Lodovico il Moro

Part 6

Chapter 63,172 wordsPublic domain

In Asti per altro accadevano cose che accrebbero il coraggio del Re; il quale dal suo canto non mancava di fermezza ne’ suoi disegni; fermezza che anzi talora era tale che, al dir di Guicciardini, degenerava in ostinazione. Infatti colà giunsero a Carlo buone notizie, cioè quelle della vittoria riportata dal Duca d’Orleans a Rapallo sulla flotta aragonese; il che servì pei francesi di lieto augurio. Innoltre a confermar Carlo nella già cominciata impresa, giungeva il Duca di Bari, accorso a complimentare il Re, insieme colla moglie, col Duca di Ferrara, e un seguito brillante di gentildonne milanesi.

Lodovico era stato informato assai bene dell’umore del Re di Francia, e della sua propensione fortissima per il bel sesso e pei sollazzi. Un cavaliere animoso, elegante e destro, una bella donna, trovavano sull’istante grazia presso di lui. Per ciò egli avea ricolmato di carezze Galeazzo Sanseverino, genero di Lodovico; il quale allorchè portato si era in Francia, v’era andato molto bene accompagnato, con gran numero di bellissimi e buoni cavalli, con molte ricche armature per giostrare e correre la lancia, e si mostrò in tali esercizi abilissimo, essendo giovine oltre modo destro e gentile. Il Re gli diede allora, il suo ordine di San Michele; ordine insigne, i cui membri si chiamavano fratelli del Re; e con esso decoravansi di una collana d’oro da portarsi sempre in memoria del dato giuramento. Verso il bel sesso poi il Re era propensissimo; poichè giovane era pieno di ardore, sebbene gracile di complessione. Per queste cose Lodovico avea pensato di fargli piacere venendolo ad incontrare con una scelta e lietissima brigata. Le matrone che egli seco conduceva come seguito della moglie, erano tutte assai belle; e forse nessuna era tanto schiva da rifiutare i favori di un Re di Francia.

Con molta curiosità questa brillante comitiva osservò il Re che non tardò ad ammetterla in sua presenza. Era Carlo allora, come già dicemmo, giovinissimo, ed era brutto e contraffatto anzi che no della persona, notevole per una forte sproporzione delle sue membra: ma l’aria del comando e le ricche vesti davangli una certa qual dignità; e l’occhio suo brillava di una vivacità non ordinaria. Portava allora una lucidissima armatura, tutta ornata d’oro, e coperta di una sopravvesta turchina di velluto tempestata di gigli d’oro: in capo avea una preziosa corona; ed era decorato del suo ordine di S. Michele. Del resto, era piccolo, di corpo mal sano; ed erano i suoi lineamenti non belli, benchè indicanti forse fermezza e l’impero, ed anche una certa bontà che alcuni però dicevano remissione d’animo e freddezza. — I gentiluomini del suo seguito vestivano con eleganza, e riccamente: portavano vesti con tagli alle maniche di panno fino o di velluto, che scendevano fin sotto le ginocchia o a mezza gamba od anche fino a terra, e che d’ordinario stringevansi ai fianchi da un cinto; berretti di velluto, con piume preziose; collari pur di velluto, con trine d’oro e bottoni d’oro; e giustacori sotto, di raso od ormesino bianco e d’altri colori, ricchi, e con fregi pur d’oro: i panni di gamba erano sì stretti, da apparirne non solo i muscoli ma ancora le vene: cingevano lunghe spade; teneano, come era uso, il capo coperto anche alla presenza del Re, tranne il caso che questi loro dirigesse la parola.

Dal loro canto il Re e i suoi favoriti consideravano essi pure il corteggio milanese, non meno brillante e notevole. Lodovico il Moro si presentò al Re di Francia in abito solenne; portava una veste fino a’ piedi di damasco cremisino ricamata con oro, e cinta con un cordone di seta morello pur con oro tessuto: gemmato era il berretto morello ch’ei tenea in mano. La capigliatura sua, vera o posticcia, scendevagli ricca fino al collo con un’onda maestosa; il collo era nudo, se non in quanto che in parte lo celava la candida camiciuola crespata che dall’abito alcun poco sorgeva: le calze erano morelle; d’oro ricamate le scarpe. Beatrice sua moglie mostrossi ancora più riccamente abbigliata: la sua testa, da cui spirava un’aria virile, era adorna di alcuni ricci che ne cingevano la fronte candida; mentre trecce ben acconciate erano poi di questa il principale ornamento, con varie gioje: sopra i capelli di dietro, un velo appuntato scendeva maestosamente, in preda agli scherzi dell’aura: era di seta, vergato d’oro, di trine pur d’oro contornato; e scendea a coprire tutta la sopravveste; ed un capo di esso, tirato sotto il braccio sinistro, era attaccato sopra il petto: la sopravveste che portava era di velluto verde stampato, ornata di passamani e ricami d’oro, e lunga fino a terra: molte ricche gemme ne fregiavano il collo e le smaniglie: qua e là brillare vedevansi bottoni d’oro e di perle. Il Duca di Ferrara era a un dipresso vestito come Lodovico, tranne che variava il colore dell’abito, che era scuro.

