Lotte civili

Part 20

Chapter 203,205 wordsPublic domain

Quando si combatte il nemico, come s’intende a far sempre, con duplice, triplice forza numerica e con tutti quei vantaggi d’armi, di tempo e di terreno che danno la certezza assoluta della vittoria, come ad un uomo che lotti con un fanciullo; quando da un’altura conquistata si fulmina a fuochi di fila una mandra di fuggenti, di cui non si vedon più che le spalle; quando, guidati dallo spionaggio e dal tradimento, si assiale nelle tenebre e nel sonno un accampamento mal guardato e vi si semina la morte prima che vi si possa tentare un principio di resistenza; quando si casca inaspettati, mille contro cento, sopra un convoglio di viveri, e si macella la scorta e si preda il convoglio, affamando migliaia d’uomini che si batterono forse eroicamente il giorno innanzi; quando da lontano molte miglia, e senza pericolo, si rovesciano sopra una città dei nembi di ferro e di fuoco, che vanno a mutilare monumenti d’arte secolari, a incendiar biblioteche, a rovinare edifizi d’utilità pubblica, a sterminare nei loro letti donne, vecchi, fanciulli, malati, feriti; quando ai cittadini d’una città disarmata si estorcono con le armi alla mano gli ultimi scudi, che, dopo essersi impoveriti per la patria, essi serbavano agli ultimi sacrifizi; quando, sia pure per necessità e senza ferocia, s’invadono e si manomettono le case dei privati, si trascinano prigioniere «in ostaggio» delle famiglie atterrite e tremanti, e si strappano le derrate e gli animali e si devastano i campi ai coloni affamati e supplichevoli; quando, stando in agguato dietro ai muri o alle siepi, si uccidono alle spalle gli esploratori solitari, o si fucilano dei cittadini per il solo fatto d’aver difeso la patria senza vestire una divisa, o si spara nel dorso ai prigionieri inermi ed affranti che tentano di mettersi in salvo; quando si fa tutto questo — e si fa di continuo in ogni guerra — quali «sentimenti nobili» si possono «svolgere» nel cuore umano? Il vero è che per far tutto questo, come vuol esser fatto, vigorosamente, bisogna soffocare nel proprio cuore quei sentimenti. Basterebbero a provarlo, fra mille altri fatti, il seguente: che uno scrittore noto in Europa, e non sospetto di malo animo verso la Germania, abbia osservato negli operai affluiti a Berlino, in quel breve periodo di prosperità fastosa e fittizia che succedette alla guerra con la Francia, un grande cambiamento; davanti al quale egli domandò a sè stesso «se essi avessero serbato in fondo al loro nervo visivo l’immagine dogli uomini uccisi e dei villaggi incendiati, poichè s’erano fatti violenti e rissosi, indifferenti ai ferimenti e agli omicidi, e facili a servirsi del coltello». Ma che più? Ne dà una prova lo stesso maresciallo Moltke, nell’appendice alla sua Storia della guerra franco-germanica, con una frase, che forse egli non avrebbe scritta, se quando gli venne sulla punta della penna gli fosse tornato in mente ad un tempo il giudizio suo sopra citato. È la pagina dove parla del suo incontro col principe di Bismarck sul campo di Sadowa coperto di cadaveri sfracellati e di feriti rantolanti nel sangue, nel momento che arrivava il corpo d’esercito del principe ereditario. Egli dice: — «Noi galoppavamo allegramente a traverso al vasto campo, senza badare agli orrori che esso ci offriva». — Tale effetto aveva prodotto nel suo cuore, pur naturalmente buono, la guerra.

III. — È un errore....

È un errore il credere che si educhino i giovani al coraggio e ai sacrifici patriottici destando in essi il furore della gloria soldatesca e quella febbre d’orgoglio nazionale, che non è amor di patria sapiente, ma orgoglio individuale, dilatato e larvato. Si destano in loro, insieme con questi sensi, un desiderio spensierato della guerra, un disprezzo facile e crudele della vita altrui e altre passioni e tendenze che li sviano dal culto degli alti ideali. Ma quanto al farne dei cittadini forti e dei soldati intrepidi, la cosa è diversa.

