Part 20
— È una vaga impressione, — corresse Martin, — che non è fondata su nulla di preciso: non è che un’impressione, fors’anche falsa. Voi lo conoscete meglio di me.
Martin riportò da quella serata trascorsa presso i Morse un’impressione confusa di sentimenti opposti; l’ambiente, le cime alle quali aveva aspirato, la gente di cui aveva sognato di diventare l’uguale, lo deludevano. D’altra parte, il buon successo ottenuto lo incoraggiava. L’ascesa era stata più facile che non credesse; eppoi, — egli dovette confessarselo senza falsa modestia, — aveva conquistato il suo fine: egli si sentiva superiore a quella gente, tranne, però, il professore Caldwell. Ne sapeva più di loro, circa la vita e i libri, e si domandò ancora a che cosa servisse la loro istruzione. Ciò ch’egli ignorava, era il fatto d’essere dotato d’una potenza cerebrale straordinaria, e che le persone di vero valore non s’incontrano nei salotti del genere di quello dei Morse; e non immaginava neppure che le persone d’eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che volano molto in alto nell’azzurro, al disopra della terra e della sua supina banalità.
CAPITOLO XXVIII.
Ma il successo abbandonava nuovamente Martin: nessun messaggero veniva a picchiare alla sua porta. Durante venticinque giorni, domeniche e feste comprese, egli lavorò attorno a «_La Vergogna del Sole_«, lungo saggio di circa 30.000 parole, nel quale egli moveva deliberatamente contro il misticismo di Maeterlinck. Egli si poneva dal punto di vista della scienza positiva, contro i cacciatori di chimere, pur ammettendo tutto l’ideale, tutto il sogno non ismentiti dai fatti accertati. Tempo dopo, egli proseguì le sue critiche con due brevi saggi: «I Cacciatori di chimere» e «La Misura dell’io». E i viaggi d’andata e ritorno, di rivista in rivista, ricominciarono.
Durante i venticinque giorni spesi per «La Vergogna del Sole», egli vendette qualche sciocchezzuola giornalistica per 31 lire; uno scherzo in rime che gli procurò lire 2,50, un altro, 5 lire; due poemi umoristici che gli furono pagati rispettivamente 10 e 15 lire. Poi, dato fondo al credito presso i fornitori (sebbene avesse fatto salire a venticinque lire il conto presso il droghiere), la bicicletta e il vestito ritornarono al Monte di pietà; e l’agenzia delle macchine da scrivere ricominciò le sue richieste, insistendo sulla clausola del contratto, secondo la quale il nolo doveva essere pagato anticipatamente.
Incoraggiato da questi piccoli guadagni, Martin proseguì il «lavoro di grosso», che forse gli poteva dar da vivere... Le venti novelle rifiutate dal Sindacato delle novelle, giacevano sotto la tavola: egli le rilesse, per vedere come _non_ bisognava scriverle, e così ne scoprì la formula perfetta. Una novella per giornali non deve avere mai un finale triste, non deve contenere alcuna bellezza di stile, nè pensieri sottili, nè vera delicatezza di sentimenti; pure, dev’essere piena di belli e nobili sentimenti (di quelli che egli applaudiva, quand’era giovanissimo, dall’alto della piccionaia, e col solito marchio: «Per Dio, per lo Zar», e «Sono povero, ma onesto»).
Messo così sull’avviso, Martin consultò _La Duchessa_, come diapason, e si mise al lavoro secondo la formula, la quale era divisa in tre parti:
1.º Una coppia d’innamorati che viene separata; 2.º Un avvenimento qualunque che li riunisce; 3.º Matrimonio.
