguirono l’arrivo del corriere la regina volle che restassi con lei; con tutti gli altri era impaziente, brutale, violenta, e per me soltanto era cara e buona, perchè a me sola confidava i suoi timori e le sue speranze.
Il corriere dell’ambasciata arrivava tutte le settimane, il 16 era il giorno del suo arrivo. Alla sera mentre passeggiavamo la regina ed io nel vecchio parco dei duchi di Caserta, un segretario del ministro degli affari esteri ci fu condotto da un usciere di palazzo; la regina vide da lontano che teneva una lettera in mano, si alzò dal sedile ove eravamo e gli andò incontro rapidamente.
Il giovane fece un inchino e le porse la lettera.
La regina l’aperse di fretta, la lesse, fece un segno d’impazienza e la passò a me.
— Vostra Maestà ha degli ordini da dare? chiese quel giovine.
— No, signore, disse la regina, anzi debbo farvi dei ringraziamenti.
Il giovane fece un inchino, e ritirandosi chiese che l’usciere fosse autorizzato, a dargli una ricevuta della lettera, ed a certificare che era stata data personalmente alla regina.
L’usciere ricevette l’ordine di fare quanto gli venne richiesto, e si ritirarono ambidue.
La regina mettendomi il suo braccio al collo, e leggendo dietro le mie spalle:
— Comprendi? mi disse.
— Sì, risposi, perfettamente.
Ed io lessi a voce alta.
«La caccia si farà il giorno 21, si partirà a mezzanotte per arrivare al convegno per l’alba. Questo ritardo è stato cagionato da una lettera di credito pagabile il giorno 20».
La lettera non era firmata; ma la regina riconobbe la scrittura di sua sorella Maria Antonietta.
— Come! Vostra Maestà non comprende? dimandai io.
— Sicuro, disse la regina, non si partirà che alla mezzanotte del 20 invece di partire il 18, perchè è alla mattina del 20 che il re riscuote il suo trimestre di lista civile.
— Ed a quanto ammonta questo trimestre? dimandai.
— A sei milioni.
— Capperi, ne vale ben la pena, dissi io sorridendo.
— Sì, rispose la regina; ma un ritardo di due giorni ancora; chi sa cosa può nascere in questi due giorni.
Poi scuotendo la testa.
— Ah! non so che ne avverrà, mia povera Emma, mi disse, ma ho dei tristi presentimenti.
Bisogna notare che la regina teneva segreti i suoi dispiaceri, e non li confidava che a me; e mai una parola nè al re nè al ministro.
I giorni passavano, la regina non andava a Napoli, e non lasciava Caserta ed io pure non la lasciava. Sir William, pel quale non avevamo segreti, e che conosceva le sue inquietudini, m’invitava egli stesso pel primo a tenerle una fedele compagnia.
Durante la giornata del 20, essa non potè stare nè seduta, nè in piedi; si sarebbe detto che a forza di fatiche fisiche cercava di scacciare le preoccupazioni dell’animo, e dopo la mezzanotte la sua agitazione aumentò ancora.
Ebbe un istante l’idea di rimandare Ferrari a Parigi, ma comprese che, per quanto solerte fosse stato, sarebbe ritornato il giorno dopo o l’altro ancora dopo la partenza della famiglia reale, e ritenne Ferrari per un’occasione di urgenza.
Essa sperava che al momento della partenza, il re o la regina le avrebbero mandato un corriere per comunicarle la loro partenza; in tal caso questo corriere era aspettato pel 29.
Tutta la giornata del 29, quella del 30 e la mattina del 1 agosto, scorsero senza notizie; ma al 1 agosto verso le undici sir William arrivò in persona e mi fece chiamare.
La regina, cui ogni cosa era un soggetto di inquietudine, mi fece segno di scendere.
Sir William mi aspettava in una piccola sala a pian terreno, e ad un tratto conobbi dalla sua fisonomia che egli portava una cattiva notizia.
— Che c’è? gli chiesi io in inglese.
— Il re e la regina sono stati arrestati in una città che si chiama Varenne, mi rispose sir William, e a quest’ora debbono essere stati ricondotti a Parigi.
— Che dite mai, sir William?
Mi rivolsi, la regina impaziente, e sospettando qualche disgrazia, era in piedi presso la porta; essa mi aveva seguito, e aveva inteso senza ben comprendere la frase di sir William; ma dal tuono di voce, con cui la pronunziava, aveva indovinato che non ci annunziava nulla di buono.
Essa ce ne fece dimanda in francese.
— Signora, rispose sir William, io annunciava una grande sventura a Milady.
— Mia sorella è stata assassinata! esclamò la regina.
— No, signora, Dio non ha permesso un simile delitto; vostra sorella vive; ma è stata arrestata nella sua fuga e ricondotta prigioniera a Parigi.
— Prigioniera! mia sorella! e si è osato portare la mano su di una persona reale!
— La vostra prima idea, signora, era bene stata quella che fosse assassinata.
