Part 11
A un socialista che diceva: — Il socialismo trionferà perchè è la Giustizia! — rispose: — Che idea stramba! Trionferà l’interesse del maggior numero, e sarà bene; ma trionferà non perchè sia giusto, ma perchè avrà con sè la forza, che ora gli manca: l’istruzione, l’educazione, la disciplina. Non c’è ragione al mondo per credere al trionfo della Giustizia, perchè gli uomini non saranno mai più giusti di quello che son ora. Stareste freschi, compagni!
Scherzò in questo modo fino ai suoi ultimi giorni. Quando era malato grave, e lo tenevano in vita con l’ossigeno, una sera chiamò improvvisamente i parenti e gli amici, che stavano rosolando il socialismo nella stanza vicina, a bassa voce, ma non tanto ch’egli non sentisse; e disse loro, respirando a fatica: — Prolungate.... prolungate....
Quelli diedero subito mano all’imbuto dell’ossigeno, credendo ch’egli volesse dire: — Prolungatemi la vita; — ma il malato, respingendo l’imbuto, soggiunse con un leggero sorriso —: No.... prolungate le curve....
Fu l’ultimo consiglio politico che diede alla sua classe.
Curiosi furono i giudizi che diedero di lui i parenti e gli amici dopo la sua morte. — Un galantuomo, in fondo; ma aveva delle idee così strane! — Un po’ squilibrato, ma buono. — Un uomo d’ingegno e di cuore; ma di quelli che, se fossero in molti, sovvertirebbero il mondo. — Giudizi che provano quanto sia difficile il far con la mente nell’ordine dei fatti sociali quello che è così facile il far con la mano sopra un foglio di carta: prolungare delle linee curve.
PARTE SECONDA.
PER IL SOCIALISMO.
Primo maggio 1904.
Oggi tace ogni dissenso e ogni rancore: è giorno di festa e di pace. Oggi noi storniamo il pensiero dal presente e cerchiamo conforto nel passato: passato recentissimo, ma che par già molto lontano, come pare ogni ricordo dell’età più bella anche a chi non n’è uscito che da pochi anni.
Il partito socialista, fra di noi, era nel bel periodo dell’adolescenza; nel quale, ad ogni manifestazione pubblica in cui misurasse le proprie forze, appariva cresciuto oltre ogni speranza dei più impazienti. Non c’erano ancora scissure nella sua compagine, nè disordine nelle sue file, nè incertezze nel suo cammino. Non si designavano ancora con un aggiunto ironicamente onorevole quelli che portavano all’opera sua il concorso della cultura intellettuale, per distinguerli, e quasi per separarli da quelli che vi portavano soltanto la forza del numero e della fede: la loro voce era ascoltata da tutti; ma il loro capo non s’alzava al di sopra della moltitudine, e non c’era fronte che ne fosse adombrata. La concordia, la disciplina, l’ardore che spiegava il socialismo nelle lotte elettorali destavano l’ammirazione anche di chi ne temeva gli effetti come una sventura della patria. Molti, anche fra i suoi più fieri avversari, eran vinti da un sentimento di simpatia per quel partito appena sorto, che col suo poderoso giovanile soffio scoteva la sonnolenza della vita pubblica e costringeva ogni altro partito a stringere le file e a difendersi; molti che l’avrebbero voluto disperdere con la violenza, non potevano dissimulare un senso di rispetto per quella «grande illusione» che suscitava tanti entusiasmi in un tempo, in cui ogni altro entusiasmo era morto o moriva, che con vincoli così intimi e saldi legava fra di loro cittadini di classi diverse, divisi fino allora da passioni, interessi, pregiudizi, costumi; e mentre sorridevano palesemente di quei nuovi «compagni» affratellati nel culto dell’utopia, riconoscevano con rammarico, nel segreto dell’animo, che mancava ad ogni altro partito il sentimento e il legame che quella parola esprimeva, sentivano che era espressa in quella parola una idea grande e bella, benchè destinata a rimanere per sempre un’idea; della quale penetrava un vago riflesso anche nella loro coscienza. E il partito dell’illusione cresceva, come un torrente, senza disperdersi, coprendo col suo scroscio sonoro le mille voci paurose e nemiche che s’alzavano lungo il suo corso.
