Part 7
Di quel Castello famoso, di cui gran parte tuttavia si conserva, noi daremo piena notizia al lettore, avido di confrontare gli oggetti del lusso antico con quelli del presente. L’edifizio è di forma quadrata: e nel mezzo ha una gran corte, che comodissima riusciva per eseguirvi giostre, torneamenti, ed altri giochi, allora assai amati da’ principi; intorno alla quale sorgono bei porticati, tanto di sopra quanto di sotto, colle loro colonne di marmo, e con scale fatte in maniera che vi si potesse salire a cavallo fino alla cima. Le sale e camere, tanto superiori che a terreno, erano tutte in vôlte, e quasi tutte dipinte a varie vaghe istorie e lavori, coi cieli colorati di finissimo azzurro, e ne’ quali campeggiavano diverse sorta d’animali fatti d’oro, come leoni, leopardi, tigri, levrieri, bracchi, cervi, cignali, ed altri: di queste camere, le più vagamente ornate erano quelle della parte del castello che guardava verso il parco; ed era colà che trovavasi un gran salone, lungo circa sessanta braccia e largo venti, tutto istoriato con bellissime figure rappresentanti cacce, pescagioni e giostre, con varj altri trattenimenti de’ duchi e duchesse milanesi. Di tutte queste pitture, una gran parte era stata fatta eseguire da Galeazzo Maria Sforza, padre del duca vivente, il quale si era servito del valente pennello di Bonifazio Bembo, pittore cremonese; e gli avea fatte rappresentare soprattutto molte circostanze solenni della propria vita, le quali erano appunto cacce, ambascerie ricevute, solenni entrate, e cose simili. Nel mezzo della sala ora descritta poi, v’era un gran finestrone, largo dieci braccia ed alto dodici, con un gran balcone davanti, munito di cancelli di ferro, e sporgente sei braccia sopra la fossa, che larga e piena d’acqua gira intorno al castello; balcone sul quale usavano i duchi, nella state, cenare per prendervi il fresco, al suono di tromboni, cornetti, flauti, e d’altri stromenti. Il Castello poi avea quattro torri assai belle, a’ suoi angoli; delle quali quelle volte verso il parco furono dalle artiglierie francesi abbattute nel 1527. Sopra quella che era alla mano destra della porta maggiore per cui entravasi nel castello, era un orologio di maraviglioso meccanismo, già fatto costruire da Gian-Galeazzo Visconti, e che non solamente colla freccia e col suono della campana indicava le ore, ma mostrava ancora il corso de’ pianeti e segni celesti. Nella sala che stava nell’altro torrione, v’era la copiosa libreria che Galeazzo Visconti avea pel primo raccolto e poi era stata ampliata da’ suoi successori, e soprattutto da Galeazzo Maria Sforza, padre del giovinetto Gian-Galeazzo. Tal libreria era allora fra le più belle che si potessero vedere nell’Italia: i suoi libri eran tutti di pergamena scritti a mano, con bellissimi caratteri e iniziali; e ve ne era di ogni qualità, trattando altri di teologia, altri di filosofia, astrologia, medicina, musica, geometria, rettorica, istorie, ed altre scienze: in tutto però erano solo 951 volumi[3]; ma erano coperti, quale di velluto, quale di damasco o di raso, qual di broccato d’oro o d’argento, con le loro chiavette e catenelle d’argento colle quali stavano fermati ai banchi, che erano foggiati come quelli delle pubbliche scuole, ma più belli. Colà conservavasi pure un corno di liocorno quasi lungo un braccio, oggetto prezioso e singolare. Il pavimento era fatto a quadretti di diversi colori, con una vernice vitrea che ne accresceva la bellezza. Nel torrione che restava a mano sinistra verso la porta della sala, era, dabbasso, una sala larga quanto capiva il quadrato del torrione, e che si chiamava la camera degli specchi; perchè tutto il vôlto era coperto di vetri quadrati larghi quanto il palmo della mano, tutti variati di colori e dipinti con figure d’uomini o animali o piante o fiori, fatte d’oro, onde percossi dal sole sul mattino splendevano in modo maraviglioso e la vista abbagliavano: il pavimento di questa camera era a mosaico con varie storie e antiche poesie: in giro erano archibanchi per sedere, tutti intarsiati e con spalliere alte più d’un uomo. Il quarto torrione a destra verso il parco finalmente, con altre stanze vicine serviva di armeria; e vi erano aste, archi, balestre, ed una sterminata quantità di saette, frecce, verettoni e dardi, con molta copia di targhe, targoni, altri scudi che chiamavansi lunghi, rotelle, ed altri strumenti da guerra antichi. Altre curiosità di diverso genere poi il Corio ci fa conoscere come esistenti in questo castello, forse nella cappella; ed erano una testimonianza di più della grossolana credulità di quel tempo: tali supposti preziosi oggetti erano, fra altre cose, una ciocca di capegli della Beata Vergine, alcun poco del sangue e del manto di Gesù Cristo, il corpo intero di un innocente, un braccio della Maddalena, un dente di San Cristoforo, un pezzo della verga di Mosè con cui fe’ scaturire dal macigno il fonte miracoloso.
