Part 12
Ella udrà parlar sovente di operai socialisti, e che concetto n’abbia me lo immagino: li crede la feccia della loro classe. Eppure, signora, se è una cosa bella in un operaio rinunziare al giuoco e alla taverna per udire discorsi e ragionare egli stesso, come può, su questioni economiche e morali, che lo costringono a uno sforzo di mente e gli destano il bisogno di una vita intellettuale e il rispetto della scienza e dell’ingegno; se è prova di animo ingentilito il riconoscere e il predicare che la donna non è una bestia da soma per picchiarsi per sfogo, quando s’è arrabbiati o briachi, ma un essere che ha diritto a una migliore condizione economica e civile e a una nuova e più alta forma di rispetto pubblico, se è degno di dignità il non imitare, lo sdegnare i compagni di lavoro delatori, i pronti a curvarsi davanti a tutti i venditori di voti, i bruti che hanno la coscienza nel ventre e postergano ogni interesse collettivo della loro classe ad ogni immediato ed anche passeggero vantaggio proprio, se è bontà e carità l’esser sempre disposti a levarsi il pane di bocca e a dare il soldo del sigaro e del bicchiere per soccorrere i compagni ridotti indegnamente sul lastrico, se anche sono sconosciuti o stranieri; se, infine, l’avere una viva coscienza della fraternità degli uomini e dei popoli, e fede in una grande missione economica e politica del proprio stato, se il convertire l’odio cieco contro i privilegiati della fortuna in un’avversione ragionata contro l’ordinamento sociale, se il comprendere e far comprendere altrui che non dalla violenza disordinata e selvaggia egli ha da sperare un grande mutamento della sua sorte, ma dalla pacifica conquista dei poteri pubblici, non possibile se non per una successiva trasformazione delle idee e una lenta vittoria sulle coscienze; se tutti questi son segni di superiorità d’animo e d’intelligenza — e i segni sono palesi, ad ogni uomo di buona fede, lo creda — come può ella negare che gli operai socialisti non solo siano, ma debbano essere di necessità moralmente migliori degli altri e degni del suo rispetto e della sua simpatia?
Più sovente ella udrà parlare di pubblicisti di dottrina e d’ingegno, che fanno ardente propaganda di socialismo e gliene parleranno in modo, suppongo, che ella convocherebbe un consiglio di famiglia prima di riceverne uno in casa sua. Ebbene, ci pensi un poco. Questo è certo, frattanto: che tutti, dal primo fino all’ultimo, sono necessariamente disinteressati, perchè nessuno dei giornali di cui si valgono può rimunerar l’opera loro, che anzi ricevon da loro prosa ed obolo insieme. Pensi che se sono letterati ed artisti pure sono obbligati, non foss’altro che per sostenere le proprie idee, a studi ingrati e difficili, alieni dalla loro natura, e a rifar quasi, con grande fatica, la propria educazione intellettuale, e che tutti condannano sè stessi ad aver nella parte del pubblico, a cui si rivolgono, tanto meno lettori e ammiratori quanto più il loro pensiero è profondo e l’arte loro squisita. E se sono scienziati e uomini politici non possono aver di mira nè onorificenze, nè cariche, da cui è escluso il partito che li accoglie; nè sperare un vantaggio proprio da un mutamento radicale di cose, perchè son ben certi che non vivranno tanto da vederlo, e che se pure avvenisse quale essi lo invocano, sarebbe tale di sua natura, da non consentire ad alcuno nè ricchezze, nè potenza, nè onori. Non resta dunque che una sola ambizione, da cui ella può pensare che sian mossi: quella d’esser mandati alla Camera. Ma ci rifletta un minuto, veda se — concessa pure quell’ambizione — essi sceglierebbero per soddisfarla una via così rischiosa e se si può chiamar davvero ambizione quella d’andare in Parlamento, in mezzo a un gruppo minuscolo, a farsi soffocar la voce da tutti partiti concordi e dare addosso come a un pugno di banditi. Pensi pure, cerchi, si faccia anche cercare dai suoi amici una sola ragione, la quale le dia diritto di credere che quei signori non sono gente di buona fede, generosa se non altro, di sentimenti e di intenti, e piena di cuore e di coraggio.
