Memorie d'un disertore, vol. 2/3
Part 2
Ma Giorgio non poteva presentire che sua madre sapesse già tutto.
Balilla, il fratello minore del coscritto, uno di quei misteriosi fanciulli riboccanti di vitalità, padroneggiati da istinti generosi e selvaggi a un tempo, che a sette anni vi dicono delle parole così serie e così virili che vi fanno paura e sui quali pende certamente l’inesorabile dilemma «o grandi uomini o miserabili» secondochè nell’ora suprema della loro vita, nel passaggio decisivo dell’infanzia all’adolescenza — dall’istinto alla ragione — avranno trovato accanto a sè l’austera sentinella dell’educazione paterna, o l’ombra indulgente della compassione materna — Balilla, dicevamo, era uno di quegli scappatacci che s’era ficcato fra le gambe dei notabili per entrare nella sala; sicchè, appena intese la sorte del fratello, per la stessa via ond’era venuto, cioè fra le gambe sullodate, era sgattaiolato fuori della sala e a gambe levate era corso a casa sua a portare la novella.
— Mamma!... Livia! — gridò il fanciullo tutto sgolato, appena giunto sulla soglia — Giorgio ha cavato il numero _uno_.
Una martellata sul cervello, un ferro rovente nel cuore non potevano far più male a quelle due donne.
Nessuna svenne, perchè madre e figlia erano da lungo tempo temperate alla fiamma viva della sventura; ma si precipitarono l’una nelle braccia dell’altra, vinte da quell’angoscia che impedisce di piangere e di parlare. Passata quella prima ambascia la madre rivoltasi al figliuolo che aveste recata la novella:
— È impossibile!... — esclamò — è impossibile — e udendo nell’andito vicino i passi di Giorgio, si slanciò verso di esso ripetendo ancora. — Ah!... dimmi che non è vero Giorgio, dimmelo per pietà.
Giorgio balbettò alcune parole, e tutto il coraggio che aveva raccolto per istrada si disfece innanzi al dolore di sua madre. Dopo quel primo sfogo, la signora Rosalia — così chiamavano per tutto il paese la madre del nostro coscritto — si sentì più calma; quell’impeto di dolore abbonacciavasi: ma non come s’abbonaccia un oceano quando la bufera è passata, ma per sprofondarsi sempre più e impadronirsi dei centri della vita, per ingigantire colà non visto, silenzioso e implacabile.
Oh perchè mai quella donna che vedevasi tolto, è vero, il figliuolo ma non per sempre e forse per poco, provava uno spasimo che sarebbe stato solo legittimo dinnanzi a una tomba?... Il lettore che ci rivolgesse questa domanda continui questo racconto; per ora rispetti con noi i presagi e il dolore d’una madre.
I suoi figli le stavano d’attorno e cercavano riconfortarla: Livia rimutava i guanciali del seggiolone; Giorgio le sottoponeva ai piedi lo sgabelletto. Balilla si sforzava a portarle dei bicchieri d’acqua che si rovesciava incorreggibilmente addosso prima di giungere al segno.
Livia la sorella era più sensibile di tutti nella casa; essa tremava e aveva la febbre, ma pur tuttavia con quella virtù di rassegnazione, che è l’eroismo delle donne, trovava ancora la forza di dire:
— Via mamma!... Giorgio tornerà presto, gli daranno dei permessi come l’anno scorso a Michele.... Andrò io, se mai, a gettarmi ai piedi del Re.
— Del Re?!... — fece Giorgio sorridendo e diremmo sogghignando amaramente.
— Michele! — sospirò alla sua volta la signora Rosalia....
Vi fu un istante di pausa. Giorgio la interruppe levando la mano verso un quadro che pendeva alla parete di fronte a lui e esclamando:
— Quell’uomo solo m’avrebbe insegnato quel che bisognava fare quando non si vuol essere schiavi.
Le donne, il bambino, tutti, levarono gli occhi verso il quadro: era il ritratto del capo della famiglia, del marito di Rosalia, del padre di Giorgio, Livia e Balilla.
Stettero tutti quattro contemplando quella figura, quasi aspettando che parlasse, poi la madre per la prima inginocchiossi, e i figli l’imitarono assorti in un voto, in una preghiera comune.
Chi conosce la vita di quel vecchio innanzi alla cui immagine stava genuflessa quella famiglia, intenderà com’egli potesse essere invocato senza idolatria.
