Memorie d'un disertore, vol. 1/3
Part 1
MEMORIE D’UN DISERTORE
STORIA D’UNA FAMIGLIA DI PATRIOTTI
NARRATA
DA GIUSEPPE GUERZONI
VOLUME I
MILANO F. TREVES, EDITORE 1871.
Proprietà letteraria.
TIP. TREVES
STORIA DI QUESTO LIBRO
Questo libro, quale che siasi, ha una storia che il fortuito riflesso d’alcuni nomi e d’alcune date rende non del tutto volgare.
Esso fu scritto a Caprera, nell’inverno del 1863, e potrei dire quasi interamente pensato sulla cima d’uno scoglio, dove andava tutte le sere a guardar il sole che tramontava nel mare, o Garibaldi che nettava, pochi passi lontano, le foglie degli aranci arsi dal libeccio.
Nella primavera di quel medesimo anno accompagnai Garibaldi in Inghilterra, e non sapendo a chi confidarlo, portai meco il mio manoscritto. Nel ritorno, tragittando la Francia, una cassa di libri del Generale, dono ricchissimo della ammirazione britannica, caduta probabilmente in sospetto alla polizia napoleonica, andò misteriosamente perduta. In quella cassa v’era anche il mio povero manoscritto.
Se non che, la prima parte del romanzo, _Il Padre_: era stata giù pubblicata nelle appendici del _Diritto_, e poteva dirsi salva; ma la seconda, era irreparabilmente andata, e Dio sa in che mani?
Ora, di tutto questo, al lettore non importerà probabilmente nulla; ma io padre, non guardo se il mio figliuolo era bello o brutto: l’ho perduto e lo rimpiango.
Tuttavia, il meglio sarebbe stato rinunciare per sempre a una risurrezione impossibile; e se non vi fosse stato in quel romanzo qualcosa di mio, che mi rincresceva veder morire, senza nemmeno un’ora di luce, mi sarei forse rassegnato. Poi, a poco a poco, anche la vanità d’autore cominciò a farmi sentire il suo prurito, e finalmente, nel 1867, mi decisi a rifare tutta la parte rimasta in Francia.
Ora, ma ora soltanto, dopo due o tre pubblicazioni, m’avveggo che fu uno sproposito, perchè anche, a parte tutti gli altri difetti, conviene proprio confessare, che non si può ripigliare, dopo quattro anni, un’opera d’arte, — di scienza sarebbe un altro conto, — senza che l’unità di stile, di colorito, di forma insomma, scompaia interamente, ed anche quella de’ caratteri e de’ concetti si alteri profondamente.
Da ciò, quell’enorme distacco che corre tra la storia del _padre_ e quella del _figlio_, e che le farebbe credere uscite da due mani diverse, e forse una peggiore dell’altra.
Ora, io so bene quello che attende un libro nato quasi come il mostro d’Orazio e non mi sogno nemmeno di implorare un’indulgenza che in simile caso sarei il primo a negare.
Ma in questo libro non ci sono soltanto le immagini scolorate e informi del mio pensiero; c’è un uomo di spirito e di carne; un esempio, tratto tutto dal vero, di virtù e d’eroismo, ma così vivo e potente, che può sostenere tutti gli sguardi e tutti gli assalti, e basterebbe anche da solo a impedire alla moralità d’una nazione di corrompersi mai.
Degli otto mesi vissuti a Caprera, forse i più belli, certo i più sereni della mia vita, due ricordi mi son rimasti nell’animo incancellabili: Garibaldi che scendeva tutte le mattine, zoppicando sul suo bastone, a lavorare, come il _bonus cives, bonus Agricola_ di Marco Catone, un filare di viti, piantato da lui; e Garibaldi che tutte le sere, durante la cena, davanti a un pane cotto nel forno costrutto da lui, a una zuppa di pesce pescato da lui, a una brocca d’acqua condotta da lui, narrava colla semplice poesia d’un bardo, e colla scientifica precisione del nautico, questo o quell’episodio delle sue venture di mare; maravigliosa leggenda di battaglie e di tempeste, della quale forse i poeti futuri dei due mondi comporranno un Poema.
Ora, con quell’odissea nella memoria, con quell’uomo nel cuore, col mare tutto all’intorno, ho fatto =Battista Santafiori=.