Le pare ancora che sia ragionevole il meravigliarsi che tutti costoro — studenti, operai, pubblicisti, — siano capaci di sentimenti nobili? O non le pare invece che ci sarebbe da meravigliar del contrario?
Le dirò di più, francamente: ch’io non vedo più bontà, generosità vera che in chi professa quella fede. Conosco, sì, molti uomini dotati di quelle virtù fra coloro che avversano anche fieramente l’idea socialista, e ho sempre fra di essi dei cari amici. Ma dopo che giudico l’anima loro da quell’idea, sono un po’ scaduti nel mio concetto, debbo dirlo, anche i migliori. Io non li trovo più logici neppur nell’esplicazione dei loro sentimenti più degni. Vedo i loro pensieri di fraternità e di carità sociale intoppare ogni sentimento in un ostacolo, arrestarsi quasi impauriti, a dei confini, davanti ai quali l’animo dei socialisti piglia maggior forza per lanciarsi oltre. M’accorgo che l’idea d’un lontano danno della loro classe getta un’ombra sul loro già sacro amore di libertà e di eguaglianza, e li rende avversi, in segreto, a quella diffusione dell’istruzione popolare, che fu già il più caldo dei loro voti. Sono condotti a ogni tratto, per combattere le nostre idee, a negare o a palliare miserie evidenti e colpe imperdonabili; a fare, per non essere tirati a certe concessioni, una scelta guardinga, non generosa nè schietta, fra le ingiustizie sociali contro cui debbono levare la voce. E trovo che nel cercare e proporre dei rimedi, s’ingegnano in ogni modo di lasciar da parte, di finger di non vedere quelle cause, alle quali non posson toccare senza riconoscere le ingiustizie che a loro convien tacere. E nei credenti più sinceri scopro un sentimento religioso pieno di pregiudizi mondani e di accortezze, che si sforza di conciliare le cose più inconciliabili e si rassegna troppo facilmente al concetto della necessità di troppi mali; e nei non credenti, in onta alle loro idee liberali, sorprendo una troppo frequente tentazione di rifugiarsi, per terrore di un avvenire infausto ai loro interessi, tra quelle del passato, che essi combatterono per tutta la vita, e di cercare in una religione in cui non credono, un’alleanza, della quale non potrebbero, e lo sanno, mantenere i patti lealmente. E gli uni e gli altri, finalmente, li vedo sforzarsi di continuo a far tacere il cuore e la ragione, che, confusamente, ma senza tregua, susurrano loro la verità, e a nascondere a noi questo stato d’animo, ciò che stende su tutti un leggiero velo d’ipocrisia, sotto al quale m’appare alquanto alterata la loro antica faccia di galantuomini.
Di queste cose ella non s’avvede, naturalmente, perchè non può raffrontare le persone che la circondano con la gente che ella giudica dal giudizio loro. Ma se ne avvedrebbe, non ne dubito, se quel raffronto potesse fare. E quante idee sue si muterebbero se ella leggesse quei libri e quei giornali di ogni paese, che vede qualche volta ammontati sul mio tavolino e guarda con un senso di ripugnanza!
Scoprirebbe una legione di pensatori potenti e sereni, di cui stupirebbe d’aver ignorato il nome finora, e che ognuno l’ignori intorno a lei, nei quali s’accoppia alla forza d’una fede fiammeggiante l’autorità d’una vasta e nuova coltura; nature intellettuali, tempre d’animo nuove, gagliarde ed ingenue, appassionate ad un tempo e pazienti; donne d’ingegno virile e di cuore angelico; poeti incolti nelle cui strofe informi balenano immagini immense; autodidattici solitari venuti su dalla gleba, dei quali s’indovinano gli studi faticosi, contrastati, violenti come una lotta fisica, proseguiti per venti anni in soffitte senza fuoco, a prezzo di sacrifici eroici; una falange di scrittori strani, aspri, tormentati, oscuri, di cui si vede attraverso a ogni pagina sudar la fronte nera di polvere e sanguinar gli occhi bruciati dal riverbero delle fornaci, ma dotati d’una eloquenza misteriosa, che la farebbe pensare per giorni e per notti.
