Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8

Part 3

Chapter 33,817 wordsPublic domain

Non era ciò che mi abbisognava. Questi fiori della civiltà e dell’aristocrazia facevano un controsenso colla pazzia semplice e selvaggia di Ofelia; ci volevano dei papaveri, dei fiori campestri, dell’avena selvatica, per seguire il sesto shakespeariano, del rosmarino da siepe, che so io: — i fiori che mi si offrivano erano corone reali, buoni per la figlia di Maria Teresa, e non per la figlia di Polonio; ma cominciai a non far più la difficile, e a prendere dei diamanti e delle perle quando non v’era altro.

La regina voleva rimanere per aiutarmi nella mia toletta; ma era specialmente sopra di lei ch’io voleva fare impressione. Io la mandai via senza pietà dalla camera.

Voleva produrre lo stesso effetto su di lei come sul rimanente dei miei spettatori; in quella sera voleva essere più che mai la vera Ofelia del poeta di Elisabetta. Ma, grazie alla mia abilità in questa sorta di rapidi mutamenti, non appena la regina era rientrata nella sala, e si era seduta nella sua poltrona, la porta della camera da letto si riaperse, ed apparvi nel vano dall’imposta, pallida, cogli occhi incantati, e le labbra convulse dalla pazzia.

Se i miei spettatori, questi discendenti degli Ateniesi, erano poco famigliari colla poesia della musa di Lesbo, tanto più erano stranieri al canti del poeta di Stratford. Del resto nessuno del miei uditori comprendeva abbastanza l’inglese per gustare Shakespeare; non fu per essi che una semplice scena mimica.

Ma ciò che m’importava, ciò che voleva, era di raggiungere il sublime della mimica.

Debbo dire che mai, io credo, anche nelle mie più complete ispirazioni, non raggiunsi l’altezza cui mi elevai in quella sera. Io era veramente l’ingenua Valentina d’Amleto, la figlia disperata di Polonio, la sorella insensata di Laerte. Da molto tempo non aveva più ripassato a memoria quello squarcio, ma supplii a tutto; la convinzione che non si sarebbero accorti delle lacune mi sosteneva, anzi m’innalzava maggiormente; io era insieme e poeta e attrice, improvvisava dove non sapeva un verso; Shakespeare istesso sarebbe stato contento di me.

Non cercherò di esprimere lo stupore dei miei uditori: era la prima volta, secondo tutta la probabilità, che la poesia del nord appariva agli spettatori pallida colle chiome sparse, e lamentando i suoi dolori; soltanto la regina vi trovava qualche cosa dei poeti della sua terra nebulosa.

Alla prima parlata, tutti credettero che fosse finito, e vollero avvicinarsi per felicitarmi; ma io che sapeva che nella seconda scena mi sarei aspettata il mio più grave trionfo, mi fermai sulla soglia della porta della camera da letto, stesi il braccio; e come se fosse Lady Hamlet o Maria Carolina, dissi solamente questa parola:

— Aspettate!

E ognuno ritornò silenzioso ed ansante alla sua sedia.

Cinque minuti dopo mi presentai con un velo nero invece del bianco; aveva i capelli cosparsi di fiori rossi di geranio, e di qualche spiga che trovai in un’acconciatura della regina; inoltre aveva utilizzato quella specie di fiamma sensuale, di cui ardeva. I miei occhi scintillavano come accesi dall’ardore febbrile, il loro splendore contrastava colla pallidezza del mio volto.

La regina si alzò, e mi venne incontro per dimandarmi se mi sentiva male.

Ma io sorridendo, in parte per rassicurarla, in parte perchè era indicato che doveva sorridere, incominciai la mia scena della pazzia, facendole un inchino e dicendole:

— Buon dì, principe.

Poi ad un tratto mutando di fisionomia e d’intonazione, con note angosciose, cominciai il pietoso lamento:

»Sulla scoperta bara lo recano.... »Ah! più non è, no, più non è; »Sulla sua fossa cade una lagrima...

Allora dopo una pausa d’un istante, in cui il mio volto si compose dall’espressione più dolorosa fino al sorriso, pronunziai con allegrezza queste sole parole:

Oh! mio tortore, addio.

