Memorie d'un disertore, vol. 2/3
Part 3
Prima ancora che lo spettro si fosse mosso, Giorgio aveva detto a sè stesso. — È una bestia... forse un cane. — E prima ancora che il cane avesse dato segno di sè scrollando dalla criniera l’acqua che lo inzuppava con uno scroscio che corse echeggiato per tutta la campagna, il nostro ferito senza mai muoversi disse, e forte questa volta:
— È _Leon_... ma che cosa può aver in bocca?!...
Il cane che Giorgio battezzava per Leone era ben degno del suo nome. Figuratevi un gigantesco molosso di Terra Nuova, nero come l’ebano, vellutato come un merinos, muscoloso come un torello, nella cui magnifica testa, che il re delle foreste non avrebbe dispregiata, splendevano due occhi bigi e ritondi, sfavillanti di quella calma luce che denota assieme al coraggio ed alla forza la generosità e la dolcezza, e avrete uno schizzo imperfetto dell’animale che ora diviene un personaggio di questo racconto.
E quelle quattro qualità che in lui erano discese per patrizio retaggio col sangue della sua razza il nobile mastino non tralasciava mai di confermare coi fatti, ogni qualvolta glie ne era pôrta l’occasione.
La sua vita era una storia di prodezze. Quanti pollai non aveva difesi dalla volpe, quanti agnelli contrastati al lupo, quanti bambini, quante donne non aveva tratte a salvamento dalle acque straripate del Po; uomini e bestie gli dovevano essere grati, ma forse le bestie soltanto lo erano.
Oltre le grandi imprese egli contava i piccoli servigi che erano infiniti. Destro in tutti gli esercizii del corpo, alla corsa come al nuoto, esperto nel portare nello scrigno d’avorio della sua bocca ogni oggetto le fosse confidato, la lettera dell’uno, il bastone dell’altro, il cesto di quell’altro, fornito d’un olfatto più maraviglioso della memoria di Pico della Mirandola, per cui nè un uomo, nè una cosa, nè un sito gli sfuggivano più, una volta li avesse odorati.
_Leone_ era il paggio, il messaggero, il confidente più veloce, più sicuro, più segreto, che dar si potesse. Servizievole e cortese senza parzialità, egli s’affezionava specialmente, come tutti i forti, a tutti quelli che il suo nobile istinto gli indicava come buoni, perseguitati od impotenti.
_Leone_ non era però il primo suo nome; se il lettore ama sapere come egli si chiamasse dapprima, voglia anzitutto ricordarsi come ancora oggi nelle nostre campagne, gli epigrammisti e i begli spiriti impongano ai cani i nomi o le qualità d’una persona e di una cosa rea od odiata. Quanti _Radetzki_, quanti _Giulay_ non udimmo noi condannati a latrare dalla satirica vendetta del popolano Lombardo! E non conosciamo noi forse un cane nero che si chiama _Aspromonte_?
Ecco la storia:
La maggiore resistenza che le truppe di S. M. il re fedelissimo di Sardegna, guidate dal generale Gifflenga, incontrassero nel 1814 sotto le mura di Grenoble, fu — dopo quella del vecchio Dumoulin — da un portentoso alano di Terranova che solo, come Giovanna d’Arco, difese per più ore la breccia della città bonapartista.
Finalmente però, egli fu ferito in una gamba, e le truppe Piemontesi entrarono trionfalmente nella conquistata fortezza conducendo prigioniero nelle loro file il domato Orazio Coclite della razza canina.
Ora uno dei soldati della spedizione di Gifflenga aveva promesso al suo padrino, sindaco e cavaliere del villaggio d’X... di riportargli, se tornava sano e salvo, un trofeo della campagna; e con molto acume, per dire il vero, stimò che il più glorioso di tutti, era il cane stesso che aveva fatto tanto sudare le Regie Truppe sulle mura di Grenoble.
Così infatti avvenne, e l’audace avventuriere di Terranuova passò dalla vita militare alla civile divenendo proprietà del sindaco cavaliere.
Ma nel torno di quei giorni arrivavano le notizie che il generale Buonaparte era sotto la buona custodia degl’Inglesi, sicchè il nostro sindaco, il quale sebbene avesse sempre odiato per amore della legittima la illegittima tirannia Napoleonide, non aveva però mai osato di ridire una parola contro di lui quando faceva e disfaceva i re d’Europa; ora che tutti strizzavano il loro sputo sul gigante abbattuto, credette quasi di sciogliere un voto doveroso perpetuando in qualcosa di vivo e di presente l’odio che aveva dovuto per tanti anni masticare in silenzio.