Se la Chiesa ha i suoi santi, perchè non li avrà la casa?
Quel giorno, Rocco, un vecchio contadino imbambolito, che faceva i grossi servizi della casa, non intendendo come un dispiacere così da poco potesse guastare l’appetito, dopo che egli avea proprio il giorno del funerale di sua moglie mangiato col miglior gusto del mondo la più bella tacchina del pollaio, — Rocco, diciamo, avea preparato il solito desinare, ma nessuno vi toccò, meno Balilla, per quella gran ragione dell’età che potrebbe, anche dai filosofi, essere data per spiegazione di molte cose buone e cattive senza bisogno di pescarle nelle monadi di Leibnizio o nei bernoccoli di Gall.
E certo quella legge che proporziona ai bambini le afflizioni è provvidenziale perchè li prepara alle maggiori prove dell’età adulta senza vulnerare troppo quella sensibilità che debbe essere la molla della loro virtù.
Passò l’ora del desinare, venne la sera e Giorgio s’era scostato un po’ da sua madre ed era montato nella sua stanza. Quivi tirò da un vecchio stipo alcuni scartafacci, ne sfogliò alcune pagine, poi giunto a un certo punto si lasciò cadere il capo fra le mani e sospirò.
— Ah!... mio padre aveva ragione: servitù e miseria!...
Frattanto la notte calava, e un’allegra banda di coscritti attraversava la strada sfilando in battaglia sotto le finestre del Santafiori e cantando a perdita di flato, con grande accompagnamento di strilli, uno stornello della contrada, del quale per caso conosciamo il tenore:
Va là bellina che il mio cor non falla Tu mi vorresti collo schioppo in spalla. Va là bellina ch’ora so il tuo male Tu vorresti sposare un caporale; Ma uccel di bosco non sta bene in gabbia E tu bellina creperai di rabbia.
Giorgio si scosse, s’affacciò alla finestra e dietro gli scuri socchiusi accompagnò lungamente collo sguardo quella spensierata comitiva, le cui voci si perdevano già nell’immenso sfondo della pianura eridania.
— Essi non lasciano nulla dietro di sè, mentre io....
E una lagrima lunga e silenziosa gli rigava la guancia....
Poi come spinto da un interno divisamento, prese da un canto un randello, e in punta di piedi, per non farsi udire dai suoi di casa, uscì per il muro del giardino e prese la via dei campi.
III.
DISCUSSIONE AL BUIO.
Giorgio camminava da circa dieci minuti, ma si poteva dire ch’egli aveva fatta strada per trenta. Dal modo sicuro e rapido col quale saltava fossati e cansava cespugli e spinai senza mai sviarsi d’un passo dalla traccia d’un sentieretto, che la notte avrebbe intieramente nascosto per uno meno addestrato, si capiva che il giovine s’era lungamente esercitato per quel cammino e che non doveva esser quella la prima notte che lo percorreva.
Attraversata una vasta prateria tutta imperlata di rugiada, il di cui umidore montavagli fino al ginocchio, Giorgio si trovò in faccia a una di quelle larghe gore che sono tanto frequenti nelle campagne circumpadane, serbatoio ad un tempo d’acque irrigue, peschiere fecondissime e confini a vasti poderi. Un ponte di pietra solido ma svelto cavalcava la gora; ma dalla parte opposta a quella d’onde il nostro coscritto veniva, lo sbarrava un cancello di ferro fiancheggiato da due ali di muro e munito alle sue estremità superiori da lance fitte e acuminate. Quel cancello stava aperto fino alla prima ora di notte, poscia serravasi; sicchè per passare oltre o bisognava gettarsi nell’acqua, o scavalcare il cancello o possederne la chiave; e quantunque buon nuotatore, trovava più spedito e più comodo, quando la necessità non costringevalo altramente, lottare d’agilità colle punte di ferro della cancellata.
Quella notte Giorgio non aveva, a quel che sembra, alcun motivo per non passare per la via consueta, e marciò difilato sul ponte. Arrivato alla cancellata cominciò ad arrampicarsi alle sue aste, agile come un martoro, finchè potè abbrancarsi alla spranga che inchiodava trasversalmente le verticali; quivi puntatosi a tutta forza di polsi si sollevò di peso tanto appena da sormontare le lance e, colto il destro, diedesi una spinta in fuori e fu in terra senza nemmanco toccarla con un dito. Quella sera Giorgio, bisogna confessarlo, si sentiva qualche cosa nel sangue che raddoppiavagli l’agilità e l’energia.
Una stradetta s’apre immediatamente in faccia al cancello, e Giorgio la imbocca senza esitare, cominciando però ad alleggerire i suoi passi e ad aprire più diligentemente l’orecchio. Dalle sue risvolte tenuissime, scorgevasi che la stradetta serpeggiava lungo il fianco d’una collina: quando ad uno dei suoi meandri un enorme fabbricato dalle cui frequenti finestre tremolava ad ora ad ora qualche fuggevole fiamma di lume, presentossi dinnanzi agli occhi attenti del nostro notturno personaggio. A quella comparsa il suo calpestìo divenne più sordo e il suo orecchio più teso.
Di lì a poco egli giunse al termine della stradetta di fronte al portone maggiore del cortile, la di cui muraglia serrava tutto in giro la casa che sorgeva solitaria come un castello, sul dorso della collina. E castello non era nè di nome nè d’architettura e assai meno per tradizioni d’avi patrizii o per privilegio di nipoti. Era invece un casone di campagna rizzato lassù per sottrarlo alle alluvioni del Po, largo, solido, con tutti i comodi per gli uomini e per le bestie, senza gusto, senza eleganza, monotono alla luce, al buio cupo.
Giorgio — il lettore lo avrà pensato — non aveva la chiave del portone come non aveva quella del cancello, e d’altra parte nulla gli avrebbe importato l’averla, per la ragione semplicissima ch’esso non voleva entrare. Girò invece la muraglia e arrivò a salti alla parte posteriore della casa. Quivi, a ridosso della muraglia di cinta e piantato anzi nella fondamenta di quella, ergevasi un secondo fabbricato destinato agli uffici rustici, che riceveva luce da una fila di finestroni, alti da terra non più di un metro, sbarrati da inferriate e alcuni da graticci fittissimi.
Là, Giorgio s’arrestò; tenne il respiro, ascoltò; rassicuratosi, accostossi ad uno dei finestroni, e leggiero come uno spiro d’aria, bisbigliò questa parola:
— Giusta!
— Giorgio — rispose da una inferriata una voce ancora più sommessa.
— Oh grazie, Giusta, d’essere venuta — fece il giovane allungando la mano entro la finestra e stringendo quella della donna che aveva parlato.
— Mancare oggi che un’altra disgrazia ti ha colpito?! Sarebbe stata una viltà.
— Tu lo sai dunque?!
— E come non saperlo — rispose con un sospiro la fanciulla che era, come ognun vede, l’amante di Giorgio: mio fratello Alfredo fu il primo a raccontarmelo. Mio padre ne parlò durante il pranzo.
— E con gioia m’immagino — fece Giorgio con un amaro sorriso.
La donna vi rispose con un sospiro, ma il giovine finse di non intenderla e continuò:
— Dopo aver perseguitato il padre e ruinata la famiglia sarà una festa per lui vederle portato via l’unico braccio che le restava.
La fanciulla trovò appena il coraggio di dire:
— Giorgio!?
Ma Giorgio capì tutto quello che voleva esprimere quell’invocazione del suo nome. Era la figlia che pativa dei torti del padre e che implorava dal suo amante perdono.
— Parliamo d’altro.... sono venuto apposta.... ho bisogno di un tuo consiglio.... Giusta, mi vuoi bene?... — È questo l’eterno esordio di tutti gli amanti anche bugiardi e nessuno stupirà che anche Giorgio, il quale amava invece dell’amore più sincero e profondo, l’adoperasse....
Giusta non parlò; ma l’anima sua, tutta colma d’amore, le sfavillò dagli occhi.
— Se mi vuoi bene — continuò Giorgio — devi aiutarmi.
— Parla — disse Giusta — tu sai ch’io sono tua.
— Ebbene.... io voglio fuggire.... non voglio essere soldato.
— Fuggire?
— Sì!... fuggire, disertare.
— Oh, Giorgio — esclamò la fanciulla coll’accento della paura — che pensi mai?...
— Penso che se vado soldato,... che se vado lontano, quattro, sei, otto anni, nol so, io, mia madre, mia sorella, mio fratello, siamo tutti precipitati.... Tanti anni lontano e senza poter soccorrere la mia famiglia, è spingere mia madre al cimitero, i miei fratelli nella miseria.... e Dio sa dove... Penso che io, riparando in un altro paese, potrò se non altro trovar da lavorare.... Tu sai ch’io so fare un po’ di tutto.... mezzo agricoltore, mezzo meccanico, mezzo marinaio, e colle lingue che mio padre m’ha insegnato posso avventurarmi a girare il mondo senza paura...
— Ma i pericoli? — e se t’arrestano, Giorgio!... Tu non ci pensi — rispose sempre più inquieta la giovane.
— Quanto ai pericoli sono il retaggio della vita.... Eppoi?! lasciami arrivare fino al mare e chi mi piglia sarà bravo.
— Oh mio Dio! — che cosa ti passa mai per il capo.... ma non sai che pei soldati vi sono dei rigori terribili?
— Tu vuoi farmi paura, Giusta: ma sai bene che è difficile.
— Ma io ho paura, — interruppe Giusta — io ho paura, se non l’hai tu.... Se t’arrestano.... se ti condannano, se ti chiudono in quegli orribili luoghi, dove comandano cogli staffili in mano degli uomini sinistri, dove si trascina una palla al piede tutta la vita.
— Bah!... tutta la vita!?
— Tutta la vita, o un anno o un giorno che so io!... non è forse lo stesso per me che ti amo?... Noi donne siamo forti per noi stesse, ma per quelli che amiamo non sappiamo che piangere o tremare. Lascia me ai tuoi pericoli; mi troverai coraggiosa; ma quando ci sei tu non pretendere da me che la febbre della paura. Non vorrei vederti partire, vorrei che tu restassi qui accanto a me e a tua madre; ma piuttosto che saperti perseguitato, bandito, nascosto ne’ boschi, senza rifugio, senza pane, senza sonno, forse morente... minacciato ad ogni ora da quell’orrenda palla al piede.... oh sì.... amo meglio vederti soldato.... anche otto anni.... son lunghi, lo so; ma non sono _sempre_. Da soldati si torna soldati, si può starsi vicino, vedersi qualche volta, scriversi.... E a’ tuoi.... mio Dio qualcuno ci penserà.... Giù in fondo alla miseria non lo siete; io sono una povera schiava, io non ho nemmeno la libertà di fare tutte le carità che voglio, ma infine io sono qui per te.... io sono te stesso.
Giorgio l’aveva ascoltata commosso ma non vinto; quindi perseverò.
— Le tue parole sono quelle d’un angelo, Giusta, ma tu ti fingi il destino più nero di quello che deve essere. A Genova o a Nizza, dove ho degli amici, potrò imbarcarmi; di là guadagnare sicuro l’America, l’America che è piena dei ricordi di mio padre e che non rifiuterà lavoro a suo figlio. Appena che la fortuna mi sorrida, manderò i miei risparmi alla mia famiglia e cercherò di farla trasmigrare per non separarmene mai più.
— E me?... — chiese Giusta con accento di doloroso rimprovero.
— E te — rispose Giorgio dopo un momento di esitazione — abbi coraggio, Giusta, e guarda in faccia come me tutta la verità... Oggi farti mia sai che è impossibile. Tuo padre e la mia povertà, e la condanna che mi è piombata sul capo, lo impediscono inesorabilmente. Fra otto anni, quando potrò spogliarmi della divisa, credi tu che io sarò meno miserabile, o tuo padre meno avverso di prima?... No, Giusta!... Non ci è altra speranza per il nostro amore che assalire con un colpo disperato il destino e gettare tutte le nostre poste sul tavoliere della fortuna. Se l’America mi è propizia, io posso tornare ricco, tuo padre mansuefarsi al mio nuovo stato, tu essere già padrona della tua volontà.... infine, giunto all’estremo, rapirti con me.
— Oh tu ti perdi!... tu non mi ami.... — rispondeva Giusta con voce quasi spenta.
— Perduti siamo io e tu fatalmente se resto — ripigliava Giorgio — sii ragionevole, anima mia; è per non perderci che io gitto la mia vita nella mischia disperata del destino... è perchè ti amo che non voglio porgere volontariamente la mano ad una catena che mi ti rapirebbe per sempre.
Giusta scrollava il capo, ma Giorgio non vedeva e continuava:
— Eppoi, Giusta, vi è un’altra ragione che tu sai, che tu taci forse, perchè temi di evocarla contro di te. Tu conosci l’educazione che mio padre m’ha dato; la sua vita intera è per me un sacro testamento ch’io debbo rispettare; la sua fede è la mia, e mi parrebbe tradirla assieme alla memoria dell’uomo che cominciò coll’amicizia di Balilla e finì con quella di Washington.
Giorgio aveva dato alle sue ultime parole un accento solenne e Giusta non scrollava più il capo ma pensava. Dopo alcuni istanti di pausa essa riprese:
— E Michele.... e tuo fratello?...
— Michele non è più mio fratello. Dal giorno che egli obbliò i beneficii di mio padre e le preghiere di sua madre per vendere la sua mano ai nemici della nostra fede e della nostra casa egli non può più sperare che io accetti cosa alcuna da lui. E inoltre egli non farà nulla. Da tre anni non scrive più, e dacchè seppe che la miseria picchiava alla porta della casa che l’aveva ricettato, ci ha abbandonati. Eppoi che cosa potrebbe un sottotenentuccio pieno di vizi, di debiti, giuocatore e infingardo?... Giusta, non è di qui la speranza.
La fanciulla non avea che un’ultima ragione — la più debole di tutte — ma s’afferrò anche a quella come alla tavola del naufragio.
— E l’affittanza?...
— L’affittanza?... — rispose il coscritto — e quale?... Tu sai che l’ultima piena ci ha lasciate le campagne rase come una mano e tu sai quello che mio padre ha dato ai poveri che l’innondazione ridusse senza tetto e senza pane. Fu l’ultimo nostro colpo. Per pagare gli affitti ci fu d’uopo fare dei debiti e quei debiti non si poterono pagare e raddoppiarono; poi — e qui la fronte di Giorgio diveniva color della notte che ravvolgeva — poi tuo padre comperò le cambiali e noi siamo nelle sue mani. Il prodotto di un anno non basterà a saldare le tratte e a noi non resterà più un soldo di capitale per condurre innanzi la locazione. Ci converrà vendere quel po’ di bestiame e strumenti avanzati e non ci resterà più nulla fuorchè la casa. Finchè c’era io, il tetto per coprirci e il mio braccio per campare bastavano; ma ora.... Oh Cristo!...
Giusta vide inabissarsi anche l’ultima tavola. Disperata però dei trovati della mente, il sapiente istinto della donna l’avvertì che la sola arma invincibile era il suo cuore e affidò a questa l’estrema difesa.
Allora afferrando attraverso la inferriata la mano di Giorgio e tirandola a sè con tutta la forza di cui quel suo corpo d’etere poteva essere capace, proruppe:
— Infine, non voglio che tu fugga!... se tu lo fai.... dirò che non mi vuoi bene.... che mi abbandoni.... e se m’abbandoni io morirò.... Oh, allora sarai contento quando mi vedrai morta, morta come la nostra povera madre, perchè la tua è anche mia madre!...
E la parola che usciva dapprima trarotta e singhiozzante dal suo labbro, finì in uno scoppio di dirottissimo pianto.
— Ma no, non piangere Giusta!... io tradirti?... io non ti voglio bene?... Lontano, te ne vorrò cento doppi di più — e le asciugava gli occhi — ci penserò ancora.... non ho deciso.... torneremo a vedere. — (Giusta continuava a singhiozzare). — Credimi.... te lo giuro... ho un mese di tempo... chi sa!... io stesso muterò pensiero.... ma per carità Giusta!...
E mentre il giovane tentava sorpassare il varco della ferriata per posare un bacio sulla fronte della vergine sua, un calpestìo d’uomini, un bisbiglio di voci e il cigolare dei catenacci d’una porta pustierla, sospesero le parole, gli affetti e il battito dei due amanti....
— È mio padre, — esclamò Giusta spaventata — fuggi.
— Fuggire?.... — disse Giorgio, brandendo il suo randello.
In quel punto un’ombra compariva per di dietro alle spalle di Giusta, la quale, prima ancora che questa si rivolgesse, afferratala per un braccio e facendola ruotare sopra sè stessa, la scaraventava con un terribile slancio contro la opposta parete.
— Assassino! — urlò Giorgio a tal vista, aggrappandosi alla ferriata e scuotendola freneticamente.
Frattanto dalla pustierla erano già sbucati quattro uomini armati di fucili, di ronche e di forche; Giorgio si mosse ad incontrarli risoluto e disperato, quando un colpo di fuoco partito da uno di quegli uomini lo fece rinculare di alcuni passi e cadere stramazzoni sul suolo.
— Non è che una carica di lepre — esclamò l’individuo che aveva sparato — un po’ di bruciore per questa volta e basterà.
— Portatelo di là dal ponte — gridò una voce dall’interno della stessa stessa finestra dove era accaduto il colloquio dei due amanti.
— Va bene, signor cavaliere, — rispose l’uomo stesso dell’archibugiata.
E i quattro uomini alzato di peso il corpo di Giorgio sempre svenuto, eseguirono il comando del loro padrone.
IV.
NAPOLEONE.
La freschezza dell’erba su cui era stato lasciato e l’aria notturna risvegliarono dopo pochi minuti il ferito.
Se egli non disse come gli eroi delle tragedie — «dove son io?» — si guardò veramente d’attorno per capire in che luogo si trovava e ricordarsi in qual modo, dopo aver durato tanta fatica per scavalcare il cancello, riposasse oltre le sue sbarre sopra un molle tappeto di trifoglio e di lugliuola.
In un attimo si orientò; ma quanto allo spiegare come fosse lì era un altro problema e la sua mente si perdeva in un labirinto di congetture e di supposizioni, tutte del più al meno, vane ed inverosimili.
Si tastò la coscia dov’era stato ferito; sentì lo spasimo del dolore e la umidezza del sangue, ma comprese che le palline avevano appena penetrate le carni e non tocche le ossa del femore.
Allora, animoso per natura, tentò uno sforzo per rialzarsi, ma non potè, e ricadde nella giacitura di prima.
Non si smarrì; ricordossi dei consigli di suo padre; cercò nelle sue tasche il coltello che non lasciava mai; trascinossi fino alla sponda della gora; cavò il fazzoletto, ve lo inzuppò; col coltello squarciossi i calzoni e bendò la piaga con quella compressa improvvisata. Al frigore dell’acqua rinacque; abbrancossi a un salcio che sorgeva sulla riva e reggendosi al suo tronco rizzossi.
— E camminare?... — pensò appena fu in piedi.
Si guardò in giro un istante, scorse coll’occhio la nera pianura del prato, guatò la gora, affinò l’udito per ascoltare se qualche rumore moveva dalla perfida casa che aveva dietro di sè e tutto gli parve sepolto nel silenzio della notte.
— Ah se avessi il mio bastone — ripensò ancora — poi come se avesse avuto un’ispirazione subitanea, esclamò forte, quasi confabulasse con alcuno:
— Ma con un coltello e un salice se ne può tagliare uno.
E dal pensiero passando tosto all’azione si agguantò colla manca all’albero e colla destra si mise a menare colpi alla cieca contro il primo ramo che gli capitò sotto il tiro del suo braccio.
Ma il ramo, grosso e tenace, croccava, gemeva, ma resisteva; Giorgio cominciava già a sudare e a disperare di troncarlo. Ad un tratto, mentre riprendeva un po’ di fiato, sentì dalla opposta parte della cancellata un gran tonfo nella gora, e subito quel chiasso senza nome di un’acqua che sia tagliata da un nuotatore o battuta da un remo.
Giorgio naturalmente si volse; cercò con occhi spalancati la causa di quell’inaspettato fenomeno; ma egli, dal salice, e mascherato diremo così da due pilastri del cancello, non poteva, per quanto si sforzasse, vedere oltre di essi. Gli restava l’udire, e tese infatti l’orecchio, smorzando ogni più lieve moto della sua persona.
— È uno che viene a nuoto — pensò Giorgio. — Chi sarà mai?... — e in questo serrava nel pugno il suo coltello, e s’appuntellava più forte all’albero in atto di difesa.
A un tratto un’enorme ombra nera balza sulla ripa della roccia e s’arresta, immobile, taciturna e misteriosa.
Giorgio con un po’ di fantasia, e non ne mancava, poteva paragonarla a una di quelle sfingi che il pellegrino notturno incontra ai piedi delle piramidi di Gizek o dei templi ruinati di Karnak.
Ma Giorgio, giova ripeterlo, non poteva dal suo posto discernere oltre il ponte; solo parevagli veder ruotare nelle tenebre due bragie cupe e formidabili le quali acceleravano nel suo cuore quel battito indomabile che accompagna sempre la sensazione dello ignoto anche ne’ petti più coraggiosi.
Però l’incertezza di Giorgio durò men che non s’immagini.