Esso non è Garibaldi, ma è la personificazione del suo spirito purificato dalle ombre della politica, spoglio dall’aureola dell’apostolo e del trionfatore. Garibaldi, uomo e marinaio; come si rivela nella semplicità della vita quotidiana e nella insospettata intimità dell’amicizia ai pochi che l’avvicinano senza pregiudizio e senza interesse, e sanno studiarlo anche ne’ suoi difetti, amarlo anche ne’ suoi errori, rimaner fedeli al suo nome e dirgli
Scevri di tema o di lusinga, il vero.
Frattanto ho pensato, che in questo contagio di letteratura fradicia e mefitica, un tipo d’uomo, giusto, sano e vigoroso, comunque impicciolito dall’artefice, non potrebbe fare che bene.
_Respicere exemplar vitæ, morumque jubebo_; quest’è la mia sola giustificazione.
_Firenze, giugno 1871._
G. GUERZONI.
MEMORIE D’UN DISERTORE
PARTE PRIMA.
IL PADRE
«La sua faccia era faccia d’uom giusto» DANTE.
I.
ODISSEA D’UN GIUSTO.
Crede forse il lettore che quell’epoca sommovitrice del Mondo, che ha prodotto Washington e Fox, Beccaria e Condorcet, gli Enciclopedisti e i Re filosofi, Toussaint e Buonaparte, il _primo dei Negri e il primo dei Bianchi_, abbia generate le sole virtù, e le sole colpe, le sole grandezze e le sole miserie che la storia registra, e che degni di fama sieno stati soltanto gli uomini il cui nome restò scritto sotto le statue dei Panteon e sulle arche dei Templi?...
Noi non lo crediamo!...
Legioni di genii benefici o malefici, di eroi e di mostri rigurgitano dal sobbollimento delle rivoluzioni, come da un mare in tempesta, limo, alghe e conchiglie. Tutti compiono la loro prava o santa missione, e poi ripiombano oscuri, non visti, dimenticati, nel nulla. Al pari degli storiografi delle battaglie, i quali si credono sdebitati verso le migliaia dei forti caduti nella mischia denotandoli alla posterità coll’unico nome del loro capitano, gli annalisti della Umanità son paghi di compendiare nei simulacri di pochi le virtù ignorate dei più, e senza delle quali i privilegiati non sarebbero probabilmente mai usciti dalla mediocrità della folla.
Gran mercè se taluno sfugge all’intera notte dell’obblio raccolto in qualche scorretta e bizzarra leggenda popolare, o raccomandato alla memoria di numerati amici dalla pietosa fantasia d’un Poeta.
Noi pertanto sentiamo una invincibile diffidenza di quella storia casistica o aneddotica, la quale bruciando facili incensi a’ pochi idoli della fortuna e sulla fede di testimonianze, di continuo smentite e contraddette, concentrando sul capo di alcuni prediletti l’aureola della gloria, pronuncia un’empia sentenza d’obblio contro tutti quelli le cui gesta, confuse nella gloria comune delle moltitudini, non giunsero fino a lei.
Questo modo di fabbricare la storia è proprio di quella scuola che colloca l’universo sopra tre piani; alla cima un Dio sempre querulo e aggrondato, al secondo i suoi profeti dispensatori in nome suo di favori e di castighi, al basso la vile moltitudine genuflessa e plorante, che attende le bricciole di civiltà o le faville di luce che i potenti vicarj della divinità lasciano piovere dalle loro cornucopie sotto il nome di _Riforme_.
Questa scuola conduce intellettualmente all’immobilità, socialmente al pariato, politicamente al despotismo, moralmente al fatalismo, e sebbene essa — del pari che la filosofia che le serve di base — più non professi apertamente i suoi principii, pur non tralascia di dedurne mascheratamente le stesse conseguenze. A Roma essa si noma «dogma», a Pietroburgo «Knut», in Francia «saggezza imperiale», in Italia «maggioranza legale». Dappertutto i popoli sono allevati a questa scuola: stendere la mano all’elemosina dei Re; dappertutto Minerva figlia di Giove è tratta a frugare negli avanzi del vaso di Pandora figlia di Vulcano. Portato Dio fuori dell’umanità era logico portare la sovranità fuori dei popoli.
Alto là!... Non c’è china più sdrucciolevole di quella del filosofare.
Una volta posatovi un piede bisogna scendere a frana; e buon per noi che il rispetto dei lettori e nostro è venuto, speriamo, a rattenerci a tempo.
