Medaglioni

Part 6

Chapter 63,701 wordsPublic domain

Finisco ora di leggere le _Reminescences of Thomas Carlyle_. Più volte sono stato lì lì per gettar il libro dalla finestra, irritato o nauseato da tanti giudizi avventati, ingiusti, crudeli, sui più illustri contemporanei, da tanta intolleranza, dall’accento dispotico e dittatoriale, dal tono di infallibilità puritana di questo libro. Eppure sono arrivato in fondo, e sono sicuro che ne farò una seconda lettura, e riaprirò spesso questo volume. Perchè? Qual è il magico incanto che, mio malgrado, mi ha trattenuto su queste pagine? — Sono i ricordi, sono gli affettuosi rimpianti dell’angelica moglie. La storia delle cure amorose di lei, dal giorno del matrimonio a quello dell’agonia, purifica, in certo modo, l’antipatico egoismo che ammorba il resto dell’opera. Dopo la lettura di questo libro, Carlyle resta più in ombra: e si distacca in luce d’aureola la bianca figura di una donna-angelo, _la signora Carlyle_.

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Nelle varie opere del grande scrittore io non avevo trovato traccia di quella celeste figura e della sua efficacia benefica. La felicità e la gloria sono egoiste. E il prezzo infinito dell’amore di una donna non si comprende bene che quando è morta.

Nelle lettere di Carlyle, anche in quelle a Goethe, poche settimane dopo il suo matrimonio, e datate da Craigenputtock, nuova residenza dei due sposi e proprietà della moglie, si cerca invano qualche calda parola che ci descriva la donna gentile la quale ornava e consacrava con la sua presenza quel tepido nido.

O letterati! anche se grandi, anche se buoni, anche se amanti, come sempre fa capolino in voi l’egoismo! Come tutto vi sembra dovuto! Con che olimpica imperturbabilità accogliete le lacrime e i baci, la devozione e il sacrifizio delle povere donne!

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Il giovine Carlyle divorato dalla fiamma nascosta del proprio genio che non trovava la via per manifestarsi ed espandersi, nato di povera famiglia, selvatico e strano carattere, malaticcio ed ipocondriaco, non bello, notevole solo per due occhi pensosi profondamente incassati sotto una fronte granitica, era costretto per campare la vita a lavoro ingrato e incessante: ora maestro d’aritmetica, ora precettore privato, ora collaboratore di Enciclopedie, ora traduttore dal tedesco o dal francese. Unico lavoro di quel tempo giovanile, che resti anche oggi degno del suo nome, è la _Vita di Schiller_.

A un tratto le ansie e gli scoraggiamenti cessarono: la tremenda questione del pane quotidiano fu risoluta: egli ebbe insieme l’amore, la pace, l’indipendenza, la salute e il necessario impulso al suo genio, da una donna, — da quella che fu sua moglie e suo angelo tutelare, confortatore ed ispiratore per quarant’anni. Donna mirabile per generosa abnegazione, per delicatezze ineffabili, per pazienza costante, per i suoi sorrisi e per le sue lacrime; _sanctissima conjux_ come l’avrebbe chiamata Virgilio.

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A chiunque conosce la vita e gli scritti di Tommaso Carlyle, si fa chiaramente palese che la sua natura irrequieta, la sua fantasia apocalittica, la sua eloquenza profetica tutta folgori e tuoni, il dommatismo puritano, il sarcastico _humour_ e le sue bibliche imprecazioni alla scienza e allo spirito industriale e positivo del secolo, avean bisogno di esser quotidianamente temperate da qualche _calmante_, da qualche benefico influsso pacificatore: altrimenti, la cieca forza del suo genio, in perfetta antitesi con lo spirito dei suoi tempi, lo avrebbe disperatamente precipitato nel sepolcro o lo avrebbe condotto, miserando spettacolo, al manicomio. Aggiungete che egli era malato, e fu malato per tutta la vita: che concentrando ogni sua attenzione e ogni sua forza in una vulcanica attività cerebrale, egli non badava, non poteva badare, a tutti quei nulla che pur son tanto, che talora son tutto, nella nostra prosaica esistenza.... Un giovine fantastico povero e malato, con un genio formidabile ed aggressivo, che cosa poteva sperare di buono nella vecchia positiva Inghilterra? — Una donna gli tende la mano, gli dice _ti ammiro e t’amo, son tua...._ e quell’uomo allora può vivere, spiegar tutta l’ala sfolgorante del proprio genio, campare più di ottant’anni, e lasciare un nome immortale....