Poi con un accento disperato ricaddi nel più profondo dolore per mormorare:

»A me scenda, venga a me. »Ahi! ahimè! tre volte ahimè!

È nota nell’arte questa scena impareggiabile, tanto essa sembra strappata alla natura; questa scena che poi si tentò d’imitare su tutti i teatri ed in tutte le lingue, ed in cui Ofelia strappandosi i fiori dai capelli e dal seno, di cui gli uni hanno il loro pregio, prendendoli pel suo amante, dicevagli:

»Dolce amico a me pensa: ecco pensieri. »To’ il rosmarino il fiore dei ricordi. »Riunirci saprà col suo profumo.

Poi volgendosi verso la regina le porge gli altri, accompagnando ciascun fiore da uno di quei versi che bisognerebbe lasciare nel loro linguaggio primitivo, per non togliere nulla della loro grazia e della loro malinconia.

»Partiam fra noi signora questa ruta »Per voi di grazia, erba per me di pianto. »Or eccovi finocchio, anco prendete »Candide pratelline; violette »Pur vorrei darvi, ma tutte appassiro »Tristi, tristi, allorchè mio padre è morto, »Morto, vanno dicendo santamente.

In questo momento, ricondotta alla crudele sventura che la colpisce, assorta interamente nel dolore, Ofelia non offre più a nessuno i suoi fiori; quelli che le rimangono sono per la tomba di suo padre, li sparge sul suo velo disteso, divenuto per essa un lenzuolo funebre, poi come se qualche idea non potesse concepirsi intiera nel suo cervello, è allora che canta questi versi, e quest’aria così ingenua, che si crederebbe di udire l’eco d’una veglia di villaggio.

»Il caro e buon Roberto »È tutto il mio tesor.

Ma poi, imbizzarendo di nuovo il suo pensiero, ritorna alla causa della sua pazzia, alla morte di suo padre; e lascia sfuggire dal fondo del suo cuore questo lamento:

»Siccome neve candido il crin »Nella dolcezza è pari al lin »Vidi il nero drappello »Oh! Dio protegge il morto e l’orfanello.

Il grande poeta ha sentito che giunti là gli spettatori non potrebbero resistere più a lungo, e che anche Ofelia più non le rimane che di morire, parte dicendo:

— Il cielo sia con voi!

Ultimo voto di quell’angelo che, incontrando il fiume sul suo cammino, si affogherà cogliendo fiori.

Si comprende, volendo ottenere dell’effetto, quale effetto produssi. Nell’uscire fui accompagnata da un grido che sfuggiva da tutti i petti, e dal rumore dei singhiozzi mischiati agli applausi che mi seguirono nella mia camera.

La regina mi corse dietro e mi strinse fra le braccia più colla rabbia d’una pantera, che coll’amicizia di una donna.

— Oh! com’eri bella! esclamò, divorandomi cogli occhi e colla bocca; ma abbracciami dunque e dimmi che tu mi ami, e che non amerai altri che me.

Poi udendo dei passi che si avvicinavano nella camera:

— Chi è là, gridò con un accento incredibile di gelosia, e come se avesse voluto difendermi da chicchessia si avvicinasse a me.

La persona che si avvicinava, e che era la San Marco o la San Clemente, ritornò nella sala, o piuttosto non fece un passo di più verso la camera.

La regina stette un momento pensosa; poi ad un tratto:

— Resta qui, mi disse, e non entrare nella sala.

Io non chiedeva di meglio, era affranta.

Mi lasciai cadere su di una poltrona, quando la regina rientrò.

— La nostra inglese, per la maggior gloria del suo posto, e pel maggiore nostro divertimento ha fatto quanto le era possibile, di maniera che è nientemeno che mezza morta di fatica, vi domando grazia per lei. Buona sera, e buona notte signori.

— È almeno permesso di applaudirla? chiese Rocca Romana.

— Finchè volete, disse la regina; e non applaudirete mai abbastanza; confessate che è una cosa meravigliosa.

Vi fu un coro di applausi e di lodi, poi si intesero le voci e gli applausi a diminuire; la regina ringraziò le sue dame d’onore, che le offrivano i loro servigi, e chiuse la porta dietro di sè.

Quando la regina si rivolse verso di me, mi vide che sollevava la tenda di seta della porta.