Nel fatto, sui campi di battaglia e nei cimenti della vita civile, si vedon far mala prova molti di quelli che eran più smaniosi della lotta, molti patriotti furibondi e squassapennacchi terribili, ed anche uomini a cui l’educazione letteraria o militare diede tutti i caratteri apparenti del cittadino valoroso o del bravo soldato, e mostrare invece una intrepidità e una fermezza inaspettata giovani e uomini maturi, d’indole grave e modesta e d’idee miti e ragionevoli, i quali non avevan dato innanzi alcun indizio della loro forza. La fermezza e il coraggio, in costoro, derivano da un sentimento profondo di dignità personale, dalla coscienza di combattere per una causa giusta, da un concetto particolare che hanno della vita, e da altre forze mal definibili che sono in fondo all’animo loro. Su queste forze non hanno potere alcuno quelli che credono di formar dei prodi cittadini e di suscitar degli eroi gridando perpetuamente alla gioventù: — Patria, armi, sangue, guerra, gloria!

Questi non fanno che seminar del vento e ritardare il cammino della civiltà col mantener vivo il pregiudizio funesto che si fortifichi un popolo inebbriandolo d’ambizione e facendogli adorare la spada.

IV. — La guerra e la menzogna.

Potrebbe scrivere un libro utile chi dimostrasse quante bugie dicano e mettano in giro, durante una guerra, quante leggende assurde creino ed accettino l’ambizione degli individui, l’orgoglio nazionale credulo, la condiscendenza della stampa interessata a adularlo, e l’ignoranza infantile della moltitudine. Neppur da questo lato, certamente, giova la guerra a «innalzare i caratteri» poichè intorno a un piccolo numero d’eroi veri e a un numero maggiore di combattenti valorosi, ma non eroici, suscita un numero grandissimo di sballoni e di millantatori e di complici loro conscienti od ingenui, che offrono tutti insieme a chi serbi sereno lo spirito uno degli spettacoli più compassionevoli che possa dar di sè la natura umana.

E non parliamo dei moltissimi che, non avendo preso parte ad alcun fatto d’armi, affermano dopo un certo numero d’anni, quando si son confusi i ricordi degli avvenimenti, d’aver _visto il fuoco_ di ogni battaglia; nè degli altri molti che, non essendo stati a una battaglia che come spettatori fuor di pericolo, si vantano, in capo a un certo tempo, d’avervi preso parte vivissima, e scroccano nella loro famiglia, fra gli amici e nel pubblico una considerazione che non meritano. Ma di quelli stessi che combatterono e rischiarono la vita davvero quanti mentiscono i sentimenti che hanno provati, e ingrandiscono le gesta proprie e le altrui, e danno per verità delle fantasie! Se n’ha la prova nelle diversità grandissime e nelle contraddizioni enormi che si riscontrano fra i racconti di quelli stessi che assistettero allo stesso fatto, non già molti anni, ma pochi giorni dopo ch’esso è avvenuto.

Certo, vi sono uomini di tempra quasi superiore alla umana, che danno esempio, fra i pericoli supremi, d’una tranquillità d’animo maravigliosa, che compiono atti e pronunciano parole, anche morendo, degni dell’ammirazione d’un popolo. Ma sono, in realtà, rare eccezioni, e non diventan molti se non perchè l’immaginazione ambiziosa li moltiplica. Nove volte su dieci, quelle tanto frequenti descrizioni di gente che «non batte ciglio» sotto il grandinar delle palle, che scherza sulle proprie membra lacerate e spira gridando evviva, sono purissime favole; le quali sono anche spinte il più delle volte a un’esagerazione di particolari così impudente e puerile da mover le risa o lo sdegno in chiunque sia stato una volta sul campo di battaglia. Così, di recente, abbiamo letto d’un combattimento in cui, mentre la morte li decimava, una schiera di combattenti faceva una tale allegria che era _un vero carnevale_ e d’un ufficiale che, mezzo affogato in un pantano, ammazzò non so quanti e mise in fuga il resto d’un drappello di nemici, e di _tre soldati_ che arrestarono da un’altura cento assalitori, e altri tanti e tali prodigi, che indussero un ufficiale valoroso a levar la voce perchè si mettesse un termine, per sentimento di dignità nazionale, alla fabbricazione delle leggende. E in tutti i paesi, in tutte le guerre, segue il medesimo, e più forse nelle guerre sfortunate che nelle vittoriose, per una ragione facile a comprendersi; il qual fatto può anche far dubitare della verità della sentenza: che le sconfitte ritemprano i popoli insuperbiti e corrotti dalla fortuna riconducendoli a un giusto giudizio del proprio valore. Nè questa è l’ultima cagione della persistenza d’un avventato e provocante spirito bellicoso in un così gran numero d’uomini, che non videro mai la guerra fuor che nei quadri; vale a dire: un concetto falsissimo, creato in loro dalla menzogna convenzionale e tradizionale, della guerra stessa, della facilità dell’eroismo e della moltiplicità degli eroi; concetto falsissimo che si comunica e si tramanda in tutti gli scritti storici, apologetici e poetici, relativi alla guerra, ai quali s’informa l’educazione della gioventù, e fa sì che la letteratura guerresca sia la più adulatrice e la più bugiarda di tutte le letterature.

