Part 19
Le parole del grande oratore socialista della Francia dovrebbero essere meditate dai reazionari bellicosi d’ogni paese, per i quali pare che non esista questo quesito: se il sentimento dell’amor di patria, principal forza d’un esercito in una guerra di difesa nazionale, non debba essere più o men forte nelle moltitudini combattenti secondo la maggiore o minor quantità di beni materiali e morali che l’idea di patria rappresenta per esse; se da moltitudini che, difendendo il paese proprio, sono consapevoli di difendere uno Stato dove hanno libertà, giustizia, vita umana, non sia da attendersi maggior valore e costanza che dai figli d’un popolo, nel quale quei beni non siano ancora che aspirazioni temute e compresse; se, essendo in guerra una grande forza la coscienza della propria superiorità morale sul nemico, non abbia, di due eserciti, a battersi più fieramente quello che sa di rappresentare un più alto grado di perfezione sociale, di combattere per conservare una maggior somma di conquiste civili o economiche; se, in fine, non debbano prevalere per virtù d’ardimento e di sacrificio quei soldati che difendono l’integrità d’una patria, alla quale, oltre che dall’affetto istintivo, si sentono legati dalla gratitudine di figliuoli beneficati e protetti.
È fuor di dubbio che dei miracoli di valore compiuti dagli eserciti della rivoluzione francese fu prima cagione l’idea, fiammeggiante fin nell’ultimo dei loro soldati, di difendere una nazione che innalzava in faccia al mondo la bandiera d’una nuova storia, di portare sulle punte delle loro baionette il verbo della libertà contro un dispotismo inteso ad eternare il passato per terrore dell’avvenire; ond’era universale in quegli eserciti la coscienza di sovrastare moralmente, quasi come una razza superiore, alle masse asservite e inconscienti che avevan di fronte. È dunque strano e quasi inesplicabile come gli avversari ostinati del presente moto del proletariato, che accusano chi lo guida e lo seconda di voler distruggere il sentimento e le forze militari della patria, e da quel moto mirano a distrarre gli animi con lo spauracchio perpetuo d’una guerra nazionale, non pensino che il mantenere le classi lavoratrici, come essi vorrebbero, nel presente stato di miseria intellettuale o economica, avrebbe per effetto certissimo d’indebolire alle radici il vigore difensivo della nazione, principalmente costituito dalla fede del maggior numero nella virtù benefica delle istituzioni che la reggono e dalla speranza comune di uno stato migliore; il quale dal sopravvento straniero sarebbe allontanato o precluso. Essi vogliono nel pugno della nazione una spada enorme; ma non considerando se sarebbe gagliardo o fiacco il braccio che l’ha da reggere, se ardente d’entusiasmo o restìa l’anima che deve movere il braccio, se sarebbero sane e concordi, o inferme e slegate, tutte le facoltà di quell’anima; se, insomma, si possa avere in guerra un grande esercito quando non s’ha in pace un grande popolo, e se tale possa essere un popolo povero, malcontento ed incolto. Il corollario di queste osservazioni è un paradosso apparente, che noi stimiamo una grande verità; cioè, che di due nazioni in guerra, di cui l’una attentasse all’integrità dell’altra, non essendo troppo diseguali le forze del numero e delle armi, la più valorosa, la più tenace, la più sicura della vittoria sarebbe quella in cui l’evoluzione socialista avesse portato le moltitudini a un più alto grado di prosperità e di coscienza civile: l’evoluzione socialista, poichè non v’è oramai altra via di progresso sociale, anche se l’ultimo ideale del socialismo fosse un’illusione.
Dopo Algesiras.
