Part 1
CESARE TRONCONI
MADRI.... PER RIDERE
ROMANZO
MILANO GALLI E OMODEI, EDITORI-LIBRAJ Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 77. — 1877.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Stab. tip. Molinari e Socj.
A FELICE CAMERONI
A FERDINANDO FONTANA
Allora non si usavano ancora i _treni-omnibus_.
Quattro becchini o quattro conoscenti andavano bravamente sotto la bara e via se la portavano al cimitero.
Non di rado, i latori di voi — per modo di dire — di voi presente-passato, erano precisamente quegli amici o parenti che vi avevano rotto le scatole al punto da ridurvi fra quelle assi e dicevano di portarvi con piacere per consolarsi del dolore di avervi ammazzato.
Con ciò non si vuol fare alcuna maligna allusione a coloro che quella mattina portavano o accompagnavano un cataletto al più lontano dei carnaj suburbani. — Non osiamo scrivere: _all’ultima dimora_, dopochè la stoltezza umana, non contenta abbastanza di tormentare certuni quando sono vivi, non vuol lasciarli tranquilli neanche quando sono morti. Stoltezza tanto di buona fede, che piuttosto di non trasportare qualche osso, se non ne trova, supplisce con surrogati.... e, in un caso disperato, è certo che ne fabbricherebbe apposta!
Il dolore di quegli amici e parenti era proprio sincero. Al defunto avranno forse goduto più d’un pranzo, n’avranno sempre parlato bene il meno possibile, ne avranno corteggiato la moglie, avranno giocato dei tiri alla sua borsa — questo che cosa significa? — ma egli era stato tanto buono — tutti ora n’erano persuasi — e la di lui fine tanto miseranda e acerba — aveva venticinque anni! — che nessuno, per quanto apatista, poteva non sentire compassione. Alcune guance, specialmente di donne, erano rigate di lagrime.... ed erano lagrime sincere.... perchè il morto non aveva dato ordine di pagarle.... e i superstiti meno ancora.
Entrato il convoglio nel camposanto, si diresse verso la fossa assegnata al nuovo ospite e intorno a quella si dispose in cerchio, attendendo. Si sapeva che un amico doveva leggere alcune parole.
Infatti un giovinotto sui trent’anni levò un foglio, tossì, diede un’occhiata in giro, compose il volto a gravità dottorale e finalmente cominciò:
«Aveva ragione Leopardi, il quale scrisse:
«Amore e Morte . . . . . . . . . . . . . . . . . . «Cose quaggiù sì belle «Altre il mondo non ha, non han le stelle,
«ma doveva aggiungere che, quando si perde il primo di questi beni, l’altro è l’unica speme che ci resta.... e che l’affrontarla è pur una gioja sovrumana....
«Colla morte soltanto ci è dato salvarci dal dolore!
«Ma chi ci avrebbe detto solo domenica scorsa, quando, ricco di salute e di forza, tripudiava con noi ad agape fraterna, che oggi avremmo dovuto riunirci intorno alla sua tomba per dargli l’estremo _vale_?
«Chi ci avrebbe detto, quando egli ne parlava commosso delle sue domestiche gioje....»
Qui l’oratore — se volete dar tal nome a chi leggeva con coraggio non invidiabile uno dei soliti stravecchi esercizj di retorica — alzato lo sguardo a caso, mentre prendeva fiato, s’interruppe repentinamente.... e additò nella direzione dell’uscita del cimitero, dove erano apparse due ombre negre. Tutti guardarono ed ebbero un moto di sorpresa e di repulsione.
L’oratore, allora, con voce bassa e severa, mormorò:
— Sarebbe un profanare questo sepolcro il permettere che quelle due sciagurate avessero ad unirsi a noi per ascoltare l’espressione del nostro dolore.... Andiamo.... e che Dio.... —
Egli s’interruppe per interrogare i visi degli astanti, e vedendoli tutti addolorati ripetè con forza e sensibile reticenza:
— .... Che Dio abbia di loro pietà.... se pur la meritano. —
E i convenuti si sciolsero silenziosamente, le teste chine, disperdendosi fra le croci ed evitando — taluni non senza affettazione — di incontrarsi colle due donne che con la loro comparsa inattesa avevano disturbato la mesta cerimonia.