V. — Ai maestri.

Sarebbe opera utile al trionfo della Pace il cercar di correggere nelle scuole, e in particolar modo nell’insegnamento storico, la troppo facile e cieca ammirazione dei grandi macelli e dei famosi macellatori; il combattere la leggierezza, il linguaggio inconsciamente barbarico con cui s’avvezzano i giovanetti a raccontare e a descrivere le stragi più orrende, con l’idea falsissima che siano una cosa sola l’indifferenza per lo spargimento del sangue e il coraggio; l’educarli a congiunger sempre all’ammirazione del valore guerriero un sentimento di pietà profonda per le vittime e di alto rispetto per la vita umana; il far sì che al sentimento della necessità ed anche della santità di certe lotte cruente uniscano sempre quello d’un orrore doloroso per questa necessità medesima e la speranza che un giorno essa non sia più per l’umanità che un ricordo funesto e non abbiano più a sorgere statue d’eroi sopra piedestalli di carne umana lacerata. Se questo si facesse, non avverrebbe così di frequente d’udir persone civili e gentili, non per altro che per spirito d’avventura o per ambizione di gloria patriottica o per scopo d’educazione nazionale, esprimere placidamente il desiderio di una guerra, senza che dieci voci indignate s’alzino loro d’intorno a dire che hanno proferito la parola più stolida e più scellerata che possa uscir dal labbro d’un uomo.

VI. — Per i pazzi.

Sapere, per l’esempio della Francia nel ’71 e della Russia nell’anno in corso (1906) che cosa segue nelle nazioni vinte in una grande guerra; riconoscere, come ognuno riconosce, che gli eserciti attuali, formati di milioni d’uomini, non sono più veri eserciti, ma popoli armati, il cui spirito è un’incognita, e di cui la vittoria soltanto può mantener la coesione; non ignorare le quistioni vitali che agitano la società presente e che tengono le moltitudini in uno stato quasi continuo di febbre e di convulsione; sentir cantare l’«inno dei lavoratori» dai coscritti, chiedere il congedo in assembramenti dai richiamati e protestare nei comizi i reduci dalle grandi manovre; sapere, sentire, veder tali cose, e parlar d’una guerra, e desiderarla, come un modo di soffocare per un periodo di tempo le grandi quistioni urgenti che non si sanno risolvere, ossia, proporre d’uscire dalle difficoltà presenti tentando la fortuna nazionale in un gioco d’azzardo che, se fallisse, avrebbe per conseguenza la miseria pubblica triplicata, l’inasprimento di tutte le ire, la difficoltà ingigantita di tutti i problemi, e quasi senza dubbio uno sfacelo spaventevole della compagine dello Stato: questo dovrebbe parere assurdo ad ogni uomo che abbia lume di ragione. Eppure a molti non pare, e lo dicono. A chi lo dice non c’è altro che metter le mani sulle spalle, fissarlo negli occhi e gridargli sul viso: — Al manicomio!

VII. — Per ritemprare la fibra....

Scrisse tempo fa un mite filosofo: — Se fosse assicurata la pace perpetua l’umanità imputridirebbe. — E chiarì il suo concetto, aggiungendo: La guerra è necessaria per ritemprar la fibra alle nazioni.

La fibra di quale parte, di quali elementi delle nazioni?

Hanno bisogno d’aver ritemprata la fibra tutti quei milioni d’uomini, i quali nei campi, nelle officine, nelle miniere, sulle montagne e sul mare sudano sangue per campar la vita, condannati a un lavoro senza tregua, che, quando non prostra o non uccide, fa le anime e i corpi di ferro?

