Memorie d'un disertore, vol. 1/3
Part 2
— Per oggi una buona mano qualsiasi, una specie di strenna per il buon viaggio, in seguito una pensione per la vecchiaia. Io vi dirò i nomi dei più fedeli, dei più anziani e dei più bravi che sgraziatamente son pochi. Per me gli è un altro negozio. Quando salpai per l’Europa fu convenuto, a bocca, perchè la carta fra noi sarebbe stato un sacrilegio, che il quinto del guadagno netto sarebbe toccato a me, i salari di capitano per giunta. Io non voglio, non posso pretendere più del pattuito; ma i miei salari li cedo ai marinai per la mia parte di regalo.
Capitano Gordiglia e Livio, insistettero, disputarono, pregarono, finsero di andare in collera; fu inutile, capitan Murena non volle accettare che 150,000 franchi, avendo preso, per il resto del conto, la _Saetta_ che malgrado la lunga campagna era uno dei migliori di bandiera americana. I marinai ebbero ciascuno una manata di scudi, e il più vecchio di tutti, già impotente, la pensione. Il giorno in cui toccò la prima mesata, saputo che quel beneficio veniva dal capitano Baciccia, egli sclamò:
— Quest’uomo è troppo generoso!... gli capiterà male.
Dopo un mese di riparazione e di riposo, Murena abbracciava sul molo di Porto Principe il vecchio Gordiglia e riprendeva colla _Saetta_, proprietà sua, la via fortunosa dell’oceano. Livio, sebbene sicuro del suo mestiere, per non scostarsi dal padre più grave d’anni e d’acciacchi, faceva con un piccolo brik la navigazione fra le Antille e le coste del Messico.
I primi viaggi di Baciccia furono fortunati, ma nell’arcipelago indiano un violento tifone lo sbalestrò contro una delle tante secche che perfidiano sotto quelle acque e gli fu giocoforza gettar la mercanzia per cavar fuori la goletta già trafitta a morte anch’essa e ormai impotente alla navigazione dei grandi mari.
Coi fondi che aveva in deposito presso i suoi corrispondenti si costruì un altro legno, e ripigliò in capo a pochi mesi la sua corsa e i suoi traffici, e la fortuna manomessa ristorò prontamente.
Ma in uno dei piccoli porti della Provenza francese, due o tre anni dopo, uno degli stessi marinai che aveva beneficato, gli rubò il portafoglio che conteneva lettere di credito per circa mezzo milione; e allora si trovò col solo bastimento e tranne alcune migliaia di lire e un po’ di fiducia presso i suoi corrispondenti, costretto a ripigliare da capo.
E riprincipiò senza scoraggiarsi nell’avversa come senza insuperbire aveva perseverato nella buona fortuna. Giorgio, il figlio suo, il nostro protagonista, trovò più tardi nelle _memorie_ di suo padre, dalle quali desumiamo questi cenni, un foglio che narra per disteso la storia di quel furto e la fine di quel ladro.
«Una sera — dicono le ultime pagine del racconto — pochi mesi dopo il nostro installamento sulla riviera di Nizza, mi si affacciò, poco discosto da casa, una donna sui quarant’anni, smunta come la fame e macilenta come la febbre, cenciosa e sudicia come lo è quasi sempre la miseria o la colpa. Essa, gettandosi ginocchioni attraverso i miei passi, con uno scoppio di singhiozzi si pose ad articolare alcuni suoni che erano più gemiti che parole. Io la rialzai e la incoraggiai a parlare.
«Mio marito è da tre mesi malato... e non dico moribondo, perchè spero nella Madonna benedetta... In questi tre mesi ci siamo mangiato tutto, fino i chiodi delle muraglie... figuratevi, signore, se possiamo pagare l’affitto di casa... Ma non la vogliono intendere... siamo in sei, noi due e quattro bambini, e il più alto ha dieci anni..... Eravamo ricchi; molto ricchi! ma oggi siamo più miserabili di San Rocco; colle mie vesti copro i miei figli, e la mia gonna serve di coltre al letto di mio marito... Come si fa a pagare?.... Eh!.... sì!... Gli uscieri non capiscono nulla... e vengono a gettarci fuori di quel po’ di casa che ancora ci ripara... Casa! dovrei dire «canile...» ma almeno ci si sta al riparo dal freddo e dalle tramontane, non è vero?... Oh mio signore... aiutatemi.... dicono tutti che siete un santo.... perchè i vostri nemici sono i ricchi.... non i poveretti... Pensate... signor mio benedetto, che se ci cacciano fuori; mio marito muore... ed io e i miei figliuoli siamo sulla strada.