Del resto tutto questo non avremmo detto se il padre del nostro protagonista non fosse stato uno di quegli uomini ingiustamente puniti dall’obblio e al quale soltanto le sventure del figlio valgono queste pagine di una tarda, insufficente rivendicazione.
Ricorda il lettore
Il dì ch’entro a Portoria Agli Alemanni il petto Rompeva il sasso rapido Del fiero giovinetto?
Or bene: ei rammenterà pure che l’esempio di Balilla trovò pochi giorni dopo, nella città stessa, seguaci ed imitatori, un pugno di giovinetti eroici come lui. — Genova allora era un semenzajo di Davidi de’ quali la storia non ci ha conservato che un solo nome, il più ardito e fortunato di tutti: Pittamuli.
Ma alla dimenticanza della storia suppliremo noi rammentando che nel drappelletto di quei fanciulli i quali facevano a ciottolate volgere le spalle ai giganteschi granatieri di Cesare nell’osteria di S. Benigno, il più tenero di tutti era un giovinetto di otto anni, biondo, agile e vivace, che i compagni chiamavano ora _Baciccia_, vezzeggiativo più ancora che corruzione di Battista, ora _Murena_ soprannome trionfale accordatogli dagli emuli per le molte prove al nuoto, nella quale palestra sembrava potesse essere appena superato dal celebre pesce ghiottornìa dei triclinii romani, e di cui Orazio aveva tante volle cantato le delizie.
Però il nome vero del commilitone di Pittamuli era Battista Santafiori. Da nuotatore a marinaio non c’è che un passo, e Battista a 12 anni, perduti i genitori pescivendoli che avevano aspirato a fare di lui un avvocato della serenissima repubblica, vanità comune a tanti babbi, s’imbarcava a bordo del _Costante_, uno dei brigantini genovesi più velieri che salpasse per Nuova-York a quei giorni.
Voler narrare tutte le avventure di Murena sarebbe per sè sola materia di un grosso volume, e a noi non importa qui che sbozzarne i tratti principali affinchè ciascuno possa conoscere dalla semenza il frutto, dal padre il figliuolo.
Corse tutt’i mari d’America, prima mozzo e poi marinaio, a bordo dello stesso _brik_ sul quale s’era imbarcato. Conobbe con esso le brezze costanti degli alizei e le calme canicolari dell’equatore, guardò senza impallidire la faccia irata della tempesta, passò piegando la vela innanzi ai terribili colpi di vento del golfo del Messico e duellò di destrezza coi tifoni del mare della China; interrogò divinando, non comprendendo le misteriose correnti che forse sono i fiumi sotterranei dell’Oceano[1]; risolcò le vie che i due Caboti avevano insegnate e ripercorse la rosa avventurosa di Colombo. Rasentò la Terra del fuoco di cui Magellano aveva aperto il sentiero; risalì le corsie delle Amazzoni e del Mississipì, e dalle gabbie del suo legno misurò gli sterminati piani di Caracas ora aridi come il deserto della Libia, ora verdeggianti come una pianura lombarda; udì nei dintorni delle Amazzoni il bramito del _jaguar_ notturno e non fremette; entrò nelle temute acque del golfo Tristo; ascoltò il muggito delle, inesplorate ancora, bocche dell’Orenoco, e sentì quella musica solenne e terribile rispondere come una misura al battito del suo cuore; aspirò dalle vergini selve le balsamiche emanazioni del banano e del sicomoro, e sceso nei giorni di calma alle prossime _estancie_, incrociò la prima occhiata d’amore colla giovane brasiliana che gli preparava nella ciotola casalinga il natio _maté_.