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Jane Welsh era bella, giovine, nobile, ricca, corteggiata da molti. Ma il suo cuore aveva bisogno di sacrifizio, di entusiasmo e di fede. Conobbe il povero giovine in lotta colla fortuna e col mondo, e nei suoi tristi profondi occhi vide brillare una luce divina. Credè nell’avvenire e nella gloria del genio: credè alla _felicità_ di aiutarlo col suo amore, e lo amò consacrandosi tutta a lui. Lo sottrasse alla miseria, allo sgomento, gli portò il pane materiale e il pane spirituale ad un tempo.

Furono sposi nel 1827: e fino al 1843 dimorarono a Craigenputtock. Là fu scritto _Sartor Resartus_, là i primi saggi storici e critici che oggi si leggon raccolti nelle _Miscellanies_.

La villa era in una perfetta solitudine: lontana sei miglia da ogni altro luogo abitato: fra colline granitiche e paludi grigie stendentisi fino al tristo mare del Nord. Ma la lieta Jane animò e rallegrò al suo fosco marito il deserto. Pensava a fargli venir da Edimburgo carrettate di libri e giornali francesi, tedeschi ed inglesi. Popolò di rose il giardinetto sotto le finestre della sua stanza di studio. Due piccoli _ponies_ eran sellati ogni mattina per la cavalcata prima dell’ore del lavoro, ed essa lo accompagnava sempre.

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Robusto e delicato ad un tempo, Carlyle soffriva di indefinibili mali nervosi, e di ipocondria. Che cosa non fece Jane per distrarlo, per rinfrancarlo? Gli si mostrava sempre serena, di buon umore, avea sempre pronte delle storielle amene, degli adorabili _enfantillages_. Quando egli, verso sera, tornava dalla sua breve passeggiata solitaria, nella quale meditava e mentalmente correggeva il lavoro della giornata, essa gli preparava da sè e gli faceva trovare presso al caminetto acceso, il _the_ fumante, la pipa di schiuma già empita dalla sua propria mano, e il sorriso dei suoi begli occhi di moglie amante. Carlyle era di vista debole: ed essa si adoperava assiduamente a temperare con ingegnose invenzioni la luce troppo viva del giorno, senza intercettare l’aria, e lavorava sempre a ventole e _abat-jour_ per la lampada notturna dell’infaticabile lavoratore.

Quando credè che la soverchia solitudine potesse nuocere agli interessi e alla fama del marito, fu la prima a consigliarlo di andare a stare a Londra o vicino a Londra, e con amorosa insistenza ve lo persuase, lei naturalmente nemica del bel mondo, amante della pace rurale e della poesia delle solitudini.

A Chelsea, presso Londra, andarono ad abitare una casa provveduta di ogni _comfort_ inglese — casa divenuta ormai leggendaria, dove lo storico filosofo ha vissuto per quasi mezzo secolo, e dove è morto.

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Là era una continua affluenza di visitatori, di ammiratori del _savio di Chelsea_. Ma la prudenza della donna era in continuo moto per prevenire, temperare, o rimediare alle scappate di quel _savio_ irritabile. In certi giorni, egli era un vero orso del nord, e bastava che uno gli dicesse bianco, perchè egli fosse irresistibilmente trascinato a dir nero, e a sostenere la sua contradizione con tutte le armi di una dialettica formidabile, aiutata dai lampi di una immaginazione unica, e dagli scoppi di risa di un _humour_ grottesco e spietatamente selvaggio. A volte un povero diavolo che era andato là trepidante, pieno di devozione e di entusiasmo, era accolto come uno scolaro preso in fallo o come un nemico; e annientato con due parole. _Lei_ spesso prevedeva il caso, e _non riceveva_ quel giorno, o restava terza a scongiurare il pericolo.... e interveniva col suo sorriso, con le sue soavi parole, e deviava la folgore, o rianimava il fulminato, e gli procacciava il balsamo di una parola gentile dal tremendo marito, che, quando voleva, sapeva trovarne delle squisite. Ma talvolta egli incontrava chi teneva fronte ai ruggiti della sua biblica eloquenza: il Mazzini per esempio. Allora la povera Jane era in una vera agonia.... ma tanto sapeva fare, che non accadde mai che uno solo dei maltrattati visitatori, anche dei più illustri, varcasse la soglia, senza esser prima pacificato, senza aver scambiato una cordiale stretta di mano col terribile autore dei _Latterday-Pamphlets_.

