Madri.... per ridere

Part 2

Chapter 23,774 wordsPublic domain

Si fanno quindi umilissimi servitori delle loro Eccellenzine. Se ne ricevono un calcio od uno schiaffo, frenano una lagrima e trovano un sorriso — se sentono una bestialità, e ne sentono molte, gridano: «Oh, bello!» — se vedono una crudeltà, ridono a crepapelle, e così via, sinchè a furia di umiliazioni, di strisciamenti, di adulazioni, di leccature.... riesce loro di ingraziarsi qualcuno di quei piccoli semidei, sotto l’egida dei quali possono poi restare impunemente anche cogli altri, che li tollerano per lo meno fino al giorno degli esami. S’intende che l’indomani di quel giorno, so loro avviene d’incontrarli, non li ravvisano più.

Maddalena non era nè un lupo nè un agnello, ma provò che, se avessero voluto, per caso, farne un agnello, avrebbero trovato il lupo.

Quando — e fu subito — si vide noncurata e derisa da tutte quelle dame in sessantaquattresimo, quando sentì il coro di scherni e di motti su quella «portinaja di sua madre,» le guardò di traverso — niente altro — e fece chiaramente intendere col suo contegno che voleva essere un’estranea per tutte, evitare qualunque contatto.

Questo, sulle prime, non garbò alle signorine, che volevano, non già una ribelle, bensì una schiava, un zimbello — ma uno schiaffo sonoro che Maddalena lasciò andare sulla guancia d’una tristerella più zanzara delle altre, la quale un giorno le aveva detto: «Tu.... puliscimi le scarpe», levò a tutte la voglia di divertirsi, visto che le spese non toccavano a lei, e la lasciarono sola.

Si limitarono, a motivo della di lei taciturnità assoluta, a chiamarla — fra loro, s’intende — la _dentistretti_. Era tutto quello che il loro odio poteva osare.... a rispettosa distanza.

Così Maddalena, della sua inferiorità s’era fatta uno sgabello di superiorità, e le guardava tutte d’alto in basso.

Tale posizione fattasi da sè stessa non contribuì certo a guadagnarle i favori della signora direttrice, in coda alla quale venivano ostili del pari, naturalmente, le maestre e i professori. Unico il catechista cessò d’esserle avverso, ma solo l’ultimo anno, quando Maddalena, benchè di bassa estrazione, aveva già qualche cosa di appetibile che le altre non avevano.

Di premj non gliene diedero mai uno. Ed era forse quella che ne meritava di più, perchè mostrava un ingegno pronto e vivace. Sembrava che per lei le difficoltà non esistessero. Ma siccome le sue risposte erano secche, buttate là senza grazia, non le fruttavano alcuna lode. Anzi, si diceva: «Non è che un pappagallo.» Come mai avrebbe potuto essere morbida, graziosa, sapendosi a tutti in uggia, e avendo in uggia tutti?

Finalmente spuntò il giorno degli ultimi esami. Maddalena, preso e arrotolato senza molto riguardo il suo «attestato», uscì da quelle aule senza salutare alcuno, e dicendo fra sè, all’indirizzo di tutti: «Speriamo di non incontrarci altro.»

Aveva quattordici anni e mezzo, non aveva un’amica al mondo, non sentiva alcun desiderio di trovarla, odiava le sue coetanee, non aspirava a nulla, noncurante di tutto, sempre fredda — un’anima vuota.

I genitori avevano una mezza velleità di farle continuare gli studj, onde avesse a riuscire una istitutrice buona per l’alta società, ma siccome Maddalena fece capire che non vi aveva alcuna disposizione: «Già — dissero — è meglio che diventi una brava donna di casa; maestre ce n’è d’avanzo lo stesso.»

E per qualche tempo _parve_, infatti, fosse una di quelle fanciulle che vengono cresciute in casa precisamente a prepararsi al matrimonio.... sul serio. Attendere alla casa, cucire, ricamare: ecco la sua vita — seguire la madre alla chiesa, ecco l’unica sua distrazione.