Quando pareva che dalla conferenza d’Algesiras fosse per nascere una conflagrazione europea, dalla voce dei profeti del peggio fummo maravigliati a tutta prima come dal pronostico di una cosa insensata e incredibile. — Come, nello stato presente di civiltà —, domandammo a noi stessi — perchè due potenze europee non riescono a conciliare certi loro interessi commerciali in un angolo dell’Affrica, è ancora possibile lo scoppio d’una guerra che metterebbe a fuoco e a sangue forse l’Europa intera, e farebbe tale sperpero di vite, d’oro e di lavoro, e accumulerebbe tanti orrori, e avrebbe effetti funesti per così grande spazio di tempo, da non potervi fermare l’immaginazione senza un brivido di sgomento mortale? È possibile ancora che il presente e l’avvenire di milioni d’uomini di dieci paesi dipendano dalle discussioni di venti persone, delegate dai Governi, non dalle Assemblee dei loro Stati, a trattare una quistione che la grandissima maggioranza di quei milioni d’uomini non conosce, o non comprende, o non cura, e che, comunque si consideri, non è una quistione vitale per nessun popolo, ma un contrasto d’interessi ristretti, a cui non ha dato importanza improvvisa che un risentimento d’orgoglio nazionale? È dunque così barbaricamente costituito ancora, dopo tanto corso di civiltà, l’organismo politico e sociale delle nazioni, che resti in balìa di pochissimi lo scatenare i popoli a un macello immenso, e che da questi se ne attenda il cenno come una sentenza del destino; che d’un fatto così formidabile, del quale i popoli stessi hanno pur da essere attori e vittime, si dica rassegnatamente: — Avverrà? non avverrà? — come d’un fenomeno della natura, indipendente da ogni azione umana? È possibile che si esprimano ancora, parlando di individui, soggetti, per quanto posti in alto, a tutti gli errori umani, concetti spaventevoli come: — Se questi o quegli «vorrà» o «non vorrà» la guerra? — Che si possa dire ancora (e non paia orrendo): — Meglio il disastro passeggiero d’una guerra che quello perpetuo della pace armata —, come se fra le due vie: di far la guerra per poter disarmare e di disarmare per non farla, non si potesse sensatamente neppur discutere la preferenza da darsi alla prima? Che, in fine, si consideri ancora la guerra con la mentalità selvaggia di quel condottiero spagnuolo, per cui essa era «el verdadero estado del hombre»? È possibile? — Che tutto questo fosse possibile sapevamo bene prima che la Conferenza d’Algesiras si radunasse; ma le voci, che questa fece sorgere, d’una guerra probabile e prossima, ci destarono, come fa sempre l’avvicinarsi d’un pericolo che prima era lontano, quasi un concetto nuovo del pericolo medesimo, e un nuovo sentimento, che fu di maraviglia dolorosa e sdegnosa, e d’umiliazione e di rivolta insieme della nostra coscienza d’uomini civili.
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Più vivo ci fu reso questo sentimento dalla considerazione d’un fatto. È fuor di dubbio che a una guerra per la quistione affricana era risolutamente avversa l’opinione dei più in ogni nazione; che, non parlando delle classi lavoratrici, in tutte le altre classi sociali d’ogni paese d’Europa, a consultare cittadino per cittadino, non si sarebbe trovato uno su mille, che non giudicasse tal guerra una mostruosa follia. Or bene, come mai fra quelle classi, che pure tante volte concordarono da paese a paese in potenti iniziative di carità pubblica e in affermazioni di grandi principii e intenti d’umanità, non s’è manifestato un accordo internazionale, nè vasto nè circoscritto, per iscongiurare una tal follia, non s’è levato almeno un grido di molti, che esprimesse il giudizio di tutti, e ammonisse tanto solennemente i Governi e i rappresentanti loro da assicurare il mondo che d’un tale ammonimento non avrebbero potuto non curarsi? Come lasciarono che soltanto dalle file del socialismo s’alzasse la voce che diceva il pensiero e l’animo delle nazioni? È dunque vero che esse non hanno più ideali, nè forza, nè fede in sè medesime e nella necessità della loro funzione sociale, e che si lasciano andare con inerte acquiescenza agli eventi, poichè non sono più in grado di governarli? O sentono che la consuetudine di deridere gli apostoli della pace universale, perchè troppi di questi sono anche apostoli d’un’altra fede, toglie loro il diritto e l’autorità di bandir crociate contro una guerra, qualunque sia? E che è questo sentimento religioso, in alcuni paesi pur così ardito e pugnace, e che pare si ridesti in tutti con nuovo colore sociale e nuovi intendimenti umanitari, se nella recente occasione non inspirò, non solo alcuna solenne voce collettiva, ma neppure qualche grande voce solitaria a deprecare l’eccidio minacciato, gridando in nome della fede il «no» della coscienza universale? E non si dica che ciò non si fece per essere ancor remoto e vago il pericolo, poichè una dimostrazione efficace non si sarebbe potuta fare se non appunto in quel periodo in cui le menti e gli animi erano ancor tranquilli, e sarebbe stata troppo tarda quando la rottura dei negoziati avesse turbato gli spiriti e fatto incominciare dai Governi in lotta quell’opera di sovreccitamento delle passioni nazionali, per cui hanno in mano tanti mezzi pronti e sicuri. Che segno hanno dato in quest’occasione le classi superiori di spirito umanitario progredito, di civiltà affinata, di sentimento religioso sincero?