Al di là della fossa del castello, estendevasi da un lato una cittadella: uscendo da questa poi, trovavasi bella e lunga piazza ove tenevasi una grande fiera franca due volte l’anno; alla quale concorrevano da lontane parti mercanti, con varie sorta di mercanzie preziose, come d’oro, di gioie, sete, lane, ec.: era verso il mezzo di tal piazza che sorgeva allora la torre di Boezio. Nella cittadella poi ammiravasi un gran salone, lungo 120 passi, largo 24, e altrettanto alto; stato fabbricato per potervi i duchi giocare al pallone e ad altri giochi, ne’ giorni piovosi.
Quanto poi al parco e giardino uniti al Castello, essi erano veramente regali. Il giardino era composto di 448 pertiche; ed era tutto ripieno di quante sorta di frutti si potessero immaginare, con bell’ordine disposti. Esso era tutto cinto da muri, con fosse, e porte con ponti levatoi. Intorno a queste mura vedevansi bellissimi pergolati con ogni qualità di uve che si conoscessero, ed i muri erano coperti di spalliere di noccioli. Nel mezzo del giardino, era una grande peschiera, lunga forse trecento passi e larga venticinque, la cui acqua era sì limpida che anche il più piccolo pesce vi si scorgeva; e piccol tratto lontano da questa, era una bella vasca quadrata, di diciotto passi in quadro, tutta lastricata di marmo bianco, e che dicevasi il bagno, servendo nella state per bagnarsi ai duchi e alle duchesse: essa riceveva l’acqua dalla peschiera; ed era cinta da un edificio di legno coperto di latta raffigurante un padiglione, e riceveva la luce da quattro grandi finestre con vetri colorati. Nel parco poi erano rinchiusi molti animali, come cervi, daini, caprioli, che si facevano ascendere a meglio che cinque mila capi. Al tempo della state, perchè questi animali non distruggessero i seminati, erano chiusi entro alcuni steccati; e v’era un luogo particolare pei conigli, un altro per li struzzi, e va dicendo: v’era anche un serraglio per alcuni orsi, detto orsería; era cinto da un alto muro. Il circuito di tal parco, veramente magnifico, era di quindici miglia; e giungeva fino alla famosa chiesa con monastero della Certosa: in esso erano varie abitazioni, e, al dire del Morigia, eziandio dei palazzi.
Il Corio mostrando Pavia al Comines non lasciò di informarlo, che essa allora era, senza dubbio, una delle prime città d’Italia; che era sufficientemente fortificata; che quattro erano i suoi borghi; che avea diversi ospitali, per gli infermi, gli esposti e i pellegrini; e che veniva retta da dieci deputati, e due dottori col nome di abati, ma che ne’ casi gravi si radunava il consiglio generale composto di tutti i cittadini più ragguardevoli; che v’erano poi anche molti monasteri di ambo i sessi.