Non pareva nemmeno accorgersi che vi fosse un mondo — e, come da bambina, la sua più grande compiacenza stava nella solitudine e nella meditazione. Strana cosa, non leggeva — si sarebbe detto avesse un mondo in sè, il quale assorbisse tutta la di lei attenzione, non lasciandole pensiero d’altro, neppure della sua bellezza.... che non poteva non vedere. — Crediamo fosse ancora perfettamente innocente, ossia ignorante, ma il suo cervello doveva lavorare.... perchè quando veniva qualche uomo in casa, ella non cercava più la solitudine — e se era nell’altra camera, ne usciva e stava a guardare quegli uomini.

In quei momenti ella era, per verità, tutta composta, il suo volto era impassibile, non parlava, o rispondeva, a stento, puri monosillabi — ma il di lei sguardo, benchè freddo, vitreo, era fisso, inquisitoriale.

Ma chi si occupa dello sguardo d’una ragazza?

L’importante era che Maddalena fosse una perfetta donna di casa — e a diciassette anni la era, e la più raccomandabile per quanti la conoscevano — quando in casa Papetti, nella casa della pace, della calma, del lavoro e della religione, avvenne una rivoluzione, che ebbe gravissime conseguenze — non solo — ma provò anche come dove si vede cenere, talvolta non v’è soltanto della cenere.

Da qualche mese era avvenuto in Maddalena un tal mutamento, che i suoi genitori non avevano potuto a meno di avvedersene.

Sul volto, per lo innanzi così sereno e fresco, erano comparse le prime occhiaje, ed ogni giorno si facevano più fosche. Tre rughe verticali, tre solchi, che ogni dì s’approfondivano sempre più, erano venute a deturpare la levigata fronte fra le sopracciglia. V’erano delle stranezze nel suo contegno, e le nuove sue abitudini, proprio poco belle per una fanciulla che aveva sempre vissuto con una regolarità e una frugalità veramente esemplari, impensierivano molto i poveri Papetti.

V’eran dei giorni in cui non toccava cibo...., in altri, invece, veniva presa da una voracità straordinaria.

Essa, che aveva sempre mostrato ripugnanza per le bevande un grado più spiritose dell’acqua, e, in genere, per i sapori forti, ora ricercava avidamente vino, caffè tostato, liquori, agrumi.... E si fosse fermata là!.... ma corrotto, eccitato alla frenesia il senso del gusto, ella aveva ricorso al sale e a certe droghe, che dovevano bruciarle le viscere e il sangue.

V’era poi il gran guajo che l’uso palese — già soverchio per una giovinetta, e veniva molto biasimato, combattuto, impedito in tutti i modi possibili dai genitori — era un’inezia in confronto dell’abuso secreto di quelle sostanze corrosive o incendiarie.

V’erano giorni in cui si mostrava in preda ad una irrequietezza irrefrenabile, e allora le sue pupille sfavillavano, dalle labbra accese sgorgava la parola rapida, impetuosa, or stridente, or squillante, e allora.... che vivacità di movimenti, che smania di lavorare, di uscire, di correre....! — e ve n’erano altri che ella passava sdrajata sur un’ottomana o girando per le stanze lentamente, languida, accasciata come una convalescente, ed il suo occhio non aveva che una luce smorta, immota, ed il labbro scolorato, aperto, pendente, non dava nota. Dimagrava a vista — le sue carni scottavano.... Che cos’aveva?

Una persona sola avrebbe potuto dirlo, Brigida, la fantesca — ma quella non fiatò. Anche senza il divieto di Maddalena non avrebbe parlato; temeva di compromettersi e di venir cacciata.

La madre interrogò la figlia con tutta quella cautela che le pareva occorrere, ma senza alcun risultato. — «Non ho nulla, sto benissimo.» — «Mi fai ridere.... che cosa devo avere?» — «No, neanche questo.» — Ecco le risposte di Maddalena; ma siccome, nonostante le di lei assicurazioni, il peggioramento continuava, si fece venire il medico, il quale disse.... tutto quello che poteva e doveva dire, ossia che era tempo di darle marito.

— Come.... così giovine!? — esclamò Caterina.

— Mah! per certe donne è troppo presto a venti e per altre è già tardi a quindici...; m’intendono?

— E dove andremo a pescarlo noi il marito, se non viene? — brontolavano i Papetti, udita tale ricetta, e da quel momento si fecero pensierosi e tristi, fantasticando a due sul da farsi per riuscire a trovare questo benedetto marito, che solo poteva spegnere il fuoco consumatore.