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E tutto ciò è poco, è quasi nulla, paragonato al benefizio immenso, incalcolabile, della ispirazione, dell’impulso, della influenza incoraggiante e fortificante, che la signora Carlyle esercitò sul suo illustre marito. Egli era, l’ho detto, un atleta malato, un titano ipocondriaco. La lente d’ingrandimento della sua straordinaria fantasia gli ingigantiva gli ostacoli, gli moltiplicava i dubbi, i terrori, gli abbattimenti morali. Essa accorreva allora, come una energica amica, come una madre che sa volere, e gli infondeva il sereno coraggio e la fede. A lei si deve la continuazione della _Storia della Rivoluzione Francese_ che il Carlyle minacciava di lasciare a mezzo; fu lei che gli suggerì la prima idea delle _Letture su gli Eroi_, e seppe vincere la naturale repugnanza di Carlyle a fare pubbliche conferenze. Nè basta: per anni interi gli fece da segretario, stando a dettatura, copiando, leggendogli, facendo estratti per lui, come la moglie di quell’altro grande storico che nella facoltà imaginatrice ed _evocatrice_ rassomiglia il Carlyle: la moglie di Michelet.

Aveva poi delle tenerezze infantili, delle ingenuità verginali, che ricordate dopo la morte dall’infelice superstite, lo facevano piangere. Una volta, nei primi tempi che erano a Chelsea, per economia, facevano a meno della vettura, e armati di ombrello e _galoches_, andavano a piedi anche di sera, intrepidamente, a far visite ai loro amici. Alle _soirées_, ove talvolta andavano, essa appariva elegantissima, con piccolissima o quasi nessuna spesa. «La mia cara Jane avea voluto stasera esser bella, e siccome è una incomparabile artista, s’era fatta un abito di una grazia divina, con ghirlande e festoni d’ellera naturale, che non le era costato altro che lo staccarla dagli alberi con le sue mani.» Voleva esser bella, sempre bella per lui, per lui solo, e le bastava il suo sorriso, un ramicello d’ellera sul vestito, un semplice fiore nei suoi bei capelli.

E anche a quarant’anni e più, essa si mantenne bella ed amabile (che è lo stesso). L’innocenza della sposa ha una grazia particolare, che naturalmente tocca il cuore dell’uomo: essa ha la vera libertà della parola, dello sguardo, del sorriso, del gesto. Le _altre_ non son libere che nei momenti di ebbrezza: nel resto sempre artificiali e legate. Van Dyck, Rembrandt principalmente, lo intesero, e certi loro ritratti matronali sono adorabili. Più si guardano e più si capisce che si fanno amare, perchè hanno la _bellezza della bontà_. Oggi gli uomini fanno poco conto di questa bellezza, e però ne sono puniti, nel carattere, nell’arte, e nella poesia: e il _soffio che crea_ non gli anima più a cose grandi e durevoli: sperdon le forze in gingilli: non son più poeti, ma gelidi decoratori, e _dilettanti_ senza fede e senza allegro coraggio.

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Quando la prima neve della vecchiezza cominciava a imbiancarle i bei capelli, la signora Carlyle ammalò. Parve dapprima un semplice reuma, ma si convertì presto in una spaventosa nevrosi generale, alla quale la scienza non seppe trovare rimedio. Accorsero a Chelsea i più illustri medici, e furon tentate, e tutte vanamente, più cure. Anzi gli spasimi parvero farsi più atroci. Perdè il sonno e l’appetito: sembrava uno scheletro vivente.... ma non perdè la serenità, la calma, la dolcezza dello sguardo e della parola. Anche dal suo letto di dolori, si preoccupava del suo _povero grand’uomo_. Ed egli, l’infelice, agonizzava moralmente, ma dissimulava la propria agonia. Sentì che stava per perderla, e diventò costantemente taciturno. Egli che aveva nei suoi libri inneggiato al _silenzio_ come indizio di forza, e contrassegno degli eroi, in pratica aveva sempre contradetta la sua teoria, e amato di parlare e essere ascoltato come tutti i grandi oratori. Il dolore gli insegna ora il silenzio: un silenzio commovente su quelle labbra tuonanti.... un silenzio di vecchio colpito dal fato, un silenzio tragico.