Il signor Filippo Comines avrebbe veduto volentieri il giovine Duca, che gli aveano rappresentato come un uomo debole il quale tutto fidante nello zio d’ogni cosa lo facea partecipe, e mal sapeva secondare la moglie, avida al contrario di impero. Il buon principe, gli diceva il Corio, giace a letto gravemente ammalato. Il Corio lodava la dolcezza di questo giovane; che Comines, dalle cose sopra dettegli, stimò invece dappoco, e quasi scemo di cervello: e il bravo storico milanese vagamente fe’ sentire all’oltramontano, che Lodovico potesse aver propinato il veleno a quel suo nipote. «È crudel cosa, egli diceva, che questo dabben duca, non avendo ancora compiuti i 25 anni, come immaculato agnello senza alcuna cagione sia spinto dai numero de’ viventi: tutti ne sono addolorati!»
Da Pavia venendo a Milano, il Corio non tralasciò di far ammirare a Comines la Certosa insigne alzata a cinque miglia da quella città da Gian-Galeazzo Visconti primo duca di Milano, per soddisfare alla pia volontà di Caterina sua moglie; e che fu cominciata nel 1396; mentre tre anni dopo, essendo la fabbrica della chiesa ben avanzata e terminato il monastero aggiuntovi, furono chiamati 25 monaci certosini ad uffiziarla; loro assegnando delle possessioni vicine, sì pel loro mantenimento, come pel compimento di quel ricco edifizio, che al tempo in cui Comines lo vide era tutt’altro che compito. Quel tempio assai bello facea presentire i progressi della moderna architettura. Esso era allora tenuto in conto di fabbrica sontuosa, che forse non avea pari al mondo.
Comines col suo distinto amico ed i suoi servi cavalcando, e seguíto da muli che portavano i suoi effetti; dopo varie ore di viaggio per un paese fertilissimo ed ameno, tutto da canali intersecato, con praterie grandissime ove pascolavano pingui armenti che danno il miglior formaggio del mondo; giugneva a Milano, città che non poco, per la fama di che godeva, destava la sua curiosità. Il circuito di questa città era allora minore del presente; giacchè le nuove mura sono opera posteriore degli Spagnoli. Allora sussisteva ancora il giro di mura stabilito dopo la distruzione che di Milano nel secolo XII fatto avea l’imperatore Federico I detto il _Barbarossa_; il quale circuito è appunto là dove ora sono i così detti _terraggi_, come il nome stesso lo indica, e come lo mostra eziandio il corso del naviglio che ne formava la fossa. Le mura che allora vedevansi, con oltre cento torri, erano state fabbricate da Azzone Visconti, che compì sì bell’opera nel 1338. Bensì v’erano fuori delle porte i borghi, assai popolati; e che poi vennero aggregati alla città mediante il nuovo recinto.
Il Corio invitò Filippo Comines ad albergare con sè nel Castello Giovio; ma questi ne lo ringraziò, osservandogli, che per uno straniero avido di conoscere le costumanze dei paesi per cui passa, egli stimava più opportuno il porsi su d’un albergo: e d’altro canto i servi che erano col Comines non avrebbero potuto trovar alloggio seco nel ristretto appartamento del nostro Bernardino. Comines, al contrario, tanto insistette perchè il Corio seco si fermasse a desinar all’albergo ove scavalcò, che il nostro storico milanese non giudicò ben fatto di dover ricusare.
Allora in Milano, oltre le taverne ove solo vendeasi il vino al minuto alla popolazione, v’erano ancora de’ comodi alberghi per alloggiarvi i forestieri; a un dipresso come ora accade in ogni parte d’Europa: perocchè la nostra città, allora ricchissima per i suoi traffichi, le sue manifatture, la floridezza della sua agricoltura, già avea fatti notevoli progressi verso un vivere colto e gentile. Non eravamo più in que’ tempi rozzi in cui sovente il forestiere dovea mendicare presso i privati un’ospitalità che egli non lasciava d’ordinario di pagare anche senza risparmio; mentre solo pei poveri servivano gli spedali aperti a ricovero de’ pellegrini. L’albergo a cui smontò il Comines era uno dei più belli che la città potesse vantare, ed era nella porta Ticinese, quartiere allora abitato in particolare dai nobili, e precisamente trovavasi vicino alla Palla. Il suo fabbricato era un ricco palazzo, se abbiasi riguardo ai tempi: le sue finestre serbavano ancora l’arco acuto; ma erano ornate di bassirilievi in terra cotta: un porticato abbelliva la corte interna: la porta era adorna di colonne e bassirilievi; e la facciata era dipinta con qualche gusto. A quel tempo, molte case in Milano appartenenti ai più ricchi e nobili cittadini a questa somigliavano: e l’uso del dipingerle al di fuori appunto allora introducevasi.