Ma la cosa non era delle più facili.

Nel mentre essi volevano con tutta l’anima la felicità della figlia, avevano al solito le grandi pretensioni e tutte le paure delle piccole borse. Maddalena aveva nientemeno che diecimila lire di dote — messe insieme soldo a soldo — dunque volevasi non un rompicollo, bensì un galantuomo posato, con qualche cosa di suo.... se al sole, tanto meglio — con un buon impiego e relativa pensione in prospettiva per la vedova.

E lì ufficiarono parenti e amici perchè avessero a battere la campagna, oltre la città, a fin di scavare il suddetto galantuomo — ma ogni ricerca fu vana.

— Tanta roba si vuole per diecimila lire? — rispondevano le designate supposte vittime — troppo onore!

— Ma veda almeno la ragazza.... quando l’avrà veduta.... vedrà che merita tutto. Proprio la migliore delle figlie, piena di timor di Dio... non come tante altre, che.... una lavoratrice poi! E la famiglia!! ma la fami........

— Sì sì, tutto quello che si vuole, ma diecimila lire sono proprio poche — e i parenti e gli amici tornavano mortificati come i bravi di Don Rodrigo, ossia come segugi che, ecc., ecc., co’ musi bassi e con le code ciondoloni.

Ma se talvolta più si cerca e meno si trova, tal altra, quando meno ce l’aspettiamo, la fortuna ci favorisce spontanea.

Una bella sera, mentre il padre sventurato si trovava al solito _cafferino_ a centellinare il non meno solito _agro caldo_ del vecchio impiegato di tutti i tempi, un tale, di cui il dilettevole gioco del dominò aveva procurato la conoscenza a Papetti, venne fuori con delle querimonie sull’esistenza di quell’uomo che è condannato a vivere senza famiglia, solo come un cane, ecc., ecc.

Come ben si può imaginare, il nostro genitore prese la palla al balzo e disse subito:

— E perchè non prende moglie?

— Eh! perchè sono vecchio!

— Vecchio lei? ma so ben che mi scherza!

— Sicuro che son vecchio.... sono vedovo ed ho quarant’anni....

— Proprio la bella età per.... sicuro!

— Ah! certo.... che.... non dico.... ma già le fanciulle voglion qualche cosa di meglio.

Il nostro impiegato, anzi _ex_, perchè da due anni circa era stato giubilato con paga intera, il nostro Ildebrando dunque lasciò cadere il discorso.... ma era una furberia — e l’indomani sera comparve al caffè un po’ più tardi dell’usato in compagnia di Maddalena. Era la prima volta che egli conduceva colà sua figlia.

L’amico c’era.... e capisse o non capisse l’intenzione.... trovò la ragazza di suo gusto, e lo disse al padre, che allora ricondusse più volte Maddalena. Dopo qualche giorno di occhiate, di mezze parole, di quarti di sospiri, la chiese in isposa, e ottenne un consenso entusiastico dai genitori e il più secco e sarcastico dei no da Maddalena.

Il povero aspirante mise la coda fra le gambe e fuggì come un cane sorpreso da una doccia bollente, cambiò caffè, quartiere.... non lo si vide più.

— Ma come si fa a lasciarsi scappare un partito simile? — gridavano tutto affannosi e lagrimosi i buoni Papetti, colle mani giunte, picchiandosi sulle ginocchia e gli occhi rivolti al cielo. — Figurarsi, il maggiordomo, l’uomo di confidenza del Principe di Moka che gli dava tutto quel che voleva e anche quello che egli, il Principe, non sapeva di dargli. Un uomo ancor fresco, ben conservato, vedovo sì, ma senza figli, che aveva giù messo da parte, che continuava a metterne, e che alla morte del Principe.... chi sa!....

— Non seccatemi altro! — interruppe a un tratto Maddalena, la quale aveva ascoltato fin là fredda, impassibile al solito, ma con un aggrottamento di ciglia e un agitar di piedino che volevano certo significar qualche cosa.

E levatasi, mosse con maestà da mima verso la sua camera.

Era la prima volta che la figlia osava assumere un’aria rivoltosa e, quel che è peggio, autocratica!

I genitori, il primo momento, percossi, ma tuttavia non credendo alle proprie orecchie, corsero dietro la ribelle gridando:

— Ma Lena... figlia mia... cosa dici?