Quindi il Terranoviere entrò nella casa del sindaco cavaliere come in un’altra Sant’Elena, col collare al collo, e col nome di Napoleone; e così lo chiamarono per parecchi mesi; ma alla fine i fanciulli, i quali sono i primi confidenti degli animali, si radunarono una bella sera intorno al loro padre e gli dissero:
— Sentite babbo: _Napoleone_ è così bravo, così dolce, così carezzevole che dovreste togliergli il collare.
Il babbo cavaliere diede a _Napoleone_ una occhiata da Hudson-Lowe; ma dopo aver riflesso che libero farebbe meglio la guardia disse:
— Ebbene, toglietegli il collare.
Ridonato così alla vita libera, _Napoleone_ sentì crescere l’affetto per i suoi giovani intercessori e specialmente per Giusta, la figlia minore, che era stata la più ardente di tutti.
Il cane inoltre sentiva che quella debole creatura era la migliore della famiglia, e forse la più infelice, e s’attaccò a lei con tutta la fedele devozione onde quegli animali sono divenuti il simbolo proverbiale.
Giusta, d’altro canto, ricambiavalo colle carezze, coi regalucci, coi trastulli, con quei lunghi discorsi che i bambini fanno agli animali, e gli animali ascoltano coll’orecchio ritto, l’occhio fisso, rispondendo talvolta con un gemito che è forse la radice d’una parola che gorgoglia impotente nella loro gola.
Però quando Giusta capì che il nome di Napoleone era imposto al suo fido come un marchio di disonore, giurò di toglierglielo; e fedele al proposito, cominciò da quell’ora a chiamarlo coll’ultima sillaba non meno formidabile dell’intero nome: — _Leon_.
I famigliari a poco a poco trovarono più spiccio il secondo appellativo e glielo confermarono, mentre il padre, dopo avere borbottato un po’, si ridusse a fare questo ragionamento che fu il più giusto di tutta la sua vita: — Poichè vogliono che il cane sia buono e generoso e che non debba più portare il collare, sarebbe un’immoralità chiamarlo _Napoleone_.
_Leone_ adunque, eretto il muso, dilatate le narici, si pose a fiutare il vento, girò due volte intorno a sè poi come se avesse trovato, sotto il suo olfatto, la traccia dell’oggetto che ricercava, si pose a galoppare a gran salti nella direzione di Giorgio.
— _Leon!_... — fece questi, quando l’ebbe a pochi passi.
_Leon_ s’arrestò, fissò i suoi occhi penetranti e sereni nell’individuo che lo chiamava, lo riconobbe, fe’ cascarsi di bocca gli oggetti che portava e gettò le sue zampe leonine sul petto di Giorgio con tale gemito di gioia, con un amplesso così amoroso da far pur troppo pensare come meno sinceri e affettuosi sieno talvolta gli abbracciamenti dell’uomo.
Giorgio rispose alla festa dell’animale passandogli una mano dalla cervice in sulla groppa, ma punto dall’impazienza di sapere che cosa recasse stretto nei denti, lo lasciò subito dicendogli:
— Porta, _Leon_... porta qui.
Il cane obbediente riprese da terra un oggetto bianco che i fiocchi d’erba e le tenebre avevano fino allora nascosto, e lo porse a Giorgio. Questi afferrò; era un sasso avvolto in una carta, e la carta era una lettera. Due tocchi più veloci del cuore gli dissero che era di Giusta. — Allora l’aperse, tentò cogli occhi decifrare le parole, ma il buio non gliene lasciò Indovinare che una sola: il nome di Lei. Ogni altro sforzo fu vano.
_Leon_ frattanto aveva riafferrato l’altro oggetto che aveva portato e lo porgeva col muso allungato al suo giovine amico.
— Il mio bastone!...... — esclamò Giorgio. — Oh che fortuna!... E dove l’hai trovato _Leon_?...
Se il cane avesse potuto rispondere avrebbe detto, che ripercorrendo la stradetta dove Giorgio era passato poche ore prima l’aveva inciampato, e riconosciuto al fiuto per quello dell’amico di Giusta, addentato e portato seco in compagnia della lettera.