Addentratosi nelle pianure per attingere acqua, vide saltellare intorno a sè torme di cavalli, di gazzelle e di bovi, stupidi, curiosi, confidenti, allegri come tutti quelli che non conoscono il giogo, nè l’odio: da Boston a Lima, da Madagascar a Canton, navigando, studiando, lavorando, confrontando, pugnando senza posa col mare e colla terra, coi geli polari e coi calori tropicali, e ad ogni ora colla morte; valutando la vita come un soffio, ma il vivere come un dovere e una missione; educato al gran libro della natura, fortificato dall’aspetto quotidiano del pericolo, raggentilito dalla frequente comunanza colla sventura; nelle vaste solitudini avvezzo a non interrogare altro giudice che la coscienza, a non avere altra religione che la virtù, ma pur vedendo nella magnificenza di tante notti, nello splendore di tante aurore, dovunque portava la vela, un raggio di Dio; Battista Santafiori, o, come lo chiamavano i suoi marinai, capitano _Baciccia_, divenne in dieci anni di navigazione non diremo soltanto il più audace ed esperto marinaio del suo tempo, ma, ciò che è più grande ancora, uno di quegli uomini singolari dotati della benignità dell’agnello e della forza del leone, dalle idee limpide e semplici, dalla coscienza netta e leale; il cui occhio sorride e scuote; la cui voce accarezza e spaventa; il cui contatto vi mortifica per voi, vi esalta per l’umanità; che vi riconciliano con tutto ciò che vi è di più generoso, di ideale nell’anima, che vi susurrano a ogni ora anche quando son muti: «v’è un dovere», che forzano i più scettici a ripetere il bel verso d’una tragedia:
Virtude non è dunque un nome vano?...
II.
IL CAPITANO GORDIGLIA.
E, cosa rara, divenne ricco.... Il capitano del brigantino sul quale era partito nel 1748 da Genova era invecchiato; le fatiche soperchiavano già le sue forze, ed egli, con rammarico sì, ma doveva cedere all’impero degli anni e ritirarsi dal mare. Il vecchio marinaio, chiamato un giorno Murena che era già secondo a bordo della sua goletta succeduta al _Costante_, divenuto invalido anche esso, gli parlò così:
— Senti, Murena mio!... Tu vedi che lo scafo è in rovina; che la carena fa acqua e che non v’è catrame per tapparla. Bisogna tirarsi in secco e aspettare che venga l’ora d’essere gettati al fuoco.
— Che cosa volete dire, capitano Gordiglia? — questo nome che Murena gli dava era il suo.
— Eh! voglio dire che io navigare non posso più. Non c’è da scuotere la testa, caro _Baciccia_, la è così.... E siccome la goletta se ne ride delle raffiche e tu sei più solido della goletta e di me, così ho deciso di nicchiarmi in alcuno di questi isolotti e di mandare te attorno a portar cannella e caffè in luogo mio.
— Vi ringrazio della fiducia, ma pensate che vostro figlio....
— Mio figlio è un ragazzaccio, un buono a nulla; non dico il cuore, ma la testa... ah la testa è più matta d’un delfino e più vuota d’un canotto.... e la mano non ti dico.... bucata come un canestro. Egli sarebbe capace in una settimana di mangiarsi la goletta colle sartie, i paranchi, e tutto. Quando c’era io a tenerlo in riga, tant’era! filava al lasco; ma senza di me sarebbe come mettere in mare un bastimento senza timone.
— Scusatemi, capitano, ma io non la penso così; vostro figlio ha più bisogno di dolcezza che di rigore. Un amico che lo trattasse con amore potrebbe trasfigurarlo da cima a fondo. Credete a me: Livio non vale meno degli altri; ma l’asprezza finirà col mutare in colpe i difetti di gioventù. Promettetemi una cosa, capitano, e accetto il comando della _Saetta_ — così chiamavasi la goletta di Gordiglia.
— Parla — fece questi.
— Lasciatemi prendere a bordo come _secondo_ il vostro Livio.
— Fa come vuoi — rispose il vecchio capitano senza poter dissimulare la contentezza che provava nel sentire che suo figlio non era indegno della stima del suo amico — ma te ne pentirai!
— Spero di no....
E il patto fu conchiuso.
Una settimana dopo, capitano Gordiglia aveva comperato in una ridente vallata di Haiti, poco discosta da Porto Principe, una casa, un podere, de’ boschi e delle mine, e vi si era installato. La _Saetta_, carica di caffè di Portorico, comandata da Murena e in secondo da Livio, con una fresca brezza di Sud-Est faceva vela verso lo stretto di Gibilterra.
Erano già da parecchi giorni ancorati a Cadice e alla vigilia di partirne carichi di lana e di crini per l’Inghilterra. Capitano Murena attendeva sul ponte alle operazioni d’imbarco delle mercanzie, mentre il suo secondo stava a terra per sorvegliare il trasporto. I consigli amichevoli e le cure paterne di _Baciccia_ non avevano ancora ottenuto gran frutto sull’animo sbrigliato e indomito del suo giovane allievo, ma egli, senza mai indietreggiare d’un palmo, quando trattavasi di mantenere rispettata la sua autorità a bordo, non cessava mai dal credere che l’amore soltanto avrebbe potuto ravviare il giovane ricalcitrante.
