Martin Eden

Part 16

Chapter 163,656 wordsPublic domain

Pur riflettendo a queste cose, Martin lavorava senza tregua tranne quando andava a trovare Ruth, e viveva da spartano; pagava dodici lire al mese la cameretta ch’egli abitava presso una vedova portoghese, Maria Silva, dura nel lavoro e dura di carattere, la quale allevava come poteva la sua numerosa prole e annegava talvolta le sue preoccupazioni e la sua stanchezza in un acre vinaccio da dieci soldi il litro, comprato dalla drogheria dell’angolo. Martin cominciò coll’odiare lei e la sua terribile lingua; poi l’ammirò per la sua intrepidezza. La casetta comprendeva quattro camere in tutto: una di esse, — il salotto adorno d’un vivace tappeto a fiorami e del ritratto funebre d’uno dei numerosi figliuoli, — era rigorosamente riservata alle visite. Le imposte ne erano sempre chiuse, e l’ingresso ne era severamente proibito alla marmaglia scalza, tranne nelle occasioni solenni. Si mangiava nella cucina dove lei lavava, insaldava e stirava tutti i giorni. — tranne la domenica, — per i vicini, e questo lavoro costituiva la più chiara delle sue rendite. Rimaneva un’unica camera da letto, piccola come quella di Martin, nella quale si agitavano e dormivano i sette marmocchi e la loro madre. Martin si domandava sempre per mezzo di quale miracolo potessero riuscirvi quando la sera, attraverso il sottile tramezzo, gli pervenivano tutti i particolari della loro andata a letto, i cicalecci e i pigolii, simili a quelli degli uccelli quando s’addormentano. Una delle fonti dei proventi di Maria, erano le due vacche che lei mungeva mattina e sera, e che si nutrivano, bene o male, dell’erba dei terreni incolti, guardate da uno dei suoi due marmocchi cenciosi il cui compito principale consisteva nell’eludere la vigilanza dei guardiani delle tenute.

Nella sua cameretta, Martin studiava, scriveva e si governava da sè. Davanti l’unica finestra, che affacciava sul portico minuscolo, era la tavola da cucina che fungeva, di volta in volta, da scrittoio, da biblioteca e da sostegno per la macchina da scrivere. Il letto, appoggiato al muro di fondo, occupava due terzi della camera. La tavola era fiancheggiata, a un lato, da uno scrittoio fastoso che serviva, più che altro, da ornamento, giacchè la sottile impiallacciatura saltava a scaglie, ogni giorno di più. Nell’angolo opposto, erano posati la cucina, il fornello a petrolio, una scatola di biscotti inservibile, che conteneva piatti e diversi arnesi, un’asse fissa al muro, per le provviste, e, a terra, un secchio d’acqua. Martin doveva andare ad attingere acqua al rubinetto, di fuori. Al disopra del letto, appesa a una puleggia, pendeva la bicicletta ch’egli dapprima aveva tentato di lasciare negli scantinati, ma siccome la tribù dei Silva si divertiva a smontarne il manubrio e a forarne le gomme, aveva dovuto rinunziare a tenerla lì. Aveva cercato poi di ripararla sotto il portico, ma dopo che un violento uragano l’ebbe inondata tutta una notte, l’aveva appesa finalmente in camera, a mo’ di baldacchino.

Un minuscolo stanzino conteneva i vestiti e i libri che s’accumulavano talmente, da non trovar posto nè sulla tavola, nè sotto.

Egli aveva presa l’abitudine di annotare leggendo, e in modo così copioso, che tutta la camera sarebbe diventata inabitabile, senza alcune cordicelle tese da un muro all’altro, sulle quali egli appendeva le note, come biancheria da asciugare. Ciò nonostante, la camera era talmente ingombra, che percorrerla era una impresa difficile, così che egli non poteva aprir la porta d’entrata senza chiudere prima quella dello stanzino, e viceversa. Quanto ad attraversare la camera in linea retta, non era il caso di pensarvi nemmeno; il tragitto non poteva essere fatto in linea retta, e di giorno soltanto. Dopo aver risoluta la questione delle porte, bisognava girare ad angolo retto, per evitare la cucina, poi a sinistra; per non urtare contro il piede del letto, ma delicatamente, altrimenti si correva il rischio di sbattere contro lo spigolo della tavola. Accadeva che quando questa non serviva, era posata sul letto. Gli capitava spesso di sorvegliare la cucina leggendo, oppure di scrivere un paragrafo o due mentre arrostiva la bistecca. D’altra parte, l’angoletto che formava la cucina era così angusto, ch’egli, stando seduto, poteva badare a tutto; in piedi, invece, occupava troppo spazio e dava impaccio a se stesso con la sua persona.

Fornito com’era d’uno stomaco di struzzo, egli sapeva quali erano gli alimenti insieme nutritivi e a buon mercato. La minestra di piselli passati, le patate e i fagioli scuri cotti alla messicana, formavano in gran parte il suo alimento. Il riso, cucinato come le massaie messicane non sapranno mai fare, compariva sulla tavola di Martin almeno una volta al giorno. Siccome la frutta secca era meno cara di quella fresca, egli ne aveva sempre un vasetto di già cotta, giacchè egli ne spalmava il pane, invece di burro. Talvolta si concedeva il lusso di una fetta di manzo e d’un bollito. Due volte al giorno, prendeva il caffè, e la sera, del tè, ch’egli preparava in modo eccellente.

Bisognava assolutamente fare economia. Durante le vacanze aveva consumato quasi tutto il danaro guadagnato nella stiratoria, e, passarono altre settimane senza ch’egli potesse sperare di ottenere il frutto del suo lavoro attuale. Tranne per qualche visita a Ruth o a suo sorella Geltrude, egli non usciva, ma viveva come un recluso, facendo ogni giorno perlomeno tanto lavoro quanto ne può fare un lavoratore comune in tre giorni. Dormiva cinque ore appena, e bisognava avere una costituzione di ferro per sopportare, come faceva lui, diciannove ore continue di lavoro. Non perdeva neppure un minuto secondo; aveva esposto allo specchio delle liste di definizioni, di modi di pronunzia, e radendosi, vestendosi, pettinandosi, egli ripassava quelle liste! Altre liste erano attaccate mediante spilli al muro sopra il fornello, ed egli le consultava mentre cucinava o lavava le stoviglie. Appena le imparava a memoria, le sostituiva con altre. Ogni parola nuova o non compresa trovata nei libri che leggeva, era immediatamente segnata. Egli portava persino con sè quelle liste in tasca e le studiava per la via, aspettando il suo turno, dal macellaio o dal droghiere.

Ma non basta: leggendo le opere di coloro che avevano ottenuto il successo, egli annotava i risultati ottenuti da loro, gli espedienti usati, e poi li studiava. Non plagiava ma cercava dei principî. Così formò delle liste di procedimenti abili, poi ebbe egli stesso delle trovate che s’ingegnò di applicare in modo originale. Allo stesso modo collezionò frasi parlate, frasi mordenti come acido, o brucianti come fiamma, altre soavi, luminose e fresche come fonti d’acqua viva nel deserto arido del linguaggio convenzionale.

Dovunque cercava la regola e il metodo. L’apparenza soltanto della bellezza non lo soddisfaceva più; egli la sezionava nel suo laboratorio dove gli odori di cucina s’alternavano col chiasso da serraglio della tribù dei Silva; e, conoscendo l’anatomia della bellezza, egli sentiva accresciuto il potere di crearne.

Era incapace di lavorare senza capire, come un cieco che s’affidi semplicemente al caso e alla sua buona stella... Secondo lui, nulla doveva essere fatto a caso; voleva sapere il perchè e il come. Il suo talento era risolutamente creatore, così che, prima di cominciare un racconto o un poema, l’opera era già tutta viva nel suo cervello, con la conclusione e il modo di giungere a tale conclusione nella maniera più interessante. D’altra parte egli si meravigliava di qualche trovata spontanea che si rivelava alla prova della più severa analisi. E sebbene sezionasse la bellezza per scoprirne i principî esoterici, rimaneva sempre convinto che l’essenza stessa di quella bellezza è impenetrabile. Sapeva benissimo, dalla lettura dello Spencer, che nessuno può conquistare l’assoluta conoscenza e che il mistero inerente alla bellezza è imperscrutabile come quello della vita; che, anzi, le fibre della bellezza e della vita sono intimamente congiunte, e che egli stesso era una particella dell’inconoscibile, contrasto di sole, di polvere stellare e d’etere.

Pieno di questi pensieri, egli scrisse il saggio intitolato «Polvere di Stelle», nel quale difendeva, non i principi della critica, ma le critiche più celebri. Era profondo, brillante, filosofico e deliziosamente spirituale. Anche questo fu respinto da tutte le riviste, con una unanimità notevole. Ma, sbarazzatasene la mente, egli proseguì il cammino con serenità. Era un’abitudine, ora: appena concepito l’argomento, egli lo concretava immediatamente scrivendolo a macchina. Il fatto che fosse pubblicato o no, aveva un’importanza relativa; l’importante era liberarsi la mente da un fardello che l’ingombrava, per poter chiarire altri problemi e maturare altri pensieri. Rassomigliava un po’ a coloro che, tormentati da una sofferenza, — vera o falsa, — rompono periodicamente un silenzio meritorio, per dare addosso all’oggetto del loro martirio, con tanta maggior violenza, quanto più contenuta.

CAPITOLO XXIV.

Le settimane passavano, e Martin non aveva neppure un soldo, e gli _chèques_ degli editori si facevano aspettare. I suoi manoscritti, ormai invecchiati, erano ritornati, poi ripartiti; e il suo giornalismo non era più fortunato. La lista delle sue vivande divenne, di giorno in giorno, d’una semplicità sempre rudimentale. Durante cinque giorni visse con un mezzo sacco di riso e con qualche chilogrammo di fagioli secchi. Poi cercò di vivere a credito. Il droghiere portoghese, che sino ad allora era stato pagato in contanti, rifiutò ogni anticipo, quando il conto di Martin ebbe raggiunto l’enorme somma di L. 15,60.

— Sentite, — egli fece, — vedo bene che non trovate lavoro e che perderei il mio danaro.

E Martin non ebbe nulla da replicare. A che scopo dare delle spiegazioni? La più elementare concezione commerciale vietava che si facesse credito a un vigoroso giovanotto, evidentemente troppo pigro per lavorare.

— Se trovate del lavoro, vi fornirò della merce. — assicurò il droghiere, — ma niente lavoro, e niente merce. Così vanno gli affari.

Poi, per dimostrargli proprio che non gli voleva male, propose: — Andiamo a bere un bicchiere al banco: rimaniamo amici lo stesso.

Martin bevve, per mostrare che anche lui non gli serbava rancore, poi andò a letto, senza cena.

Il negozio dove Martin faceva acquisto di legumi era tenuto da un americano, i cui principî commerciali erano tanto deboli da lasciar crescere il conto sino alla somma di venticinque lire!

Martin, facendo il computo dei debiti, si disse di averne per l’ammontare di settantacinque lire, senza tener conto di ciò che doveva per la macchina da scrivere: poi si disse che avrebbe ottenuto certamente due mesi di credito; ma, passati i due mesi...

L’ultimo acquisto lo fece presso il fruttivendolo comperando un sacco di patate, e durante otto giorni mangiò patate, nient’altro che patate, tre volte al giorno. Un pranzo in casa di Ruth, di tanto in tanto, l’aiutava a mantenersi su, ma egli soffriva sforzandosi di essere discreto per rispetto alle convenienze, quando sentiva un appetito rabbioso, vedendo tante buone pietanze esposte davanti a lui. Talvolta egli entrava in casa di sua sorella al momento dei pasti e mangiava a soddisfazione, come non osava mai fare presso i Morse.

E continuava a lavorare; e tutti i giorni il portalettere gli riportava dei manoscritti rifiutati, che, quando egli non ebbe più denaro per affrancarli, s’accumularono sotto la tavola. Poi venne il giorno in cui non ebbe più da mangiare, e così un altro. Egli non poteva fare affidamento su un pranzo da Ruth, giacchè lei era andata a San Rafael per quindici giorni, e una falsa vergogna gl’impediva d’andare da sua sorella. Per colmo di sfortuna, il portalettere gli consegnò nel pomeriggio cinque manoscritti rifiutati. Allora Martin andò a portare il soprabito al Monte di pietà di Oakland e ritornò con venticinque lire in tasca. Egli diede cinque lire d’acconto a ciascuno dei quattro suoi fornitori, comperò una bistecca e delle cipolle fritte, bevve del caffè e fece cuocere un gran vaso di prugne; poi, saziatosi, sedette a tavola e finì un saggio, ch’egli intitolò: _Dell’Usura, istituzione filantropica_. Dattilografatolo, lo gettò sotto la tavola, giacchè non gli rimaneva nulla delle venticinque lire, per acquistare dei francobolli. Tempo dopo, egli diede in pegno l’orologio e la bicicletta e, trattenendo dal danaro così ottenuto un minimo per l’acquisto delle provviste, affrancò tutti i manoscritti e li spedì nuovamente. Il suo giornalismo lo deludeva; nessuno si curava di prendergli gli articoli. Eppure, confrontandoli con quelli che egli vedeva nei giornali, nelle pubblicazioni settimanali e nelle riviste popolari, li stimò recisamente migliori, molto migliori della media. Eppure non si vendevano! S’accorse allora che i giornali ne pubblicavano di quelli che in gergo di mestiere chiamano «plate stuff», e si procurò l’indirizzo del sindacato che ne forniva. Gli fu restituito il lavoro con una frase scritta a macchina che l’informava che la Casa bastava a se stessa.

In uno dei grandi periodici per la gioventù, osservò delle colonne intere di novelle e di aneddoti. Egli tentò anche questa possibilità, invano. In seguito, quando egli non ne ebbe più bisogno, seppe che i redattori erano soliti di accrescere i loro proventi, fornendo essi stessi quel genere di prosa. I giornali umoristici gli rimandarono gl’indovinelli e i poemi burleschi; i «versi da dire in società» non ebbero più lieta accoglienza nei giornali illustrati. Rimanevano ancora le novelle per quotidiani. Egli sapeva che le sue erano migliori di quelle che si pubblicavano: avendo ottenuto gl’indirizzi di due sindacati di giornali, inondò questi di novelle. Quando ne ebbe scritte una ventina senza successo, vi rinunziò. Eppure ogni giorno leggeva, nei quotidiani e nei settimanali, masse di novelle di cui neppure una valeva le sue. Scoraggiato, egli giunse alla conclusione che non c’era alcun giudizio, ch’egli si suggestionava su ciò che scriveva, insomma, ch’egli non era altro che un illuso pieno di pretensione.

L’immane macchina editoriale seguiva il suo cammino solito. Egli univa i francobolli ai suoi manoscritti, e ficcava questi nella cassetta; circa tre settimane dopo il portalettere saliva le scale e glieli riportava. Certamente nulla di umano era in fondo a tutto ciò: erano congegni perfezionati, ingranaggi ben composti, distributori automatici e specie di oliatori. Nella sua disperazione, egli giunse al punto di dubitare persino dell’esistenza degli editori. Neppur uno di essi aveva dato segni di vita, così ch’era perfettamente giustificata l’ipotesi d’una grande manifattura anonima mossa da meccanici, da tipografi e da strilloni. Le ore che passava con Ruth erano le sole felici, ma non tutte. Una specie di morbida angoscia lo attanagliava continuamente, ed era molto più snervante ora che lei lo amava, giacchè, il possesso reale gli appariva più lontano che mai. Egli aveva chiesto due anni; il tempo passava, ed egli non veniva a capo di nulla. Inoltre, si rendeva conto benissimo del fatto che lei non approvava punto il suo genere di vita. Non per risentimento, giacchè lei aveva un carattere mite, ma perchè delusa dal fatto che quell’uomo che lei aveva deciso di modellare a modo suo, rifiutava di lasciarselo fare. Sino a un certo punto, egli s’era prestato a quel rimaneggiamento; poi, urtato a un tratto, aveva rifiutato di essere formato a somiglianza del signor Butler o del signor Morse.