Le gentildonne del seguito di Beatrice distinguevansi, come si è detto, per beltà; e molte erano rimarchevoli pel loro spirito. Varie erano le loro acconciature, varie ancora, ma meno, le fogge delle vesti. Alcune serrati aveano i loro capegli con una rete d’oro, sprigionandosene però ciocche alle bande che loro pendevano graziosamente giù per le tempie: altre aveano ricci molto belli attorno alla fronte; e le trecce ben crespe ed in anella cadevano in giri voluttuosi sulla superficie della testa: sulle quali alcune aveano fermati veli, trapunti d’oro o d’argento. Tutte al collo portavano assai ricchi monili, di gemme sfolgoranti o di pallide perle. Le vesti seriche erano spesso seminate di fioretti d’oro: ricchi cinti, pure d’oro, di gemme fiammeggiavano: varie di tali vesti erano aperte d’avanti, onde apparivano sottane di velluto o damasco figurato; di dietro, un po’ di strascico: altre al contrario erano bottonate davanti con bottoni d’oro, talora ricchi di pietre preziose. — I gentiluomini milanesi poi, che erano al seguito del Duca di Bari portavano, i più attempati, vesti lunghe fino a terra, sia di damasco sia di velluto, di color vario; con berretti serici: ed i giovani sfoggiavano abiti più eleganti; avevano berretti di velluto cinti da trecce d’oro; giubboni di seta con tagli artificiosi per mostrare le fodere di diversi colori; e pur con tagli erano i loro panni da gamba, talora di due colori: bottoni d’oro e monili accrescevano lo splendore de’ ricchi abiti, i cui colori variavano, e che talora ammettevano leggeri cappe eleganti; nè escludevano il lusso delle smaniglie, per lo più ricche di gioie preziosissime.

Quest’era la pompa esterna di quella doppia schiera elegante che a vicenda si visitava: ma chi era più addentro ne’ segreti della galanteria de’ tempi, potea eziandio dagli abiti delle signore milanesi scoprire, in parte almeno, i loro sentimenti. Imperocchè la moda, sempre ministra dell’amore, avea allora messo in uso un muto linguaggio, onde i varj colori a cui le belle davano la preferenza nel loro abbigliamento erano loquaci e spiegavano le interne loro inclinazioni; questo alludeva alla speranza che lasciavano alla persona a cui mostravansi, quelli equivalevano ad una dichiarazione d’amore; e, come si esprime un poeta milanese di que’ tempi, molto si potea sapere intorno al grado a cui montava (mi si perdoni quest’ardita espressione) il termometro del loro cuore, conoscendo,

Che significa il verde, il bianco, il giallo, Morello, e negro, e perso, e colorito; Che spesse volte chi il colore intende Del pensier dell’amato assai comprende.

Era quella un’età nella quale l’amore non di rado andava sciolto da quel velo misterioso che pur lo rende più caro.

Due giorni si fermò Lodovico presso al Re; poi ritirossi a Nom, castello del ducato di Milano discosto solo tre miglia da Asti. Il Re, cresciuto appresso alla sorella sua Anna di Francia stata reggente, ed educato nella petulanza muliebre, come si esprime il Corio, non tardò molto a dar saggi del suo umore scherzoso; e con varie dame si mostrò tosto assai vivace e galante, obbliando la propria dignità. Egli fu da varie di esse molto bene corrisposto; poichè l’eminenza del grado facea loro obbliare i torti della natura: e, profuso in mezzo all’estrema penuria di danaro in che trovavasi, ei fece a queste vaghe sue favorite ricchi donativi di anelli preziosi. Ma mentre Carlo perdevasi nelle delizie de’ voluttuosi piaceri, il Duca di Bari ed Ercole Estense duca di Ferrara consideravano invece le forze di lui, cui essi opponevano ai parenti di Isabella che liberarla volevano dalla schiavitù dello zio usurpatore.