— Niente! — ribattè seccò Maddalena, facendo fronte-indietro sulla soglia — dico soltanto che se non mi lasciate stare, io me ne vado! —

Ed entrata allora nella camera, vi si rinchiuse a chiave.

Maddalena s’era rivelata improvvisamente quella che era.

I poveri Papetti si guardarono raccapricciando, sbalorditi, poi piansero, strillarono.... e poi.... e poi tacquero, si rassegnarono, e da quel giorno furono gli umilissimi servi della figlia...., la quale s’era fatta per sorpresa indipendente e signora, insegnando come si fanno i colpi di Stato.

E siccome tutto ciò è poco chiaro, andiamo a far un po’ di luce.

Come certi negozj, che verso strada sembrano servir per un traffico e poi nel retrobottega servono per.... tutt’altro — così vi sono delle fanciulle, che apparentemente hanno una condotta irreprensibile, proprio secondo tutte le regole adottate, e poi hanno un.... retro-bottega.

Nel mentre, stando a quel che si vede, una di tali fanciulle conduce un’esistenza monotona, insignificante, precisamente puerile — in cui non trovate che innocenti sollazzi, confetti, fiori, in cui la più grande emozione sembra quella d’una vestina nuova e di quattro salti con accompagnamento di frittelle — ella ha, o, per meglio dire, si procura, se lo vuole, se lo può appena, una.... retro-vita, la quale, per poco che la fanciulla sia prudente, si sottrae a qualunque sindacato.

Non entreremo in particolari per ragioni facili ad indovinarsi ed anche per non sembrar posseduti dalla smania di generalizzare. Ci occuperemo solo del caso speciale di Maddalena, e ancora, non senza aver premesso che, se i particolari appunto della retro-vita delle ragazze in discorso fossero conosciuti o, se più vi garba, se si volesse farne materia di studio, se ne trarrebbero delle deduzioni che influirebbero a modificare di molto l’educazione della donna — per cui essa crescerebbe più sinceramente ingenua, mentre l’ingenuità or non copre che la così detta malizia, alla quale i bambini e gli sciocchi danno tanta importanza — per cui essa sdegnerebbe mentire, mentre ora che vi è forzata.... trova precisamente, in un apparato di menzogne, il mezzo di far la sua volontà — beffandosi di tutti — per cui, infine, vivrebbe più serena e tranquilla, mentre ora è in preda a malsane curiosità ed a fantasticherie.... poco azzurre.... per non dir altro.

V’è una famosa scienza che vien ritenuta pericolosa, dannosa per le ragazze — ma è pericolosa, dannosa, solo ora, perchè se ne fa un mistero altissimo.

Invece di costringere la donna a scoprirne da sè gli arcani.... insegnatele voi stessi quella scienza, con linguaggio aridamente scientifico, all’aprirsi della sua mente, e vedrete che non le farà nè freddo nè caldo.... precisamente come l’abbicì.

E allora forse non vi saranno più tante fantasie sregolate, sfrenate — non vi saranno più tante morenti d’etisia. Ma lasciamo le fanciulle in generale e veniamo a Maddalena.

La casa, o, per esser più esatti, il casamento in cui abitavano i Papetti, aveva due cortili.

Il primo era piccolo ma civile, come si conveniva alla parte di fabbricato prospiciente la via; il secondo, invece, si poteva quasi chiamare una corte rustica. L’esservi una stalla e un pollajo gliene davano, se non altro, l’odore, e il suolo ineguale e tutto mal ciottolato, senza un pensiero al mondo dei poveri bipedi, che avrebbero dovuto arrischiarvisi, diceva chiaro che si era pensato solo ai quadrupedi.

Nell’androne, che dal primo metteva nel secondo cortile, v’erano due aperture, una a destra, l’altra a manca, che lasciavan veder le scale al servizio della parte posteriore del casamento, il quale aveva anche due ale.

L’ala sinistra, come il corpo, aveva tre piani oltre il terreno — mentre la diritta era a un sol piano, che non si poteva dir terreno, ma che era molto basso.

Quell’ala doveva essere una qualche precauzione di un antico proprietario, marito molto geloso de’ suoi diritti.

Dal fabbricato si vedeva un gran giardino al di là del muro, che correva fra le punte delle ale.