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Un altro fatto singolare notammo. Quella parte della stampa, che si dice «dell’ordine» non solo delle due nazioni che sarebbero state immediatamente alle prese, ma anche dell’altre, che più probabilmente sarebbero state travolte poi nella lotta; quella parte, in special modo, che si mostrò più incline a giudicar probabile il grande disastro, ne parlò come avrebbe parlato d’un pericolo simile cinquant’anni sono, ossia, come d’una guerra che, dove fosse stata decisa, sarebbe avvenuta senz’altro, e si sarebbe svolta nei modi, nelle condizioni e con gli effetti stessi degli altri tempi. In nessuna delle sue considerazioni vedemmo considerato l’avvenimento probabile in relazione col mutato spirito delle moltitudini, con le nuove forze politiche sorte, col nuovo stato d’opposizione profonda e permanente in cui si trovano in ogni paese, con effetti quotidianamente visibili, e spesso gravissimi, le classi sociali che hanno la ricchezza e il potere e quelle che hanno il numero e l’avvenire; non espresso mai alcun dubbio sulla persistenza dell’antica solidità e docilità di questi smisurati organismi di guerra, che non sono più veri eserciti, ma popoli armati, portanti in sè un nuovo mondo d’idee, manifesto a più segni anche in quello che è il loro nucleo stabile in tempo di pace, e che è pur composto degli elementi loro più quieti e più semplici; nessun presentimento od accenno a qualche cosa di più grande e di più terribile della guerra stessa, che avrebbe potuto prevenirla o renderla impossibile, o scoppiar con essa e troncarla, precipitando gli Stati in una convulsione, dalla quale, per l’immaturità dei tempi, non sarebbe potuto uscir altro che desolazione e miseria per tutti, seguìte da una riscossa di tutte le idee del passato. Quello che seguì in Europa da trent’anni nell’ordine delle idee, dei partiti, delle relazioni fra le classi, del movimento delle forze sociali, parve non avvenuto, a considerare il criterio e il linguaggio con cui quella stampa ragionò della guerra.
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Ma questo fatto non ci maravigliò, poichè sarebbe assurdo l’attribuirlo a ignoranza o a trascuranza della verità; nel qual caso soltanto potrebbe maravigliare. Esso non fu effetto che d’uno spontaneo e tacito accordo, non fu che una finzione logica e necessaria, che si ripeterà in ogni caso simile. Considerare i pericoli d’una guerra europea sotto l’aspetto che s’è accennato, sarebbe un riconoscere nelle nuove idee, nell’organizzazione internazionale del proletariato, negli effetti ottenuti dall’azione del socialismo una potenza, che convien disconoscere invece, per non ingrandirla nel concetto di chi ci ha fede e di chi la teme; sarebbe un ammettere che il socialismo domina già virtualmente la storia. Ora, si tacciono con tanto maggior cura le verità invise quanto più sono palesi. E questa è così palese per la prova dei fatti che non c’è più alcuno che, pur negandola, non ne sia intimamente persuaso. Troppo è manifesto che è la forza crescente del socialismo la principal cagione per cui non iscoppiò in Europa dopo il 1870 la tanto temuta guerra, benchè tante volte ci siano state propizie le occasioni politiche e se ne sia predicata l’imminenza. Monarchi, governi, oligarchie interessate trattenne la coscienza che il terreno è mal fido per il gran duello e che la lama è mal ferma nell’impugnatura. In tutti è la persuasione profonda, benchè dissimulata, che v’è una sola, grande e urgente quistione nel mondo civile, e che, se anche la guerra potesse compiersi, non sarebbe da quella che una diversione passeggiera; dopo la quale la quistione suprema risorgerebbe con tutta l’urgenza di prima nel paese o nei paesi vittoriosi, accresciuta forse dall’eccitamento febbrile che lascia nei popoli la vittoria, e divamperebbe come un incendio nei paesi vinti. E forse la prima causa della lamentata indifferenza delle classi superiori in faccia al recente pericolo fu quella persuasione; per la quale non credevano, in fondo, che si sarebbe fatta la pazzia di tentar l’avventura. Così, mentre si deride l’utopia socialista della pace perpetua, l’utopia va diventando realtà, in Europa, principalmente per opera degli stessi utopisti. Di tanto in tanto, quando certi loro interessi si trovano a cozzo, uno Stato innalza di faccia all’altro, per minaccia, una gigantesca armatura; ma l’armatura resta là come uno spauracchio, e dopo qualche tempo è rimessa nell’armeria. È perchè il gigante antico, a cui i Governi la dovrebbero vestire, ha una nuova coscienza, e la volontà sua non è più in loro potere. Egli vuol lavorare, non uccidere, e le conquiste a cui aspira non le può più compiere sotto la loro bandiera.