Hanno bisogno di aver ritemprata la fibra tutte quelle miriadi di uomini d’ogni classe, pei quali tutta la vita è un’aspra lotta con la sfortuna, un perpetuo sforzo ostinato e impotente per uscir dalla oscurità e dalle strettezze, una quasi continua e non meritata sequela di privazioni, d’umiliazioni e di disinganni, che li trascinano a cento a cento al suicidio?

Hanno bisogno d’aver ritemprata la fibra tutti quegli innumerevoli infelici, a cui le malattie, le disgrazie e i delitti strappano ferocemente dalle braccia le persone più care, aprendo nel cuor loro delle ferite che sanguinano senza fine, gettando nell’anima loro una tristezza, che dura fino alla morte?

Hanno bisogno di aver ritemprata la fibra tutte quelle migliaia di creature, naturalmente coraggiose e magnanime, che in ogni occasione di sventura privata o pubblica sono le prime a offrire e a dar l’opera propria e il proprio sangue, e compiono ogni giorno, senz’ambizione e senza compenso, quei mille atti di virtù oscuri o dimenticati, che onorano più altamente la natura umana?

Hanno bisogno d’aver ritemprata la fibra quelle migliaia di giovani e d’uomini maturi, che ai doveri della loro professione, a una ambizione nobile e utile a tutti, all’arte, alla scienza, all’amore appassionato del lavoro sacrificano gli agi, i piaceri, la libertà, la pace, segregandosi dal mondo e accorciandosi la vita?

Tutti costoro, per certo, non hanno bisogno di rinvigorirsi la fibra nella guerra.

Ma se si tolgono tutti costoro, che cosa rimane di una nazione altro che un branco di parassiti gaudenti, di oziosi tarlati dalla noja, d’avventurieri scioperati, di quattrinai mestatori, d’anime nulle o triste o bislacche, che neppure amano la patria e la gloria, perchè non hanno in sè nulla di gentile e di grande!

È forse per rinvigorir la fibra a costoro che si dice necessario e desiderabile che ogni tanti anni corrano sulla terra dei torrenti di sangue generoso e di pianto disperato?

Non è credibile.

La sentenza, dunque, vuol essere corretta così: La guerra è necessaria per ritemprare la fibra agli eserciti.

Questo forse pensava il buon filosofo; ma, per pudor filosofico, non osò di dirlo. Deploriamo la sentenza e rallegriamoci del pudore.

VIII. — Un episodio della battaglia di Custoza.

Di quanti episodi di guerra io lessi od intesi, quello che mi fa più spesso e più lungamente pensare è il seguente, che mi narrò un ufficiale valoroso, il quale ne fu parte.

Nella battaglia di Custoza del 1866, non ricordo se sulle alture di Montecroce o d’un altro colle, in una di quelle vicende d’assalti e di contrassalti, in cui le colonne dell’una e dell’altra parte si rompono in truppe disordinate e in drappelli, alcuni dei quali errano per qualche tempo tra il fumo, o s’arrestano qua e là come smarriti, arrivarono di corsa sul culmine, da due parti opposte, due manipoli fuorviati d’italiani e d’austriaci, tutti così oppressi dalla fatica, trafelati, sfiniti, che nell’atto stesso del vedersi, s’arrestarono gli uni in faccia agli altri, come a un comando dei loro capi, ridotti nell’impotenza assoluta di muovere un passo di più e di far pure un atto di offesa.

Ristettero gli uni e gli altri sotto il raggio ardente del sole, grondanti di sudore, con le bocche spalancate e gli occhi fuor dell’orbita, ansando orribilmente e guardandosi, come istupiditi.

Ripreso appena fiato, prima uno degli austriaci, poi due, poi quasi tutti cacciarono l’indice nella canna del fucile e, trattolo fuori, lo mostrarono ai nostri, senza far parola. Nessuno aveva il dito nero di polvere. Quell’atto voleva dire: — Non abbiamo sparato, non abbiamo ucciso: non uccideteci.