E ricordiamo i grandi comizi di quel tempo, dove, più che a discutere e a conciliare opinioni discordi, s’andava a ritemprare nel consenso universale la propria fede. Dopo il periodo dei fervori patriottici non s’erano più veduti esempi d’una così ardente e solenne comunione di pensiero e d’affetto fra cittadini di tutti i ceti. Che importava la valentìa degli oratori? Al deputato succedeva l’operaio, allo scrittore il commesso, al vecchio il giovinetto, al discorso italiano il ragionamento in vernacolo; erano stranamente diverse le forme del linguaggio; ma la voce di ciascuno pareva l’eco della voce di tutti; ad ogni più informe e ingenua manifestazione del pensiero e del sentimento collettivo applaudivano insieme, con lo stesso calore, i colti e gl’incolti; pareva alle volte che le migliaia d’ascoltatori avessero un solo respiro; la moltitudine dava l’immagine d’una società nuova, in cui l’antica divisione delle classi non fosse più che un’apparenza, ultimo resto del passato, sotto la quale già palpitasse la santa fraternità dell’avvenire sognato. E da quelle assemblee uscivano i nuovi convertiti della borghesia, sciolti anche dagli ultimi dubbi, in uno stato di coscienza nuovo, di una serenità sconosciuta prima d’allora; i giovani, occupati da pensieri insoliti alla loro età spensierata; i maturi, ringiovaniti nel cuore e nello spirito; tutti compresi d’un senso di compiacenza profonda, come se nell’adunanza donde uscivano non si fosse soltanto parlato, ma fatto del bene, lavorato a benefizio del mondo, gettato all’avvenire una semenza benedetta di verità, di benevolenza e di giustizia.
Poi venne la bufera della persecuzione; ma non fece vacillare, nè divise gli animi: li rafforzò, li strinse, li rinfiammò d’uno zelo più operoso e d’un amor fraterno più intrepido. Tutto l’ardore, che era prima spiegato nella propaganda della fede, si voltò in soccorso e conforto delle sue vittime. Si videro fra queste, e fra le più ingiustamente colpite, esempi di coraggio e di fermezza non meno ammirabili di quelli che la storia del risorgimento nazionale ha tramandati all’ammirazione dei posteri; si videro fra i benefattori più poveri dei compagni prigionieri o esuli, e delle loro famiglie derelitte, esempi di generosità e di sacrificio da ridestare anche negli animi più scettici la stima della natura umana. I perseguitati uscirono dalle prove rinvigoriti di fibra, più ardentemente devoti all’idea per la quale avevano sofferto, più affettuosamente legati ai compagni che anche di lontano eran rimasti congiunti a loro col pensiero e con l’opera. L’aver sofferto per la causa comune era nel concetto di tutti un onore che metteva a paro i più umili coi più alti, e la comunanza dei patimenti risuggellava fra gli uni e gli altri il patto solidale col suggello di un’amicizia fraterna. Era in tutti come un secondo soffio di gioventù, un rinnovellamento della prima fede, purificata. Il partito, piegato per poco da una dittatura brutale, le scattava sotto come una molla potente, lacerando la mano che l’aveva compresso. L’esercito rifatto, ingrossato, fortificato dall’esperienza dell’avversità e del dolore, riforbiva le armi, rialzava la bandiera e riprendeva il cammino.
Giorni venturosi, ricordati con rimpianto non da noi solamente; ma anche da molti di coloro che, pur professando altra fede, riconoscono nel movimento socialista una grande virtù vivificatrice del mondo; scaduta la quale, rialzerebbe la fronte il passato.
Ma quei giorni ritorneranno.