Le due prime parti potevano variare all’infinito, ma la terza era immutabile. Così, la coppia d’innamorati poteva essere separata: 1.º per errore; 2.º per fatalità; 3.º a causa dei rivali gelosi; 4.º per crudeltà dei genitori; 5.º per malizia dei tutori; 6.º a causa di vicini avidi, ecc. ccc. I due potevano essere riuniti: 1.º da una buona azione dell’innamorato o dell’innamorata: 2.º da un mutamento di sentimento dell’uno o dell’altra; 3.º dalla confessione volontaria o coartata del tutore astuto, dal vicino cupido o dal rivale geloso; 4.º dalla scoperta d’un segreto; 5.º dalla presa d’assalto del cuore della ragazza; 6.º da un sublime atto di abnegazione del giovanotto, e così di seguito, all’infinito. Era molto divertente fare in modo che la ragazza fosse la prima a dichiarare il suo amore; poi Martin scoprì, a poco a poco, altri mezzucci piccanti e ingegnosi; ma, s’aprissero le cateratte del cielo o cadesse il fulmine in modo catastrofico, il matrimonio finale doveva avvenire, comunque. La formula prescriveva un minimo di 1.100 parole, e un massimo di 1.500. Prima di progredire in quest’arte, Martin si fece una mezza dozzina di schemi, ch’egli consultava sempre prima di scrivere una novella. Questi schemi erano simili a quelle ingegnose tavole usate dai matematici, che possono consultarsi dall’alto, dal basso, a destra, a sinistra, in mezzo a una quantità di righe e di colonne, e dalle quali si può trarre, senza ragionamento e senza calcolo, migliaia di conclusioni diverse, tutte invariabilmente precise ed esatte. In questo modo, Martin poteva, con l’aiuto degli schemi, in una mezz’ora, fare una dozzina di novelle, ch’egli metteva da parte e poi sviluppava con comodo.
Dopo una giornata di lavoro serio, egli ne faceva una facilmente prima di coricarsi. Confessò persino a Ruth, poi, che le scriveva quasi dormendo. Solo, la costruzione degli schemi richiedeva una certa applicazione, ch’era però puramente meccanica.
Egli non dubitò punto della sua formula e capì finalmente la mentalità degli editori il giorno in cui scommise con se stesso che le prime due novelle sarebbero state accettate. Infatti, dopo dodici giorni gli furono pagate venti lire l’una. Intanto egli faceva allarmanti scoperte circa le riviste illustrate: sebbene la _Transcontinental_ avesse pubblicato «L’appello delle Campane», non aveva più mandato lo _chèque_, e Martin, poichè ne aveva bisogno, lo richiese. Gli giunse una risposta reticente, con la richiesta d’altre novelle. Intanto, in attesa della risposta, egli rimase due giorni digiuno, e fu costretto a impegnar nuovamente la bicicletta.
Due volte la settimana, regolarmente, egli scrisse alla _Transcontinental_ per avere le venticinque lire. Gli veniva risposto di tanto in tanto; egli ignorava che la _Transcontinental_ vivacchiava da alcuni anni, ed era una rivista di decimo ordine, senza solide fondamenta, con una tiratura basata, parte su soffietti, parte su appelli patriottici, e con una pubblicità che consisteva soprattutto in doni caritatevoli. Ignorava anche che la _Transcontinental_ rappresentava l’unica fonte di vita per l’editore e pel gerente, che non potevano cavarsela se non rifiutando il pagamento della pigione, e ogni altro pagamento; e tanto meno poteva sapere che le venticinque lire spettantigli erano state spese dal gerente per ridipingere la casa dove abitava a Alameda, e che quest’opera d’arte era stata compiuta dal gerente in persona, una domenica, perchè non aveva di che pagare un pittore e anche perchè l’imbianchino che aveva chiamato era caduto dall’alto della scala e s’era spezzata la clavicola.
Neppure le 50 lire per i «Cacciatori di Chimere» venduti al giornale di Chicago, si fecero vedere; l’articolo era stato pubblicato, come egli stesso potè rilevare nella sala di lettura Centrale, ma l’editore rimase sordo a ogni richiamo. Le sue lettere furono ignorate, puramente e semplicemente; sebbene parecchie di esse fossero raccomandate. Era un furto, nè più nè meno, — concluse lui, — un furto cinico: mentre egli moriva di fame, gli rubavano la merce, la cui vendita costituiva per lui l’unico provento per vivere.
_Gioventù e Maturità_, era una rivista settimanale: essa aveva appena pubblicato i due terzi della serie di 21.000 parole, quando fallì; e così svanì la speranza di intascare le 80 lire.