Povera Jane! agli spasimi fisici si aggiunse il terrore della pazzia. Le parve che neppure la sua potente volontà saprebbe salvar dal naufragio la sua intelligenza.

— Oh, amico mio — disse due volte al marito, — promettimi, qualunque cosa accada, che mi terrai in casa, che non mi manderai al manicomio. O caro, io sento che divento pazza, e ho tanta paura.... — E il vecchio Carlyle a calmarla, a prometterle solennemente di non staccarsi mai un giorno da lei....

Nei primi del 64, fu deciso di tentare un cambiamento d’aria. «Faceva freddo e pioveva quando partimmo, il due di marzo, per la casa sul mare, generosamente offertaci da un amico. Quale scena! non ne vedrò mai l’eguale! Il giorno in cui la portarono in sepoltura a Haddington, non fu più orribile. Quel giorno almeno essa non soffriva più. Essa era composta nel suo riposo, era vittoriosa per sempre.... Ma ora!... Accostarono alla porta di casa un _carro-letto_ da malati che somigliava a una bara. Mi par di vederla ancora la mia cara Jane, quando la portavan giù per le scale. Il dolore fisico e un ineffabile dolore morale eran dipinti sul cereo suo viso; ma essa si serbò anche in quel punto eguale a sè stessa, cioè energica, risoluta, e prudente. Con voce debole, ma sicura, dette i suoi ordini per il trasporto: e tutto fu fatto sotto la savia sua direzione. Io sapevo che cosa essa pensava in quel momento, e che credeva di uscire di casa sua per non tornarvi mai più: eppure i suoi occhi rimasero asciutti; e pochi minuti dopo eravamo partiti.»

Ma nemmeno il cambiamento d’aria giovò. Potè tornare (e fu il suo ultimo e insperato conforto) alla casa diletta. Vi agonizzò lentamente parecchi mesi. Ogni minimo incidente le era cagione di terrori mortali. Non era pazza, ma di una esaltata sensibilità. Un giorno la condussero a Hyde-Park in carrozza. Un’amica le aveva dato a tenere per un momento un suo cagnolino. Non si sa come, questo ruzzolò sotto le ruote del legno, e lo crederono morto. Tremante, moribonda, prese in grembo l’animale ferito che lamentosamente guaiva, e ordinò al cocchiere di tornare indietro. Quando la carrozza si fermò alla porta di casa, la signora Carlyle era morta!...

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Sparito il suo buon angelo, l’illustre vecchio non trovò conforto che nel lavoro, ma scarso, insufficiente conforto. La grande _Storia di Federigo_ può dirsi bagnata dalle sue lacrime.

— Non voglion capire che io non posso più vivere — diceva ai suoi visitatori, e restava per ore intere taciturno ed immobile, in quella stanza dove spirava ancora il profumo di _lei_.

La morte tardò a prenderlo, ma da un pezzo egli aspettava e invocava il colpo finale. E quando venne il momento, la sua fronte granitica parve raggiare di nuova luce, e le sue caustiche labbra si ammollirono in un sorriso ineffabile.... Una bianca suprema visione lo aveva trasfigurato.

RACHEL

La _Corrispondenza_ della illustre tragica è stata pubblicata ora a Parigi, in un magnifico volume, a cura del signor Giorgio d’Heylli. Le lettere son precedute da brevi notizie sulla famiglia della Rachel e intercalate alla narrazione delle sue trionfali escursioni di attrice. Da questo eccellente libro è apparsa ai miei occhi una nuova Rachel; non più nelle solenni attitudini della tragedia, nel costume di Fedra o di Atalia, ma una donna semplice, affettuosa, spiritosa, e soprattutto sincera sempre; nelle gioie, nei dolori, nei trionfi, nelle umiliazioni (ne toccarono anche a lei), nelle malattie, e nella morte. Più che della stessa arte che era la sua passione, essa parla e si preoccupa in tutte le lettere, dei suoi bambini, della madre, delle sorelle, e ha spesso accenti di ineffabile tenerezza. I bei ritratti ond’è adorno questo volume ci aiutano a rievocare, a risuscitare quella simpatica figura. In una fotografia del 1851 che vi è riprodotta, ci si mostra in un elegante e semplice vestiario, coi capelli divisi sulla fronte, lisci e raccolti in una semplice treccia, assisa, appoggiando malinconicamente la sua bella testa ebraica sulla sua piccola mano di parigina.