«La lasciai sfogare e poi le dissi: Non affliggetevi buona donna, ci si rimedierà, e accompagnatemi verso la vostra casa.
«La seguitai e dopo un quarto d’ora di cammino mi trovai in una delle tante caverne sordide affumicate e pestilenti, dove due terzi del genere umano marciscono e muoiono.
«Sul buco dell’antro — che pareva una porta — stavano due uomini occupati a scrivere sopra una cassa tarlata che serviva da tavolino, credo un processo verbale.
«Quando mi videro s’alzarono con rispetto. Io dissi loro: « Quanto vi deve questa gente?...»
— Duecento franchi!...
«Li aveva con me e li sborsai; i due uscieri ripiegarono i loro fogliacci e se n’andarono.
«Allora m’accostai al giaciglio dell’ammalato per vederlo... Quale sensazione!.... Egli aveva gli occhi sbarrati, la bocca spalancata e bavosa, i capelli irti, mentre un rantolo uscivagli fischiando dal petto. Voleva dirgli qualche parola per acquietarlo, quando un guizzo di luce, una larva altra volta veduta passò davanti a’ miei occhi e mi arrestò.
«Io scopriva in quel miserabile morente il ladro del mio portafogli.
«Egli pure m’aveva riconosciuto, e snodata alla fine la sua lingua, ululava tremando e balzando dal suo letto:
«Grazia!... Grazia!?..
«Io domai un primo impeto d’avversione, gli stesi la mano e — abbassando la voce perchè i suoi figli non mi udissero — gli dissi:
« — Vi perdono!... Voi avete espiato;... contate su di me... Se guarirete e diverrete migliore avrete un amico... Addio!...
«Lasciai alla sua donna un po’ di moneta che m’era rimasta in saccoccia e partii. L’indomani egli era morto, e la moglie trambasciata venne da me a raccontarmi che l’ultima sua parola era stato il mio nome.
«Io feci ogni sforzo per togliere quella famiglia alla miseria, perchè la legge che punisce nei figli la colpa dei padri; perpetua l’odio e la vendetta sia essa insegnata a nome di Dio o degli uomini, è iniqua e feroce».
III.
PRESAGI DI RIVOLUZIONE.
Battista Santafiori, ripetiamolo, aveva l’animo temprato come le molle d’acciaio, più sono compresse e più scattano. Egli s’era fatto del suo legno un amico, dei venti una famiglia, dei pericoli una festa, del mare una patria, e come si suole delle cose caramente dilette, accettava volentieri da esse i torti e le traversie in cambio dei molti gaudi che gli avevano arrecato. Ma per dire tutto, Battista non era avido di guadagno; ne’ traffici adoperavasi con perspicacia, ma con la più scrupolosa illibatezza e persino con disinteresse; non rifiutava dal cogliere il frutto de’ suoi sudori, ma il denaro non lo ingolosiva e non aveva mai pensato in sua vita di far fortuna. Quando fu derubato cercò egli stesso il ladro, ma non lo perseguitò, non lo denunziò, non volle sapere di polizia nè di tribunali, e la sera in cui fu spogliato cenò del miglior appetito dicendo «che aveva un nemico di meno a cui fare la guardia».
Tornò dunque a navigare e a trafficare e in altri dieci anni rifece il perduto. Nelle sue memorie di questo periodo troviamo, che avendo incontrato sulle coste del Senegal un mercante negriero il quale avevagli proposto un trasporto di negri per 10,000 dollari, egli lo sfidò al coltello, lo uccise e lo gettò in mare.
Nel 1793 — aveva allora 36 anni — egli approdava di nuovo a Porto Principe, e i primi passi furono verso la casa del suo amico; ma il bravo Gordiglia non c’era più e in luogo suo gli vennero incontro Livio figlio, una bella signora e una bambina.
— Ti presento mia moglie e mia figlia; Rosalia, questo è il mio migliore amico.
Dopo le cose affettuose e le notizie, venuta la sera, Battista prese un’aria di gravità che sposata alla sua bonomia pareva ancora più solenne, e incominciò:
— Livio! Ho deciso di fissarmi anch’io in America.