Otto frammenti.
I. — A un banchetto.
È un pezzo che io domando a me stesso — e sarà forse una domanda ingenua — perchè tutti gli uomini onesti e sensati d’ogni paese non siano con noi, per quale ostinazione o per qual malinteso tutti, anche coloro che non credono possibile il conseguimento del nostro ideale, non si associno cordialmente all’opera nostra; tanto mi paion certi e evidenti gli effetti benefici ch’essa produce con la semplice diffusione delle idee e dei sentimenti a cui s’ispira.
Noi portiamo dentro una eredità sciagurata di falsi concetti e di tristi passioni, oscuri e quasi ignorati avanzi di barbarie, che forman fra tutti come una quantità enorme di materia infiammabile diffusa per ogni popolo; la quale, o spontaneamente o per arte di pochi, anche per una causa futile, o iniqua, o insensata, può di giorno in giorno infiammarsi e scoppiare nella calamità terribile della guerra. Ebbene, questi pericolosi avanzi di barbarie, quasi tutti celati sotto aspetti ingannevoli, noi vogliamo afferrarli, analizzarli, farli vedere nella loro essenza vera, disonorarli e distruggerli, affinchè nella decisione delle contese fra popolo e popolo abbia una parte sempre maggiore la Ragione, una parte sempre minore la Morte. Chi, onestamente, ci può rifiutare il suo consenso e il suo aiuto?
Noi diciamo ai padri e alle madri: — Educate fortemente i vostri figliuoli; ma non sia uno strumento omicida il primo trastullo che ponete nelle loro mani, non sia la finzione della strage il primo diletto della loro fantasia, perchè è un troppo vecchio e funesto errore quello di secondar nel fanciullo l’istinto della ferocia credendo di educarlo al valor pensato e generoso dell’uomo civile.
Diciamo ai giovani d’ogni paese: — Amate la patria; ma sia il vostro quell’amor di patria, illuminato da un più largo e sapiente amore, che di ogni popolo ci fa onorar le virtù e benedir le fortune, come d’un necessario alleato nostro e di tutti nella eterna lotta per la vita e per la civiltà che combattiamo con la Natura; non già quell’altro gonfio d’orgoglio e roso di gelosia, che s’inalbera ad ogni ombra e s’abbassa a ogni piato e ha bisogno d’eccitarsi con l’odio — col più ingiusto, col più dissennato degli odi — quello che abbraccia milioni di creature umane sconosciute e innocenti.
Diciamo a coloro a cui è affidata la difesa nazionale: — Bello è il tener l’animo pronto al supremo sacrifizio per la patria, nobile è l’ambizione di meritare la sua gratitudine; ma nessuna ambizione vi mova a desiderar la guerra per la guerra, perchè di tutti gli eccessi dell’egoismo questo è il più orrendo, e chi l’accoglie nel cuore non è più un difensore del proprio paese, è un suo sanguinario nemico, e doppiamente colpevole perchè si nasconde sotto le insegne dei più diletti suoi figli.
Diciamo agli insegnanti, agli educatori: — Ispirate ai giovani l’ammirazione delle grandezze antiche; ma non confondete in una ammirazione medesima le anime grandi e i briganti fortunati, perchè è un pervertire nella gioventù il senso della giustizia; non li avvezzate a considerar gli eccidi dei popoli come quelli dei formicai che si calpestan passando, perchè è inaridire le sorgenti della pietà; non inculcate loro il concetto della necessità fatale della guerra, perchè è uccidere in essi la fede nella civiltà e indurli al disprezzo della razza umana; e non dite loro che le forze morali dei popoli non si ritemprano che col ferro e col fuoco, perchè son là il lavoro, la scienza, la carità, la miseria, il dolore che vi gridano: — Bastiamo noi a far degli eroi e dei martiri sopra la terra! — e ve ne mostrano ogni giorno una legione.
Diciamo infine ai credenti: — Che cos’è la religione, che non predica la pace, non solo, ma che domanda a Dio che si spargano dei torrenti di sangue, e lo ringrazia mentre fumano ancora? Venite con noi, se è vero che portate nell’anima l’amore e il perdono, levate la voce per la nostra causa, se non mentite a Gesù Cristo quando invocate il suo regno sopra la terra.