E udrebbe da rozze bocche di lavoratori verità e ragioni che nessun libro le ha mai dette, narrazioni di miserie e grida dell’anima che la farebbero fremere come il suono del pianto d’un mondo, parole di pietà e di tenerezza, che sarebbe forzata a ripetere ai suoi figliuoli, e che non le uscirebbero mai più dalla mente.
E finirebbe ad amare tutti quegli uomini di ogni classe e d’ogni paese, portanti tutti sulla fronte, come una stella vermiglia, la stessa Idea, che si scambiano attraverso a mari e a frontiere parole di fraternità e di speranza, e a poco a poco, abbracciando col pensiero l’orizzonte vastissimo, vedendo l’Idea sfolgorare su mille campi di battaglia, e le legioni stellate avanzarsi e salire da ogni parte, ingrossando lungo il cammino come torrente in piena e sommergendo a ogni onda una rovina del passato, sarebbe forse scossa ella pure da un fremito d’entusiasmo ed esclamerebbe: — È giusto, è benefico, è necessario che questo sia.
Ma no; nulla seguirebbe in lei di quanto io dico, e non gliene faccio rimprovero, poichè troppo saldo è ancora nella sua mente quel ferreo cerchio di idee ereditate, senza spezzare il quale le nuove non entrano. E quando pure incominciasse in lei un mutamento, se passasse allora sotto le sue finestre una dimostrazione d’operai socialisti, chiedenti, lei consapevole, la più giusta delle concessioni, lei, al veder quelle facce e all’udir quelle voci, spaventata e sdegnata, scorderebbe in un punto tutte le sue letture e disdirebbe tutti i suoi consensi, per maravigliarsi da capo che si possa esser socialisti e aver dei sentimenti onesti e gentili.
D’altra parte, io ho scelto a proposito, per parlare a lei, questo quarto d’ora della vita nazionale.
E anche qui, veda, ci separa un abisso, perchè tutto ciò che in questi giorni fa respingere più sdegnosamente da lei e dai suoi amici le nuove idee, produce in noi l’effetto opposto.
Noi vediamo una moltitudine, che par la maggioranza del paese, urlare e imprecare col pugno teso contro una frotta di gente cacciata a furia nelle carceri, non colpevoli, in massima parte, che d’un’illusione, d’un grido o d’un impeto d’ira provocata, e volere e approvare che ai credenti nel nuovo verbo sieno violate le case, manomesse le robe, e impedito di adunarsi, di parlare, di lagnarsi e di vivere, e accusarli d’ogni follìa e d’ogni infamia. Ebbene, tutto questo non fa vacillare un istante, ma rinsalda profondamente la nostra fede; la nostra compassione non è per quelli contro cui s’impreca, ma per quelli che imprecano; tutto ciò che accade non ci pare che un accidente sfuggevole del grande cammino vittorioso della nostra causa; e con più serena e imperturbabile sicurezza crediamo che la ragione, la verità, la giustizia, l’avvenire sono dalla parte dei maledetti e che il fascio enorme d’interessi e di forze che s’aggrava sul loro capo non è che un mostruoso avanzo del passato, di cui gli anni sono numerati.
Ella non lo crede; ma lo crederanno i suoi figliuoli, e i suoi nipoti lo vedranno, e ai figli di questi non parrà possibile che gli avi loro non l’abbiano creduto.
Ed ora, la saluto con affettuoso rispetto. Ella risalga fra la gente per bene; io ridiscendo.... fra gli altri.
Discordie in famiglia.
Ecco una famiglia quale ve n’ha mille oramai e ve ne avrà migliaia fra pochi anni.