Mentre adunque _Baciccia-Murena_ attendeva alle sue faccende, ode da terra un tumulto d’alte grida e vede in confuso un gran tramenìo di gente. Passargli pel capo un presentimento, indossare una giubbaccia, far ammainare il canotto e gettarsi a voga arrancata sul molo, fu la cosa di pochi minuti.
Giungendo, egli s’accorse che non s’era ingannato. Era Livio che tutto scapigliato, lacere le vesti e la persona, imbrattato di polvere e di sangue, lottava disperatamente contro tre colossali facchini del porto, due dei quali lo tenevano per le braccia, mentre il terzo gli maciullava la faccia con dei terribili pugni che rintronavano come colpi di mazza sul ceppo.
Nel momento in cui Livio s’accasciava sotto l’ultimo dei colpi sferratogli in piena faccia, compariva il capitano _Baciccia_. Preso al collo il primo dei facchini che gli cascò sotto, con una stretta e una giravolta lo mandò ruzzoloni, cogli occhi fuori dell’orbita, cinque passi lontano. Tirato un pugno nel petto ad un altro gli tolse per più minuti il fiato, mentre del terzo egli con Livio già rinsensato non provarono gran fatica a sbarazzarsi.
La folla che batteva le mani alla sconfitta di Livio, fece largo, ringhiosa ma circospetta, al nuovo gladiatore. _Baciccia_ presosi sotto braccio l’amico suo, che a stento poteva sostenersi, passò in mezzo alle genti gettando intorno a sè una di quelle occhiaie che parevano dire: «Non mi toccate!» e si rimbarcò.
Adagiato, medicato il suo amico nella sua cabina, Baciccia chiese:
— E cosa fu?....
— Oh, capitano.... le solite! — rispose Livio.
— Cioè?....
— Passava per la strada una sgualdrinella; una di quelle che in questi paesi chiamano _Manolas_; io le ho voluto pinzare il fianco, e i ganzi o i parenti mi sono rovinati addosso.
— Ma Livio mio!... chi ti dice che quella donna sia una sgualdrinella e non una fanciulla onorata?.... E quand’anche fosse stata una di quelle sciagurate, non sai che non si insulta mai nemmeno al disonore, perchè anche il disonore ha diritto al perdono?... E non sai che anche la prostituzione ha il suo pudore? E lasciamo là, questa parola prostituzione. Quanto a me trovo che la società ci ha la sua gran parte.... Ma poi insultare una donna, Livio! e non ti viene in mente tua madre e tua sorella?... ed hai dimenticato che gli Spagnuoli sono la gente più gelosa del mondo?... Ma figlio mio!... È già la terza volta che io ti levo da simili brighe, e ti ricorderai che nella taverna di Santa Padilla a Oporto mi sono buscato una coltellata al braccio per te. Allora m’avevi promesso di non ricadere più in codesti bordelli, e dopo un mese ci ricapiti. Tuo padre è un uomo che non ha mai mancato ad una promessa. Imitalo.
Livio lo guardò lungamente in silenzio. Poi mosse le labbra come avesse l’intenzione di rispondere, ma non seppe mandar fuori altro che un sospiro.
Battista comprese quel sospiro.
— Accetto — disse — la tua seconda promessa e son certo che la terrai. Ora lascia che ti ricambi queste compresse. Non ci sono che i bagnuoli per queste ferite.
Livio ritentò un’altra volta di pronunciare almeno un _grazie_, ma un’altra volta gli s’ingroppò nella gola la voce. In luogo della parola gli uscì un gemito, e dietro di esso un’onda di pianto copiosissima che allagò gli origlieri, la cuccetta e il petto del suo amico, chino su di lui a medicarlo.
Quel pianto fu come un rivo che scava nella roccia un sentiero e lo rende accessibile. La strada del pentimento era aperta; il buon angelo poteva inoltrarsi; il cattivo ne era già fuggito via.
Da quel giorno infatti Livio cambiò temperamento, come una stanza malsana quando l’inondano l’aria e la luce. Egli prima d’allora non amava Battista; l’invidiava anzi per la sua perizia, il suo valore, il suo posto di capitano che, secondo lui, eragli stato usurpato.