Questo noi diciamo, e per il conseguimento dell’alto fine abbiamo una fede profonda nella potenza della parola ragionata e appassionata, infaticabilmente ripetuta e diffusa dalle scuole alle officine, alle chiese, agli atenei, alle reggie, gridata in tutte le lingue e su tutte le frontiere, prima da migliaia, poi da milioni di voci, fin che diventi così formidabile da far cadere dai pugni del mostro la spada spietata e la fiaccola infame.
— È un sogno! — ci gridano. — Ebbene — sì — è un sogno; — ma come quello che tra l’infuriare degli odi e delle guerre cittadine, quando l’Italia, era tutta in brani sanguinanti, doveva allietare qualche volta i nostri antichi padri, mostrando loro nell’avvenire, come un prodigio incredibile, tutte quelle frontiere cancellate, tutte quelle ire spente, tutti quegli implacabili fratricidi disarmati e riconciliati per sempre intorno a una sola bandiera.
E si compirà il sogno di oggi come si compì quello d’allora.
Sì, soffiate pure nelle vanità patriottiche, riattizzate antichi e recenti rancori, alzate barriere doganali, coprite di fortezze i confini: contro ai grandi fiumi che corrono a mescolarsi nell’oceano non giova impedimento di dighe: i popoli inciviliti vanno l’uno verso l’altro spinti da una forza a cui nulla resiste, riconoscono a poco a poco immaginarie più che reali le tanto predicate avversioni di razza e falsa apparenza l’antagonismo dogli interessi, e confondono idee, usanze, lavoro, arte, sangue, e vanno con rapidità così maravigliosa moltiplicando e serrando fra di loro, sotto l’impulso dei bisogni crescenti, i vincoli della vita, che l’idea di reciderli con la spada, per qualunque sia causa, parrà tra non molto altrettanto assurda e abbominevole che quella di risolvere le quistioni interne d’una nazione scagliando l’una contro l’altra le sue provincie, riaccese dei furori selvaggi del medio evo.
Questa è la fede di tutti noi, forza e conforto divino dell’anima nostra; fede che neppure da una gigantesca guerra europea, che scoppiasse domani, non sarebbe minimamente scemata.
Quanto a me, n’ho un’altra anche più ardita, che ai più di voi parrà illusione. Io credo che l’idea della pace abbia già percorso, per effetto di forze estranee alla vostra propaganda, un cammino assai maggiore di quello che non appaia a noi stessi, assai maggiore di quello che l’orgoglio ferito d’un grande popolo possa consentire che si affermi. Credo che le quistioni internazionali che sono oggi un pericolo avranno una soluzione lontana, ma pacifica, compresa nel giro d’una più vasta mutazione di cose. Credo che alle moltitudini innumerevoli che domandano nutrimento umano, vita intellettuale e giustizia, non si risponderà mandandole come armenti al macello, dopo del quale, per preparare nuove rivincite e nuove difese, si ricomincerebbe ad affamarle più spietatamente di prima; — credo che questo esecrando sterminio di popoli da cui rifugge l’imaginazione inorridita e che da vent’anni ci pende sul capo come una maledizione di Dio, non seguirà —; che l’aurora del ventesimo secolo non si leverà su questa vergogna del mondo. Io lo credo — voi, forse, lo sperate. Alziamo dunque insieme i bicchieri, e salutiamo con un cuor solo, con un solo evviva questa santa speranza!
II. — La guerra educatrice.
Disse il maresciallo Moltke che la guerra svolge nel cuore umano dei sentimenti nobili.
Si può dir lo stesso di tutte le grandi calamità pubbliche, compresa la peste. A proposito della peste di Milano, appunto, osserva Alessandro Manzoni che «nei pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù». Ma soggiunge: — «e, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità».
Il giudizio del Moltke, dunque, non esprime che una mezza verità; anzi meno che mezza.
Che molti concordino in quel giudizio deriva dall’essere generalmente considerata come giusta la definizione: «La guerra è un duello tra due popoli»; la quale è invece falsissima, perchè nella maggior parte degli atti e dei procedimenti riconosciuti legittimi in guerra non v’è ombra di quel qualsiasi sentimento o concetto cavalleresco a cui è informato il codice del duello fra gentiluomini. La guerra, certo, offre ai coraggiosi e ai generosi molte occasioni di dar prova onorata e utile della loro virtù, e molti begli atti individuali lo dimostrano, in tutte le guerre, compiuti anche da quella parte, la quale combatte per una causa iniqua.
Ma questi atti, che compiono soltanto gli uomini forti e nobili, non sono che piccoli e rari episodi; non sono la guerra.