Una vecchia lettera, che fa parte dei documenti da noi raccolti prima di accingerci a questo lavoro, contiene informazioni sur uno dei personaggi principali del racconto — informazioni che noi crediamo dover nostro di dare in tutta la loro crudezza per risparmiare a certi benevoli la fatica d’accusarci della malsana, prava compiacenza d’inventar caratteri ultraperversi.
Grazie a quel Dio che ci ha creati, della perversità ve n’è quassù fin che se ne vuole, e non c’è proprio alcuna possibilità d’inventare nè più nè peggio di quello che già esiste.
Queste informazioni dovevano servire — pare — per qualcuno che aveva delle idee oneste, ossia conjugali — se su Maddalena o sulla di lei figlia, non sappiamo, la lettera non portando data — e chi le diede era certamente ben informato.
Crediamo fosse anche un galantuomo.... ma su tal punto penserete quel che vorrete.
Copiamo:
«Leggi adunque bene!
«Maddalena è una di quelle disgraziate creature che non si dovrebbero mai conoscere, anzi neppur potere sospettare possibili. Il solo sapere che simili esseri non sono una finzione da romanziere, ma esistono realmente ed agiscono.... è una corruzione del nostro spirito e del nostro cuore, perchè, alla fede nel bene, sostituisce il dubbio terribile che quaggiù vi siano solo gradi maggiori o minori di depravazione — più o meno abilmente mascherati — e che il bello morale assoluto sia una pura fola.
«Quando si è conosciuta una Maddalena, tu potrai incontrare anche una vergine angelica.... garantita e ti verrà egualmente il sospetto che quell’involucro celestiale racchiuda un’anima di fango. Concederai che quell’anima non ha ancora agito secondo la sua natura, ma dirai subito che gli è soltanto perchè sinora è sempre stata nell’impossibilità d’agire.... e che del resto aspira unicamente e con tutto l’ardore a quell’istante in cui potrà agire liberamente.
«Insomma, quando si è conosciuta una Maddalena.... la donna — nel consolante significato che noi avevamo sempre dato a tale parola, perchè va unito a quegli esseri che portano i soavi nomi di madre, di sposa, di figlia — non esiste più.... esiste soltanto una spaventevole macchina, la quale stritola tutto che di umano ha la sventura di toccarla. Allora tu non vorresti più essere nè figlio, nè marito, nè padre — perchè Maddalena è il MALE. Il male cinico, audace, insultante, aggressivo, perchè non solo vuol essere.... non solo vuol parer tale, ma aggiunge la sfida a tutto ciò che è BENE.... come a dire: io ho il coraggio di essere quello che sono, perchè è così che si deve essere, e tu, sedicente virtù, non sei che ipocrisia o imbecillità.
* * *
Sì, Maddalena fu il male, ma avrebbe forse potuto anche essere il bene, se nel punto più importante, e quasi sempre decisivo nell’esistenza d’una donna, ella non avesse ricevuto una di quelle lezioni che sconvolgono mente, cuore e sangue, e vi trasformano un individuo di punto in bianco.
Diciamo questo, col solito _forse_, più per tentar di spiegare che per rendere simpatico il personaggio, nonostante i suoi torti.... lasciando che le lettrici la giudichino come meglio credono — a voce — per confessare poi fra sè stesse, se nella tale e tal’altra circostanza avrebbero agito in modo diverso o egualmente o peggio.
* * *
Se la morte di Cesare fu preceduta e quindi, come dissero, preannunziata da stranissimi fenomeni — la nascita di Maddalena fu accompagnata da un incidente che fornì materia a dir molti spropositi alle varie donnicciattole che, raccolte nella cucina, una sera di gennajo, attendevano ansiosamente quel primo vagito, il quale doveva annunziare l’arrivo, nel mondo, del Messia di casa Papetti. — Fra parentesi diremo che quel Messia, per essere il benvenuto, doveva essere una femmina. Così volevano mamma e papà, e guai a lui se si fosse presentato colla solita sconvenienza che si nota nei maschi.
Or bene, nel punto stesso in cui papà Ildebrando, spalancato con furia l’uscio della cucina comparve gridando gongolante e lagrimante:
— È una fiiiglia!... è una fii.... — proprio allora, con gran fracasso, volò in frantumi un vetro della finestra, sfondato da un grosso gatto nero che cadde sulla tavola apparecchiata pel desinare.