Povera Rachel! Come ti hanno calunniata, anche i critici tuoi ammiratori! «La Rachel, diceva un d’essi, è una specie di Lamia, una donna serpente; e riesce grande nella rappresentazione delle passioni perverse e diaboliche. Essa ha un volto e un portamento che paion fatti apposta per esprimere il veleno dei caratteri che rappresenta.» Perchè essa conservava una inalterabile nobiltà statuaria di gesto, anche nei momenti di violenta passione; perchè non ricorreva a contorsioni epilettiche o a isterici singhiozzi da melodramma, l’accusarono di insensibilità: e uno dei più famosi _appendicisti_ di Francia la chiamò addirittura «artista incomparabile, ma senza cuore.»

Questo è un giudicare alla cieca come la fortuna. La sua corrispondenza ci prova invece che essa è morta della sua arte, come la Malibran; e che il suo calmo esteriore nascondeva un interno vulcano.

La verità è questa: essa era l’antica Melpomene, un anacronismo vivente in pieno secolo decimonono. Tutto in lei era fatto a raffigurare e interpretare l’antichità, la sana e forte e serena antichità di Fidia e di Sofocle, che essa traduceva dagli alessandrini di Racine; i suoi grandi e profondi occhi neri, il suo sguardo da Nemesi, le chiome corvine, l’ovale perfetto del volto, e la fronte d’antica regina, fatta per il cerchio d’oro dei Greci, o per la fascia israelitica. Con un gesto, con una piega del manto, col levare del braccio, con l’inclinar della fronte, essa otteneva effetti più potenti e più sicuri che altre attrici con piangere e scalmanarsi; o col ricorrere a strani mezzi di raffinato artifizio, a delle _chatteries_ di _cocottes_ vestite da Andromaca o da Medea....

La Rachel era della gran famiglia tragica dei Talma, dei Salvini, delle Ristori; e forse, per doni naturali, per innato sentimento dell’antica semplicità, più grande di tutti. Quando si provò nelle parti febbrili, essenzialmente moderne, dei personaggi di Hugo e di Dumas, non riuscì. Nè poteva riuscire.

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Allieva prediletta di Sanson, allorchè a diciannove anni esordì nelle parti di Ermione e di Roxane, il pubblico e la critica le si mostrarono piuttosto ostili. La sera del 30 novembre 1838, doveva recitare nel _Bajazet_ di Racine. La folla era enorme: si battevano alla porta del teatro per entrare i primi.... Eppure, la tragedia finì tra un glaciale silenzio. Il 25, esce un articolo di Janin, il Minosse del teatro, con queste parole: «Mais que voulaient-ils donc que fît M.lle Rachel dans ce rôle de Roxane? Cette enfant pouvait-elle deviner cette passion des sens, non de l’âme? Cette enfant si frêle, cette poitrine naissante, ce souffle inquiet pouvaient-ils suffire à représenter la puissante lionne qui a nom Roxane?»

Ma l’indifferenza del pubblico e la crudeltà della critica non scoraggirono punto la magra e pallida giovinetta. E Rachel-Roxane si ripresentò sulla scena, cinque giorni dopo. «Vous n’avez pas peur?» le domanda l’inquieto e trepido impresario, prima che s’alzi il telone. «Non, risponde Rachel, non; je suis furieuse de l’article de Janin, et c’est une raison de plus pour me monter....» E da quella sera, in cui il suo tragico genio si rivelò intiero, datarono i suoi crescenti trionfi. Fu una Roxane terribile. L’uditorio pietrificato non osava nemmeno applaudire.... Poi fu un urlo, un delirio, una valanga di fiori!

