Part 15
Ma non poteva essere che amore; lei amava quell’uomo che la stringeva fra le braccia, le cui labbra le premevano le labbra. Essa gli si rannicchiò contro, con un movimento malizioso di tutto il corpo, e, a un tratto, svincolandosi dalla stretta esultante, posò tutt’e due le mani sul collo abbronzato di Martin. La sensazione di quel desiderio realizzato fu così violenta, che con un sordo gemito lei gli abbandonò le mani e gli ricadde, mezzo svenuta, tra le braccia.
Neppure una parola era stata detta, neppure una parola scambiata, per parecchi lunghi minuti. Due volte egli si chinò per baciarle le labbra; ogni volta, le sue labbra ricevevano timidamente il bacio e lei gli si rannicchiava sempre più addosso. Non poteva allontanarsi da lui; ed egli, tenendola stretta al suo cuore, guardava la gran città immersa nel fumo, di là dal golfo, senza vederla.
Questa volta, almeno, il suo cervello non era agitato da sogni; la luce, il colore, tutta la bellezza del mondo erano là, splendenti come il giorno, ardenti come il suo amore. Egli si chinò su di lei, che mormorò:
— Da quanto tempo mi amate?...
— Da sempre; dal giorno che vi ho vista la prima volta. Sono partito, pazzo d’amore, e da quel tempo, la mia follìa non ha fatto che crescere. E ora, cara, sono più pazzo che mai. Non so più che sia... la testa mi gira, dalla gioia.
— Sono felice, Martin... caro! — fece lei, con un lungo sospiro.
Egli se la strinse al petto, sin quasi a soffocarla, poi domandò:
— E voi, quando ve ne siete accorta?
— Oh! ma l’ho capito subito! quasi subito.
— E io non ho visto nulla! — esclamò lui, piccato. — Me ne sono accorto soltanto... ora, quando vi ho abbracciata.
— Non volevo dir questo! — e lei si raddrizzò un po’, e lo guardò. — Voglio dire che dal principio ho capito che m’amavate.
— E voi, quando mi avete amato?
— È avvenuto d’improvviso. — Lei parlava molto lentamente, e negli occhi le luceva come il riflesso d’una fiamma vacillante e tenue, e sulle guance un delicato rossore, che l’animava.
— Non ne ho saputo nulla sino al momento in cui... m’avete stretta tra le braccia. E non avevo affatto l’intenzione di sposarvi, Martin... sino a quel momento. Che avete fatto per farmi innamorare?
— Non ne so nulla, — disse lui ridendo, — salvo che non sia successo a forza d’amarvi, giacchè il mio amore era immenso e avrebbe intenerito una pietra, e quindi, tanto più il vostro tenero cuoricino, cara.
— Io immaginavo l’amore in un modo assolutamente diverso, — disse lei bruscamente.
— Come lo immaginavate?
— Non lo credevo così. — Lei abbassò gli occhi e continuò:
— Non immaginavo che cosa fosse, ecco.
Egli la ricinse con le braccia e la strinse, ma col timore d’apparire indiscreto. Il corpo di lei, però, s’abbandonò e, nuovamente, le loro labbra s’unirono.
— Che dirà la mia famiglia? — fece lei, poi, con timore improvviso.
— Lo vedremo subito.
— Ma se mammà dovesse fare delle obbiezioni?... ho paura a dirglielo.
— Lasciatemi fare, — fece Martin coraggiosamente. — Credo che la mamma non mi veda di buon occhio, ma tenterò di rendermela favorevole. L’uomo che è riuscito a conquistarvi, può ottener tutto.
— E se non dovessimo riuscire...
— Ebbene?
— Noi ci vorremmo bene lo stesso. Ma è impossibile che vostra madre non acconsenta al nostro matrimonio; vi vuole troppo bene.
— Non voglio darle un crepacuore, — disse Ruth pensosa.
Egli ebbe voglia di rassicurarla dicendo che un cuore di madre non si spezza tanto facilmente, ma si limitò ad aggiungere:
— L’amore è la più bella cosa del mondo.
— Sapete, Martin, che mi spaventate, qualche volta? Quando penso a quello che eravate mi fate paura! Bisognerà essere molto, molto buono con me. Ricordatevi, che, in fondo, sono una bambina. Non ho mai amato.
— Neppure io. Siamo due bambini. E siamo molto fortunati, giacchè abbiamo trovato, reciprocamente, il nostro primo amore.