Per colmo di disgrazia, «La Marmitta», ch’egli giudicava come uno dei suoi migliori lavori, andò perduto. Disperato, non sapendo più dove rivolgersi, egli aveva finito col mandarlo a _L’Onda_, settimanale mondano di San Francisco. Siccome non c’era di mezzo che il golfo, di lì a Oakland, la risposta doveva essere sollecita, se non altro. Due settimane dopo diede un balzo di gioia, vedendo, nell’ultimo numero pubblicato, l’intero suo racconto, illustrato, e al posto d’onore. Ritornò a casa raggiante, domandandosi quanto gli avrebbero pagato la sua opera migliore. La prontezza con la quale l’avevano pubblicata era di buon augurio; e il fatto che l’editore non l’aveva neppure informato aumentava la sorpresa. Dopo aver aspettato otto giorni, la timidezza fu vinta dall’impazienza, ed egli scrisse all’editore de _L’Onda_ dicendo che probabilmente, per errore, avevano trascurato di regolargli il conticino.
— Anche se ne ricavassi 25 lire, — disse Martin a se stesso, — potrei comperare i fagioli e i piselli per la zuppa, e così avere il tempo per scriverne un’altra mezza dozzina forse ugualmente buone.
La lettera che l’editore gli scrisse suscitò, pel suo freddo cinismo, l’ammirazione di Martin.
— Noi vi ringraziamo, — diceva, — della vostra eccellente collaborazione. Il vostro articolo ci è piaciuto moltissimo, e, come vedete, l’abbiamo messo al posto d’onore e pubblicato immediatamente. Speriamo che le illustrazioni vi siano piaciute. Rileggendo la vostra lettera, ci sembra che vi sia un malinteso da parte vostra circa gli usi del nostro giornale. Noi, di regola, non paghiamo per manoscritti non richiesti; e tale è il caso vostro. Credevamo, naturalmente, che voi conosceste i nostri principî. Siamo veramente dolenti di questo increscioso malinteso, vi ringraziamo nuovamente della vostra simpatica collaborazione, e, con la speranza che voi vogliate continuarla, vi porgiamo, ecc. ecc.
In un _post-scriptum_ era aggiunto che sebbene _L’Onda_ non desse nulla gratis, lo avrebbe incluso con piacere tra gli abbonati che ricevevano gratuitamente il giornale, pel prossimo anno.
Edotto da questa esperienza, Martin non mancò di segnare sul primo foglio d’ogni manoscritto: «Si accetta il vostro compenso solito».
— Un bel giorno. — disse a se stesso, per consolarsi, — il compenso sarà fissato da me.
Durante questo periodo, si mise con accanimento a rimaneggiare e a limare «Lo Scompiglio», «Il Vino della Vita», «Gioia», «I Poemi del Mare», e altri lavori fatti nei primi tempi. Come una volta, non gli bastavano diciannove ore al giorno: egli scriveva prodigiosamente, leggeva prodigiosamente, dimenticando nel lavoro le sofferenze causate dalla rinunzia alle sigarette. La droga disintossicante di Ruth, adorna d’una lussuosa etichetta, fu messa nel cantuccio più riposto del cassetto. Specialmente durante questi periodi di fame, egli soffriva della privazione del tabacco: pure, egli teneva duro, dicendosi che compiva l’atto più eroico della sua vita. Quanto a Ruth, lei era del parere ch’egli non compiva il suo dovere; comprato che gli ebbe, di tasca sua, il rimedio denicotinizzante, non pensò più alla cosa, per alcuni giorni.
Intanto le novelle «buttate giù» ch’egli disprezzava, ottenevano buon successo; e gli permisero di pagare i debiti e di rinnovar le gomme alla bicicletta. Le novelle gli davano il pane, pur lasciandogli il tempo di lavorar seriamente, mentre le 200 lire ch’egli aveva ricevute dal _Sorcio Bianco_ gli alimentavano le speranze. Là egli riponeva tutta la sua fiducia, convinto com’era che una rivista veramente di prim’ordine avrebbe ricompensato un autore ignoto con la stessa somma, e magari gli avrebbe dato di più.
Ma come riuscire a farsi accettare da una rivista di prim’ordine? Le sue migliori novelle, i suoi poemi, continuavano le loro peregrinazioni, e tutti i mesi egli leggeva mucchi di prosa noiosa, piatta e inartistica sotto copertine diverse. Almeno uno di quegli editori — si diceva talvolta — si fosse degnato di scendere dal suo piedistallo per scrivergli un rigo d’incoraggiamento! «Anche se la mia letteratura è strana, e non intonata al giornale, certamente deve avere qualche pregio, modesto che sia, emanare un «non so che» che dovrebbero degnarsi d’apprezzare». E qui, egli disseppelliva questo o quel manoscritto, «L’Avventura» per esempio, e lo rileggeva severamente, cercando a ogni costo di spiegarsi il silenzio degli editori.
Sopravvenne la mite primavera californiana e con essa riapparvero i peggiori giorni d’indigenza. Già da parecchie settimane lo strano silenzio del sindacato delle novelle giornalistiche lo preoccupava; ed ecco, un bel giorno, venire il portalettere e consegnargli dieci delle più impeccabili novelle. Erano accompagnate da una breve lettera che diceva come il sindacato rigurgitasse di roba, per parecchi mesi. Martin contava tanto su quelle novelle! Avevano finito coll’accettargliele tutte, pagandogliele sino a 25 lire l’una, così che aveva considerate come vendute quelle dieci, e come corrispondenti a un deposito di 250 lire in banca, che gli avrebbero permesso di vivere. I giorni magri riapparvero bruscamente; egli seguitò a vendere i primi lavori a periodici che non pagavano e a sottoporre i suoi ultimi lavori a riviste che non gliene comperavano; e i viaggi al Monte di Pietà di Oakland ricominciarono.
Qualche scherzo in rima e parecchi poemi umoristici pubblicati nei settimanali di New-York lo aiutavano a vivere miseramente. Fu allora ch’egli scrisse a parecchi periodici mensili e settimanali per avere informazioni, e seppe che gli articoli non richiesti erano raramente accettati e che di solito erano richiesti a specialisti noti e autorevoli del genere.
CAPITOLO XXIX.
Fu un’estate dura per Martin; editori e lettori di manoscritti erano in vacanza, e le risposte che di solito gli giungevano dopo tre settimane, ora impiegavano mesi. Egli si consolò coll’osservare che la morta stagione gli avrebbe fatto risparmiare i francobolli. Soltanto i saccheggiatori di articoli proseguivano attivamente i loro affari, e i primi lavori di Martin, quali «I Pescatori di Perle», «La Carriera del Marinaio», «La Caccia alla Tartaruga», e i «Venti alisei del Nord-est» furono pubblicati mercè le loro cure interessate.
Egli non ne ricavò neppure un soldo; senonchè — a dir la verità — dopo sei mesi di corrispondenza, gli fu mandato un rasoio di sicurezza, per compenso de «La Caccia allo Tartaruga»; e la rivista «L’Acropoli», che aveva promesso di dargli 25 lire in danaro e l’abbonamento gratuito per cinque anni, si limitò ad eseguire la seconda metà degli obblighi pattuiti.
Per un sonetto su Stevenson, egli riuscì ad ottenere a stento 10 lire da un editore di Boston che pubblicava una rivista del tipo di Matthew Arnold, col capitale di 0,00 lire. «La Peri e la Perla», abile poema di duecento righe, appena uscitogli dal cervello, attrasse un editore di San Francisco la cui rivista era sostenuta da una grande società ferroviaria; che gli offrì il compenso in forma di viaggi gratuiti. Martin domandò se poteva ottenere il rimborso di quei viaggi, ma poichè non era possibile averne il prezzo in contanti, richiese il suo poema. Gli fu rimandato con i rimpianti dell’editore; e Martin lo rispedì a San Francisco, questa volta a «_La Vespa_«, pretenziosa rivista mensile che ebbe un momento di notorietà al tempo del brillante giornalista che l’aveva fondata, la cui stella era impallidita molto tempo prima che Martin nascesse. L’editore gli promise 75 lire pel poema, ma quando l’ebbe pubblicato, s’affrettò a dimenticare l’impegno preso. Parecchie lettere mandate erano rimaste senza risposta, e allora Martin ne scrisse una più risentita, alla quale fu risposto. Era un nuovo editore che l’informava freddamente com’egli non assumesse alcuna responsabilità degli errori dei suoi predecessori, e come, d’altra parte, personalmente, non avesse una grande stima de «La Peri e la Perla». Ma fu «_Il Globo_«, rivista di Chicago, a trattare Martin più crudelmente di tutti: Martin, solo quando fu spinto dalla fame, si decise a mandare «I Poemi del Mare». Era una serie di trenta poemi, e dovevano pagarglieli cinque lire l’uno. Il primo mese ne furono pubblicati quattro, ed egli ricevette subito uno _chèque_ di venti lire. Senonchè, leggendoli sulla rivista, il modo com’erano saccheggiati lo