Ciò ch’era grande, potente, originale in lui, lei non vedeva o, peggio non comprendeva. Quell’uomo d’una materia intellettuale così pieghevole, che permetteva, a lui così grande, di vivere in un buco da talpe, era giudicato da lei un essere limitato, perchè lei non poteva costringerlo a vivere nel suo buco da talpe, il solo che ella conoscesse. Era incapace di seguirne i voli della mente, così che quando il cervello di lui superava quello di lei, egli le pareva pazzo, semplicemente. Lei non era stata superata mai da alcuno; suo padre, sua madre, i fratelli e Olney erano al suo livello; dunque, giacchè lei non poteva seguire Martin, era lui il manchevole; si ripeteva l’eterna commedia dell’isolano che vuol dettar legge all’universo intero.

— Voi siete un’adoratrice della Cosa stabilita, — le disse un giorno lui, in una discussione su Praps e Vandervater. — Ammetto che questi siano i due critici più progrediti degli Stati Uniti. Tutti i maestri di scuola del paese guardano a Vandervater come al maestro sommo della critica. Io ho letto la sua prosa, e mi sembra il non plus ultra della stupidaggine; non è altro che un pomposo soporifero, come dice Colette Burgess. E Praps non vale molto di più; il suo _Hemlok Mosses_, in compenso, è scritto in modo meraviglioso: non manca nemmeno una virgola! E, il diapason ne è così alto, così superlativamente sublime! È egli il critico meglio pagato degli Stati Uniti; soltanto, buon Dio! non è punto un critico. In Inghilterra fanno di meglio. Ma ecco, essi conoscono il loro pubblico e lo lusingano magnificamente, con perfetta serenità e una moralità a tutta prova. Le loro riviste mi fanno ricordare una domenica londinese; sono il portavoce del popolo. Sostengono i vostri professori d’inglese i quali sostengono esse; non c’è un’idea originale nelle loro opere; essi non conoscono altro che la cosa stabilita; in realtà sono essi le cosa stabilita. Il loro povero cervello è fortemente colpito dalla cosa stabilita, come il montone dal marchio del gregge. E la loro funzione consiste nel mettere lo stampo su tutti i giovani universitarî, e nello scacciarne tutto ciò che possono avere d’originale nel cervello e nel segnarli col suggello della «Cosa Stabilita».

— Io credo d’essere più vicina alla verità, — rispose Ruth, — attenendomi alla cosa stabilita, che non voi colla vostra rabbia iconoclastica simile a quella dei selvaggi delle isole dell’Arcipelago.

— Sono stati i missionari a rompere le immagini! — replicò lui ridendo. — Disgraziatamente, tutti i missionarî sono partiti in missione presso i pagani, dimodochè non ne rimangono da noi, per infrangere questi vecchi idoli, Vandervater e Praps!

— Dimenticate i professori delle Università. — aggiunse lei.

Egli scosse il capo con enfasi. — Bisogna lasciar vivere i professori di scienza; essi sono veramente grandi. Ma sarebbe davvero una bella opera sterminare il novantanove per cento dei professori di letteratura inglese, che hanno un cervello da pappagalli.

Questo giudizio severo era per Ruth una bestemmia.

Essa non poteva far di meno di paragonare i professori, — delicati, dotti, ben vestiti, che parlavano con voce modulata e respiravano la cultura più raffinata, — con quell’indescrivibile giovanotto che lei amava, Dio sa perchè: sempre un po’ disordinato nel vestire, con dei grossi muscoli che rivelavano un passato volgare, e che s’eccitava parlando, esagerando tutto, scattando alla minima contraddizione. Eppoi, essi, se non altro, guadagnavano tanto da vivere con larga agiatezza, mentre egli non era capace di guadagnare un penny. Lei non giudicava gli argomenti di Martin dalle parole, ma riteneva in cuor suo, semplicemente — inconsciamente, è vero — che fossero falsi. I professori avevano ragione, perchè erano riusciti; Martin aveva torto, perchè falliva. Per dirla con le sue parole: essi erano qualche cosa, e lui era niente. D’altra parte, sarebbe stato veramente irragionevole che avesse ragione lui che lei vedeva ancora, poco tempo prima, in piedi nello stesso salotto, goffo e tutto rosso, in atto di guardarsi attorno timidamente, spaventato nel pensare che le sue spalle potessero rovesciare qualche ninnolo; proprio lui che domandava da quanti anni Swinburne fosse morto, e annunziava trionfalmente d’aver letto _Excelsior_ e _I Salmi della vita_!