— Ma vieni dunque, sirena, vieni Circe, vieni dunque Armida, mi disse, e gettandomi le braccia al collo mi trascinò verso il canapè.

Noi cademmo abbracciate insieme presso l’arpa, e la regina mi disse:

— Tu hai cantato le strofe di Saffo che cominciano con questo verso:

«Figlia di Giove — Venere immortale.

Non erano però quelle che bisognava cantarmi, erano queste che cominciano così:

«Lo veggo! è lui, che assiso a te d’accanto.

— Io non poteva cantarvele, cara regina, le dissi, non le sapeva.

— Ebbene le so io, replicò essa, le canto io, e mezza coricata sul tappeto, ai miei piedi, coll’occhio ardente, febbrile, le narici dilatate, la bocca fremente di voluttà, faceva vibrare le corde dell’arpa con una specie di delirio, e cantò con una amabile voce di contralto e con una passione incredibile questi versi:

Lo veggo è lui! che assiso a te d’accanto S’inebbria al suon che dal tuo labbro uscìo; Oh rabbia! è lui, che ti sorride intanto Bello siccome un Dio. Quando lo veggo! ammutolir l’accento, Tremar le labbra, ed al mio cor simile Arder le tempie, e nel furor febbrile Bruciar, gelar mi sento. E come appena si sorregge il fiore Che i delicati petali riarse L’etra infocato, e sulle fronde sparse Al sol si strugge e muore; Languida anch’io più dell’arso fiore, Impallidisco, tremo, ed il respiro Fuggendomi dal cor, sento che spiro, Senza morir d’amore.

Nel momento che l’ultimo verso si spegneva sul labbro della regina, nel momento in cui l’ultimo suono dell’arpa moriva nell’aria, si udì toccare leggermente alla porta.

— Che si vuole ancora? dimandò la regina con impazienza, e levandosi su di un ginocchio.

— I domestici e la carrozza di Lady Hamilton, rispose una voce.

— Che ritornino al palazzo dell’ambasciatore, disse la regina, non si ha bisogno di loro qui. Lady Hamilton resta qui con me.

Poi trascinandomi e portandomi quasi verso la sala del bagno:

— Vieni, disse, vieni. Sir Hamilton è a Caserta, non ritornerà che dimani.

IV.

Questa novella, che dalla vigilia stava sospesa sulla testa della regina, era la presa della Bastiglia.

Era certo l’ultima nuova che si poteva aspettarsi.

Valeva presso a poco come se alcuno fosse venuto ad annunciare alla regina ch’era stato preso il castello di S. Elmo.

Siccome la regina Maria Antonietta prevedeva la necessità nella quale versava, di conferire colla regina sua sorella di cose secrete, mentre le comunicava soltanto vaghi timori, le mandava una cifra onde tenere corrispondenza con lei.

Questa novella, quantunque non si conoscesse altro messaggiero che quello, il quale l’aveva portata, e quantunque lo si fosse ritenuto e chiuso nel palazzo, questa novella si era sparsa in Napoli, e ci aveva prodotto una singolare sensazione.

Allorquando alcuni anni prima la franca-massoneria in Francia, gli illuminati in Germania, gli swedenborgisti in Svezia cominciarono a formare società secrete, — la franca-massoneria aveva fatto, a quest’epoca, qualche progresso in Italia e sopra tutto nell’Italia meridionale; non essendosi la corte di Napoli ancor guasta colla Francia, per farsi la satellite dell’Austria.

Questa invasione massonica ebbe luogo in sul principio degli amori della regina col principe Caramanico, e la regina che cercava tutte le occasioni di trovarsi col suo amante, l’avea spinto a farsi ricevere massone, ciò che egli fece senza esitare, e profittando della legge che permetteva di fondare logge di donne, erasi dichiarato venerabile di una loggia, nella quale alcune dame napoletane si erano fatte ricevere. Quanto al re aveva sempre respinta la propria ammissione a cagione delle prove fisiche e morali, alle quali non voleva sottomettersi, non essendo sicuro di trionfarne.

In seguito, come la regina s’era fatta, poco a poco, più libera e come gli amanti avevano potuto vedersi quanto volevano alla morte del ministro Tannucci, lasciarono riunirsi le logge massoniche, e lavorare nella loro opera, che era, si ricorderà bene, a quest’epoca una vasta cospirazione contro la potestà reale.