— Ma è impossibile, — esclamò lei respingendolo con un gesto appassionato. — È impossibile per voi! Siete stato marinaio, e m’hanno detto che i marinai sono... hanno...
— Hanno necessariamente una donna in ogni porto, — terminò lui. — Questo volete dire?
— Sì, — fece lei sottovoce.
— Ma quello non è amore, — affermò egli con accento autoritario. — Io sono sbarcato in tanti porti, ma, prima di conoscervi, non sono stato neppure sfiorato dall’amore. Sapete che quella sera quando vi lasciai per la prima volta, c’è mancato poco che non mi arrestassero?
— Arrestare?...
— Sì: una guardia mi credeva ubriaco. Io lo ero... ma di voi.
— Ma dicevate che eravamo bambini, e io dicevo che per voi questo era impossibile, e abbiamo parlato d’altro.
— Dicevo che non avevo amato se non voi, — rispose lui. — Voi siete il mio primo, solo amore.
— Eppure eravate marinaio, — insistè lei.
— Ma questo non impedisce che voi siate lo stesso la sola che abbia amato.
— Ma ci sono state altre donne... altre donne, oh!...
E con gran sorpresa di Martin, essa diede in un pianto tale che occorsero molti baci e molte carezze per calmarla. E intanto egli era assillato da questa frase di Kipling: _E la moglie del colonnello e Giuditta O’ Grady son sorelle per la pelle_. — È vero, si disse, sebbene molte letture l’avessero indotto a pensare diversamente. Egli credeva, e quell’errore era imputabile ai romanzi, che nelle classi elevate, soltanto le richieste ufficiali di matrimonio avessero corso, e che soltanto nel suo ambiente d’una volta, i giovanotti e le ragazze si ottenessero per contatto fisico.
Eppure, i romanzi avevano torto; eccone la prova. Quei mezzi, quelle carezze, quei baci, quelle parole che seducevano le operaie seducevano anche le donne come Ruth. Erano fatte tutte della stessa carne, «sorelle per la pelle»; egli avrebbe dovuto saperlo se si fosse ricordato di Spencer. E, mentre stringeva Ruth fra le braccia calmandola, provò un gran conforto pensando che la moglie del colonnello e Judy O’ Grady si rassomigliavano in modo strano. Ruth gli parve più prossima, più accessibile. Le preziose carni di lei erano simili a tutte le altre carni, alla sua stessa carne. Non c’era alcun ostacolo per il loro matrimonio; c’era, sì, la diversità di classe sociale, ma la classe sociale è una cosa estrinseca, di cui ci si può sbarazzare. Uno schiavo, aveva letto, s’era innalzato sino all’onore della porpora romana; dunque egli poteva innalzarsi sino a Ruth. Con tutta la sua cultura, la sua purezza, la sua infinita bellezza d’animo, lei rimaneva umana, tale quale Lizzie Connelly e tutte le sue pari. Tutto ciò che lei provava, Ruth lo provava; essa poteva amare e odiare, soffrire di nervi, senza dubbio, sicuramente essere gelosa come era in quel momento, che soffocava gli ultimi singhiozzi fra le braccia di lui.
— Eppoi, sono più anziana di voi, — disse lei, aprendo gli occhi e guardandolo: — ho quattro anni di più.
— Zitta!... voi siete una bambina, e io ho perlomeno quarant’anni più di voi, quanto a esperienza, — rispose lui.
In realtà, per tutto quanto riguardava l’amore, erano tutt’e due bambini, sebbene lei fosse zeppa di cultura universitaria, e lui infarcito di filosofia scientifica e delle dure lezioni della vita.
Rimasero così, nella morente gloria del giorno, a parlare come parlano gl’innamorati, meravigliandosi del loro amore e del loro destino che li aveva gettati così stranamente l’uno sul cammino dell’altra, persuasi che s’amavano come nessuno aveva amato prima di loro. E sempre rievocavano le loro prime impressioni e si ingegnavano invano ad analizzare la natura dei loro sentimenti reciproci e la loro profondità.
Il sole calò dietro le nuvole minacciose verso la Porta d’Oro; l’orizzonte divenne roseo, tutto il cielo si infiammò. Una luce purpurea l’inondò, mentre Ruth cantava: «Addio dolce giornata». Cantava con voce soave, distesa fra le sue braccia, colle mani nelle mani di lui, il cuore sul cuore, come una bambina che s’addormenta.