È nella ragion delle cose che quando un partito esce dal campo della semplice propaganda e dell’azione necessaria a costituirsi, a rassodarsi e a difendersi, ed entra in quello più vasto e difficile dell’esercizio politico delle sue forze per conseguir riforme determinate e immediate, nascano nel suo seno dissensi d’opinioni e contrasti di tendenze, che ne sconcertano l’organismo. Nascono i dissensi in quelli che lo ispirano e lo guidano da differenze d’indole, che prima non apparivano, nè potevano apparire nell’azione comune diretta ad un fine unico, a cui non si poteva giungere che per una sola via; derivano i contrasti da diversità di facoltà morali e intellettuali, per cui ciascuno dà la preferenza a quelle forme d’azione, nelle quali ha coscienza di operare con maggior vantaggio altrui ed onore proprio; provengono dal diverso grado d’esperienza politica, onde sono diversamente misurate la grandezza degli ostacoli e la potenza delle forze occorrenti a superarli; e nascon pure da passioni individuali, che, quando svigorisce la passione comune onde erano prima travolte, prendon più forza; perchè non c’è grande causa che affranchi i suoi propugnatori da ogni miseria della natura umana. Ma gli stessi dissensi, e ben più gravi, gli stessi contrasti, assai più violenti, si produssero fra grandi partiti e grandi uomini nell’opera dell’unificazione nazionale, e parvero più volte ai contemporanei indizi d’imminente rovina; e pare oggi a noi, giudici lontani e spassionati dei fatti, che dall’una e dall’altra parte si giovasse egualmente, in opposti modi, alla causa di tutti. E così parrà ai futuri, qual’è in realtà, la crisi presente del partito socialista: elaborazione feconda di idee; lotta di forze intellettuali e morali in cui gl’ingegni e i caratteri si scoprono e si provano; non infermità senile, ma febbre di giovinezza; preparazione, non decadenza. Le divisioni momentanee non rallentano che in apparenza il cammino dell’idea; gli uni vanno per una via, gli altri divergono; ma tutti procedono. Noi abbiamo ferma fede che al sorgere d’un pericolo comune non rimarrebbe in campo che una bandiera, quella intorno a cui si raccolsero le prime schiere; che se anche l’unità si scindesse profondamente per ora, si ricomporrebbe più salda dopo un primo rovescio cagionato dalla scissura. Sono ugualmente legge della vita d’un grande partito, sorto da una idea che non può morire, la tendenza a dividersi e la necessità di ramificarsi. Così un grande fiume, nel suo lungo corso, qualche volta si biforca, e s’allontanano l’un dall’altro i due rami, che lunghe isole boscose separano; ma si ricongiungono più oltre le acque per andar confuse in una corrente all’oceano.
Ma perchè ciò avvenga è necessario che nella lotta entrino tutti senza diffidenze e senza mal animo; che ciascuno soffochi nel suo cuore ogni germe di odio, come un principio di tradimento; che nelle controversie non sia mai disconosciuta ad alcuno la libertà della coscienza e la onestà dell’intento; che alla mente di tutti siano presenti sempre l’immagine cara della concordia antica e lo spettro minaccioso del nemico comune, e sopra ogni cosa questo pensiero terribile: che dal perpetuarsi della discordia sarebbe miseramente disperso il frutto d’un lavoro enorme e d’infiniti dolori, e scoraggiato l’animo e contristato il cuore a una moltitudine immensa, che aspetta e che spera. Fermiamo tutti questo proposito in questo giorno di tregua e di festa; sia il 1.º Maggio anche quest’anno la festa della fraternità e della speranza; suoni sulle labbra e nel cuore di tutti con la cordialità antica, si ricambi fra tutti, con la voce e col pensiero, da vicino e da lontano, fra conoscenti e fra sconosciuti, a traverso ogni distanza, con l’affetto dei giorni migliori, la parola a cui diede il socialismo un significato nuovo, che rimarrà nella storia e nel cuore delle generazioni: — Compagno! — Compagno, discuteremo domani; oggi è il 1.º Maggio; oggi ci rallegriamo insieme contemplando l’orizzonte sereno del passato, e quello luminoso dell’avvenire; oggi abbiamo una sola idea e un’anima sola.
Ai fanciulli.
Un saluto a voi in questo giorno di festa e di speranza, a cui voi non pensate ancora.