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Ottenere grandi effetti con semplici mezzi fu il segreto della Rachel, ed è quello di tutti i grandi poeti ed artisti antichi. Le bastava di passarsi la mano fra i capelli, di avvolgersi in uno scialle di _cachemire_, per rappresentare in qualunque stanza la parte di Medea e di Ermione. Talvolta, a un pranzo, alzatasi, e allontanata da sè la sedia, osava affrontare la grande scena della _Fedra_, e faceva fremere e agghiacciare i commensali, come se quella stanza _tapissée_ e piena dei fumi dello _champagne_ e dei _cigaritos_ si fosse convertita a un tratto nell’atrio di Atride o nella reggia di Teseo.

Restando assolutamente immobile, pronunziando a voce bassa un verso, metteva i brividi nel suo uditorio. Certi versi, nella parte di Ermione, gli diceva con tale intensità e profondità di sentimento, che parevano rivelare nuovi abissi del cuore umano. Per esempio:

Je crains de me connaître en l’état où je suis. . . . . . . S’il ne meurt aujourd’hui, je puis l’aimer demain. . . . . . .

Vi sono quattro versi ammirabili nella parte di Ermione che interpretati dalla Rachel ottennero sempre frenetici applausi, tanto a Parigi che a Pietroburgo, ad Amsterdam come a New-York. Quando Oreste per comando della gelosa Ermione ha fatto assassinar Pirro, e si presenta a lei e le narra come fu eseguito l’atroce mandato, essa, in una terribile apostrofe, gli dice disperatamente pentita:

Ah! fallait-il en croire une amante insensée? Ne devais-tu pas lire au fond de ma pensée? Et ne voyais-tu pas, dans mes emportements, Que mon cœur démentait ma bouche à tout moment?

E chi può senza un tragico orrore ricordare le scene ultime della _Fedra_ interpretate dalla Rachel? l’amaro spaventoso accento con cui faceva la involontaria fatale confessione?

Hélas! du crime affreux dont la honte me suit, Jamais mon triste cœur n’a recueilli le fruit.

Ma forse ancor più mirabile era la calma finale, la dignità tragica con cui, raccolto il manto sul petto, guardati tristamente i suoi interlocutori, pallida, e già sulla soglia di Stige, — dopo un lungo silenzio, scandiva lentamente i versi immortali:

J’ai voulu, devant vous exposant mes remords, Par un chemin plus lent descendre chez les morts. J’ai pris, j’ai fait couler dans mes brûlantes veines Un poison que Médée apporta dans Athènes. Déjà jusqu’à mon cœur le venin parvenu Dans ce cœur expirant jette un froid inconnu....

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Eppure, questa terribile Fedra aveva nella conversazione e nelle lettere tutto il brio, tutte le finezze di una vera parigina. In questo volume della sua corrispondenza vi sono una trentina di lettere dove brilla una schietta vena di spirito e di buon umore. Ecco, per esempio, un biglietto col quale chiede un palco all’impresario Verteuil:

O Verteuil! puisque c’est ainsi qu’on vous nomme, et qu’on vous renomme!... une petite, toute petite loge, s’il vous plaît, pourvu qu’elle soit de _six places_.... Tous mes remercîments.

E questa letterina a un’amica, a proposito di regali:

N.... m’envoie pour mes étrennes un œuf, pour avoir un bœuf; on me dit que son hommage est en zing peint en bronze. Je l’ai déjà fourré à quelqu’un, pour m’en _dezinguer_ au plus vite. Faites-moi donc le plaisir de passer chez Giroux et d’acheter quelque chose de cent francs, — pas un maravédis de plus. Si ça fait l’effet de deux cents, tant mieux; du flafla! J’avais envie de lui coller un Chinois que j’ai, et collé, c’est bien ça, car il a la patte cassée.... J’ai un drôle de style ce matin, mais que voulez-vous? il pleut si fort!...

Votre exploitée amie.

Una naturale semplicità la manteneva calma e degna al cospetto di regine e di imperatori. Conversando con lo Czar o con Wellington, con la regina Vittoria o col re del Belgio, essa si trovava _à son aise_ come con la sorella Rebecca, o col segretario della _Comédie Française_.

Ecco una lettera dove, con una grazia e una ironia tutta parigina, racconta un suo trionfo alla Corte di Russia: