Part 21
— Non vorrete dire, certamente, che il signor Hapgood sia una bestia?
— Non più bestia della media dei repubblicani. — rispose l’altro, — o della media dei democratici; sono tutti idioti, quando non sono dei volponi raffinati; e pochissimi tra loro sono dei volponi fini.
I soli repubblicani accorti sono i milionarî e loro servitori coscienti. Costoro sanno, se non altro, da quale parte è il pane imburrato e perchè.
— Io sono repubblicano, — fece, senza dar peso, il signor Morse. — In quale categoria mi mettete, per piacere?
— Oh! voi siete il servitore incosciente.
— Un servitore?
— Dio mio!, sì. Voi lavorate per la vostra corporazione; i vostri clienti non appartengono nè alla classe operaia nè a quella dei criminali. I vostri proventi non dipendono nè dai maltrattatori delle proprie mogli, nè dai _pickpockets_. Siete pagato dai padroni della Società, e «chi nutre un uomo ne è padrone». Sì, siete un servitore: non fate che difendere gl’interessi del capitalismo che servite.
Il signor Morse era diventato un po’ rosso.
— In verità, signore, — disse, — voi mi sembrate uno dei masnadieri socialisti.
E allora Martin gli fece osservare:
— Voi odiate i socialisti e ne avete paura! Ma perchè? Non conoscete nè loro, nè la loro dottrina.
— La vostra teoria, comunque, rassomiglia in modo singolare a quella dei socialisti, — ribattè il signor Morse, mentre gli sguardi di Ruth correvano ansiosamente dall’uno all’altro e la signora Morse esultava di quell’occasione che eccitava l’antagonismo del suo signore e padrone.
— Dall’affermare come faccio io, che i repubblicani son bestie, che la libertà, l’eguaglianza, la fraternità non sono altro che bolle di sapone non si può trarre la conclusione che io sia socialista, — disse sorridendo Martin. — Dal fatto che io interrogo Jefferson e il Francese ignaro che l’ha istruito, non si può indurre che io sia socialista. Credetemi, signor Morse, voi siete molto più vicino al socialismo, che non sia io, suo nemico giurato.
— Voi scherzate, — fu l’unica risposta dell’altro.
— Niente affatto: parlo con molta serietà. Voi credete ancora all’eguaglianza — e intanto lavorate per le corporazioni che, ogni giorno più, calpestano l’uguaglianza. E mi chiamate socialista, perchè nego l’uguaglianza, perchè affermo il perchè voi vivete. I repubblicani sono i nemici dell’uguaglianza e la combattono nel suo nome: ecco perchè mi sembrano stupidi. Quanto a me, io sono individualista; io credo che la corsa sia vinta dal più rapido, che la vita sia del più forte. Questo me l’ha insegnato la biologia; credo almeno d’averlo imparato. Sì, sono individualista, e l’individualismo è il nemico eterno, ereditario del socialismo.
— Ma frequentate dei comizi socialisti! — lanciò il signor Morse.
— Certamente! così come gli spioni frequentano i campi nemici. Come sapreste altrimenti ciò che accade? Del resto, mi ci diverto: sono dei buoni lottatori, e, abbiano torto o ragione, hanno i loro autori. Il minore tra loro s’intende di sociologia più che la media degl’industriali. Sì, ho assistito a qualche loro comizio! Ma non perciò sono diventato socialista, allo stesso modo che non sono diventato repubblicano ascoltando Charlie Hapgood.
— Non so perchè, — fece debolmente il signor Morse, — ma credo che voi tendiate al socialismo.
— Dio me ne guardi! — disse fra sè Martin: — non ha ancora capito una parola di ciò che gli ho detto. E lui, che ne ha fatto della sua istruzione?
Fu così che Martin si trovò a faccia a faccia con la morale economica o morale delle classi, la quale gli apparve in breve come uno spaventapasseri. Personalmente, egli era un moralista intellettuale, e la morale della gente che gli era attorno gli ripugnava più che non la piattezza pomposa dei ragionatori. Questa morale era un misto curioso d’economia politica, di metafisica, di sentimentalismo e di spirito d’imitazione.
Egli trovò un esempio di questa morale bizzarra e confusionaria nel suo ambiente più immediato. Sua sorella Marianna era stata corteggiata da un giovane meccanico d’origine tedesca che, dopo aver coscienziosamente imparato il suo mestiere, aveva messo su una bottega di riparazione di biciclette, e poichè egli era anche rappresentante di una ditta (di second’ordine), il suo commercio prosperava. Marianna, era andata ad annunziare, tempo prima, il suo fidanzamento a Martin, e, scherzando gli aveva esaminato le linee della mano e gli aveva predetto la buona ventura. Nella visita che seguì, lei condusse con sè Hermann von Schmidt. Martin li accolse con tutti gli onori, e si rallegrò con tutti e due, e con tanta cordialità e disinvoltura, che quello zotico del fidanzato ne rimase impressionato in modo sfavorevole. La cattiva impressione s’accrebbe quando Martin gli lesse qualche strofa che aveva composto, in ricordo della visita precedente di Marianna. Erano versi leggeri e delicati, ch’egli aveva intitolati «La Chiromante». Rimase sorpreso vedendo, quand’ebbe finito di leggere, che sua sorella non solo non mostrava piacere ma guardava ansiosamente il suo fidanzato; e Martin, seguendo la direzione degli sguardi di lei, vide che la faccia asimmetrica del bravo ragazzo rifletteva una cupa disapprovazione. Non avvenne nessuna spiegazione, però; la coppia se la svignò prontamente, e Martin dimenticò subito quell’incidente, sebbene rimanesse molto stupito, là per là, dal fatto che una donna, sia pure del popolo, potesse essere così insensibile a dei versi fatti in suo onore.
Sere dopo, Marianna tornò a trovarlo, sola, questa volta. Lei andò diritta allo scopo e lo riprese con buone maniere, per quanto aveva fatto.
— Come, Marianna! — disse Martin, con aria di dolce rimprovero, — tu parli come se avessi vergogna della tua famiglia, di tuo fratello, comunque!
— Certo che ho vergogna! — esclamò lei.
Martin vide ch’ella aveva gli occhi pieni di lacrime, per umiliazione: il dolore di lei, comunque, era sincero.
— Ma Marianna, perchè il tuo Hermann dovrebbe esser geloso pel fatto che io ho scritto dei versi su mia sorella?
— Non è geloso, — singhiozzò lei: — dice che è indecente, oh!... osceno!
Martin fece udire un lungo sibilo d’incredulità, poi andò a cercare una copia della «Chiromante» e la lesse.
— Non vedo, — disse poi porgendole il manoscritto; — leggimelo tu e mostrami dov’è ciò che ti sembra oscenità, — non ha detto così?
— Proprio così, e deve intendersene. — rispose Marianna, respingendo il manoscritto con aria di disgusto. — E dice che devi lacerarlo. Dice che non vuol saperne d’una donna sulla quale hanno scritto delle cose che tutti possono leggere. Dice che è una vergogna e che non gli va.
— Senti, Marianna, tutto questo è idiota, — cominciò Martin: poi si fermò: aveva mutato idea. Vide la povera ragazza triste, si rese conto dell’inutilità dei suoi sforzi per convincere lei e il suo fidanzato, e decise di cedere, sebbene considerasse quell’incidente come illogico e ingiurioso.
— Benissimo! — dichiarò, lacerando il manoscritto e gettandolo nel cestino.
Gli bastava sapere che l’originale era già presso la redazione d’una rivista di New York; Marianna e il suo fidanzato non ne avrebbero saputo nulla, e nè essi nè altri avrebbero peggiorato le loro condizioni, se quel grazioso e innocente poema fosse stato pubblicato.
Marianna fece l’atto di stendere le mani verso il cestino, ma si trattenne.
— Posso? — domandò con voce supplichevole.
Egli fece segno di sì, e la guardò con aria pensosa, mentre lei raccoglieva i pezzetti di carta e se li ficcava nella tasca della giacca, per provare il successo del suo tentativo. Essa gli fece ricordare Lizzie Connolly, sebbene quella ragazza, ch’egli aveva visto due volte, fosse più vivace, più vibrante; ma si rassomigliavano tutt’e due nell’andatura e nell’insieme, ed egli si divertì a immaginare l’una o l’altra in atto di entrare nel salotto della signora Morse.
Poi il divertimento venne meno, ed egli si sentì infinitamente solo. Sua sorella e il salotto dei Morse erano come limiti lungo il cammino pel quale procedeva, e li aveva oltrepassati. Egli diede uno sguardo amichevole ai suoi libri; erano i soli compagni che gli rimanessero.
— Su, che c’è? — fece lui di soprassalto.
Marianna ripetè la domanda.
— Perchè non lavoro? — E rise di malincuore. — Il tuo Hermann t’ha raccontato delle bestialità.
Ella scosse la testa negativamente.
— Non mentire! — disse lui; e poichè essa taceva; — Senti, dirai al tuo Hermann che pensi ai fatti suoi. Quando io scrivo dei versi a una ragazza alla quale fa la corte, la cosa lo riguarda; ma oltre questo, non ha ragione di dirmi altro. Capito?
— Dunque, tu non credi al mio avvenire di scrittore, di’? — proseguì lui. — Credi che io sia un fannullone? un uomo perduto, un disonore per la famiglia?
— Credo che sarebbe meglio che tu scegliessi un mestiere, — disse lei con fermezza, ed egli vide ch’era profondamente convinta. — Hermann dice...
— Vada al diavolo il tuo Hermann! — interruppe lui allegramente. — Vorrei sapere piuttosto quando vi sposerete. Cerca di sapere anche se il tuo Hermann si degnerà di accettare un regalo da me, pel vostro matrimonio. — Egli riflettè a quell’incidente, dopo la partenza di Marianna, ed ebbe un riso amaro pensando a sua sorella e al suo fidanzato, a tutti quelli della sua classe sociale, a tutti coloro che appartenevano alla classe di Ruth, o regolavano la loro meschina piccola vita secondo meschine piccole formole, — fantocci pedissequi, che modellavano la loro vita su quella del vicino, incapaci di vivere realmente la vita, a causa dei pregiudizi che li guidavano. Egli se li vedeva sfilare davanti, processionalmente: Bernardo Higgingbotham sottobraccio col signor Butler, Hermann von Schmidt con Charlie Hapgood, e altri, pari pari, che egli esaminava, giudicava e respingeva. Vanamente si domandava: dove sono le grandi anime? Dove sono i grandi pensatori? E tra la folla di persone indifferenti, informi, stupide, ch’egli evocava, non trovava nulla. Fu vinto dal disgusto, simile a quello che deve aver sentito Circe per la sua mandria di porci.
Quando egli, il respinto, l’ultimo, si credette solo, finalmente, un nuovo venuto apparve d’improvviso, non chiamato. Martin lo guardò e si vide di fronte, con un cappello sulle ventitrè, un soprabito troppo corto, il giovane dappoco ch’egli era stato, e che si pavoneggiava.
— Tu eri come gli altri, giovanotto, — schernì Martin. — La tua morale e le tue nozioni somigliavano alle loro; non avevi alcuna personalità; le tue idee, come i tuoi vestiti, erano bell’e fatte; agivi pel pubblico; eri il galletto della compagnia, perchè gli altri ti acclamavano. Tu comandavi la tua banda e lottavi; non per gusto, giacchè in fondo ne avevi disprezzo, ma perchè gli altri ti battevano sulla spalla e ti adulavano. Hai conciato per le feste Testa di Formaggio perchè non voleva cedere, prima di tutto perchè eri l’ultimo dei bruti, eppoi perchè credevi, come tutti coloro che ti attorniavano, che la virilità d’un uomo fosse in proporzione della ferocia di cui dà prova riducendo a brandelli il proprio simile. Come, giovane sciocco? tu rubavi loro le fidanzate, non per desiderio, ma perchè nella midolla dei tuoi genitori fermentava l’istinto dello stallone selvaggio e del toro. Ebbene, sono passati degli anni; che ne pensi tu, ora?...
Come per rispondergli, la visione mutò subito; il feltro floscio, il soprabito corto scomparvero, sostituiti da vestiti più sobrî; l’indolenza del viso, la durezza dello sguardo cedettero a un’espressione serena, luminosa, che sembrava il riflesso d’una meravigliosa chiarezza interiore. Quel fantasma rassomigliava stranamente al Martin Eden attuale; guardando meglio, egli vide la lampadina che lo illuminava, il libro che studiava. Lesse il titolo: _Scienza dell’Estetica_. Era proprio lui... Egli alimentò la lampada e riprese la lettura della _Scienza dell’Estetica_, nel punto dove l’aveva interrotta.
CAPITOLO XXX.
In un bel pomeriggio della fine d’estate, simile al giorno in cui egli vide sbocciare il suo amore, un anno prima, Martin lesse il suo «Ciclo d’Amore» a Ruth. Come allora, essi erano adagiati nel cantuccio prediletto sulla collina. Di tanto in tanto lei aveva interrotto la lettura con delle esclamazioni di piacere: quando ebbe sovrapposto l’ultimo foglio sugli altri, egli attese il giudizio di lei. Lei lo fece aspettare, poi parlò, tra pause, esitando nell’esprimere la durezza del suo pensiero.
— Mi sembrano bellissimi, veramente molto belli; ma non riuscite a venderli, non è vero?.. Capite ciò che voglio dire? — fece lei con voce quasi implorante. — La vostra letteratura è invendibile. Vi sono delle cose là dentro che v’impediscono di guadagnarvi da vivere con... Forse la colpa è degli altri... Ma, caro, comprendetemi bene. Io sono orgogliosa, lusingata — quale vera donna non lo sarebbe? — del fatto che voi avete scritto dei poemi su me; ma essi non faranno in modo da rendere possibile il nostro matrimonio. Non lo credete, Martin?... Non crediate che io sia venale; sono tormentata dall’amore, dal pensiero del nostro avvenire. È passato un anno intero dacchè abbiamo dichiarato il nostro reciproco amore, e il nostro matrimonio è ancora lontano. Non mi giudicate male, Martin; si tratta davvero di tutto il mio cuore, di tutta me stessa. Perchè non tentare d’entrare in un giornale, giacchè tenete assolutamente a scrivere? Perchè non diventate _reporter_... almeno per un po’ di tempo?
— Mi guasterei lo stile, — fece lui a voce bassa, monotona. — Voi non sapete quanto lavoro mi è costato lo stile.
— Ma quelle novelle? — insistè Ruth. — Voi le chiamate «lavoro di grosso» e ne avete scritte molte. Non vi hanno guastato anch’esse lo stile?
— No, il caso è diverso. Le novelle nascevano spontaneamente, dopo una lunga giornata di lavoro di stile; ma il lavoro d’un _reporter_ è compito di tutti i minuti e assorbe completamente. Non è più una vita, ma un turbine, senza passato, senz’avvenire, e certo senz’alcuna preoccupazione di stile o letteraria. Ma fare il _reporter_ proprio ora che il mio stile si assoda, significherebbe suicidarsi letterariamente. Pensate un po’, a ogni novella, la minima parola d’ogni novella feriva il rispetto di me stesso, il rispetto che ho della bellezza, al punto da farmi ammalare. Mi pareva di commettere un peccato! E quando me le rifiutavano, in fondo ne ero contento, sebbene dovessi riportare gli abiti all’agenzia dei pegni! Ma oh! la gioia di scrivere «Il Ciclo d’Amore»!... la gioia del creatore, nella sua più nobile espressione. Mi ricompensava di tutto, di tutto!...
Martin non seppe sino a qual punto queste parole lasciassero Ruth indifferente. «La gioia di creare» era però una frase che egli aveva udita per la prima volta dalla labbra di lei. Essa l’aveva letta, ne aveva studiato il significato all’Università lavorando per la laurea; ma lei non aveva alcuna originalità; il dono di creare le mancava totalmente, e la sua cultura era un semplice riflesso di quella degli altri.
— Insomma, l’editore non ha ragione di correggere i vostri «Poemi del Mare»? — domandò lei. — Ricordatevi che bisogna che gli editori abbiano dato prova di buone attitudini.
— Questo rientra perfettamente nell’onnipotenza della cosa stabilita, — replicò lui. — Ciò che è, non solo è bene, ma non potrebbe essere meglio. Il fatto che una cosa esiste basta da solo a giustificarla! Notate che solo l’ignoranza della gente fa credere una stupidaggine simile; la loro ignoranza, che non è altro che l’omicida mentale descritto da Weininger. La gente immagina di pensare, e accade che degli esseri senza pensiero si erigano ad arbitri di coloro che pensano davvero.
Egli tacque, essendosi accorto d’aver oltrepassato la comprensione mentale di Ruth.
— Io non conosco questo Weininger, — fece lei. — E voi generalizzate talmente, che non posso seguirvi. Dicevo che gli editori sono gente di qualità...
— Vi dirò, — interruppe Martin, — che il novantanove per cento degli editori è rappresentato da persone fallite, che non sono riuscite come scrittori. Non crediate ch’essi preferiscano lo loro fatica burocratica, il loro asservimento al pubblico e agli accomandatari alla gioia di scrivere; hanno tentato, ma non sono riusciti. Ed ecco appunto il paradosso idiota della cosa: tutte le porte della letteratura sono guardate da questi cerberi, dai falliti della letteratura. Editori, redattori, direttori letterari di riviste e librai, tutti, o quasi, hanno voluto scrivere e si sono mostrati inetti. Ed è questa gente — meno dotata di qualità — che decide di ciò che deve o non deve essere pubblicato! E questa gente, che ha provato la sua mancanza di originalità e d’ingegno, è incaricata proprio di giudicar dell’originalità e dell’ingegno degli altri! Poi vengono i critici di riviste — gente fallita anch’essi. — Anch’essi hanno sognato di scrivere versi o romanzi, e non hanno potuto. Come! ma la media delle riviste è nauseante, a volerla mandar giù, come l’olio di fegato di merluzzo!... Ma vi ho già detto tutto ciò; vi sono dei grandi critici, certo, ma sono rari come le comete. Comunque, se dovessi fallire come scrittore, sarei maturo per la professione d’editore; avrei pane, companatico e persino il dolce assicurato.
Lo spirito pronto di Ruth e la disapprovazione delle idee del suo fidanzato le fecero sorvolare la contraddizione che le pareva implicita in quella diatriba.
— Ma, Martin, se è così, se tutte le porte sono chiuse, come dimostrate, come hanno fatto i grandi scrittori per conquistare il successo?...
— Hanno fatto l’impossibile, — rispose lui: — hanno fatto cose tanto meravigliose, inaudite, che alla loro fiamma le porte di bronzo si sono fuse. Sono «arrivati» per miracolo, nella proporzione di uno su mille; sono arrivati perchè simili ai «giganti sfregiati» di cui parla Carlyle, che nulla può abbattere. Ed ecco: bisogna che io compia l’impossibile.
— Ma se non doveste riuscire, Martin?... Eppoi sembra che dimentichiate che ci sono anch’io!
— Se non dovessi riuscire?... — Egli la guardò un momento, come se l’ipotesi enunciata fosse impossibile, poi, col volto illuminato, disse: — Se dovessi fallire, farò l’editore, e voi sarete la moglie di un editore.
Essa aggrottò le sopracciglia, a questa trovata, con una mossa così civettuola, che egli la strinse fra le braccia e la coprì di baci.
— Basta, basta, — dichiarò lei, svincolandosi con uno sforzo di volontà dalla dolce stretta. — Ho parlato con i miei genitori, e non li ho mai affrontati così, da figliola molto poco ubbidiente. Essi vi sono contrari, Martin; ma io li ho talmente convinti del mio amore per voi, che infine mio padre ha dichiarato che vi accoglierebbe nello studio, se voleste. Egli ha detto persino, spontaneamente, che vi ricompenserebbe bene, anche all’inizio, in modo da poter sposare e avere una casetta nostra. Non è molto gentile, questo?
Martin, che aveva la disperazione nel cuore, emise alcuni suoni inarticolati, mentre cercava distrattamente in tasca l’occorrente per fare una sigaretta, — invano, però, perchè non aveva indosso nè tabacco nè carta, — e Ruth proseguì:
— Francamente, e spero che non ve ne abbiate a male, ve lo dico perchè sappiate esattamente come regolarvi, non gli piacciono le vostre idee radicali, e pensa che siate pigro. S’intende che io so che non lo siete punto, ma che anzi lavorate molto.
Sino a qual punto, lei, certo, non immaginava; pensò Martin.
— Bene, — rispose lui. — E quanto alle mie idee mi credete veramente radicale?
Egli la fissò, aspettando una risposta.
— Le vostre idee... be’!... mi sembrano molto imbarazzanti, — fece lei.
Egli era edotto; e la vita gli parve a un tratto così cupa, così grigia, ch’egli dimenticò l’offerta d’un impiego presso il padre di lei.
Quanto a Ruth, poichè oramai il dado era tratto, essa decise di attendere e di risuscitar la questione in un momento più favorevole. Ma aspettò a lungo; Martin aveva anch’egli una domanda da rivolgerle. Egli desiderava accertarsi della misura esatta della fiducia di lei in lui; in una settimana le due questioni furono risolute, e la soluzione fu affrettata dalla lettura che le fece Martin de «La Vergogna del Sole.»
— Perchè dunque non fate il giornalista? — domandò lei quand’egli ebbe finito. — Vi piace tanto scrivere, e sono sicura che riuscirete. Vi distinguereste subito e vi fareste un buon nome. C’è un gran numero di corrispondenti speciali che hanno ottimi stipendî e uno sterminato campo d’azione. Li mandano dappertutto, nel cuore dell’Africa, come Stanley — a Roma per intervistare il Papa, o nel Thibet, a esplorare terre sconosciute.
— Dunque, non vi piace il mio saggio? — fece lui con insistenza. — Credete che possa avere un buon successo in giornalismo e nessuna fortuna in letteratura?
— Ma sì, ma sì, mi piace. Suona bene; ma temo che non sia compreso dai lettori; comunque, io non lo capisco bene, sebbene mi sembri bello. Il vostro gergo scientifico supera le mie cognizioni. Voi sapete, caro, che siete un estremista, e ciò che vi sembra intelligibile, può sembrare benissimo inintelligibile alla maggioranza dei lettori comuni.
— Credo che sia il gergo filosofico che vi dà fastidio, — fece lui non sapendo che dire.
Egli era ancora infiammato dalla lettura, e risentiva l’impressione del pensiero più maturo che avesse mai espresso; così, il verdetto di Ruth lo colpiva brutalmente.
— Non badate tanto alla forma, che forse risente di qualche imperfezione, — insistè lui. — Ma in fondo, nel pensiero... non vedete nulla?... — Lei scosse il capo.
— No, è diverso da tutto quanto ho letto. Ho capito Maeterlinck...
— Avete capito il suo misticismo? — arrischiò Martin.
— Sì, ma ciò che avete voluto esprimere, — e che credo sia una critica demolitrice di Maeterlinck, — non lo capisco. Naturalmente, se l’originalità ha la sua importanza...
Egli l’interruppe con un gesto impaziente, poi si accorse a un tratto che lei parlava, parlava anche da un bel po’.
— In fin dei conti avete scritto per divertirvi, — diceva lei, — Ora vi siete divertito abbastanza, ed è tempo di prendere la vita sul serio, Martin. Sinora non avete pensato che alla vostra.
— Voi vorreste che m’impiegassi?
— Sì, papà ha offerto...
— Lo so, — interruppe Martin, — ma m’interessa sapere se, sì o no, voi avete perduto la fiducia in me.
Lei gli prese la mano, e delle lacrime le apparvero agli occhi.
— Nel vostro avvenire letterario, sì, caro, — confessò a bassa voce.
— Voi avete lette molte mie elucubrazioni. — proseguì lui bruscamente. — Che ne pensate voi? Non c’è alcuna speranza? Rispetto agli altri, come sono?
— Ma essi vendono le loro opere, e voi... no.
— Non rispondete alla mia domanda. Credete davvero che non abbia alcuna attitudine letteraria?
— Allora vi risponderò. — Essa fece appello a tutto il suo coraggio. — No, io non credo che abbiate attitudini per questo. Scusatemi, caro, voi mi chiedete di dirvi il mio pensiero, e sapete che in fatto di letteratura me ne intendo un po’ più di voi.
— Sì, vi siete laureata in lettere, — diss’egli pensosamente: — dovete sapere.
— Ma voglio dirvi ancora questo, — proseguì egli dopo un penoso silenzio. — Io conosco ciò che ho in me; nessun altro lo sa; io so che riuscirò, e non voglio lasciarmi soffocare. Io non vi chiedo di credete in me nè nel mio avvenire letterario; non vi chiedo altro se non che mi amiate e che abbiate fiducia nell’amore.