CAPITOLO XXII.
La signora Morse non dovette stentar molto a capire, dal contegno di Ruth quando fu a casa, che qualche cosa era accaduto. Il rossore persistente del volto e soprattutto gli occhioni lucidi rivelavano un gran turbamento di felicità.
— Che è successo? — domandò la signora Morse, con labbra tremanti.
E senza attendere la risposta, la madre la cinse con le braccia e le accarezzò dolcemente i capelli.
— »Non ha parlato, — proseguì Ruth disperatamente. — Io non me lo aspettavo, e non l’avrei mai lasciato parlare... ma non ha detto nulla.
— Ma se non ha detto nulla, nulla è dunque accaduto, non è vero?
— Ma... sì, appunto.
— Dio mio, figliola, che mi racconti! — fece la signora Morse disorientata. — Allora non ci capisco più nulla. Che è successo, dunque?
Sorpresa, Ruth guardò sua madre. — Pensavo che avessi capito. Ebbene siamo fidanzati, Martin ed io.
La signora Morse diede in uno scroscio di risa incredule.
— No, egli non ha detto nulla, — spiegò Ruth. — Mi amava, ecco. Sono rimasta stupita come te: non ha detto una parola: mi ha soltanto passato il braccio adorno alla vita e... e io non sono stata più io. E mi ha abbracciata e io l’ho abbracciato, senza poter resistere; era una forza superiore alla mia volontà. Allora ho capito che l’amavo.
Lei s’interruppe, sperando nell’assoluzione materna, ma la signora Morse si chiuse in un gelido silenzio.
— So: è una disgrazia imperdonabile, — proseguì Ruth con voce incerta; — io non so come potrai perdonarmi, ma non ho potuto resistere. Non immaginavo d’amarlo prima di quel momento. Dillo a papà... Io non ne avrei mai il coraggio.
— È meglio non dir nulla a tuo padre. Io vedrò Martin Eden, gli parlerò, gli spiegherò, egli capirà e ti libererà dalla promessa fatta.
— No, no! — esclamò Ruth sussultando. — Non voglio! L’amo, e l’amore è dolcissimo. Voglio sposarlo!... se lo permettete, s’intende.
— Noi avevamo concepito diversamente il tuo avvenire, io e tuo padre, cara Ruth, e io... oh! no, no! non è fissato nulla, non abbiamo presente nessuno. Noi pensiamo soltanto al tuo matrimonio con uno della tua condizione, con un uomo onorevole e perbene, che sceglierai tu stessa e che amerai.
— Ma io amo Martin! — protestò Ruth, con voce piagnucolosa.
— Noi non ostacoleremo la tua scelta, in alcun modo: tu sei la nostra figlia unica, e non potremmo ammettere che tu possa fare un matrimonio simile. In cambio della tua educazione raffinata, di tutto ciò che è fine e delicato in te, non ha altro da offrirti che rozzezza, grossolanità. Non è un partito per te, in alcun modo. Egli non ha mezzi per mantenerti. Noi non nutriamo pregiudizi stupidi circa la ricchezza, ma una certa agiatezza è indispensabile, e nostra figlia deve sposare un uomo che può darle perlomeno questo, e non già un avventuriero senza un soldo, un marinaio, un contrabbandiere di Dio sa che, il quale, inoltre, è, come se non bastasse, uno scervellato e un irresponsabile.
Ruth rimase muta, riconoscendo la verità di ogni parola.
— Egli perde il tempo con la letteratura, tentando di fare, a furia di cocciutaggine, ciò che ottengono di rado i geni e qualche raro uomo dotato d’una perfetta cultura universitaria. Un uomo che voglia sposarsi deve prepararsi al matrimonio; ma lui! Come ti ho già detto, — e so che tu sei del mio parere, — egli è irresponsabile. E come non lo sarebbe? Ha il temperamento di marinaio; non ha mai imparato a fare economie o a diventar sobrio; la sua folle giovinezza gli ha lasciato l’impronta per sempre. Non è colpa sua, s’intende, ma la sua natura non muterà per questo. E hai riflettuto agli anni di scostumatezza che è stato costretto a vivere? Hai pensato mai a questo, figliola? Tu sai che significa il matrimonio?
Ruth rabbrividì e si strinse a sua madre.