— E di prender moglie? — fece Livio sorridendo.
— Perchè no! Ma quando avrò trovata la donna, allora se ne parlerà; per ora non è di questo che si tratta. Non voglio che mettere in terra quei soldi che ho razzolato in mare e cercarmi un campo qualunque dove piantar la tenda.
— Avete smessa anche voi l’idea di tornare in Italia?...
— In Italia?... A far che?... Dove?... A Genova?... Alla prima occasione mi vendono come hanno venduto or son pochi anni la Corsica alla Francia[2]? a Milano?..... ci sono troppi cicisbei e le carezze di Maria Teresa mi fanno tanto paura quanto la inquisizione e i Gesuiti di Roma. A Torino, vi regnano i cortigiani, e i tamburini. A Napoli i Borboni, sinonimo di birboni. Fossi sì gonzo!... Ma ci fosse almeno una Italia!... Certo non me ne starei di qua dell’Atlantico — e preferirei il tozzo di pane nero nel mio paese, a tutto l’oro del Perù. Almeno un angolo dove ripararsi al sicuro dai preti, dai birri, dagli imbecilli, e dagli avventurieri. Io a nove anni ho cominciato a menar le mani pel mio paese; ed esso sebbene si chiami ancora la serenissima repubblica di Genova, è più schiavo di prima. Per ora in Italia no! Se verrà ch’essa si svegli, dovessi vendere l’ultimo bozzello del mio brick, correrei anche io al mio posto, perchè la patria non si può mai abbandonare.... Ma per ora alla larga... Ah!.... — E qui si passava una mano sulla fronte come per afferrarvi un’idea surtavi all’improvviso. — C’è inoltre un’altra ragione — continuava — ma te la comunicherò quando saremo soli.
All’indomani i due amici passeggiavano lungo un viale di palme. Battista parlava concitato e quasi ispirato; Livio ascoltava senza fiatare, ma animato da una interna commozione facilmente riconoscibile.
— Non bisogna rifiutarsi a questa missione: il vecchio mondo si trasforma, ed io son sicuro, non a profitto dell’errore. Io che ho viaggiato ne ho veduto in tutti i paesi i segni precursori; società segrete solcano la terra; e leghe filantropiche si stringono da un capo all’altro del mondo....
A Londra Wilberforce e Fox parlano pubblicamente della emancipazione dei negri; in Francia v’è un pugno d’uomini ancora oscuri, ma che un giorno saranno i re del pensiero moderno — savi, stolti, diversi, ma tutti terribili, che rinnovano la favola dei giganti e sovrappongono montagne a montagne d’idee. I filosofi si danno la mano e i principi tremano. Un copiatore di musica, Rousseau, ha ricevuto nella sua casipola le visite della corte di Luigi XV; un epigramma di Voltaire mette sossopra tutta la corte di Roma; un dramma di Beaumarchais getta lo spavento nei nobili e nei re... Infine, non importa che io ti dica tutti i loro nomi perchè essi si chiameranno in tutti i secoli futuri con un nome solo: l’enciclopedia. Anche la nostra Italia dice il suo verbo in codesta buona novella. Un marchese di Milano, Beccaria, butta fuori un libercolo contro la pena di morte che onora la nostra patria assai più della bussola e del telescopio, e che un giorno o l’altro sconvolgerà il mondo. Non basta. I re stessi, quelli che non sono affatto corrotti e imbecilliti, perdono la testa e vogliono essere, o fingono, riformatori e filosofi. Intanto ti so dire che alla corte di Luigi XIV si leggono le sentenze repubblicane di Bruto e si applaudono. Prova a viaggiare, prova ad osservare, prova ad ascoltare: anche senza volerlo ti cascano nell’orecchio delle parole che avevi perdute, o che avevi obbliate; Libertà — popolo — ragione — diritto — e talvolta sono marchesi e conti che le pronunciano, come un certo Bolinbroke e un certo Montesquieu.
Potrei continuare, ma non ti dirò più che una cosa sola: Volgiti alle colonie del Nord... non ti pare di sentire in lontananza il muggito d’un temporale... forse chissà!... chissà che non tocchi alla giovane America il suonare la sveglia. Certo noi siamo prossimi a un gran cataclisma. Noi siamo alle porte di un’era nuova, all’era dei popoli, alla nostra o Livio. Tutto ciò che è tarlato, vecchio, putrido, mefitico, è destinato a scomparire nella voragine, e noi dobbiamo esser pronti colla marra in mano per gettarvi sopra l’ultimo strato di terra. Non ti pare, o Livio, che noi siamo i primi soldati di questa battaglia; che ci va del nostro interesse, che la bandiera è quella delle nostre credenze? Orsù, Livio, non te lo nascondo più. Io mi sono buttato dentro in quest’opera durante i miei viaggi; ho impegnato la mia parola e non posso più retrocedere anche volendo. Conosco tutte le fila, sono amico di tutti i Capi, ho la parola d’ordine di tutte le congiure e porto le notizie di tutte le società segrete degli innominati di Svezia e d’Inghilterra, dei _filaleti_ di Francia, dei framassoni di tutto il mondo, i quali, profittando dei miei viaggi, mi hanno eletto il corriere della nuova propaganda.
E qui Battista mise a parte Livio Gordiglia de’ suoi progetti. Lo consigliò ad entrare nella frammassoneria, non tanto perchè egli prestasse fede ai riti e alle formole strane della società, quanto perchè considerava il titolo di massone un segno d’unione e un utile pretesto. Disse che lo scopo finale era l’emancipazione dei bianchi in Europa, dei negri in America, del popolo dovunque. Manifestò l’intenzione di comperarsi un terreno in qualunque degli Stati delle colonie inglesi, giacchè non amava nè gli Spagnuoli crudeli, nè i Francesi prepotenti, affine di potere più agevolmente propagare le loro idee, estendere la massoneria e formare un centro da cui potesse partire il grido della riscossa.
Frattanto egli darebbe la libertà a tutti i neri che potrebbe comperare, ma li farebbe lavorare nelle proprie terre per dimostrare coll’esempio quanto maggiormente produttore sia il lavoro del libero che quello dello schiavo. Altrettanto dovrà fare Livio per S. Domingo: si terrebbero in corrispondenza e conti d’ogni novella.
Così fu convenuto e Battista partì.
In sul principiare del 1794, noi lo troviamo installato in una vasta fattoria della Virginia poco lontano da Monte Vernon e i di cui terreni confinavano con quelli del piantatore Giorgio Washington; capitano Murena aveva pagato 20,000 dollari quella tenuta che ora ne costerebbe il doppio.
Aveva trenta negri ed altrettanti bianchi impiegati nella lavorazione dello zucchero e del cotone. I bianchi erano di tutti i paesi, di tutte le razze, di tutte le religioni. Irlandesi e Tedeschi, migratori _ab antico_ per bisogno, Italiani e Francesi venturieri per istinto, cattolici, protestanti, quacqueri, puritani, un pandemonio. Egli voleva che lavorassero, mangiassero, abitassero, vivessero sempre in comune fra di loro e coi negri, e non parrà vero, il più difficile non era ad amalgamare i colori, ma la religione. Tutta quella gente che adorava o bestemmiava un Dio diverso, offriva l’immagine di un serraglio di fiere sprigionate. Non ci volle che la fermezza di Battista per gettare un po’ d’amore in quelle anime ebbre di odio e d’intolleranza religiosa.
Ai negri poi, mano mano che gli venivano, faceva un discorsetto così: — Siete liberi... siete eguali a questi — e additava i bianchi — ed a me. Essi vi rispetteranno, voi dovete amarli. Io voglio che formiate tutti una sola famiglia.... e vi avverto che qui non ci saranno nè privilegi, nè differenze, le capanne sono vaste e sane, il pane sarà buono e sufficiente; medicine e conforti, se ammalate, non mancheranno; il salario in proporzione del lavoro. Se lavorerete poco, guadagnerete poco, se molto, molto. Ora io vi consiglio ad essere economi se volete trovare nella vecchiaia gli sparagni degli anni virili. Per i vostri bisogni, pei vostri interessi, pei vostri lagni nominate fra voi o gli Europei degli arbitri e sarà questo il primo atto della vostra libertà. Io non ho che una proibizione a farvi: acquavite poca: mezzo bicchiere alla mattina e basta. Chi non è contento se ne vada pure. Io scaccerò il primo ubbriaco. Fra pochi giorni festa e banchetto di fratellanza. Siamo intesi!...