Computando la gente che erasi recata a Genova e quella che coll’Obigny militava in Romagna, Carlo avea per la sua impresa oltre 200 gentiluomini della sua guardia; 1600 uomini d’arme, dette lancie, ciascuno dei quali (come in Francia usavasi) avea due arcieri, sicchè sei cavalli erano sotto ogni lancia; sei mila fanti svizzeri; sei mila fanti francesi, metà dei quali guasconi, che passavano allora per più valorosi. Per unirsi a quest’esercito erano state condotte per mare a Genova quantità grande di artiglierie da battere le muraglie ed usare in campagna: e queste non già bombarde pesantissime e difficili a maneggiarsi, come si usavano in Italia ove erano trascinate da’ buoi; bensì pezzi più spediti, chiamati cannoni, con palle di ferro, agilmente sulle loro carrette tirati dai cavalli, ed i cui colpi spessi facevano effetto ben più formidabile contro gli oggetti cui erano rivolti. E se le armi erano più terribili, più terribili pure erano gli animi de’ combattenti; perchè molti erano in quell’esercito gentiluomini avidi di segnalarsi; e in generale i soldati erano migliori che quelli d’Italia; ove le compagnie, più spesso arruolate dai condottieri e da loro mal pagate, erano composte di vera feccia, nè aveano i loro numeri interi, nè erano troppo bene di cavalli ed armi provvedute; per tacere del carattere impetuoso de’ francesi, che per amor d’onore sanno far grand’impeto, almeno sulle prime, al che pur li eccitavano i premj, consistenti negli avanzamenti, che erano graduati fino al capitanato. E quanto ai capitani e baroni poi, essi nulla più desiavano che di segnalarsi agli occhi del re, nè accadeva fra loro quello che avveniva in Italia; ove i condottieri erano men zelanti e mal fidi, non badando che a’ loro privati interessi, ed abbandonando spesso un principe se vedeano di poter prender servizio con più vantaggio sotto il suo nemico; ed ove perciò bastava a que’ soldati avari, fatto un prigioniero, rimandarlo spogliato delle armi ed in camicia. Ancora poi era notabile questa diversità nel modo di combattere tra i fanti francesi e gli italiani, che questi combattevano sparsi per la campagna e disordinati; mentre i francesi, come gli svizzeri, pugnavano con schiere ordinate, e distinte a certo numero per fila, opponendo a’ nemici un muro di armi più formidabile.

Tanta superiorità di forze fece quasi sbigottire il Duca di Bari, timido e sospettoso. Guai se al Re venisse in mente di ajutar il nipote suo, pensando che uno stretto parente, come gli era Gian-Galeazzo, gli gioverebbe meglio sul trono di Milano che non un estraneo! E d’altro canto, i popoli aggravati di imposte presentavano facilità grande ad essere mossi. Egli deliberò adunque di tentar ogni mezzo perchè il Re presto sgombrasse, attraversandola, la Lombardia. Ma, per mala sorte, Carlo appunto allora cadeva ammalato di vajuolo; onde si dovette fermare in Asti molti giorni, distribuito l’esercito in quella città e nelle terre vicine. Quella malattia fu pericolosa; ma la febbre avventurosamente fra sei o sette dì cessò. Risanato il Re però, non sapeva ancora ben risolversi a proseguire il suo viaggio; perchè di danaro difettava, e considerava che le sue forze erano ben tenui per attraversare tutta l’Italia e giungere abbastanza grosso da abbattere un nemico che egli giudicava assai potente. Molti fra i suoi cortigiani lo dissuadevano ancora da una spedizione, il cui esito sembrava tuttavia tanto incerto.

Ma Lodovico il Moro seppe toglierlo dalle sue perplessità. Ogni giorno egli intrattenevasi col consiglio che l’andava regolarmente a trovare nel suo castello di Nom; e poichè il Re si fu alquanto ristabilito, a lui recatosi, cominciò con un eloquente ragionamento ad esercitare su di esso quell’influenza potente, che sapea far sentire a tante persone autorevoli nell’Italia, ed al proprio nipote.

— Siate di buona fede, signor Lodovico, diceva il Re dal letto in cui stava ricuperando le smarrite forze; allora voi non mi consiglierete già di andar oltre con mezzi sì scarsi di gente e danaro, come sono quelli che trovansi a mia disposizione: su via, rispondete a questo! È su ciò che io voglio sentirvi!