I legami dell’affetto non si sono allentati; ma la bella armonia delle conversazioni intime e liete non v’è più. Vi entrò la nuova Idea e v’accese la discordia tra il padre e il figliuolo, tra la figliuola e la madre, e turbò i sonni di tutti. Le conversazioni si son mutate in discussioni, in cui risuonano parole insolite e proposizioni temerarie, che le persone di servizio ascoltano dilatando gli occhi e commentano vivamente tra di loro, parteggiando pei ribelli. Ogni giorno, sotto mille forme, la questione eterna risorge. Lo studente adduce argomenti economici e cifre; la fanciulla ragiona, in nome d’una pietà vasta e nuova, che abbraccia milioni d’uomini sconosciuti, e che la vecchia madre non comprende. In parte, la comprende il padre, o qualche cosa approva e concede, ma alle ultime conclusioni resiste con fermezza ostinata, e, incalzato, si sdegna e disdice ciò che ha concesso, e tronca la disputa con minaccie e rimproveri amari; mentre la sua compagna fissa in silenzio i figliuoli, dondolando il capo con tristezza, turbata al presentimento d’un avvenire sinistro. Nelle controversie sempre rinascenti cozzano l’egoismo paterno e la generosità umana, la verità di ieri che si va cangiando in menzogna, l’utopia d’oggi che sarà verità domani, le forze tenaci dell’interesse, le forze impetuose dell’amore, le paure della vecchiezza per cui l’avvenire non è che minaccia, le virili baldanze della gioventù per cui l’avvenire è tutta speranza. Chi ci ha mutato i figliuoli? — dicono i vecchi fra due sospiri, — e passano in rassegna sospettosa gli amici e i conoscenti, non pensando che l’idea non entra nelle case per la porta, ma per le finestre, con le ondate d’aria e i raggi del sole. Qua e là, pei tavolini e sugli scaffali, appaiono libri nuovi, dai titoli strani, in cui ricorre sempre la parola malaugurata, e la madre li guarda senza toccarli, e il padre n’apre uno ogni tanto, ma lo richiude, corrugando la fronte. Ahimè! i libri: un altro argomento di discordia che salta su, tra la minestra e le frutta, ogni giorno. Scrittori che erano come i santi domestici, ai quali si rendeva un culto concorde, son tirati giù l’un dopo l’altro dall’altare; i figliuoli li accusano di indifferenze e di silenzi colpevoli, di idee monche e di sentimenti angusti. Essi vanno scoprendo che la vecchia biblioteca è piena di menzogne, di pregiudizi barbarici, di sentenze ingiuste e stolide, accettate senza esame e ripetute macchinalmente come ritornelli di canzoni imparate dai bimbi. Ma neppur sull’amore di patria il vecchio patriota e i figliuoli non s’intendono più; quel grande amore, in questi, non ha più per oggetto simbolico l’antica bella donna superba, con la corona in capo e la spada in pugno, fiorente di una salute alla più parte dei suoi figli negata: ma si espande sopra una moltitudine immensa di creature umane, povere e stanche, che pregano, si lamentano e fremono; dalle quali il pensiero del vecchio, infiacchito dagli anni, rifugge diffidente e sgomento. E cent’altre parole usuali, in casa sua, par che abbiano acquistato un secondo senso, che non significhino più per i figli la medesima idea che per lui. S’è alterata la loro ragione? S’è pervertito il loro animo? Padre e madre, su questo punto, vivono in una incertezza dolorosa. Sì, dell’una e dell’altra cosa son certi, se badano al fondo dei loro discorsi: le idee sono insensate e funeste; chi ne può dubitare?... Ma ciò che li fa dubitare è il fremito vivo e sincero delle loro indignazioni, è l’accento amoroso e profondo della loro pietà, è la forza virile della loro persuasione, è la pertinacia infaticabile con cui ripetono senza fine le stesse ragioni, rincalzate ogni giorno da nuovi consensi inaspettati d’autorità rispettabili, è la bella luce intellettuale che lampeggia sulla loro fronte, è un non so che di sicuro, di indomato, di grande, che si sente confusamente nella concitazione disordinata, della loro eloquenza provocatrice. Così è. In quei momenti il giovinetto sembra un uomo e la signorina è più bella, e i loro visi accesi son come coloriti dal riflesso di un’aurora, che vedono essi soli. Con quelle idee, però, l’uno non farà carriera, l’altra resterà ragazza. E questo è il pensiero che affligge più forte le due canizie. — A questa vecchiaia eravamo riserbati! — si dicono, e non vi si sanno rassegnare....