A quel tempo parecchi uomini rimarchevoli erano comparsi, ed avevano fatta scuola in Italia e particolarmente nell’Italia meridionale. Erano gli eredi di Vico, di Genovesi, di Beccaria, di Filangieri, di Pagano, di Cirillo, di Conforti e di tutti coloro, infine, che professavano gli stessi principi, cioè il progresso, che camminava a traverso il mondo al lume della filosofia, che in Francia erasi mutato in incendio.

Tutti coloro che nell’Italia meridionale avevano l’occhio fissato sulla Francia, consci già che da Parigi verrebbe il movimento, sobbalzarono di gioia alla novella che la Bastiglia era stata presa.

È manifesto che la corte di Napoli ebbe a provare una sensazione affatto contraria. Presa la Bastiglia e presa senza assedio, in un giorno, in tre ore, da un popolo ieri disarmato, oggi in possesso di trenta mila fucili; la coccarda bianca, questo emblema della monarchia dei Gigli, cangiata in coccarda tricolore, emblema della rivoluzione; Luigi XVI che adottava questo simbolo, mettendolo egli stesso sul suo cappello, e con quello ritornando da Versailles; tutto ciò aveva dell’inaudito, dell’inaspettato, dell’incredibile, che doveva colpire, e colpì, di stupore la corte di Napoli.

Le relazioni politiche, a cagione dell’odio del ministro Acton per la Francia, e dell’influenza che egli aveva presa nel consiglio, erano divenute fredde e contegnose fra i due regni, ma le relazioni di famiglia fra Maria Carolina e sua sorella, erano restate più tenere che mai, e raramente passavano quindici giorni senza uno scambio di lettere, nelle quali le due arciduchesse senza segreti, una per l’altra, si raccontavano le loro gioie, i loro dolori, e sopra tutto i loro inganni coniugali.

Sia che il ministro Acton, nella sua previdenza d’odio, indovinasse gli avvenimenti che stavano per accadere in Francia, sia che non cedesse che a questo sentimento di vendetta, ond’era colmo il suo cuore, più che non calmasse esagerò i terrori del re Ferdinando, e gli fece prevedere il caso di un intervento armato che avrebbe avuto luogo, nel quale Napoli avrebbe a sostenere una parte ed a compiere una missione.

Incontrò a questo proposito un potente aiuto in sir William, che spingeva fino al fanatismo il suo amore per suo fratello di latte Giorgio, e per l’Inghilterra, sua patria. Quanto a me estranea a tutte le quistioni politiche e ignorantissima dei diritti dei popoli e del potere dei re, doveva naturalmente subire influenza e seguire ciecamente l’impulso che mi si darebbe, sopra tutto se questo impulso venisse da un uomo come sir William, in cui ciascuno riconosceva una non comune intelligenza, e da una donna come Maria Carolina, che, dal momento che la vidi, esercitò sopra di me un grande impero.

A cominciare da questo momento entrai negli odii e nelle simpatie della gente che mi circondava, senza ragionare su questi odii e su queste simpatie che divennero in me piuttosto sentimenti istintivi, che sommessi ad una regola o ad un calcolo qualunque.

Si capirà, del resto, come questi sentimenti non abbiano fatto che aumentarsi nelle persone, delle quali io era il riflesso dapprima, e di cui, disgraziatamente, finii col diventare l’agente.

Le nuove di Francia non si arrestarono alla presa della Bastiglia ed al mutamento di coccarda; si seppero in seguito i disordini accaduti al banchetto delle guardie del corpo, in cui la coccarda nazionale era stata calpestata e la coccarda nera innalzata; e le giornate del 5 e 6 ottobre, durante le quali il palazzo di Versailles era stato invaso, uccise due guardie del corpo, ed il re e la regina ricondotti per forza a Parigi.

Quest’ultima nuova rese tristissima la regina Maria Carolina: essa mi aveva mostrata una lettera di sua sorella Maria Antonietta, nella quale costei la metteva a parte di un progetto, che aveva per iscopo o la fuga di Francia, o la ripresa di tutto il potere perduto dal re, dopo il mese di luglio.