Comines ebbe diverse stanze per sè e i suoi famigli; e i suoi muli trovarono ottima stalla. Ma il nostro storico, poichè col Corio ebbe pranzato trattenendosi in discorsi di vario soggetto, volle con questo passare nella sala comune a terreno, per godervi de’ piaceri della milanese società. Era allora omai caduto il giorno; e la sala ove il distinto nostro straniero recossi trovavasi piena di varj gruppi di persone, che stavano sedute a diversi deschi, quali già cominciando e quali aspettanti il pasto della sera.
La ragione per cui sì di buon ora tutta questa gente attendeva al cenare, era semplice: in primo luogo, allora l’uso generale era di pranzare a mezzodì o circa; in secondo luogo, innoltrata di alcune ore la notte, al terzo tocco della campana di palazzo, tutte le osterie e taverne doveano chiudersi, nè più era permesso vendere cosa alcuna, se non ai forestieri che nelle prime alloggiavano. Così portavano gli statuti; i quali provvedevano a mantener i costumi de’ cittadini semplici e frugali. Corio, che osservò ciò al signor d’Argentone (che tale era lo storico francese), gli disse anche, come per non indurre ne’ cittadini il vizio dell’ubbriachezza, i tavernai doveano vendere il loro vino, bene misurato, alle porte delle loro botteghe, e non altrimenti; e che solo nelle osterie, ossia ove albergavansi i forestieri e davasi eziandio a mangiare, era permesso di fare diversamente.
Il Comines si assise col Corio ad un desco; e mentre che fra loro in varj discorsi trattenevansi, non lasciavano di quando in quando di osservare quello che intorno ad essi accadeva. V’erano nell’albergo allora varie qualità di persone; semplici cittadini, cavalieri, uomini di toga. Corio ne fece osservare al dotto suo compagno la varietà costante nelle vesti. Questa, gli disse, proviene dalle prescrizioni severe de’ nostri statuti; tendenti ad eliminare più che sia possibile il lusso, sempre rovinoso per la maggior parte delle famiglie. «I nostri statuti, proseguiva, proibiscono alle donne, eccettuate le mogli de’ militi, di portar perle sulle vesti, o in monili attorno al collo, o nell’acconciatura del capo: e lo stesso è vietato agli uomini, tranne i militi. Così è proibito portare sui cappucci, o in altra parte degli abiti, fregi d’oro o d’argento, ad eccezione dei bottoni alle maniche, i quali ponno essere o di questi metalli composti o anche più ricchi ed ornati di pietre preziose e di perle. Si può portare però il vescapo d’argento: e ai dottori di legge ed altri giurisperiti non sono vietati que’ fregi che ai militi, ossia cavalieri, si concedono, come anche gli abiti ricchi di raso od armellino, o le vesti di porpora o tessute d’oro o d’argento, che alla generalità non sono concesse. Il maggior sfoggio permesso ai semplici cittadini ed alle loro mogli consiste in fodere listate d’oro o d’argento, che loro sono accordate. Multe assai gravose colpiscono i contravventori di tali statuti. La legge poi, che pone un freno alla vaghezza di brillare con abiti sfarzosi, comanda anche la decenza nella foggia delle vesti; nè una donna potrebbe mostrarsi con un abito scollato, senza pagar una multa, essa e il suo sartore.
Allora si accorse il signor d’Argentone che dagli abiti egli avrebbe potuto distinguere benissimo la qualità delle persone. Egli chiese al Corio, se in altri modi questi statuti milanesi, solleciti nel mantener semplici i costumi regolassero le pompe de’ cittadini; e Corio così gli disse. Gli statuti della nostra città reputansi molto savj in ciò, che per ogni verso frenano la mania che nasce naturalmente negli uomini di voler distinguersi nelle occasioni solenni. Così, dalla legge viene limitato il corredo che lo sposo fa alla sposa, e viceversa; e tutto deve stare nei limiti di una stretta modestia: è regolato il lutto; che non può assumersi che dalla moglie del defunto e dai figli o figli de’ figli: sono regolate le pompe de’ funerali; ove solo ai militi e alle persone qualificate è permesso un qualche sfoggio. In quest’occasione poi, solo i primarj cittadini ponno ornar la bara di bandiere, di un dato numero di torcie, e farla seguire dal cavallo dell’estinto; portar anche il cadavere scoperto e vestito riccamente; mandargli dietro un grosso codazzo di gente; usar ricchi drappi, pagar donne per fare romoroso pianto innanzi la casa, e dare ricco banchetto a tutti gli amici del trapassato: i semplici cittadini non ponno che onorare con esequie modeste i loro morti, e banchettare quel giorno coi più stretti parenti.