Ma il bravo _Leon_ non potè dare altra risposta che una dimenata di coda e un mugolato. Giorgio intanto si appoggiò al randello, tentò muovere un passo, e sebbene con qualche dolore pure gli riuscì. Ne tentò un secondo, e s’accorse che lentamente sì, ma pure avrebbe potuto guadagnare la casa. Quando il cane lo vide camminare, tornò a fare una capriola e si pose a trottargli davanti, colla coda in resta, il naso all’aria, battendo tutti i cespugli, annusando tutte le piante, avanguardo e guida ad un tempo del nostro ferito.
Dopo un’ora circa, dopo frequenti riposi, dopo aver ribagnata la ferita coll’acqua fresca e scorrente d’un rivo, Giorgio e il suo compagno arrivarono innanzi alla soglia di casa Santafiori.
Prima di entrare, il giovine prese _Leon_ per la gorgiera, lo accarezzò e gli disse in amichevole comando:
— A cuccia qui, neh, _Leon!_.... aspettami.
_Leon_, data un’occhiata in giro, senza esitare un momento si accucciò sotto una di quelle panchette di marmo che solitamente fiancheggiano i grandi portoni delle agiate case campagnuole, poste forse con intendimento di lusso e di ornamento, ma sulle quali molte notti trovano un letto meno ingrato della strada, le stanche ossa del mendicante e del proscritto.
La signora Rosalia e Livia avevano aspettato Giorgio senza coricarsi ruminando nella mente i più angosciosi e strani commenti di quell’insueto ritardo.
La perdita decretata al mattino del figliuolo e del fratello le rendeva naturalmente credule del proverbio — che rivela certamente i pretensiosi apotegmi dei filosofi. «Le disgrazie non vanno mai scompagnate».
E ciascuna in suo cuor dubitava.
Inoltre Giorgio usciva frequenti sere per un cammino alle due donne ben conosciuto; ma d’attardarsi tanto non eragli mai toccato, chè dai piaceri e dai bagordi egli era alieno più che mai.
Quando lo videro zoppicante, reggentesi a stento, madre e sorella misero un grido; e mentre il figliuolo sedevasi sulla prima scranna capitata, esse gli furono tosto d’attorno a chiedergli che fosse.
— Non è nulla — fece Giorgio sostenendo con una contrazione del labbro le sue parole — nel saltare il fossato asciutto della canapaia mi fallì un piede e me lo sono torto un po’.
La madre lo guardò e indovinando la pietosa bugia del figliuolo:
— Tu non mi dici la verità — esclamò — tu zoppicavi forte, tu soffri assai.
— Adesso sì perchè la botta è ancora viva.... ma passerà, purchè possa andare a letto. Vuoi darmi un lume, Livia?!...
La signora Rosalia e Livia, insistettero per osservare la piaga e medicarla. Volevano svegliar Rocco, chiamare il chirurgo; ma Giorgio per tagliar corto alle interrogazioni e schivare delle cure che l’avrebbero costretto a confessare la verità, prese il lume, infilò le scale tenendosi più ritto che dato gli fosse, e canticchiando per ingannare l’amorosa sollecitudine delle due donne, la strofa dello stornello dei coscritti
Va là bellina ch’ora so il tuo male Tu vorresti sposare un caporale,
montò nella stanza.
Nessuno crederà che egli colla lettera di Giusta in tasca pensasse prima alla sua ferita.
Chiavato dunque l’uscio della camera per di dentro, cavò la lettera, la riaperse, e senza tremare, è vero, ma un po’ agitato, lesse quel che segue:
«Giorgio,
«Che ti accadde?... Ho udito una schioppettata; t’hanno dunque ferito?.... e molto?... e dove?... per pietà dammi tue notizie, o mi farai morire.
«Mio padre mi ha imprigionata nella mia stanza, e per di fuori odo i zoccoli dei villani che fanno la sentinella. Per fortuna quando sentii che _Leon_, il solo amico che mi resta qui, ululava sotto la mia finestra come volesse dirmi: «son qua io per aiutarti» pensai subito di scriverti queste righe e gliele gettai dal balcone dicendogli «Cerca Giorgio». Il nostro amico partì a gran salti, ed io spero che tu pure l’adoprerai per dirmi se debbo vivere o seguitarti.