costernò. Persino i titoli erano stati alterati, «Finito», per esempio, era stato sostituito da «La fine», e «La Canzone dell’ultimo racconto», mutata ne «La Canzone del Banco di Corallo». Erano giunti sino a sostituire un titolo assolutamente diverso, incomprensibile, al titolo appropriato. Invece delle «Meduse iridate» era stampato: «Il sentiero del ritorno». E non era tutto; persino i versi erano irriconoscibili. Martin bestemmiò strappandosi i capelli dalla rabbia, e dalla disperazione: frasi, righe, strofe intere erano tagliate, posposte, travisate nel modo più incomprensibile. In certi punti avevano interpolato versi che non gli appartenevano. Egli non poteva credere che un editore, che non fosse uno squilibrato, potesse essere capace d’una simile infamia e si disse, come sempre, che i suoi poemi dovevano essere stati maltrattati da un fattorino o dallo stenografo. E scrisse immediatamente all’editore di interrompere la pubblicazione dei suoi poemi e di rimandarglieli. Scrisse lettere su lettere, pregando, supplicando, minacciando, ma inutilmente: il massacro continuò tutti i mesi, sinchè i trenta poemi non furono pubblicati — tutti i mesi egli riceveva uno _chèque_ per quello apparso.
A dispetto di queste disavventure varie, però il ricordo dello chèque di 200 lire del _Sorcio Bianco_ lo sorreggeva, sebbene egli fosse ridotto sempre più «al lavoro di grosso». Egli trovò di che mangiare collaborando nei giornali settimanali di agricoltura e nelle riviste professionali, ma in cambio, nei giornali religiosi, nulla: poteva morir di fame. Nel momento più critico, quando l’abito nero era al Monte di Pietà, egli fece un colpo da maestro; in un concorso organizzato dal comitato locale del partito repubblicano. Il concorso riguardava tre prove distinte ed egli riuscì in tutte tre, ridendo amaramente di quel povero diavolo che s’era ridotto a quel punto, per vivere. Il suo poema vinse il primo premio di cinquanta lire, la sua canzone vagabonda il secondo, di 25 lire, il saggio sui principî del partito repubblicano, il primo premio di 125 lire; il che gli fece un gran piacere sino al momento in cui tentò di essere pagato. Le cose non procedevano bene nel Consiglio d’amministrazione, e, sebbene un ricco banchiere e un senatore ne fossero membri, danaro non ne entrava. Mentre questa faccenda si trascinava per le lunghe, egli diede prova di comprendere i principî del partito democratico, vincendo il primo premio in un concorso del genere. Questa volta ricevette il danaro, 125 lire; ma delle 220 lire del premio del concorso non sentì mai più parlare.
Costretto a ricorrere a stratagemmi per poter vedere Ruth, e considerato che l’andare e tornare a piedi gli faceva perdere troppo tempo, egli lasciò il vestito al Monte di Pietà e tenne la bicicletta. In questo modo faceva dell’esercizio, guadagnava del tempo per lavorare e poteva vedere anche Ruth. Un paio di calzoni e un vecchio _chandail_ formavono un vestito sportivo abbastanza decente per passeggiare con Ruth, il pomeriggio. D’altra parte non gli capitava l’occasione di vederla in casa, dove la signora Morse seguitava a svolgere sistematicamente il suo programma d’accerchiamento. Le persone superiori ch’egli incontrava, anzichè continuare ad essere per lui soggetti degni d’ammirazione, l’annoiavano; la loro sedicente superiorità non l’impressionava più: gli stenti, le delusioni, il lavoro accanito lo facevano diventar nervoso, irritabile, così che la conversazione con quella gente lo esasperava. Egli paragonava, oggi, la loro angustia mentale al volo dei pensatori di cui leggeva le opere, o osservava come non avesse mai incontrato, da Ruth, una persona di valore, a parte il professore Caldwell, ch’egli aveva visto una volta sola. La loro ignoranza, soprattutto, lo stupiva. A che cosa era giovata la loro istruzione? Essi avevano attinto alle stesse fonti; ma come facevano perchè non fosse possibile accorgersene?...