— Ho riflettuto. — E attese un po’ per chiarire il suo pensiero. — Ed è terribile: solo il pensarlo mi fa ammalare. Te l’ho detto: il mio amore per lui è una orribile disgrazia... ma non posso, impedirlo. Tu hai potuto rinunziare all’amore per mio padre? Ebbene! per me, è la stessa cosa. C’è qualche cosa in me, in lui, che ignoravo sino a questo giorno; ma è una cosa che esiste e che mi costringe ad amarlo. Io non ho mai pensato di poter amarlo, eppure l’amo! — concluse lei, con un leggero accento di trionfo.
Parlarono lungamente senza giungere ad altra conclusione, se non a questa, che bisognava aspettare un tempo indeterminato, senza far nulla.
La confessione sincera dell’insuccesso del suo esperimento, fatta dalla signora Morse a suo marito, dopo, ebbe la stessa conclusione.
— Era quasi fatale, — giudicò il signor Morse. — Quel giovane marinaio era il solo uomo col quale lei aveva contatto. Un giorno o l’altro, lei doveva svegliarsi, in tutti i modi; e s’è svegliata, e siccome quel marinaio era presente e senza rivali, lei s’è sentita spinta ad innamorarsi subito o a credere di esserne innamorata; il che è lo stesso.
La signora Morse si dichiarò pronta a influire indirettamente su Ruth, senza farlo apparire, anzichè contraddirla apertamente. C’era il tempo di farlo, giacchè Martin non era in condizioni di potersi ammogliare.
— Lasciaglielo vedere sinchè vorrà, — consigliò il signor Morse. — Più lo conoscerà e meno lo amerà, scommetto. E falle fare dei confronti. Circondala di signorine e di giovanotti — d’ogni sorta di giovanotti intelligenti che abbiano fatto qualche cosa o stiano per affermarsi; di uomini del nostro ambiente, insomma, di gentiluomini!
Lei sarà costretta a far dei paragoni, che le mostreranno chi è lui: un marinaio! D’altra parte ha vent’un anno appena, è quasi un ragazzo; e anche Ruth è una bambina. Sono amori da _nursery_, che passeranno subito.
Le cose rimasero a questo punto. Rimase inteso in famiglia che Ruth e Martin erano fidanzati, ma non ufficialmente; si pensava giustamente di non giungere a questo. E fu tacitamente inteso che il fidanzamento sarebbe durato a lungo. Non essendovi alcuna voglia d’incoraggiare Martin a mettersi sulla buona strada, non gli fu chiesto nè di cercare una sistemazione, nè di cessar di scrivere. Ed egli seguì a occhi chiusi questi subdoli disegni, giacchè non pensava neppur per sogno a sistemarsi.
— Io mi domando se approverete ciò che ho fatto, — diss’egli a Ruth alcuni giorni dopo. — Siccome la pensione presso mia sorella costa troppo, voglio abitare da solo. Ho fittato perciò una cameretta nel quartiere nord di Oakland, un posto tranquillo, che va benissimo, e ho comperato un fornelletto a petrolio per cucinare.
Ruth ne fu entusiasta: il fornello a petrolio, specialmente, le piaceva.
— Così ha cominciato il signor Butler, — fece lei.
Martin non apprezzò come meritava quell’allusione ai meriti del degno gentiluomo, e proseguì:
— Ho affrancati tutti i miei manoscritti, e li ho spediti a nuovi editori. Oggi ho sgomberato e domani mi metto al lavoro.
— E non me l’avevate detto! Di che si tratta? — Una sistemazione! — esclamò lei, e tutta beata gli si strinse addosso, e gli prese la mano sorridendo.
— Voglio dire: mi rimetto a scrivere. — Vedendo l’amara delusione di lei, egli s’affrettò ad aggiungere: — Capirete bene che non mi metto all’opera, questa volta, con idee stravaganti; ma ne faccio un affare, freddamente, prosaicamente. Meglio questo, anzichè riprendere la navigazione, tanto più che mi darà quanto il mestiere che potrei esercitare a Oakland, senza competenze speciali.
— Vedete, il riposo che mi son preso, mi ha dato un senso di prospettiva: non ho affaticato il corpo e non ho scritto, per pubblicare, almeno. Non ho fatto altro che amarvi e riflettere. Ho letto anche un po’ di giornali illustrati. Ho ripensato a me, al mondo, al posto che vi occupo, alle possibilità di conquistarvi un posto degno di voi; ho letto anche la _Filosofia dello stile_ di Spencer e vi ho trovate molte notizie interessanti. E il risultato di tutto questo, delle mie riflessioni, delle mie letture e del mio amore, è il fatto che mi sono stabilito in via Grub. Metto da parte i capolavori per fare «del lavoro commerciale»: articoli allegri, ritratti, versi umoristici, versi da declamare in società, tutte sciocchezzuole che vedo molto richieste. Poi, ci sono i sindacati dei cronisti, e i sindacati dei supplementi della domenica. Io fornirò loro ciò di cui hanno bisogno e guadagnerò discretamente. Voi sapete che vi sono dei pubblicisti indipendenti che guadagnano due o tremila lire al mese. Io non tengo a diventare uno di questi; ma posso guadagnarmi da vivere in un modo conveniente e avere un bel po’ di tempo disponibile; ciò che sarebbe impossibile con qualsiasi altro impiego.
Avrò così il tempo di studiare e di lavorare per me. Finito il lavoro, potrò allenarmi a una grande opera, e mi ci preparerò. Veramente, a ripensarci, sono stupito del cammino fatto! Dapprima, non sapevo che cosa scrivere, a parte alcune esperienze banali, mal comprese e peggio analizzate. Non osavo pensare, e non possedevo neppure gli elementi per questo; le mie esperienze personali erano quasi senz’anima. Poi, accrescendo le mie cognizioni e il mio vocabolario, tutto ciò m’è apparso diverso, e ho trovato il vero modo d’interpretare i miei quadri. Ho cominciato a fare del buon lavoro scrivendo «Avventura», «Gioia», «La Marmitta», «Il Vino della Vita», «Lo scompiglio», «Il Cielo dell’Amore», e i «Poemi del Mare». Ma ne scriverò altri come questi, e migliori, durante le ore libere. Ora, i miei piedi poggiano solidamente sulla Terra! Lavoro commerciale e danaro, prima di tutto!, i capolavori, poi. Per mostrarveli, ho scritto ieri una mezza dozzina di sciocchezzuole per giornali umoristici; in una mezz’ora ne avevo ponzati quattro! Valgono cento soldi al pezzo! Venti lire guadagnate in pochi minuti persi prima di prender sonno.
Naturalmente tutto ciò non ha alcun valore: è un lavoro fastidioso, che accoppa. Ma non è nè più fastidioso nè più tedioso di quello di tenere la contabilità a trecento lire il mese, sommando interminabili colonne di numeri, sinchè si muore. E, d’altra parte, questo lavoro mi mantiene in contatto col mondo letterario e mi dà il tempo di tentare cose più grandi.
— Ma a che servono queste grandi cose, questi capolavori? — domandò Ruth. — Voi non li vendete.
— Oh! sì che li venderò, — disse lui. Ma lei lo interruppe.
— Di tutte le opere che mi avete enumerate e che dite buone, non ne avete venduta neppur una. Ora noi non potremo accasarci coll’aiuto di capolavori invendibili.
— Allora ci accaseremo con delle canzonette che si vendono! — affermò lui, con enfasi attirando a sè la prediletta molto poco entusiasta. — Volete sentir questo? — continuò egli con finta allegria. — Non è arte... ma è un dollaro!
«He came in When I was out. To borrow one tin Was why he came in. And he went without; So I was in And he was out.»[1]
L’allegra monelleria ch’egli mise nel declamare lo scherzo cedette a un’espressione d’afflizione, quando egli vide che Ruth, non solo non rideva affatto ma lo guardava con aria perplessa e imbronciata.
— Può darsi che sia un dollaro, questo, ma un dollaro falso, — fece lei. — Non vedete che tutto ciò è umiliante? Io voglio che l’uomo che amo e che stimo sia qualcosa di più d’un facitore di versi burleschi e stupidi.
— Volete che rassomigli al... signor Butler, per esempio?
— So che il signor Butler non vi è simpatico, — disse lei, ma egli l’interruppe.
— No, no: tutt’altro! Solo, non approvo la sua indigestione. Ma, quanto a me, non capisco perchè non dovrei fare dei versi umoristici o degl’indovinelli, anzichè scrivere a macchina, copiare o far di conto, ottenendo, in fondo, la stessa cosa. Voi partite dal principio che bisogna che cominci assolutamente coll’allineare delle cifre, per diventare poi un bravo notaio o un uomo d’affari. Io voglio cominciare in una forma di basso giornalismo per diventare poi un bravo scrittore.