— E quali sono le persone che si considerano come qualificate in Italia? domandò il signor d’Argentone.
— Queste sono, rispose il Corio, i militi, i giuristi, i rettori delle città; e, dopo questi, i fisici: le prime tre classi specialmente godono della maggior considerazione. Il collegio de’ giurisperiti di Milano fruisce di varj privilegi: oltre ciò che già vi dissi intorno alle pompe di cui è loro permesso cingersi, essi non sono obbligati a marciare all’esercito se non sieno serviti di carrozza, ed anche in tal caso ponno farsi supplire da altre persone: lo stesso è pei notari, e pei governatori degli statuti del comune di Milano. Così, nessun giudice del collegio è tenuto a far la guardia di notte, se non quando si convochi l’esercito generale; nel qual caso è loro permesso ancora mandare un supplente: nè può egli essere fidejussore nel comune. I fisici, come anche i maestri di grammatica, essi pure devono in carrozza esser condotti all’esercito, e ponno mandar chi li supplisca; nè ponno aver il carico di esercitar le funzioni di anziano o di auditori. Privilegi simili hanno i medici che aggiustano ossa infrante e slogature. I chirurgi che compongono il collegio de’ chirurgi, non sono tenuti che a mandar quattro di loro all’esercito: nè alcuno può esercitar chirurgia se non è, dopo opportuno esame, ammesso a formar parte di quel collegio. Bensì medici, fisici, chirurgi, sono obbligati tutti a visitare i poveri gratuitamente. — E anche gli scolari sono esenti da alcune incombenze, e dall’andare all’esercito; sia che imparino la legge, sia che attendano alle scienze filosofiche ed alla medicina.
Non aveva il Corio terminato di dar queste notizie intorno ai nostri usi al suo amico, quando una nuova brigata assisasi lor vicino, e servita di cena, cominciò ad attrarre la loro attenzione, e finì quasi a congiungersi con loro: erano quelli quattro cittadini che nulla aveano di notabile negli abiti, sebbene uno d’essi poi non poco distinguesse la giusta posterità: quest’era Bramante, pittore ed architetto; il quale, malgrado il suo merito, però, amando la buona compagnia e l’allegria, era spesso ridotto al secco; nel qual caso il sollazzevole compagnone diventava poeta, e con sonetti si raccomandava a’ suoi protettori per averne danaro, che poi sciupava di nuovo così presto come il primo. Il Bramante salutò il Corio, da lui conosciuto nel Castello ove avea spesso lavorato; e così pel di lui mezzo quella lieta brigata coi due nostri storici non fece quasi che una sola società.
Si discorse di molte cose; e soprattutto della prossima venuta de’ Francesi a Pavia, ove si stavano facendo magnifici preparativi per onorare il Re cristianissimo. Alcuno si proponeva di recarsi in quella città per vedere l’ingresso di sua maestà, di cui il Comines descrisse l’aspetto e il carattere. Uno di quel piccolo crocchio si fe’ notare particolarmente col suo cicaleggio: era costui un omicciattolo che nulla avea di veramente distinto, se non se una faccia che ben osservata nulla prometteva di buono, e due occhietti piccoli e furbi che faceano presentire in lui tal persona con cui non era bene di troppo confidarsi. Costui magnificava, senza serbar modo alcuno, la saviezza di Lodovico il Moro; il quale si era meritato non pure, diceva egli, l’affezione de’ popoli, ma anche la piena confidenza del Re di Francia: la venuta del Re avrebbe di non poco accresciuto il lustro degli Sforza; poichè l’alleanza di questa casa col Cristianissimo dovea aumentarne, in modo incalcolabile, l’importanza. Il Re avrebbe trovato nel Moro un uomo saggissimo, che assai gli avrebbe giovato co’ suoi consigli e co’ suoi danari. Il Moro, già, era splendido: egli sapea, all’uopo, sussidiare gli amici!...