— Comprendo che si possa assassinare una regina, per questo non ci vuole che un fanatico od un pazzo; ma per arrestarla si richiede una ribellione aperta, una sollevazione popolare, una rivoluzione insomma.
— E come chiamerà altrimenti Vostra Maestà gli avvenimenti che succedono in Francia, se non una rivoluzione?
— Spero almeno che se la regina è prigioniera, lo sarà nel suo palazzo.
— Non ne sappiamo ancor nulla, signora, se non che a quaranta o cinquanta leghe da Parigi, in una piccola città che si chiama Varenne, le Loro Maestà il re e la regina di Francia sono state arrestate; m’è stato inviato un corriere dall’ambasciatore d’Inghilterra, latore di un dispaccio, che non ne dice di più; dalla partenza del corriere il re e la regina erano già stati condotti a Chalons, e tre rappresentanti del popolo partivano da Parigi per andare loro incontro e proteggerli.
— Proteggerli! esclamò Maria Carolina, tre avvocati probabilmente, che proteggono il re e la regina di Francia! è curioso! Posso vedere il corriere?
— L’ho condotto con me, pensando che Vostra Maestà deciderebbe forse d’interrogarlo.
— Grazie, fatelo venire; Emma tu mi vorrai ben servire da interprete non è vero?
— Credo che parli francese, rispose sir William.
— Tanto meglio, disse la regina.
Cinque minuti dopo il corriere era alla sua presenza.
Ma il corriere non sapeva soltanto che quello che aveva inteso a dire per le strade: gli avevano raccontato che quando si erano accorti della fuga del re, si voleva ammazzare Lafayette, che si accusava di aver favorito questa fuga; ciò che poi aveva veduto personalmente era che i parigini ne erano su tutte le furie; ciò che poteva affermare era che il re aveva tutto a temere al suo ritorno a Parigi, se le più grandi precauzioni non si fossero prese per la sua sicurezza.
Tutto ad un tratto, mentre si davano tutti questi dettagli alla regina, egli si ricordò che udendo a gridare per le vie: _Arresto del re, Luigi XVI_; avea comprato il giornale ov’era raccontato quest’arresto.
La regina tese avidamente la mano, il corriere frugò nelle tasche, e finì col tirare da una di esse un foglio delle rivoluzioni di Francia e di Bramante di Cammillo Desmoulins.
La regina percorse rapidamente il giornale, poi spiegazzandolo nelle sue mani convulse, con una espressione di rabbia impossibile a descrivere:
— Miserabili! esclamò, meglio sarebbe che l’uccidessero, dieci, cento, mille volte, anzichè insultarla così!
Le tolsi il giornale di mano, che voleva restituire al messaggiero.
— Oh! leggilo, disse: voglio che anche tu vegga come questi infami di francesi trattano il loro re.
I miei occhi caddero su questo periodo:
«Da che muovono i grandi avvenimenti? A S. Menehould,[1] questo nome ricorda al nostro Sancho Pança, «coronato i famosi piedi di porco!» Non sarà mai detto che egli sia passato da San Menehould, senza aver mangiato sul luogo i piedi del majale. E’ non si ricorda più il proverbio _plures occidet gula quam gladius_. Il tempo per preparare questa refezione gli riuscì fatale.»
— Simili ingiurie non meritano che il disprezzo, dissi.
Ma essa senza ascoltarmi:
— Vedendo trattare così un loro fratello, esclamò, tutti i re non si alzano e non fanno voto di volgere su Parigi, e non lasciar pietra sopra pietra in quella città maledetta! Oh! re, famiglia di vili, non vedete voi dunque che la vostra causa si discute là? Sir William!
— Signora, disse sir William facendo un inchino.
— Ritornate subito a Napoli?
— Se Vostra Maestà lo desidera.
— Sì, lo desidero: e potete darmi un posto nella vostra carrozza?
— Sarà un grande onore per me, signora.
— No, no, anzi meglio... partite e noi vi seguiremo in un quarto d’ora, andate a palazzo e dite, vi prego, in mio nome al re di radunare il consiglio. Voglio parlare a tutti quegli uomini; non veggo tutti questi preparativi di guerra, e però siamo entrati in trattative con nostro fratello Leopoldo, sarebbe una vergogna che egli fosse pronto e noi no; andate sir William, andate, e cercate di sapere se possiamo contare sull’Inghilterra.
In generale quando la regina parlava così aveva un tale potere di voce, e una tale dignità nel suo gesto, una tale maestà nelle sue parole, che quelli che l’ascoltavano non potevano più che obbedirla.
Sir William si limitò a salutarla, salì in carrozza, e gridò al cocchiere: al palazzo reale, e di carriera.
Circa un quarto d’ora dopo, come aveva detto la regina, ci mettemmo noi pure in carrozza e lo seguimmo.
VI.
Quantunque la regina avesse fatta al suo cocchiere la stessa raccomandazione che sir William al suo, questi nullameno arrivò venti minuti prima di noi, possedendo i migliori cavalli di Napoli, senza eccettuarne quelli del re.