Egli sapeva che esistevano menti grandi, pensatori profondi e razionali; i loro libri lo avevano istruito, facendogli superare il livello dei Morse. Egli sapeva anche che menti intellettuali più elevate erano in ambienti diversi da quello dei Morse. Nei romanzi mondani inglesi, si trattava di donne e di uomini che parlavano di politica e di filosofia, ed egli aveva sentito dire anche che in certi salotti delle grandi città, negli Stati Uniti, erano fuse arte e intellettualità. Un tempo, egli pensava ingenuamente che tutto ciò che era fuori della classe operaia, tutte le persone _perbene_, avessero intelligenza superiore e il gusto della bellezza: la cultura e l’eleganza gli pareva che dovessero andar di pari passo; ed egli aveva commesso il solenne errore di confondere educazione con intelligenza! Ebbene! sarebbe salito più in alto ancora! e avrebbe condotto Ruth con sè, Ruth ch’egli amava tanto e che dovunque avrebbe fatto un’ottima figura; egli n’era convinto. Ma era ugualmente convinto che lei era stata ostacolata dall’ambiente, com’egli era stato ostacolato dal suo. Lei non aveva avuto l’occasione di svilupparsi; i libri della biblioteca di suo padre, i quadri nel salotto, e perfino il pianoforte, tutto in casa loro non era altro che mostra di vanità. I Morse e loro pari erano sordi e ciechi a ogni vera forma letteraria, a ogni vera pittura, a ogni vera musica; e per giunta erano ignari della vita, profondamente, disperatamente ignoranti. A dispetto delle loro disposizioni unitarie e della loro apparente comprensione, erano in ritardo di due generazioni riguardo alla scienza interpretativa; il loro processo mentale era medievale, le loro idee circa i grandi problemi della vita e dell’Universo sembravano datare dall’epoca delle caverne e da tempo anche più antico.
Tali erano le riflessioni di Martin, così che egli finì col domandarsi se la diversità tra i lavoratori del suo ambiente d’una volta e i notai, gli ufficiali, gli uomini d’affari, i cassieri dell’ambiente che frequentava ora non consistesse soltanto nella diversità del vitto, dei vestiti e delle relazioni. Evidentemente, essi erano privi totalmente d’una qualche cosa ch’egli, Martin, aveva, e che era anche nei libri. I Morse gli avevano mostrato quanto di meglio poteva offrire la loro condizione sociale... ed era poco. Da parte sua, egli era senza un soldo, preda e schiavo degli usurai e del suo lavoro, ma si sentiva superiore a tutta quella gente, e quando l’unico vestito decente non era al Monte di Pietà, egli procedeva fra loro come un sovrano, con lo stesso senso d’orgoglio ferito che deve avere un re in esilio fra bovari.
— Voi odiate i socialisti e ne avete paura, — diss’egli una sera a pranzo, al signor Morse. — Ma perchè? Voi non conoscete nè essi nè la loro dottrina.
La conversazione era stata avviata su quest’argomento dalla signora Morse, che, insidiosamente, aveva decantato le lodi del signor Hapgood. Il cassiere era una bestia nera per Martin, il quale s’infastidiva facilmente quando si trattava del «dicitore di cose piatte».
— Sì, — aveva dichiarato lui, — Charlie Hapgood è quel che si chiama un giovane dal brillante avvenire, a quanto pare. — Ed è vero. Sarà certamente Direttore generale della Banca, prima di morire, e — chissà? — forse Senatore degli Stati Uniti.
— Da che cosa lo arguite? — domandò la signora Morse.
— L’ho sentito parlare in una riunione pubblica; il suo discorso era così meravigliosamente stupido, così banale e così convincente, che i capipartito non possono non considerarlo come un uomo sicuro e d’assoluta fiducia. D’altra parte, le cose piatte ch’egli enuncia sono tanto somiglianti alle cose piatte di tutti coloro che votano, che... Dio mio! voi fate sempre piacere a un signore, quando gli presentate le sue idee ben decorate, su un piatto d’argento!
— Credo che siate geloso del signor Hapgood, — l’indispettì Ruth.
— Dio me ne guardi!
L’espressione di orrore di Martin eccitò la combattività della signora Morse.