Tale progetto doveva mettere in fuoco l’Europa, e per ciò appunto piaceva assai allo spirito di Maria Carolina, che, scendendo a battaglia contro la rivoluzione, entrava nel suo vero elemento.

Ecco qual era questo progetto. Dalla sua esposizione in poche linee si vedrà che era la prima idea della fuga di Varennes.

Si doveva attirare e riunire intorno a Versailles nove mila uomini; da ciò che si chiamava la casa del re, due terzi di questi nove mila uomini appartenevano alla nobiltà e per conseguenza erano gente divota. Quindi era mestieri impadronirsi di Mantargis, città posta a venti leghe di Parigi, press’a poco, e nella quale comandava il barone di Viomesnil, comandante di guerra di Lafayette in America, che, per gelosia contro Lafayette divenuto costituzionale, s’era fatto reazionario.

Dieciotto reggimenti scelti fra i carabinieri ed i dragoni, vale a dire fra le due armi più realiste, taglierebbero le strade e arresterebbero ogni carico di viveri diretto a Parigi.

Il re e la regina si ritirerebbero a Montargis, e di là provvederebbero a ciò che si doveva fare; probabilmente affamerebbero Parigi, il quale, una volta affamato, sarebbe costretto a passare per dove si sarebbe voluto.

Il danaro non mancherebbe; oltre quello che il re potrebbe portar via da Parigi, si contava sui doni volontari; un solo procuratore dei Benedettini aveva offerto cento mila scudi.

Maria Carolina aveva esclamato:

— Io darò un milione, dovessi vendere i miei diamanti.

Dopo questo dono reale, io aveva umilmente offerto cinquanta mila lire, in nome di sir William e mio, che erano stati accettati.

Ma i giorni 5 e 6 ottobre avevano reso impossibile l’esecuzione di questo progetto.

Pertanto la regina Maria Carolina ne risentì un crudele dolore.

Dapprima queste nuove reagivano sulla regina di Napoli; essa aveva come un presentimento che un giorno, essa medesima in circostanze simili a quelle nelle quali si trovava sua sorella, sarebbe obbligata od a fuggirsi o a curvare, come lei, la sua testa sotto la volontà popolare.

Pensava che questa fosse l’ora di stringere i legami di famiglia con l’Austria, e per mezzo di questa unione offrire a sua sorella Maria Antonietta sempre più impopolare in Francia, il solo punto d’appoggio che potesse invocare contro il suo popolo, la famiglia.

La Regina aveva una tal bontà per me, ed io le era divenuta tanto inseparabile, che, non solo essa mi metteva a parte di tutti gli avvenimenti, dei quali, del resto, sarei stata istruita da Sir William; ma mi consultava anche sopra ogni cosa.

La regina aveva due giovani principesse in età da essere maritate; fu dunque convenuto fra la Corte di Napoli e quella d’Austria, che esse sposerebbero i due arciduchi Francesco e Ferdinando, mentre da un’altra parte il principe ereditario Francesco di Napoli, duca di Calabria, che allora aveva appena tredici anni, impalmerebbe, quando fosse in età da prender moglie, la giovane arciduchessa Maria Clementina, che aveva due anni meno di lui.

Per sua parte Maria Antonietta corrispondeva attivamente con suo fratello Giuseppe II col mezzo de’ suoi consiglieri, che tutti per disgrazia, erano austriaci. Questi consiglieri erano l’abate Vermond ed il conte di Bretéuil; l’ambasciatore d’Austria a Parigi, il signor conte Mercy d’Argenteau riceveva le lettere da Vienna, e spediva colà le lettere di Parigi.

Il 20 febbraio 1790, l’imperatore di Germania Giuseppe II morì, e qualche giorno dopo la regina seppe questa morte, che da lungo tempo era aspettata. L’imperatore moriva tisico, disperato d’aver regnato senza gloria, dopo il regno glorioso di Maria Teresa, ed intravedendo dal suo letto di morte le sciagure che minacciavano la sua famiglia.

Ascese il trono il gran duca di Toscana, Leopoldo. Avea nomea di profondo filosofo e di grande riformatore; e la regina Carolina temeva che la filosofia di suo fratello non andasse fino a lasciar compiere gli avvenimenti che si svolgevano in Francia.

Questa considerazione determinò la regina Carolina ed il re Ferdinando a fare un viaggio a Vienna; lo scopo apparente era di prendere col novello imperatore, che amava molto sua sorella Maria Carolina, le disposizioni per i matrimoni di famiglia; lo scopo reale era di studiare i mezzi per salvare Maria Antonietta, sia aiutandola a fuggire, sia operando una reazione in Francia, sia tentando mediante coalizione, un intervento a mano armata.

La Regina non poteva decidersi ad abbandonarmi; io era la sola persona, diceva essa, che rimpiangesse a Napoli. Mi fece promettere che le avrei scritto tre volte per settimana.

Avevo offerto alla regina di accompagnarla, ed essa aveva accettato con riconoscenza, ma la mia presenza alla Corte dì Vienna, come moglie dell’ambasciatore d’Inghilterra, nel momento in cui si tramava a questa medesima Corte una coalizione contro la Francia, parve troppo significante a Sir William.

Egli espose le sue ragioni alla regina che le trovò giuste e che fu la prima a dirmi di restare.

Mi lasciò con una vera disperazione, alcuni giorni dopo la morte di suo fratello. Mi fece giurare di non vedere, durante la sua assenza, altri che il mio vecchio adoratore il conte di Bristol, al quale mi consegnò, dicendogli di serbarle il suo tesoro. Fece fare un ritratto di me e mi diede il suo, e come prova suprema di confidenza e di amicizia, mi pregò di custodirle la sua cassetta.

In fine partì.

In ogni luogo, in cui per via si fermò, mi scrisse. Appena giunta a Vienna mi mandò una sua lettera, e durante tutto il tempo che soggiornò colà, ne ebbi una ogni settimana. Mi raccontava le feste dell’incoronazione alle quali assisteva, tanto a Vienna che a Pesth, poichè come re di Ungheria, l’Imperatore doveva non solo ricevere la corona imperiale a Vienna, ma eziandio la corona reale a Pesth. Quanto alle faccende politiche, cioè alle misure da prendersi per salvare Maria Antonietta, o fare una coalizione d’Europa contro la Francia, un solo verso di post scriptum vi faceva allusione, e non conteneva che queste tre parole: Tutto va bene.

Di fatto fu in questo viaggio che Carolina, di conserva con suo fratello, preparò la fuga di Varennes, e fece decidere che un’armata sarebbe pronta a sostenere il re e la regina di Francia, come avessero varcato il confine.

Il re Ferdinando, al suo ritorno a Napoli, porrebbe la sua armata in istato di agire unitamente all’armata austriaca.

Finalmente, verso i primi di aprile, ricevetti una lettera della regina, che mi annunciava il suo ritorno, solo, obbligata a passare di Roma a fine di regolare qualche bisogna politica col papa Pio VI, vi si tratterrebbe una settimana, ma, non appena giunta, mi darebbe sue notizie.

Infatti appena arrivata a Roma mi scrisse: essere sparita, davanti il comune pericolo, la freddezza, che aveva per qualche anno separata la corte di Roma da quella di Napoli, e che aveva avuto per causa il rifiuto da parte del re Ferdinando o piuttosto del vecchio ministro Tannucci di pagare il tributo dell’_Hacquenée_.

Si stabilì fra i due sovrani che il tributo dell’_Hacquenée_ sarebbe abolito, ma che solamente all’epoca della loro incoronazione, i sovrani di Napoli, in segno della loro devozione agli apostoli S. Pietro e S. Paolo, offrirebbero una grossa somma di danaro al S. Padre.

Nella lettera che mi annunciava la sua partenza di Roma, la regina mi diceva il giorno e l’ora del suo arrivo a Caserta, ove m’invitò a venire prima di lei e ad aspettarla acciò ci rivedessimo più presto e soprattutto più intimamente. Io sola era avvertita dal suo ritorno, le sue donne e gli stessi suoi figli non dovevano raggiungerla che l’indomani.

Il re continuerebbe il suo viaggio fino a Napoli e, mentre la regina si riposerebbe a Caserta, terrebbe consiglio col cavaliere Acton e sir William, per il quale la corte di Napoli non aveva secreti.