Non mai così pietosamente come in questo giorno il nostro pensiero vi cerca e vi abbraccia trascorrendo per tutti i paesi «civili» dove la cupidità e la fame concordi curvano la fanciullezza a una fatica che le contrista l’anima e le divora le forze.
Dentro a un’atmosfera tetra, velata dal fumo delle officine, dai nuvoli di zolfo, dalla polvere di carbone, dai vapori delle risaie, passa la processione infinita di piccoli lavoratori, da quelli sepolti nelle miniere del settentrione, che si trascinano nudi e carponi nel fango e nelle tenebre, col sacco attaccato al collo, fino a quelli che sudano nelle cave della Sicilia dai ventri enfiati e dalle ossa scontorte, nutriti d’un pane orribile, intinto nell’olio nauseabondo delle loro lampade; passa l’esercito miserando dei fanciulli oppressi, con le faccie smunte ed esangui, con le mani e coi piedi piagati, gli uni cadenti dal sonno, gli altri piangenti in silenzio; file di ragazzi avvizziti ed anemici, curvi come vecchi, che feriscon l’aria di tossi secche e di aneliti dolorosi; passano gli avvelenati dal fosforo, gli acciecati dalle fornaci, i mutilati dalle macchine, gli arsi dal grisù, i seppelliti dalle frane — e mille occhi, passando, si fissano nei nostri — occhi spenti, duri, sdegnosi, supplichevoli, che ci dicono: — Noi avemmo una infanzia senza cure, noi abbiamo una fanciullezza senza gioie, noi avremo una gioventù senza salute, e una vecchiaia senza conforti; e molti di noi aspetta l’ospedale o la carcere, o, prima del tempo, la terra, dove altri figliuoli di lavoratori ci aspettano innumerevoli, o nati morti, o uccisi in culla dai narcotici, o finiti dai maltrattamenti o dall’inazione; è questo il nostro destino; e perchè? — E altre cose ci dicono quegli occhi. Ci dicono la legge protettrice dei fanciulli con mille inganni violata, la complicità dei parenti famelici, la cecità degli ispettori, l’indifferenza delle autorità, e la ipocrisia di una società civile che crede di pagare ogni suo debito porgendo la mano a uno su cento dei miseri che essa medesima atterra, e l’aberrazione di una carità che va a cercar miserie e dolori a migliaia di miglia lontano da quelli che le gemono inutilmente d’intorno, e la ingiustizia d’un mondo che vitupera l’inerzia in coloro in cui fu spento dalle fatiche precoci l’amor del lavoro, e dice causa unica della sua miseria i vizi che semina egli stesso e di cui dà pel primo l’esempio e punisce senza pietà i delitti a cui è indotta tanta gente da una ignoranza e da una corruzione della quale non ha colpa.
E passano ancora e passano senza fine i piccoli schiavi, gli uni rassegnati, gli altri frementi, malaticci, istupiditi, paurosi, stravolti, diretti alle capanne o alle grotte o alle stalle o alle stamberghe infette delle città grandi, dove la promiscuità selvaggia dei sensi finisce di corrompere l’anima e il corpo. E mentre ci stringe il core quel coro di gemiti, di rampogne e di imprecazioni, più amaramente ci addolora una voce grassa e pacata che risuona al di sopra di quel coro, e vi dice: — _Non c’è rimedio._
Ah, non lo credete, ragazzi! Per quanto v’è di più sacro al mondo, non è vero. Se fosse vero, noi dovremmo sputare sulla parola _civiltà_ ogni volta che la troviamo stampata in un libro. Empia è la voce che dice al misero: — Dispera. — Vana è quella che dice di tutto aspettare dal cielo, di nulla pretendere dagli uomini. Una forza immensa si leva nel mondo in prò dei vostri padri e di voi, e questo è il giorno in cui essa palpita in milioni di cuori e parla da milioni di labbra, da per tutto dove piange un fanciullo spossato, dove si stende invano a cercar lavoro un braccio virile, dove sospira un vecchio senza pane dopo aver lavorato finchè gli bastaron le forze. E non soltanto fra i vostri compagni di fatiche e di stenti quella forza si leva. Ma nelle belle case che invidiate, in mezzo agli agi ed ai piaceri che voi non godrete mai, una generazione vien su, che voi credete ignara e sprezzante dei vostri dolori, una moltitudine di fanciulli e di giovinetti dalle mani bianche e dal viso florido nella cui mente entra ogni giorno una idea che offusca la serenità, che tormenta la loro coscienza, che affanna e dilata e innalza il loro cuore, e li sospinge verso di voi, e li prepara ai sacrifici generosi, e li arma e li ammaestra a combattere con amoroso coraggio per la causa vostra e dei vostri figli.