I negri o commossi dalla promessa di libertà o uzzoliti dalla prospettiva del banchetto, o per una ragione o per l’altra, gridarono unanimemente: «_Viva il nostro Massa_[3]» e lo nominarono presidente degli arbitri. Certo i battimani dei negri somigliavano assai all’applauso che si fa ai discorsi della corona; ma fosse stato pur vero, quando videro che quella corona manteneva insolitamente la sua parola, si affezionarono sinceramente e illuminati da quella insospettata luce di libertà risalirono dal tetro abisso di miseria, di depravazione, di ignoranza in cui la schiavitù e l’odio li avevano scaraventati. L’impresa di Battista riescì... Bianchi, neri, colorati, cattolici, protestanti si diedero la mano e si dissero fratelli; una vera società di mutuo soccorso s’istituì fra di loro coi loro risparmi; la piantagione prosperò; il nome di Murena divenne l’esempio e la meraviglia di tutti gli Americani. Fra di essi taluni lo fuggivano come un ateo; altri lo canzonavano come un matto; i più lo denunziavano come un uomo pericoloso e turbatore degli ordini costituiti.
Un uomo solo in quei dintorni pensava: e quell’uomo era Giorgio Washington. Quando i due vicini s’incontravano sul confine dei loro poderi, il discorso cadeva sempre su quell’unico tema, e il futuro liberatore d’America sentiva qualcosa d’insolito muoversi dentro di lui quando Battista gli raccontava i prodigi della sua piantagione.
— Ad ogni modo — quest’era la conclusione di Washington — ad ogni modo oggi è troppo presto.
— Non è mai troppo presto signor Giorgio per compiere una giustizia — rispondeva il nostro marinaio; e l’uno convinto e l’altro dubitante, entrambi si separavano.
Il dubbio di Washington fu il cancro della sua patria; oggi l’America deve amputarsi o morire.
IV.
IL TERRORE NERO.
Era trascorso un anno e palesavansi già i primi segni della riscossa delle colonie inglesi. La tassa sul _thè_ e il bollo sulla carta erano stati posti; la resistenza legale incominciata, la Società dei _Figli del lavoro_ istituita e propagata dovunque; il primo albero della libertà rizzato a Boston; riunito a Filadelfia il congresso per decretare la famosa _dichiarazione dei diritti_, novello codice delle nazioni; in ogni città manifestazioni popolaresche dappertutto segni di guerra; a Concordia ed a Lexington già apertamente scoppiata.
Battista aveva deliberato il da farsi. Egli corse da Washington e gli disse:
— La giustizia è con voi, ed io debbo seguirvi. Se la mia fortuna, il mio braccio, la mia vita valgono qualcosa, adoperateli. Se nella guerra avrete bisogno di marinai e di bastimenti, io e il mio _brick_ ci poniamo ai servigi della rivoluzione.
Così fu; e da quel giorno Battista prese parte a tutti i combattimenti navali della guerra americana. Ebbe patente di corsa contro gl’Inglesi, armò in guerra il suo _brick_, e li perseguitò ora sui mari ora sui fiumi, ora vincitore ora vinto, terribile sempre.
Come le Colonie avevano deciso di non servirsi più delle manifatture della madre patria, così egli intraprese con altri legni due viaggi in Olanda, e da corsaro divenne contrabbandiere, assai più volentieri perchè una certa segreta ripugnanza contro il sangue parlava già nel suo cuore e ammolliva l’energica sua fibra.
Continuò così nella sua missione eccettuate poche visite alla sua piantagione ed a’ suoi negri fino verso la fine del novanta.
In quell’anno i negri davano i primi segni di vita e contemporaneamente le nuove della rivoluzione francese capitavano in America. Lafayette coi francesi preparavasi a tornare in patria; un grande vespaio di popoli ronzava intorno ai troni dei re.
Frattanto giunsero avvisi a Battista da S. Domingo che la levata dei negri era pronta. Chiese licenza a Washington e partì. Al suo sbarcare a Porto Principe una immensa colonna di fiamme e di fumo annebbiava l’aere: urli selvaggi ferivano il suo orecchio: donne e fanciulli fuggivano per la campagna: erano i negri che si vendicavano della secolare ferocia dei padroni con ferocia ancora più inumana. Nessun bianco, nessuna casa di bianco era risparmiata; dove il ferro, dove il fuoco, dove la corda, dove la lama; la strage era cieca e sorda e non conosceva più nessuno, nè amici, nè avversari.