Ma siccome, precipitando, aveva rovesciato bottiglie e bicchieri.... scoppiò un gridò generale acutissimo di spavento e di furore, e tutte le mani si congiunsero in un: Santa Madonna! — Il gattone allora, esterrefatto per la sua stessa caduta, alla vista di un paese nuovo, di tante ignote femmine e di quell’uomo che già alzava minaccioso un bastone.... piroettò roteando i giallissimi occhi, cercando anelante una via di scampo — ma non vedendone alcuna, perchè già tutti gli si serravano addosso, da vero gatto spiccò un salto trasvolando una spanna sopra la cervice del signor Papetti, la di cui legnata, non più trattenibile ormai, rovinò sulla tavola con immenso frastuono di piatti e di bicchieri infrangentisi contro il suolo.... e, quel che portò al colmo il terrore degli astanti, colla rottura dell’ampolla dell’olio e della saliera, il cui contenuto si sparse tutto sulla tovaglia.
Pur troppo il disastro fu completo, e noi rinunciamo a descrivere la scena di desolazione che susseguì, a riferire le bestialità che proruppero da quelle bocche.
Vi basti sapere fra le altre lepidezze che il gatto nero «era certamente venuto dall’inferno per portar l’anima alla neonata, e che l’olio e il sale versati erano il più certo segno che grandi sventure attendevano casa Papetti.»
Si giuocarono naturalmente molti biglietti al lotto, che dovevano guadagnare immancabilmente.... e infatti non colpirono nemmeno un ambo.
Del gatto nero non si ebbero più notizie.
* * *
Ildebrando Papetti era un impiegato di Dogana che dal governo percepiva un onorario molto modesto, ma che sapeva aiutarsi. Certi mercanti della piazza, che lo trovavano compiacente nelle dichiarazioni delle merci da daziarsi, gli dimostravano la loro gratitudine con strette di mano che gli facevano un piacere infinito. La malignità non cerchi più sottintesi di quelli che vi sono. Del resto, prima vi fu da pensare ai viziucci della gioventù — dopo, a prender moglie — in seguito, a mantenerla bene — più tardi, ai nascituri — dunque!
A quarant’anni sposò Caterina, la figlia della portinaja, che ne aveva trenta.
Bella coppia!
Egli alto, secco, già curvo, già grigio, avvizzito, affumicato dall’eterna pipa di porcellana, colle occhiaje muffite — sempre strozzato da un fazzoletto bianco a sestupla pressione — senza occhiali, tuttavia.
Ella di media statura — quasi — grassoccia, linfatica, col volto di un roseo incerto, giornaliero, che ad un conoscitore avrebbe dato da pensare, coi capelli biondi di una rarità incontestabile, con due pupille che vi parevano bianche e con un seno.... molto morale — alla qual moralità di solito si preferisce la turgida immoralità.
Ma era buona e cretina come dovrebbero essere tutte le donne destinate alla parte di massaja.
Dire le sue orazioni, andare a messa, predica e benedizione, ai tridui, alle novene ai mesi di Maria, osservare le feste di precetto, dire la sua terza parte del Rosario quando occorreva o.... per passar la sera, non sapere che cosa è un libro, meno il _Manuale di Filotea_ o altro della stessa forza, non avere un’idea di ciò che è spirito, aver orrore della parola capriccio, tener in bell’ordine la casa, essere sempre pulita, ma vestita come una lavandaja vecchia, fare il suo dovere conjugale, applicare bene mignatte, polentine e.... altre consolazioni — insomma, un ideale!
E per questo si amavano, perchè innanzi tutto egli era un uomo dell’ordine, ossia di quell’ordine che aveva trovato fatto venendo al mondo.
Questo amore tuttavia, benchè si conoscessero già da cinque anni, quando si sposarono, chi sa se sarebbe mai nato senza un certo avvenimento che stiamo per sapere.
V’era una gran stima reciproca — egli ammirava, anzi, il di lei amore al lucido — ed ella il di lui vivere regolato come il suo orologio e specialmente i costumi morigerati.
In cinque anni egli non aveva ricevuto nè una lettera nè una donna.
Ma siccome ella pareva non avesse mai avuto tempo di pensare all’amore — ed egli vi aveva forse rinunciato — e fors’anche a motivo dell’abisso fra le due posizioni — il fatto sta che con tutta la stima e tutta la facilità di vedersi e parlarsi — egli, più che «buon giorno» o «buona sera», oppure «che tempaccio!», o «bello quel merlo!», non aveva mai detto.
Una mattina Ildebrando, uscendo di casa, vede sotto il portico Caterina che piange disperatamente, attorniata da alcune portinaje e serventi della vicinanza, le quali fanno del loro meglio per consolarla.
— Perchè piange, signora Caterina? — fa egli appressatosi.
Ma siccome Caterina singhiozza senza poter parlare, una donna dice:
— Piange perchè le è morta la mamma stanotte.... sicuro, poverina.
— Oh! — ma se stava benissimo jeri sera!
— Mah! un colpo....
— Oh!... questo mi fa proprio dispiacere.... Basta! si faccia coraggio.... e pensi che, giù, un po più presto.... un po più lardi.... pur troppo! — e Ildebrando se ne va brontolando e scrollando capo e spalle.
Per tre giorni il nostro impiegato è preoccupato, concentrato, accigliato — tanto, che i colleghi gli domandano se medita un delitto.
— Forse.... se lo posso! — risponde con sorriso sinistro.
I colleghi non vi badano e dicono:
— Bene.... se mai ha bisogno di qualche ajuto....
— Non dubitino, signori..., basto io. —
Il suo accento è beffardo — gli amici si guardano e se ne vanno, formando dei dubbj sullo stato di quel cervello.
Ma niente paura. Ildebrando si presenta il quarto giorno col volto rischiarato, sereno, anzi ilare, il che è fenomenale in lui.
Gli è che un’ora prima, entrato dalla Caterina, le ha detto tutto a un fiato, passando dal Lei al Voi:
— Caterina, voi ora non potete più da sola continuare a fare la portinaja. È una grama vita.... e non resistereste, perchè, se siete giovane ancora, non siete niente affatto robusta.... e mi farebbe male se vi vedessi soffrire. — Vi propongo una cosa. Voi siete sola al mondo.... e solo sono io.... Se non vi spiace.... andiamo! venite su con me al terzo piano.
— A servir Lei? — ha fatto Caterina, sorpresa, con uno sguardo e un accento pieni di riconoscenza.
— A servir me!? Ma vi pare che io potrei proporvi una cosa simile? Che direbbe il mondo?
— Ma dunque? — e il di lei viso esprimeva un’ansia estrema.
— Ma dunque, voi siete una buona donna.... sì.... volevo dire una brava ragazza. Se avete la stessa opinione di me.... sposatemi ed è bell’e finita.
— Oh! signor Papetti!... — ha esclamato la poveretta tutta lagrimosa, colla mente quasi fuor di questo mondo a quel colpo fulmineo di fortuna, dopo tanta sventura.
— Non ditemi più Papetti, ditemi il mio nome.... Sicchè quale risposta mi date?... Fate presto, perchè è tardi, e coll’ufficio non si scherza.... Sicchè.... sì?
— Oh! signor Ildebrando.... io sarò la sua serva....
— Che serva d’Egitto!... mia moglie...! Su.... su.... che diavolo fate? inginocchiarvi? — e, commosso anche lui, ha detto in fretta: — la cosa resti fra noi, per ora; penserò io a tutto.... voi non dovete neanche muovervi. Per domani vi sarà una portinaja nuova.
— Come! Di già provveduto?
— E volevate forse che vi lasciassi qui un giorno solo ancora?
— Ah!...
— Addio! —
Tre mesi dopo Ildebrando conduceva al suo domicilio la sposa, e siccome egli era un po.... brillo, trovò naturale, aprendo l’uscio, di dire a Caterina:
— Questa è la casa.... ora bisogna mettervi dei figli. —
Ma i figli si fecero aspettare.... cinque anni.
Dirvi che lei era sospirosa, e lui di pessimo umore, vedendo scorrere tanto tempo inutilmente, è dir poco.
— Ma sono io.... o sei tu? — grugniva egli di tanto in tanto.
— Tutti e due — mormorava Caterina sommessamente, poi con rassegnazione! — È il Signore che vuol così....
— Il Signore! — gridava allora Ildebrando picchiando col pugno sul tavolo, ma non finiva, perchè essa impallidiva sempre orribilmente alle bestemmie.
Ma chi faceva montare in bizza il povero Papetti, al punto, certi giorni, da perderne l’appetito e diventare verdognolo, era il suo capo-ufficio, il quale quando era di buon umore si degnava chiedergli notizie «della sua numerosa prole, se studiavano, se ora lasciava finalmente riposare quella povera donna....» insomma, una canzonatura non più finita.
Ma gli è che quando Ildebrando aveva preso moglie, aveva promesso mari e monti in fatto di paternità, e invece....
— Vede.... — gli disse un giorno il suddetto capo-ufficio — se avesse studiato, da ragazzo, la grammatica, queste cose non Le succederebbero.
— Come dice?...
— Ma sì.... nominativo come è, non sa essere dativo abbastanza da poter diventar genitivo; così merita l’accusativo d’essere all’ablativo, e si vede ch’Ella non era vocativo pel matrimonio.
— Grazia! grazia! — gridò l’infelice che, come avrete capito, non era certo un uomo di spirito, e fuggì più curvo del solito come oppresso del ridicolo che si rovesciava su lui.
Ma quando una certa mattina d’aprile, mentre Ildebrando stava calzando gli stivali, udì un grido di gioja che veniva dalla camera attigua — e domandato burbero: «Che cosa c’è?» Sentì rispondere: «Ci sono!» e seppe subito cosa voleva dire quel _ci sono_ — non potè a meno di esclamare pensando al suo capo-ufficio: Son vendicato! — E non appena lo vide, gli disse, ma lentamente, con tutta l’ironia che gli riuscì di trovare, assaporando a centellini la sua vendetta:
— Sa.... sa.... mia moglie vuol farmene una delle sue.... Pare che saranno due. Pazienza! —
E non mancò di ripeterglielo.... tutti i giorni! per quel tal numero di mesi.
Il capo-ufficio se la pigliò in pace e attese l’istante della rivincita che non mancò.
Quando Papetti venne ad annunziare che gli era nata una figlia, il capo-ufficio gli disse con accento di scherno schiacciante:
— Pœuh!... anche quella è nata in sbaglio....
— Come, in sbaglio?!
— O sarà.... merce di contrabbando.... — non c’era cattiveria; bisogna ricordarsi che parlava un doganiere.
— Come, contrabbando?!
— La sfido.... ad averne un’altra.
— E io accetto!
— Vedremo! —
Il capo-ufficio fu profeta — non si vide più niente — ma non se ne parlò altro. Il gioco era già stato abbastanza lungo, e, diciamolo pure, d’una gajezza lagrimevole.
Un buon osservatore, che avesse potuto seguire Maddalena, passo per passo, ne’ suoi primi anni, avrebbe scrollato il capo e detto per lo meno: Non ci capisco nulla!
Non che ella fosse, come si dice dei bimbi, «cattiva» — tutt’altro — ma era qualche cosa di peggio — non era, non fu mai una bambina.
Guardate quale anomalia.
Nei primi sette mesi succhiò da sola tanto latte che avrebbe bastato benissimo per due. Fortunatamente la balia ne aveva per quattro.
Succhiare e poi.... succhiare — pochissimo dormire — un dimenarsi senza posa — una grande insofferenza delle fasce ed una maggiore dell’oscurità. Luce, aria! — Tollerava solo e per pochi istanti ancora le braccia della balia.
D’essere presa da altra gente nè baciucchiata, non voleva saperne. Rotolarsi sull’erba, nella polvere e, a preferenza, nel fango, ecco i suoi gusti.
Nell’ottavo mese dimostrò, con sorpresa di tutti, una certa ripugnanza al capezzolo. Nel susseguente s’era già svezzata da sè. Di dieci mesi passeggiava, e una magnifica foresta nera le copriva la testolina.
Ad un’età in cui i bimbi non si sa quasi neanche che esistano, ella era la meraviglia della corte, che le diede ben presto il soprannome di _tosa di bronzo_.
E lo meritava. Chi aveva mai avuto occasione di notare ch’ella soffrisse o godesse? Chi aveva mai veduto una sua lacrima o un suo sorriso?
Seria, con movimenti ricisi e sicuri — non desiderava, voleva — non chiedeva, prendeva — occorrendo, strappava — il suo capriccio era il suo diritto. Al di lei cospetto, i bimbi più deboli sentivan paura — i più forti, rispetto o stupore — e i grandi, si lasciavan soverchiare per divertimento.
La Caterina avendo sofferto una lunga malattia in quel tempo, fu forza lasciar Maddalena presso la balia fin verso i due anni.
Quando la madre potè finalmente farsela portare in città, fu deciso che lo stesso giorno dell’arrivo della balia sarebbe anche quello della di lei partenza. Si temeva che se si lasciavano prendere alla Lena le abitudini cittadine nelle braccia della balia, venendo poi quel giorno in cui si dovrebbe pur separarle, la Lena non avesse a far il diavolo e a costar noje e insonnie infinite.
Qual vano timore! La povera donna piangeva staccandosi dalla sua Maddalena, e la sua Maddalena, infastidita, le volgeva le spalle per occuparsi d’un cagnolino che faceva una gran festa ai suoi dolci.
Chi sa che cosa c’era in quel cervellino! Si può dire che fino ai quindici anni visse come una lumaca, indifferente per tutto quanto l’attorniava, per tutto quello che interessava gli altri, cominciando dal giocare e dai giocatoli, non curante persino di sè stessa, ad un punto che sembrava nata senza vanità!
Obbediva come una macchina ai genitori, riceveva le loro carezze, ma non le ricambiava che richiesta, asciutta, fredda.... per liberarsi d’una noja.
Una cosa da morir dal ridere.... quel soldo di cacio si dava alla solitudine e alla meditazione.
Quando cominciò a frequentare la scuola, in quella gran festa dell’infanzia che è appunto la scuola, avrebbe forse potuto aprirsi il calice di quell’anima, ma una circostanza impedì che alcun raggio d’amore vi cadesse sopra, e così restò sempre chiuso.
Pertanto non potè mai gustare alcuna di quelle gioje, non potè mai sentirsi trasportata da alcuno di quegli entusiasmi infantili che amicano una piccola creatura all’umanità e ne foggiano a poco a poco un essere sociale.
Per Maddalena volevasi una scuola con una maggioranza di ragazzine della di lei condizione, all’incirca.
Là, non essendovi quelle disuguaglianze che tanto fanno soffrire i bambini, avrebbe trovato sorrisi, amicizie, trasporti, ed ella si sarebbe forse, o almeno in buona parte, trasformata.
L’importante è dare o cambiare l’intonazione ad un carattere — il tempo fa poi il resto.
Invece i genitori, che ne volevano fare una damina, la misero in una scuola nella quale non v’erano appunto che damine in erba. — «Così — dicevano — prenderà subito le maniere della migliore società e avrà delle amiche le quali le faranno onore e potranno anche giovarle col tempo.»
Giustissimo! ma allora bisognava mandarla vestita con eleganza, all’ultima moda, e farla accompagnare dal servitore o dal maggiordomo. Invece la mandavano vestita con una economia ridicola, di stoffe che sapevano di rigattiere un miglio lontano e in cui si vedeva, ad occhio nudo, la lotta accanita dell’ingegnosità materna contro i colpi del tempo, e contro la crescente pressione delle membra in continuo sviluppo.
Permettevano che l’accompagnasse una donna senza sciallo, senza cappellino, la quale pareva una serva, aveva i tradizionali movimenti della portinaia frettolosa e curiosa, e che Maddalena — orrore! — confessava essere sua madre.
Ma era una mamma quella? Tutt’al più era una stonatura nel genere madri.
Maddalena produsse proprio lo stesso effetto che un cane in chiesa, in quella scuola, e come un cane fu trattata — ma stavolta il cane non guaì, nè si raccomandò alle gambe.
I bambini, di solito, quando si trovano esposti al dileggio e alle busse dei compagni prepotenti, perchè ricchi o nobili, o hanno forze per vendicarsi, e allora.... guai ai dileggiatori, guai ai maneschi — o sono troppo deboli per reagire, e allora si rassegnano alla loro sorte e cercano ogni mezzo per renderla meno dura....