Ma ora ogni sentimento malvagio erasi dileguato dall’animo suo; egli si ricordava quanto aveva fatto per lui quell’uomo così buono e così onesto, sentiva dentro di sè ch’egli l’avrebbe amato per tutta la vita.
Irrequieto, violento, attaccabrighe, giuocatore, donnaiolo, mediocre marinaio, mediocrissimo ufficiale, Livio proponevasi di tornare umano, prudente, lavoratore, non indegno dell’arte che suo padre avevagli messa fra le mani, non indegno di aver un posto nella famiglia dei giovani onesti.
Due anni dopo questa scena, in un bel pomeriggio d’estate, capitano Gordiglia montato sopra uno dei pianori del Cobao fissava a occhio nudo un punto bianco sull’orizzonte. Aveva veduto e rivedeva ogni giorno tante vele sopra quei mari che non si poteva capire la causa di quella straordinaria attenzione. Ma il vecchio capitano aveva un presentimento; e nessuno poteva togliergli dal capo che quella stella bianca a fior d’acqua non fosse la _Saetta_ che tornava dal suo viaggio in Levante.
Egli non s’ingannava. La sera del giorno stesso la _Saetta_, ad onta di un vento un po’ fresco, entrava a vele spiegate e senza nemmeno piegare un terzarolo, nel porto di San Domingo dal quale era partita.
Ci sarà volentieri perdonato se non diciamo le feste, gli abbracciamenti, i racconti, i brindisi che si fecero allo _stabilimento_ del signor capitano, così chiamavano gl’italiani la casa sua, ma noi non vogliamo lasciarci smuovere dal proposito di abbreviare questi episodii che son lontani dal nostro tema e che accenniamo soltanto per l’intelligeoza delle cose future.
Quando s’ebbe pianto, riso, novellato, bevuto, brindato; quando Gordiglia ebbe abbracciato tre o quattro volte il suo Livio, rinsavito e rinnovato, condusse il figlio e l’amico in un altro stanzino che servivagli di studio e disse loro:
— Lasciate che vi benedica entrambi. Voi Battista per il bene che avete fatto a mio figlio; tu Livio per esserti reso degno dell’affetto di tuo padre e di quest’uomo. Quanto a me sono una carcassa di cui fino i sorci non vogliono più sapere. Uno di questi giorni me n’andrò anch’io a ingrassare gli aloè e buona notte.... Ora sentitemi. Voi, Battista, mi riportate due cose che appartengono a voi e non a me. — Un milione e un altro figlio tutto diverso da quello che io vi aveva dato. Io però sono un egoista e il figlio me lo voglio tenere io — il milione lo do a voi e non voglio che facciate cerimonie.... Non è che io voglia fare un prezzo al vostro benefizio. Tutt’altro!.... so bene che voi a Livio non avete salvato soltanto la vita, ma l’onore, e ciò è impagabile. Ma infine, ditemi voi, Battista, che avete studiato più di me, che cosa si può dare nel mondo per compenso delle buone azioni?.... La gratitudine?... l’avete!.... L’amore?... ne avanza. Prendetevele pure tutte queste cose; ma fate i conti e vedrete che un milioncino d’accanto non può starci male.
Battista Murena aveva tentato invano di interrompere questo discorso buttato fuori come una cannonata; però, quando il vecchio ebbe finito, egli placidamente rispose:
— Quel che ho fatto per vostro figlio era mio dovere, e il compenso del dovere adempiuto è la buona coscienza. Del resto il merito principale è della fortuna, eppoi di queste due braccia, che se avessero pesato meno, di Livio e di Baciccia non ce ne sarebbe più l’insegna. La è così, capitano mio. Non credete però che io voglia fare il santo e ascoltatemi. Come marinaio, se ho avuto fortuna e se lo merito, datemi pure un compenso: io lo accetterò; ma non maggiore di quello che mi viene e che ho guadagnato. Dare a me solo il milione che abbiamo razzolato in tre, la vostra goletta, Livio ed io, sarebbe un’ingiustizia. Di più ci sono dei marinai nell’equipaggio che hanno lavorato più di tutti noi insieme, e se il mondo andasse come dovrebbe, cioè se il più grosso non dovesse sempre vivere alle spese del più piccolo, sarebbero i soli degni di ricompensa.
— E va bene! Cosa dite debba fare per essi — interruppe il vecchio...