Incoscientemente, Ruth dava la prova che lei non stimava altro che la Cosa Stabilita. Martin seguiva lo sviluppo dei suoi pensieri, ma non voleva andar oltre. Egli non l’amava per le idee che lei aveva su Praps, Vandevaler e i professori di letteratura inglese, e si convinse sempre più di possedere delle capacità cerebrali e un’ampiezza di sguardo filosofico che lei non avrebbe potuto mai capire e neppure immaginare.

In fatto di musica, lei lo giudicò insensato, e in materia teatrale, pervertito.

— Be’, che ne dite? — gli domandò lei una sera, — tornando a casa dal teatro lirico, dov’egli l’aveva condotta a furia di lesinare in modo sordido sul vitto. Commossa e turbata dalla musica, lei aveva atteso invano ch’egli parlasse.

— Il preludio m’è piaciuto, è meraviglioso, — disse lui.

— Sì, ma l’opera per se stessa?

— Meravigliosa anch’essa; la musica, s’intende; sarebbe stata perfetta se quegli epilettici fossero rimasti tranquilli o avessero abbandonata la scena.

Ruth rimase sbalordita.

— Parlate della Tetraloni o di Barillo? Ma sono dei grandi artisti! — disse lei protestando.

— Eppure hanno sciupato la musica, con quel loro atteggiamento falso e convenzionale.

— Ma non vi piace la voce di Barillo?... È la migliore, dopo quella di Caruso, a quanto pare.

— Sì che mi piace, sebbene preferisca la Tetraloni, la cui voce è squisita, almeno secondo me.

— Ma, ma... — balbettò Ruth. — Non capisco ciò che vogliate dire, allora. Voi ammirate la loro voce, eppure dite che guastano la musica!

— Precisamente. Pagherei molto per udirli in un concerto, e anche più per udirli senza orchestra. Vedete, io temo di essere uno spaventoso realista, ma i grandi cantanti non sono grandi attori...

Sentire Barillo che canta un motivo d’amore con voce celeste, sentir la Tetraloni rispondergli con voce egualmente celeste, e udirli tutt’e due accompagnati da una musica colorata, scorrevole, è un regalo assolutamente meraviglioso. E, più che ammetterlo, io lo affermo. Ma tutto l’effetto è sciupato, quando li guardo, quando vedo la Tetraloni — cento chilogrammi, e un metro e 85 centimetri, e Barillo, con la sua faccia untuosa, il torso tozzo e le gambe troppo corte, — assumere tutt’e due delle pose plastiche, colpirsi il petto, agitar le braccia, con un’aria di pazzi scappati da un manicomio! E quando si pretenda che io pensi di assistere a una scena d’amore fra una giovane e bella principessa e il principe Azzurro, ebbene no, non posso ammettere ciò, ecco!... È stupido, assurdo e falso! falso soprattutto. Non mi dite che nessuno al mondo ha mai cantato il suo Amore in questo modo; come! ma se io vi facessi la corte così voi mi prendereste a schiaffi!

— Ma v’ingannate, — protestò Ruth. — Ogni forma d’arte ha i suoi limiti. (Lei faceva il possibile per ricordare una conferenza sulla convenzione nelle arti, sentita all’Universilà). In pittura non avete che due dimensioni sulla tela; eppure accettate l’illusione delle tre dimensioni che l’arte del pittore gli permette di rappresentare. Per la letteratura, accade lo stesso; voi trovate perfettamente legittimo che l’autore vi descriva i pensieri intimi della sua protagonista, eppure sapete che essa era sola e che nè l’autore, nè alcuno poteva sapere ciò che lei pensasse. E lo stesso accade nel teatro, nella scultura, nell’opera lirica, in tutte le manifestazioni dell’arte. Certe cose inevitabili debbono essere accettate.

— Sì, capisco, — fece Martin. — Ogni arte ha le sue forme convenzionali.