«_P. S._ Mio padre comandò a tutti di non dir nulla dell’accaduto a persona viva. Egli ha dunque paura?...»
Giorgio baciò commosso il foglio, afferrò una penna e rispose.
«Giusta,
«Nulla di grave. Pochi pallini che mi han scalfitta la pelle: sta dunque tranquilla.
«Però se tuo padre non ti rispetta io commetterò uno sproposito e a costo di farmi bruciare le cervella verrò a strapparti dalla tua prigione.
«Io pure non parlerò, non per paura, ma per non trascinare per le bocche della piazza il tuo angelico nome.
«GIORGIO.»
Scritto e sigillato legò la lettera all’istessa pietra di Giusta, aperse piano piano la finestra, e sussurrò quasi insensibilmente: «_Leon_». Il cane accovacciato, balzò ritto come gli fosse fischiata nell’orecchio una palla.
— Porta a Giusta — disse Giorgio. _Leon_ dati due squassi di coda, sprofondossi a saltelloni nella fosca campagna.
Giorgio allora scoperse la piaga e vide che pochi grani di piombo avevano appena sfiorate le carni. Egli vi applicò altri bagnuoli, si bendò, e cacciossi subito sotto le coltri a cercarvi riposo alle membra, non allo spirito suo.
Di lì a qualche minuto, seguendo la corrente de’ suoi pensieri, egli sclamò:
— Era ben meglio che m’avessero fracassata la gamba!
La madre passando inquieta dinanzi all’uscio del suo figliuolo raccolse questa esclamazione e mormorò sospirando:
— Qui c’è ancora la mano di Salomone Arena.
V.
IL TESTAMENTO DI BATTISTA.
Fra le poche carte lasciate da Battista vi era uno scartafaccio di ricordi, appunti e pensieri, indice interrotto della sua storia, fronde sparte del suo spirito, radunare e disporre le quali era studio religioso e sollievo gradito di Giorgio nelle brevissime ore di ozio che i peggiorati negozii di casa gli concedevano. Un foglietto staccato che portava il suo nome a una data più recente attrasse particolarmente l’attenzione del giovine, il quale lesse e rilesse più volte quanto segue:
«A Giorgio
_Gennajo_ 1817.
«Una cosa sola ti ha taciuto tuo padre, benchè da’ discorsi della casa, da’ libri o dalle gazzette tu ne debba a metà essere istruito. Ma a parlartene mi tratteneva, e la tua età ancora immatura e il timore di sospingerti io stesso in un inestricabile labirinto di guai e d’affanni dei quali la famiglia nostra fu già afflitta abbastanza. Però considerai meco stesso che alla fine era dovere l’apprenderti la verità, perchè se è detto che questa debba nuocere e chi la bandisce, giova poi sempre a chi la intende, e il vantaggio dell’uno riscatta il danno dell’altro.
«De’ doveri nostri verso la patria conversai teco più volte, ma più che le mie parole e l’oscuro esempio della mia vita, ti favellerà il cuore che hai, lo so, onesto e generoso. Non importa adunque che io vi aggiunga un jota e su questo conchiuderò: ama la tua patria collo spirito e colle opere, e adora la libertà, che è il compimento della giustizia sulla terra.
«Codesta patria, — tel dissi — è tutta Italia, e Dio le volle dare per confini eterni le Alpi ed il mare: però tutto quanto la frantuma o la cincischia o la deturpa dee sparire e sparirà. Dee sparire l’impero forastiero e l’impero pretesco, devono sparire i regoli mancipii dell’uno e dell’altro, e le barriere e le izze municipali devono sparire, e le caste e i privilegi, e le leggi tiranne e i codici barbarici, l’ignoranza e il pregiudizio devono sparire, e l’Italia ridiventar libera come la Repubblica di Savonarola e potente come la monarchia che Dante ha vaticinato. In qual tempo questa opera si compirà, non te lo posso profetare, ma sento di poterne accennare il modo.