Eh! buoni vecchi, non sapevate che eterna è la lotta fra la vecchiaia e la giovinezza, che la casa è il piccolo campo su cui principiano in scaramucce tutte le grandi battaglie sociali, che altri padri, altre madri hanno sofferto, tremato, lottato prima di voi, che ogni nuova Idea costò alla famiglia affanni e terrori, perchè la famiglia pure è un organismo che non concepisce senza turbamenti e non partorisce senza spasimo? Fatti coraggio, buon vecchio: per la tua figliuola e per quelle che la somigliano sorge una nuova generazione di giovani magnanimi, che disprezzano le donne da cui non sono compresi, e adorano quelle che a te paion fuorviate: la tua figliuola sarà adorata da un uomo degno dell’anima sua, e dal pieno e possente amor loro nasceranno dei figli superbi. E tu, povera donna, che vegli fino a mezzanotte, col cuore trepidante, aspettando il figliuolo che andò alla Sede dei Lavoratori, datti pace; non gli far rimproveri quando apparirà sull’uscio; accoglilo dolcemente: egli ritorna a te più buono, più onesto, più nobile di quand’è partito; egli porta nella mente un’idea che gli illumina la vita e nel cuore una speranza che gli fa amare il mondo. Datti pace: egli non sarà fortunato, forse: ma non sarà egoista, non adorerà il danaro, non opprimerà i deboli, non rimpiangerà un passato nefando per paura d’un avvenire che il mondo invoca. E non raccomandarti, come fai ogni sera, a quella piccola immagine di Cristo crocifisso che pende a capo del tuo letto, perchè ti converta il ribelle. Se quel crocifisso si staccasse dalla croce e scendesse un momento, grande e vivo, in mezzo a voi due, non sarebbe la tua fronte quella che sentirebbe per la prima la dolce carezza della sua mano trafitta.
Il partito socialista.
_A un piccolo borghese liberale._
Tu detesti il partito socialista: ma tu vuoi l’istruzione, vuoi l’incivilimento della moltitudine perchè comprendi che la civiltà ora è composta d’un piccolo numero d’uomini civili e d’un armento infinito di pecore. Ebbene, rifletti un po’. Questo partito che si rivolge alla moltitudine incolta e inerte, intorpidita da secoli di schiavitù, ignorante a un tempo dei suoi diritti e dei suoi doveri, e le dissuggella gli occhi, la scrolla, le soffia nella mente e nel cuore, le grida continuamente: — Svegliati, pensa, impara, dirozzati, migliorati, organizzati, fa il tuo bene da te stessa, affrancati da una tutela che ti terrà perpetuamente nell’oscurità e nell’impotenza, — questo Partito, pure condannandolo per altri rispetti, tu lo dovresti ringraziare, se non altro, in nome della civiltà e della dignità umana.
Tu hai in orrore la dottrina socialista; ma tu vuoi la moralità in alto come in basso, la giustizia per tutti, una classe dirigente illuminata, generosa, fautrice del progresso e della prosperità pubblica. Ebbene, questo Partito, che con l’occhio vigile sulla politica, sull’amministrazione, su tutte le forme del lavoro, su tutte le funzioni dell’organismo sociale, continuamente e infaticabilmente, senza riguardi e senza paure, rivela miserie, denuncia ingiustizie, mette a nudo corruzioni, smaschera imposture, combatte false idee ereditarie e pregiudizi barbari e privilegi iniqui, e incalzando e tormentando con mille stimoli l’egoismo e l’inerzia della classe privilegiata la costringe a discutere, a difendersi, a concedere, a promettere, a fissare lo sguardo, se non altro, sulle miserie e sui dolori umani, onde i migliori n’abbiano almeno pietà e i peggiori almeno paura; questo Partito, credilo, esercita un’azione benefica, della quale — se cessasse domani — avvertiresti la mancanza tu stesso con un senso di rammarico e di sgomento.