No, i vostri figli non avranno più, pensando alla fanciullezza dei lavoratori, la visione sciagurata che riempie noi di tristezza e di vergogna. La fanciullezza sarà risparmiata perchè tutti gli uomini lavoreranno e la produzione avrà per fine la soddisfazione dei bisogni comuni, non il lucro di pochi, e la macchina sarà serva, non tiranna dell’uomo; i vostri fanciulli andranno alla scuola essi pure, perchè tutti avranno il diritto a coltivare lo spirito fino al segno richiesto dal riconoscimento delle attitudini e della dignità dell’uomo civile; essi cresceranno lieti e benevoli, perchè non cresceranno più nella miseria tetra e nella fatica bestiale che confonde la coscienza e perverte il cuore; essi ameranno il lavoro e la vita, perchè il lavoro sarà umanamente misurato e compensato, e la vita non sarà più una guerra fratricida per cui gli uni nascono armati e gli altri inermi, e in cui per un forte o un astuto che trionfa, mille deboli mordon la terra; ma la lotta ordinata e onesta di tutti per ciascuno e di ciascuno per tutti, della quale apparirà la necessità e la giustizia con la stessa luminosa evidenza con cui ci appaiono quelle verità elementari che sono i fondamenti stessi della ragione e della coscienza umana.
Sì, questo è l’avvenire, com’è vero che ci regge la terra e ci rischiara il sole. E voi, fanciulli, fissate nell’animo la data del 1.º Maggio, che nulla forse vi dice ancora. Un giorno essa vorrà dire anche per voi: concordia, speranza, vittoria, pacificazione. Cristo sarà ritornato dopo venti secoli per dire un’altra volta: — «Lasciate i fanciulli venire a me» — ossia: Lasciate che siano fanciulli, che crescano col sorriso sul volto e con la fronte rivolta al cielo, perchè Dio non vuole che si faccia la ricchezza col sangue delle loro vene e col midollo delle loro ossa, e a prezzo dell’innocenza e della bontà dell’anima loro.
E Cristo ritornerà, fanciulli. Oggi che si festeggia il suo futuro ritorno, invocatelo e fidate in lui; sentirete anche voi che Egli si avvicina.
A una signora.
Giorni or sono, udendo un socialista parlare in pubblico intorno a un argomento estraneo alla propria fede, e approvando, commossa, le parole di lui, che rispondevano in tutto ai sentimenti affettuosi e gentili dell’animo suo, ella esclamò con meraviglia: — Chi direbbe mai che è un socialista!
Ella non ha pensato che con quella esclamazione, accusava le sue amiche e i suoi amici, e quasi tutta la classe a cui appartiene, d’una nera calunnia. Ecco, dunque, come le siamo dipinti; come gente cui sia a meravigliarsi che possa esprimere qualche volta di quei pensieri e di quei sentimenti, nei quali tutte le anime oneste concordano.
Ma veda che abisso ci separa! Io mi meraviglio ogni giorno di più della cosa opposta: che si possano avere quei sentimenti e non essere socialisti.
Ella scatta, ed io ripeto e mantengo.
Rifletta un momento, signora.