— E pagar scarsamente gli operai, l’interruppe il Bramante.
— Eh via, so bene che scherzi, amico, soggiungeva l’adulatore: egli è che voi altri artisti non siete mai sazj, e sempre vi lamentate; ma quando mai vi fu per voi miglior tempo di questo! Egli è che tu butti il tuo; ma del resto il Moro anche a te lascia forse mancar lavoro? E chi potrebbe mettere in dubbio la sua inclinazione a beneficar tutti, e particolarmente i bei talenti!...
— Come sei tu, l’interruppe di nuovo il Bramante: i talenti tuoi oratorj intorno alla bontà del governo del Moro sono certamente ben pagati: tutti almeno lo credono.
— Eh, datti pace, che io parlo per pura giustizia: che del resto, se il Moro mi fa del bene a chi non ne fa? Il signor d’Argentone vedrà, se vorrà darsene la briga, in quanti modi, il Duca di Bari benefica la città nostra ch’egli regge: e più farebbe se fosse egli il padrone....
— Il duca Gian-Galeazzo però gli dà poca briga! soggiunse l’incorreggibile Bramante.
— Il Duca, da saggio giovane come è, lascia governare allo zio; perchè ne conosce la virtù....
— Sì, forse come Bernabò conobbe quella di Gian-Galeazzo Visconti suo nipote! — E questa arditissima replica di Bramante, che alludeva al sospetto che il Duca fosse stato dallo zio tradito e avvelenato, fece seguire un istante di silenzio; disapprovando ognuno di tal modo l’imprudenza del mordace artista.
— Amici, disse il Corio, cambiam discorsi! non è bene parlar di cose di cui ci si potrebbe domandar conto un giorno! Tutti sanno che Bramante è assai pungente ne’ suoi detti, e nessuno vorrà far caso della sua leggerezza, e di ciò che dice per puro spirito di contraddizione! Del resto, chi non ammira i veramente sommi talenti e meriti del signor Lodovico!
— Che il nostro amico qui, soggiunse Bramante, è pagato per far conoscere a tutto il mondo; togliendo a te, caro Bernardino, il mestiere di stendere le storie! — Ma, via, se dobbiam tacere, si taccia: chè in buon punto ecco entrano due suonatori colla viola e il flauto.
Così era infatti: i due discepoli d’Apollo cominciarono quindi a far ammirare la loro abilità: varie sonate vennero spacciando al loro lieto uditorio; e raccolsero un premio abbondante della loro fatica. In fine la notte era già alquanto innoltrata; e si udì l’ultimo tocco della campana che invitava ogni uomo a ritirarsi: immediatamente tutte le pratiche dell’albergo sgombrarono la sala; i suonatori divennero muti, nè più udironsi partendo, essendo a quell’ora proibito far alcuna serenata: più non restarono nell’albergo se non se le persone che vi doveano passare la notte. Il Corio, poco dopo, si licenziò dall’amico, promettendogli di tornare a lui il dì seguente di buon mattino.
Il Comines si trovò assai comodamente alloggiato nell’osteria che scelta gli avea lo storico milanese. Il lusso delle camere allora, è vero, non era grande; ma tutto ciò che que’ nostri antichi padri in generale usavano pei loro comodi, non mancò allo scrittor francese che fra noi facea soggiorno. Un buon letto, sedie, tavole, alcuni vasi per lavarsi, casse e cofani per riporre le vesti e la biancheria, scrigni per mettervi oggetti meno voluminosi, ecco i mobili ordinarii di un appartamento di que’ tempi; se vi aggiungi qualche bello specchio di Venezia, per colmo di ornamento: or tutto questo comodo arredamento aveano le camere destinate al Comines. Solo ne’ palazzi de’ grandi vedevansi, oltre a queste cose, ricche tappezzerie, ed altri oggetti di un lusso maggiore e ognor crescente.