Tu hai il socialismo in orrore; ma tu vorresti che la gioventù, che il popolo avesse nell’animo un alto ideale, che i collegi elettorali non fossero mercati in cui spadroneggia chi ha più danaro e meno coscienza, che i rappresentanti della nazione cessassero d’essere servitori e sensali degli elettori che hanno comprati e che disprezzano. Ebbene, questo Partito, a cui accorrono giovani d’ogni classe, senz’altro vantaggio personale prossimo nè remoto, anzi con la certezza di persecuzioni e di danni immediati o futuri; questo Partito che, solo, dà in qualche luogo l’esempio confortante d’un povero lavoratore senza un soldo, più pauroso che desideroso d’essere eletto, il quale vince nella lotta un ambizioso potente che ha dalla parte sua tutte le forze dell’autorità, della clientela e dell’oro; questo Partito che respingendo blandizie, promesse e favori di chi ha tutto e può tutto, manda al Parlamento dei deputati che non hanno nulla, che non gli promettono nulla, che nulla possono fare nemmeno per il più umile dei loro elettori, che non faranno mai altro per tutti che lanciare in loro nome delle proteste soffocate dagli urli della maggioranza e dai presagi d’un avvenire migliore, accolti con risate di scherno da tutti i soddisfatti del presente; questo Partito, credilo, è l’unico che rappresenti ancora la giovinezza, la poesia, l’entusiasmo della nazione; e se queste cose tu ami, come lo affermi, dovresti dire di lui quello che il Voltaire disse di Dio: — che bisognerebbe inventarlo se non esistesse.
Infine, tu vedi nel socialismo una calamità pubblica: ma tu desideri la pace, tu vivi nel timore continuo d’una guerra che darebbe il crollo all’economia nazionale e che porterebbe forse tuo figlio a morire in una guerra lontana per una causa ripugnante alla tua ragione e al tuo cuore. Ebbene, questo Partito che, mentre principi e governi si gridano a vicenda, con simulata mansuetudine, parole d’amore e di pace, ma senza smettere mai d’apparecchiare le armi, senza spogliarsi d’un solo dei pregiudizi, senza rinunciare a una sola delle ambizioni, da cui può erompere da un momento all’altro la guerra, questo Partito che diffonde ed afforza nei popoli il sentimento d’una fratellanza nuova; fondato sui veri ed eterni interessi di ciascuno e di tutti, così che a ogni ombra di pericolo che sorga fra due nazioni milioni di cuori gridano dalle due parti: — No, giù le armi, la causa per cui si vuol combattere non è la nostra; mente chi afferma che ci odiamo, ci tradisce chi ci vuol condurre al macello, noi siamo fratelli nel lavoro e nella fede, e la bianca bandiera dell’avvenire è per tutti una sola; — questo Partito, al quale si deve forse che non sia scoppiata ancora in un quarto di secolo e che non scoppi mai più una guerra fatale che coprirebbe di sangue e di rovine l’Europa, questo Partito, credilo, non è una calamità, ma una benedizione, e invece di mostrare il pugno, dovresti mandare un bacio alla sua bandiera.
E un giorno, forse, tu lo farai.
Intanto, continua pure a mostrarci il pugno: noi continueremo a stenderti la mano. Continua a rallegrarti di tutte le violazioni della libertà che in danno al Partito socialista si compiono: noi continueremo a difendere anche la tua libertà. Continua ad accusarci di non sognar che disordine, violenza e rapina: e il grande movimento evolutivo dell’Idea socialista seguirà il suo corso di fiume enorme che da ogni parte accoglie affluenti e allaga la terra «per deporvi il limo fecondo per la coltura dell’avvenire»; continua a eccitare i tuoi figliuoli a odiarci e a fuggirci: tu potrai strappare dal cuor loro, ma non dal nostro, il sentimento divino della fraternità e la santa speranza d’una società più giusta e d’una età più felice per tutti.
Compagno.
Non sorrida di questa parola, professore egregio; è passato il tempo in cui si poteva ridere dei fatti nostri. Se ella, dotto cultore degli studi storici, vivrà altri cinquant’anni, si potrà fare molto onore, un giorno, studiando come sia sorto e come si sia diffuso tra noi l’uso di quella parola.
Ma è il semplice vocabolo, forse, non l’idea, che fa sorridere, ed ella ci vorrebbe domandare, come gli altri già fecero, perchè abbiamo adottato quello e non altro.
_Amici_, vorrebbe dire?
Amici si può essere anche dissentendo intorno alle più grandi quistioni che agitano il mondo, e, d’altra parte, noi siamo tanto numerosi, anche in una città sola, da non poterci più chiamare propriamente con quel nome.
_Fratelli?_
Con questa parola non ci possiamo distinguere e riconoscere, perchè per noi tutti gli uomini sono fratelli.
_Camerati?_