La scala a sinistra, che saliva a chiocciola, serviva la parte alta — corpo e ala —; la scaletta a destra, di soli quindici gradini, saliva diritta all’uscio dell’unico e microscopico appartamento che si trovava nell’ala rispettiva.

I Papetti abitavano nell’ala a sinistra, ma non più al terzo piano — da qualche tempo, cominciando a pesar gli anni, eran discesi al secondo.

* * *

Un anno e mezzo circa prima che Maddalena facesse quella bella scena alla quale assistemmo, era venuta ad occupare l’appartamentino dell’ala destra una donnina tutta sola...., ossia con una cameriera a doppio uso.

Era costei una sedicente vedova. Poteva anche essere vedova realmente, ma siccome il marito pareva essere sempre stato morto, così il «sedicente» sta bene.

La mattina le avreste dato trentacinque anni — dopo le due pomeridiane non più di trenta — e la sera anche venticinque. Di notte, all’oscuro poi.... ma questo non lo sappiamo.

Era bellina, il che vuol dire anche bruttina — ma era simpatica.

Una personcina delicata, che non porgeva esuberanze, ma non aveva neanche deficienze — capelli neri, carnagione brunetta — e in tutta lei, ma specialmente nello sguardo, modestamente provocante, e nel sorriso misterioso continuo a fior di labbro.... un certo non so che, per cui una donna sembra dir tacendo: «Io so che ci sono, e quando voglio, qualcuno se n’accorge.»

Del resto, per la maldicenza non v’era niente da dire sul di lei conto. Riceveva pochissimo, nelle ore d’etichetta, e tutte persone _comme-il-faut_. Erano alcuni eleganti attempati.... _amici del suo povero marito_, e alcune signore, che apparentemente dovevano appartenere anche esse alla categoria delle vedove sedicenti e seducenti.

Tutta gente ben vestita, che andava e veniva senza far chiasso e senza dar nell’occhio. Una cosa sola si sarebbe potuto notare, ed è che delle visite mascoline non era mai accaduto che una s’incontrasse da lei con un’altra.... ma per notar questo, bisognava essere ben cattivi.

La sera ella non riceveva alcuno, tranne un giovinotto — ma era un suo _fratello_.

Tutto questo, che è pochissimo e insignificante, lo si sapeva dalla portinaja, che lo teneva dalla domestica della vedova in discorso.

Teneva anche che era buona buona ed aveva nome Severina.

Un freddurista dirà che è un bel nome per una signora.... e punto scoraggiante per gli audaci. Severa sì.... ma al diminutivo.... Lasciatelo dire.

* * *

Nei primi cinque mesi la signora Severina parve aliena dallo stringer relazione con un inquilino. O amava la solitudine, o doveva aver delle ragioni per conservarsi perfettamente libera, cosa difficile quando si hanno delle conoscenze nella stessa casa in cui si abita. Doveva anche essere, a giudizio dei vicini, una donna tutta sacra alla memoria del marito, perchè di carnevale non era uscita nemmeno una sera e perchè nessuno sembrava gradirle, mentre si sapeva che v’erano dei signori.... ma proprio signori, i quali se ne occupavano moltissimo.

Lettere non ne mancavano, la portinaja era stata importunata.... le lettere erano state consegnate — ma una faccia nuova in tutto quel tempo non s’era ancor vista passare. Si era ardito persino di corrompere la cameriera, ma essa.... aveva accettato le mancie, ridendo, e non solo non aveva mai riportato una risposta favorevole.... ma neanche una sfavorevole.

— Sono matti tutti! — diceva la cameriera alla portinaja — la mia signora non può pensare ad alcuno. —

I vicini, specialmente qualche giovinotto, incontrando Severina, la salutavano per tentar di ottenere un ricambio, che potesse servire di primo gradino alla solita scala — ma fatica gettata — ella non vedeva mai.

V’era tuttavia un’eccezione.

Maddalena, che s’era imbattuta qualche volta in Severina o nell’uscire o nel rientrare, aveva veduto sul suo volto un dolcissimo sorriso di simpatia, che era proprio tutto per lei Maddalena — ma essa era sempre seria e non aveva mostrato di accorgersi di quel sorriso. La sua selvatichezza non era ancora stata vinta da alcuno.

Un giorno però Maddalena, dopo che Severina le fu passata a fianco, guardandola colla solita espressione, non potè a meno di rivolgersi ad osservare quella elegantissima figurina, dalle movenze vagamente ondulanti, la quale andava lasciando dietro sè un profumo delicatissimo, strano, senza nome, così penetrante, che pareva scendere al cuore.

Tale almeno fu l’effetto che produsse in Maddalena, per la quale era una novità. Per la prima volta ella si era soffermata pensando a quella signora, e aperte le labbra aspirò l’aria tutta odorante per esalarla quindi in un sospiro.

Si sarebbe detto che v’era magìa.

Maddalena, che non aveva mai desiderato un’amica, da quel momento sentissi attratta verso Severina....; e il miracolo era stato fatto da un semplice profumo!

Maddalena non avrebbe potuto dirne allora la ragione — ma la ragione vi era. Ella sdorava già la pubertà.... e quel profumo, penetrando in lei, vi aveva vellicato per la prima volta il recondito senso della voluttà.

Salita, ritiratasi nella sua camera, aperse la finestra, e appoggiatasi col fianco al parapetto, là stette tutta mesta guardando quel cortile, quel giardino, quelle mura.... Tutto era deserto, tutte le finestre chiuse, lo spazio era inondato da una luce pallida e fredda; non giungeva altro romore che quello lontano alternato di un martellar di scalpelli nella via.

Per la prima volta, guardatasi attorno, sentì uggiosa, pesante quella solitudine, che ella stessa aveva pur voluta fino a quel giorno — per la prima volta sentì un bisogno di respirare a pieni polmoni, e una forza nuovissima trascinarla al romore, alla folla, al mondo, alla vita — per la prima volta le venne in mente di mirarsi nello specchio.... ma, corsavi, fece una smorfia, perchè si vide pallida e quasi brutta. — Però, fermatasi alquanto, toccati i capelli, aperto un tantino l’abito, lì sotto il mento, fatto il confronto fra sè e Severina, provandosi a sorridere, finì a sorridere davvero. Aveva trovato che se anche Severina fosse stata mal pettinata e peggio vestita come lei, sarebbe stata forse più brutta di lei.... quindi passando al viceversa.... sperò poterla superare. Ma come fare, con chi consigliarsi, ella che non conosceva alcuno? Dire ai genitori: — D’or innanzi, voglio farmi bella, divertirmi, vivere — le pareva una enormità.

A chi ricorrere dunque per ajuto a fine di raggiungere il suo scopo per altra via? Un mezzo solo v’era, fare la conoscenza di Severina, che certo doveva essere una maestra eccellente, e l’avrebbe istrutta in tutto, e fors’anche avviata nel principio di quel labirinto intricatissimo che le pareva, ed è infatti, la vita.

Ma come riuscire a far la relazione di Severina? Offrirsi? Pregare? Questo ripugnava al di lei orgoglio.... tanto più che fra le possibilità v’era anche quella di un rifiuto.

Non restava che attendere dal caso una occasione favorevole per avvicinare la signora e afferrare tale occasione.

Ma per quanto Maddalena spiasse, l’occasione non si presentava. Severina restava invisibile, pareva non uscisse più. La fanciulla si cuoceva d’impazienza, e casa sua le diveniva ogni giorno più antipatica. Ma finalmente quel benedetto tempo, che se, tutto toglie, apporta anche tutto, permise alle sue speranze di rianimarsi.

Spuntato aprile, le vetriata dall’appartamento di Severina si schiusero ai soavi zeffiri, alla gaja luce della primavera — e la desiderata signora cominciò a far delle apparizioni sul suo terrazzino.

Maddalena allora cominciò dal canto suo, a passare, lavorando, alla finestra tutto il tempo di cui poteva disporre.

Non occorre dire che ogni qual volta Severina si lasciava vedere, Maddalena smetteva di lavorare e si sporgeva fuor della finestra per attirare la di lei attenzione.... ma questo pareva difficile.

Tuttavia, or col tossire, or col cantare, or col muovere la sedia o il tavolino.... fece tanto che un giorno Severina alzò gli occhi al secondo piano, e siccome la fanciulla scorse sul di lei volto il medesimo dolce sorriso, così sorrise anch’essa subito, chinando il capo.