Battista pensò alla casa del suo Livio; essa era appunto nella direzione dell’incendio. Montò un cavallo e via ventre a terra sulla strada che guidava alla tenuta del suo amico. Era tardi, il fuoco avealo già avviluppato, e un coro di negri briachi di rhum cantava una feroce nenia di sangue, mentre altri ammonticchiavano i fasci d’una pira.
Battista giungeva nel punto in cui l’ultimo fascio era collocato.
I negri urlavano — «La donna!... la donna!...»
— Fermi — gridò Battista — quale donna?...
— Ah! un bianco, un altro bianco... alla corda, al fuoco...
Battista non si mosse, ma con voce tuonante intimò:
— Indietro forsennati!... Dov’è Toussaint, dov’è Cristophe?...
A questi nomi i negri si ristettero.
— Chiamatemi Toussaint — replicò Battista.
Un negro alto, robusto, grigio, dall’occhio vivo e dalle labbra meno grosse di quelle della sua razza, uscì da un crocchio appartato ed esclamò:
— Chi chiede di me?...
— Io!...
— Murena! — fece il negro levandosi il suo largo cappello di palma. — Gloria a lui, fratelli, egli è nostro maestro!...
I negri s’inginocchiarono con superstizioso rispetto.
— Dov’è la donna che si minaccia del rogo?... Parlate Toussaint!
— Dov’è la donna che si minaccia del rogo?... chiese questi alla sua volta.
Due negri partirono per cercarla.
— È un’empia rivoluzione quella che si inaugura col sangue. Dal sangue non rampolla fiore di libertà, bensì la gramigna ancor più velenosa d’una nuova tirannia. Rammentatelo Toussaint.
— Lo so!... fece sospirando il re dei negri — ma chi potrebbe dire a questo fiume di odii e di vendette ingorgato da secoli: «Arrestati!» Chi interpreta le intenzioni di Dio?... Non ha egli inviato il suo angiolo a sterminare in una sola notte i nemici del suo popolo?...
— Un Dio che si vendica, è un Dio bugiardo — rispose Battista che era mondo dalla lebbra biblica del suo amico.
I due negri ritornavano sostenendo una donna che recava nelle sue braccia un bambino. Era pallida come una morta, gli occhi le si erano sprofondati entro due cerchi lividi; i denti dibatteva come per febbre: camminava a guisa di sonnambula, e malgrado ciò era impossibile non ammirare le tracce incancellate d’una nativa bellezza. Un dolore sincero, come tutto ciò che è nobile e santo, non deforma mai.
Tosto che la vide, Murena la riconobbe — Rosalia!... — sclamò egli.
Era veramente la moglie di Livio; ma la donna alzò gli occhi, guatò fissa, e rispose all’amico di suo marito con una di quelle laide contorsioni delle labbra che paiono sorriso, e non sono altro che i segni precursori della pazzia.
— Rosalia!... Sono Battista Santafiori... Sono Murena... Vengo in cerca di Livio...
A questo nome la donna si strinse disperata al seno il suo bambino e proruppe in un pianto gemebondo simile all’ululato di una fiera. Essa aveva perduto nella strage il marito e la figlia maggiore, e nel giorno istesso i negri la condannavano coll’altro figliuolo, ancora lattante, alle fiamme del rogo...
Il dolore le dava al cuore, il terrore al cervello; l’uno la faceva piangere, l’altro sghignazzare: connubio terribile da cui nasce la demenza.
Murena comprese tutto. Si fe’ recare dei cavalli e la trasportò seco a Porto Principe; conosciuto da tutti, potè circondare la salvata di tutte le cure. Egli stesso fu medico, infermiere, amico, protettore. Dopo pochi giorni potò trasportarla presso una sua zia vicino al Capo, sulle coste opposte, dove il _terrore negro_ non poteva arrivare.
Quest’esordio sanguinoso della emancipazione d’una gente, per la quale egli aveva tanto operato, l’aveva amareggiato e disgustato. Le voci della rivoluzione francese arrivavano ogni giorno abbellite da’ novellieri, ingrossate dalla distanza e dalle passioni. Lettere private pervenivano a Battista annunziando: «l’Italia già invasa dalle nuove idee di libertà, pronta a levarsi in armi, a dar la mano ai fratelli repubblicani trasalpini, a ricostruire la patria».