«Non t’inganni la calma stagnante della superficie. Per di sotto è minato, e nel momento in cui ti scrivo l’Europa è solcata da una rete di fuoco, e le maglie sono le _Società segrete_. Molte fra esse son tenui come ragnatele impotenti, ma tutte mirano al medesimo intento e recano la stessa minaccia. Anni fa erano più numerose e più sparpagliate, e ti so dire anche lontane assai dal fine alto e schietto di patria e di libertà. Le componevano e guidavano per lo più vecchi armigeri di Bonaparte, e i nomi stessi mostravano l’inanità del concetto e la picciolezza del fine. Ma gli _Avvoltoi di Bonaparte_, i _Cavalieri del Sole_ e dello _Spillo Nero_, a poco a poco, e mano mano che la idea d’Italia brillava più chiara, si andavano via via fondendo in una sola, sorta, non corrono molti anni, nelle terre degli Abbruzzi dapprima sotto velo di ministerio umanitario, poi svelatamente politico, denunciata e tradita da quel re Giacchino Murat che l’avea chiamata e favorita, e, tienlo per mio testamento, destinata a incorrere egual sorte ogni qual volta essa fiderà nei principi e non si guarderà dagli ambiziosi. Vo’ dire la _Carboneria_, il nome della quale non t’ha ad essere ignoto.
«Ora codesta Società barbifica in tutta Italia, ed in Piemonte ha ramificazione e capi che ti dirò di poi. Non è, bada bene, che non si debba desiderarla migliore. Le sue formole son vuote, il suo fine è vago, e i suoi riti ricordano troppo le iniziazioni delle antiche caste religiose perchè uomini liberi le debbano osservare. Per resistere e limare la credo ancora utile, ma riedificare ne dubito; e inoltre essa è come certe acque che irrigano soltanto un terreno privilegiato e non solcano mai i vasti campi delle moltitudini. In ciò sta proprio la fiacchezza sua: essa è casta: essa è un brandello della società non la società intera. Spera tutto dai nobili, dagli impiegati, dai soldati; teme il popolo, non lo educa, e lo trascura, laonde verrà giorno, se non muta stile, che il popolo le starà dinanzi spettatore sbadato e stupito, come a una commedia che non capisce.
«Spero però che muterà, e che il tempo e l’esperienza le schiariranno la via. Comunque, essa in oggi è il nucleo dei patriotti italiani, ha nelle sue file uomini onorandi, è il punto di leva del despotismo, vuole rompere le catene della patria, e bisogna darle la mano ed associarsi. Io non l’ho fatto, figliuol mio, perchè mi sentiva già vecchio alla politica, perchè i negozii nostri m’imponevano di consacrarmi alla casa, perchè infine non avrei potuto entrare ne’ suoi ordini senza tentare una riforma che sarebbe spiaciuta e forse tenuta per pericolosa semenza di discordia. Ma tu sei giovine, tu sei a tempo di vederla riformata; tu puoi forse un dì o l’altro ajutare questa opera, e devi profferirle il tuo nome.
«Ti dirigerai in nome mio al dottore Gastone in Torino, contrada della Consolata, e gli presenterai il bigliettino che vedi unito a questo foglio. Il dottore è carbonaro, ha un grado nella _Vendita centrale_ di Piemonte e potrà iniziarti. Se ti propongono giuramenti e formole accettale; e se ti paiono stravaganti pensa al fine, che è retto.
«Nota che ti parleranno della federazione italiana. Secondo me codesta federazione dovrebbe essere il patto solidale che lega fra loro tutte le terre d’Italia nel pericolo e nella battaglia dapprima, nella vittoria e nella libertà di poi. Ma vi sono molti, pei quali l’Italia non varca la siepe nel proprio villaggio; e per costoro la federazione non è che vaghezza o proposito di unione tutt’affatto accademica, o tutt’al più accordo in un’ora comune d’azione per imprese diverse, non per un fine unico o fraterno. Colla scorta della tua mente e del tuo cuore tu correggerai questo concetto sbagliato. Che se un giorno la _Carboneria_ fallisse al suo segno, o le sorgessero dattorno associazioni di popolo educatrici e militanti a un tempo, stringiti a queste; perocchè questa sola è la vera via della patria e la patria stessa.
«Tuo padre — _Battista_».
Chi ha seguitato le vicende della vita del Santafiori non meraviglierà se egli professava opinioni che certo in allora erano ancora germinate in poche menti, forse nella sola altissima di Foscolo, il quale legava ai venturi un volume di sapienza in poche parole: «Per far l’Italia bisogna disfare le sette». In Battista come in Ugo quelle opinioni non erano anacronismi; all’uno le avea dettate l’esperienza delle cose vedute e delle quali era stato sì gran parte, all’altro il limpido raggio dell’intelletto, lo studio dell’antica saggezza e la sventura.