« — Furon pochi momenti — mi disse l’ufficiale — ma in quel brevissimo tempo, come si dice che accada ai naufraghi avanti di perder la coscienza, m’attraversò la mente un pensiero lucidissimo, quasi portato sopra un’onda d’altri pensieri affollati e fuggenti, ch’io non espressi che più tardi a me medesimo. Quanta pietà dei propri simili può entrar nel cuore di un uomo, che abbia egli stesso la morte alla gola, entrò nel mio cuore in quel punto. Pensai che quei soldati non ci odiavano; che neppure gli altri loro compagni d’armi odiavano gli altri compagni nostri, e che nemmeno gli altri giovani del loro paese e le famiglie loro, ossia la maggior parte del loro popolo, non odiava il nostro popolo; che, certo, non era quella grandissima maggioranza che aveva voluto una tal guerra; che tutti dovevano comprendere l’ingiustizia della causa per cui combattevano, e che avrebbero, potendo, fatto ragione ai nostri diritti, patenti al mondo; che era dunque, in quel caso come in altri mille, una forza estranea al maggior numero, al paese vero, una lega dell’orgoglio, degl’interessi e dei pregiudizi di pochi, che aveva spinto tante migliaia d’uomini a una guerra ingiusta ed inutile; e come un lampo mi balenò alla mente, che un giorno, col salire della civiltà, in quello come negli altri paesi, quella forza sarebbe stata vinta e quella lega distrutta; che le questioni tra i popoli le avrebbe risolte la libera coscienza di quelle grandi moltitudini in cui non nascono spontaneamente nè false ambizioni nè odi iniqui, e che un incontro terribile e miserando, come quello che io vedevo, non sarebbe stato più possibile fra creature umane incivilite.

«Tutto questo fu come una visione istantanea del mio pensiero. Due squilli di tromba di qua e di là fecero sparire dalle due parti i drappelli, che si ricongiunsero ai loro corpi, — il combattimento riprese, — e forse parecchi di quei soldati che, vedendosi, s’eran risparmiati la vita, di lontano, senza vedersi, s’uccisero. — »

Questo fatto mi ritorna alla mente ogni volta che penso alla guerra, e sempre una voce mi ripete ostinatamente, solennemente, con un accento di pietà profonda e quasi di sovrumana certezza: — Sì, un tempo verrà in cui ciò che dissero quei poveri soldati austriaci ai soldati italiani, l’un popolo lo dirà all’altro: — Io non uccido: non uccidere! —

FINE.

INDICE.

PARTE PRIMA. RACCONTI E DIALOGHI.

Il primo passo _Pag._ 3 Come si diventa socialisti 11 Fra padre e figlio 18 Fra madre e figlio 28 Fidanzata e fidanzato 35 Fratello e sorella 41 Un “malfattore„ 46 Discussioni 51 Amicizia nuova 62 Fra anarchico e socialista 72 Agitazioni e scioperi 83 Passano le tessitrici.... 92 Una tempesta in famiglia 100 Un giovine perduto 140 Un borghese originale 149

PARTE SECONDA. PER IL SOCIALISMO.

Primo maggio 1904 161 Ai fanciulli 167 A una signora 171 Discordie in famiglia 181 Il partito socialista 185 Compagno 189 Nel campo nemico 195 Obiezioni al socialismo 203 Età agitata 210 Mentre passano gli scioperanti 212 Il malinteso borghese 215 L’eguaglianza nel socialismo 222 Filippo Turati al Tribunale di Guerra 230 Un comitato elettorale 235 Lavoratori, alle urne! 239 Amor di patria 266 Verso l’avvenire 273

PARTE TERZA. PER LA PACE.

Il socialismo e la guerra 281 Dopo Algesiras 284 _Otto frammenti_: I. — A un banchetto 290 II. — La guerra educatrice 295 III. — È un errore.... 298 IV. — La guerra e la menzogna 299 V. — Ai maestri 301 VI. — Per i pazzi 302 VII. — Per ritemprare la fibra.... 303 VIII. — Un episodio della battaglia di Custoza 305

NOTE:

[1] V. specialmente A. GRAF, _Come fu socialista E. De Amicis?_, nella _Nuova Antologia_ del 1.º aprile 1908; DOTT. ROBERTO MICHELE, _Ed. De Amicis_, nei _Sozialistische Monatshefte_ di Berlino, 1909, VI; D. MANTOVANI, _Il “Primo maggio„ di E. De Amicis_, nel _Corriere della Sera_ del 1.º maggio 1909.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.