— C’è una differenza, — obbiettò Ruth.
— Quale?
— Dio mio... voi non potete vendere la vostra buona letteratura, quella che considerate buona. Avete tentato, non è vero? ma nessun editore ne vuole.
— Datemi del tempo, cara, — pregò egli. — Questo giornalismo non è che un mezzo, che non prendo per nulla sul serio. Datemi due anni. Allora sarò riuscito, e gli editori saranno felici di prendere delle buone opere. So quel che dico: ho fede in me; so quello di cui sono capace, e so quanto vale la letteratura attuale; conosco a memoria tutta quella prosa rancida che una quantità enorme di gente pretenziosa e fallita ponza tutti i giorni; e so che in due anni sarò sulla strada del buon successo. Quanto agli affari, non riuscirò mai, non avendo nessuna passione per essi. Comunque, non mi adatterò mai a farne. Non potrei diventar altro che commesso di notaio, e che faremmo, Dio buono, dei miseri proventi d’un commesso?...
Io voglio che siate circondata di quanto v’è di meglio e di più bello, in seguito. E l’otterrò, otterrò tutto. A confronto dei guadagni d’un autore alla moda, quelli del signor Butler sono insignificanti. Un autore alla moda guadagna facilmente dalle duecentomila alle trecentomila lire l’anno, sia l’annata buona o cattiva, lo sapete?
Lei non rispose nulla; giacchè, evidentemente, non approvava.
— Ebbene? — interrogò lui.
— Io avevo altre speranze e altre idee. Avevo pensato, e penso ancora, che la miglior cosa per voi sarebbe di studiare la stenografia, — sapete già dattilografare, — e di entrare nello studio di mio padre. Voi avete un cervello solido e quadrato, e son sicura che diventereste un ottimo notaio.
CAPITOLO XXIII.
Il fatto che Ruth non aveva alcuna fede nell’avvenire di Martin come scrittore non la diminuì agli occhi di lui. Durante il riposo delle vacanze, egli aveva trascorso lunghe ore ad esaminare e studiare se stesso. Scoprì che prediligeva, più che la gloria, la bellezza, e che s’augurava la celebrità per Ruth, soprattutto. Voleva essere «grande» agli occhi del mondo, affinchè la donna ch’egli amava fosse orgogliosa di lui e lo considerasse degno di lei. Ma, quanto a lui, amava appassionatamente la bellezza e gli bastava la gioia di esprimerla; e, più che la bellezza, amava Ruth. Egli considerava l’amore come la cosa più meravigliosa, al mondo. Era l’amore che aveva prodotto in lui quella straordinaria trasformazione, facendo d’un marinaio grossolano uno studente e un artista: l’amore dunque superava la scienza e l’arte. Egli aveva già scoperto che intellettualmente superava Ruth, come superava i fratelli e il padre di lei. A dispetto dei vantaggi della cultura universitaria, dei suoi diplomi di laureata in lettere, lei rimaneva molto inferiore alla potenza intellettuale di lui, al quale un anno di studî da solo, donavano una conoscenza della vita, dell’arte, che lei non avrebbe acquistata mai.
Egli si rendeva conto di tutto ciò, ma senza amarla meno e senza che lei lo amasse meno. C’era forse il minimo rapporto tra il loro amore e la diversità delle loro idee sull’arte, sulla morale, sulla rivoluzione francese, e sul suffragio universale? Queste idee erano ragionevoli, e l’amore, invece era di là dalla ragione. L’amore abita le alte cime, molto al disopra delle valli della ragione, e colui che coglie questo fiore raro non può discendere tra gli uomini sinchè il fiore non sia appassito. Per mezzo dei filosofi positivisti ch’egli prediligeva, aveva conosciuto il significato biologico dell’amore, ma procedendo secondo lo stesso ragionamento scientifico, egli giunse a questa conclusione, che l’organismo conquista il massimo dello sviluppo per mezzo dell’amore e che questo non dev’essere discusso, ma accettato come la suprema ricompensa della vita. Egli giudicava dunque che l’amore nobilitasse ogni creatura, e gli piaceva pensare a «L’Amante eterno» che s’innalza al disopra di tutte le cose terrestri, al disopra delle ricchezze e del giudizio degli uomini, dell’opinione pubblica e della gloria, al disopra della vita stessa e «muore per un bacio».