Giorgio avea già preso il suo partito. Fece alla sordina i suoi preparativi di viaggio; diede a credere a sua madre che partiva per una gita d’affari, corse alla nota inferriata — che il lettore non avrà dimenticato — a dare una stretta di mano a Giusta, e fatto un fardelletto di biancherie, leggero come il bagaglio d’un poeta, si pose la strada di Voghera fra le gambe e via. In questa città trovò la diligenza che partiva tutti i giorni per Alessandria; carcassa di animale paleontologico alla vista, macchina tormentatoria alla prova, e in verità non sappiamo ancora come quel capo ameno di Galeazzo Visconti abbia dimenticato di porre in uno de’ giorni dispari della sua famosa quaresima, in luogo del camminare sui ceci colle piante scorticate, e dello stare a cavalcioni d’un trave coi pesi di piombo ai piedi, «squassi di diligenza.»
Ma Giorgio, cui la lettera di suo padre ronzava senza posa per il capo, non badò punto, non sospettò nemmeno gli atroci spasimi di viscere che l’aspettavano, e fu il primo ad entrare nella _macchina_ e ad appollaiarvisi. Dopo Balzac e Paolo di Kock sarebbe superfluità e temerità ad un tempo metter mano alla tavolozza per dipingere la popolazione che si stipa consuetamente nelle diligenze e negli _omnibus_, e noi siamo franchi dalla spesa di eccitar la fantasia del lettore per fargli capire ciò che indovinerà assai meglio senza il nostro soccorso.
Sia però detto per l’esattezza storica: mancavano, è vero, il porchetto da latte e la balia che fa la _toeletta_ del suo marmocchio, sotto il naso dei viaggiatori, senza correttivo d’acque odorose; ma v’era il solito convoglio di mercanti vignaiuoli, la faccia rubiconda e contenta d’un caporale dei granatieri che «andava in permesso» e la famiglia numerosa di un impiegato del regio bollo che tornava dagli ozii della campagna ai sudori del telonio, e proprio a costa di Giorgio l’impiegato in persona. E poichè il nostro amico amava gl’impiegati come i cani il cimorro, così l’idea di balzar fuori dalla carrozza e d’andarsene a piedi non fu l’ultima che gli passò per il capo, e intanto che la maturava si tirò sulle gambe il pastrano, e sugli occhi il cappello, sprofondò il mento nel collare della camicia e prese l’attitudine seria e ingrugnata di chi non vuole appiccare discorso.
L’impiegato, che aveva il talento d’osservazione proprio della specie, pensò che il suo vicino fosse noiato del silenzio che da pochi minuti regnava, e aprì tostamente il fuoco così:
— Andate a Tortona, bel giovine?
Giorgio avea nelle vesti e nel volto l’aspetto d’un campagnuolo benestante e il regio funzionario avrebbe creduto venir meno alla dignità del regio bollo dandogli del signore.
— No — rispose secco Giorgio.
— Ah! ho capito.... andrete forse alla fiera di Serravalle?
— Nemmeno.
L’impiegato si pose a manovrare sopra un altro fianco.
— La può dirsi ancora una buona diligenza questa qui di Voghera! I prezzi un po’ caretti... è vero?
— Eh! — fece Giorgio quasi grugnendo, e, per quanto gli era permesso dall’incassamento, voltando il fianco al regio impiegato.
— La Società fa buoni affari, perchè i cavalli non sono che gli scarti del nostro _treno_ e agli incanti si possono portar via per una pipa di tabacco... eppoi, tutti questi paesotti han mercati tutte le settimane e fiere quasi tutti i mesi; dunque c’è movimento per gli stradoni. È vero che i vaccari e i porcari vanno a piedi, ma la diligenza è piena lo stesso... Che vi pare?... Io credo che la sola fiera di San Gaudenzio a Castelnuovo Scrivia mette in giro... non dico per dire, ma un dieci mila anime...
«Alle anime messe in giro» Giorgio fece uno sforzo disperato, e girò anch’egli completamente le spalle all’arrigatore, brontolando fra sè «che se i porcari e vaccari andavano a piedi, i rompiscatole andavano pur sempre in carrozza».