Soffrire delle miserie e dei dolori sociali come d’un male proprio, in modo da non averne più quiete, e non sapersi rassegnare allo spettacolo delle disuguaglianze ingiuste che offendono e avviliscono gli uomini; credere che non vi sarà mai pace, nè prosperità, nè moralità, nè civiltà vera, fin che un piccolo numero d’uomini avrà nelle mani i mezzi con cui, direttamente o no, tutto si corrompe, tutto si fa piegare, tutto servire al fine di accrescere continuamente la potenza di comprare, di corrompere e di dominare; aver fede che la pace e la prosperità vera si otterranno affrancando il lavoro dalla schiavitù economica che lo opprime, e non lo assicura, e riducendolo più umano con una distribuzione più equa, e più fecondo con l’associazione di tutte le forze; e con questa fede adoperarsi a educare, a istruire, a ordinare le moltitudini affinchè, diventate maggioranza cosciente e concorde, possano costituire legalmente uno stato sociale (già maturato, quando esse prevarranno, dall’evoluzione) nel quale tutti si trovino nelle stesse condizioni iniziali per la lotta della vita, e il diritto alla vita sia assicurato a quanti voglion lavorare e non possono e non si possa lasciar in eredità l’ozio e la dominazione, e l’uomo non veda più nei suoi simili dei concorrenti nemici, ma dei cooperatori fraterni; tutti questi sentimenti e concetti, che sono, insomma, la sostanza del socialismo, può ella dimostrare, mi può ella dire soltanto, che non siano tali da doversi maravigliare che non li accolga ogni anima nobile?
Una cosa sola mi può rispondere: che non sono accolti perchè si fondano sopra un’utopia. — Ma con questa risposta non mi contradice, perchè in qual modo mi può negare che per essere utopisti così fatti conviene avere una fede nella bontà della nostra natura, un desiderio del bene e un amore per l’umanità, non possibili che in animi onesti e in cuori generosi?
E come di questo ella si accerterebbe facilmente, e riconoscerebbe d’essere stata finora ingannata, e dai giornali che legge e dagli amici a cui crede e da tutte le vecchie idee non discusse in cui vive imprigionata, se potesse conoscer da vicino quella gente disseminata e malefica piena di passioni e di propositi iniqui e della quale sente parlar con orrore!
Ella, per esempio, ha inteso parlare di studenti socialisti, e avrà lamentato, con parole amare, che si sia attaccata anche alla gioventù studiosa quella lebbra. Ebbene, io ne conosco, e anche se prescindo dalle idee che a loro mi legano, mi paion di tanto superiori agli altri! Mai che apparisca nei loro discorsi sull’avvenire quel duro proposito di farsi strada nel mondo a qualunque prezzo, quella smaniosa avidità di ricchezza e di piaceri, che è già confitta nel cuore di tanti giovani della loro condizione. L’avere uno scopo alla vita posto fuori di sè stessi, così alto e bello, dà loro una sicurezza e una serenità di coscienza, e una tendenza a meditare sui fatti e sugli uomini, e a cercare in tutte le opere la manifestazione dell’animo e del pensiero, sotto le apparenze ingannevoli quello che c’è di vero, di umano e di benefico, che non si trova negli altri se non come rara eccezione. Ed hanno un modo di famigliarità così giusto e così amabile con la gente delle classi inferiori a cui si mescolano, spiegano con essa un sentimento di fraternità tanto più schietto e profondo, perchè dedotto da più intime e salde ragioni, di quello che io ricordo dell’ultimo periodo degli entusiasmi patriottici, sopportan con una così degna rassegnazione le diffidenze, le ingratitudini, qualche volta le aspre parole, che in quell’affratellamento cercato s’attirano, e annunziano e difendono la propria idea fra gli amici ostili e nella famiglia sdegnata, tra le rampogne e gli scherni, con un così coraggioso ardore, con una così tenace ed ingenua fede nella vittoria del bene, che lei, se li udisse e li vedesse all’opera, lei che è buona e gentile, sarebbe costretta ad ammirarli e ad amarli, e desidererebbe che il suo figliuolo li rassomigliasse, e potesse — senza compromettersi, s’intende, e serbandosi immune dalla lebbra delle loro dottrine — godere della loro sana e vivificante amicizia.