— Sire, rispondeva nell’idioma francese il Moro, i vostri timori dileguate: voi sapete, che ora le vostre genti unite alle milanesi respingono il Duca di Calabria inoltratosi nella Romagna; mentre sul genovese otteneste già altri successi. E quanto a quest’Italia che vi dà a pensare, piacciavi, o Sire, considerare, che essa si compone di molti stati poco ragguardevoli, i quali nulla ardirebbero contro la Maestà Vostra: in Italia soli tre pontentati noveransi che noi riputiamo grandi; e sono, Milano, i Veneziani, e il Regno di Napoli: or voi ne avete uno tutto vostro; l’altro, che sono i Veneziani, stanno neutrali, desiderando anche il male del Re di Napoli che essi odiano; e quanto al regno di Napoli, esso è pronto ad insorgere a favor vostro, tanto sono colà i baroni malcontenti e i popoli oppressati. Voi trionferete agevolmente, credetemi, de’ vostri nemici; e ricordivi che furonvi de’ vostri predecessori che ebbero vittoria su altri molto maggiori. Questo è momento opportunissimo per coprirvi di gloria immortale. Se voi mi prestate fede, io ajuterovvi a farvi maggiore che non fu mai Carlomagno; perchè tosto che sarà in poter vostro il Regno di Napoli, cacceremo il Turco dall’impero di Costantinopoli; e di tal modo la vostra fama brillerà più splendida di quella di tutti quanti i vostri predecessori!

A tali idee di gloria, il Re rianimava il fuoco degli occhi cui la grave malattia alquanto avea spento. — Ma, mio caro signor Lodovico, soggiungeva poi, io manco di danaro; e voi forse non amerete spoverire per me il vostro tesoro, che pur passa pel più ricco della cristianità?

— Voi mi offendete, Sire; per quanto il permettono l’angustie dei tempi, voi mi troverete sempre pronto a sovvenirvi; ed io vi farò sborsare ora, senza indugi, una somma; ed altra vi sarà consegnata a Pavia.

— Ah, così, va bene, così va bene! con questi sussidj, noi potremo quanto prima metterci in cammino; ed essendoci Firenze amica, non nemica Venezia, cercheremo accordarci col papa; e riserberemo il ferro contro il solo Reame di Napoli, alla cui conquista però spero ci sarà giovevole la crudeltà di que’ principi, che tanto disaffezionò, dicono, la loro nazione e più ancora que’ baroni!

Di tal modo Carlo si risolvette a proseguire con celerità la sua impresa: è vero che qualcuno non cessava di sconsigliarlo, e fra questi il generale Brissonnetto; il quale disse anche apertamente al Re, che Lodovico tutti li ingannerebbe: ma, poichè esso era assai leggero nelle parole, molto non gli si badò; benchè dicesse il vero. Il Re deliberò di mandare ambasciatori a Venezia; ed uno di questi fu lo storico Comines, che in tal occasione potè considerare per la prima volta la ricca ed ampia città di Milano, e il suo territorio. — Intanto il Re, dopo circa un mese di dimora in Asti, ne partiva il 6 di ottobre, lasciando al governo di quella città il Duca d’Orleans suo consanguineo; e il dì 8 giungeva a Casale, ove dalla Marchesana fu ricevuto con splendidezza. Questa vedova, giovane e valorosa, mortale nemica del Duca di Bari, era figliuola del re di Servia; ed essendo stato il suo paese occupato dal turco, l’imperatore suo parente, appresso al quale si ricoverò, data l’avea in moglie a quel marchese. Essa prestò, ella pure, le sue gioie al Re di Francia, come fatto avea la Duchessa di Savoia, perchè le impegnasse a ricavarne danaro. Il Re si trattenne in Casale il giorno 9, per solennizzare la festa di San Dionigi protettore di Francia; e il dì vegnente andò a pernottare a Mortara. Quindi la sera dell’11 fu a Vigevano; ove il Duca di Bari avea di già fatti fare molti apparecchi per riceverlo, ed al suo arrivo venne ad incontrarlo colla moglie ed onorevolissimo seguito. Vi si trattenne il dì dopo, che era domenica; e il giorno appresso fece poi la sua solenne entrata in Pavia; ove casi più degni della nostra attenzione stanno per presentarcisi.

Capo X.

GLORIE ED USI DI MILANO

Ma prima di narrare ciò che accadde durante il soggiorno del Re in Pavia, piacemi un istante tener dietro al bravo Filippo Comines che con stupore osservava la Lombardia, sclamando che essa era il più bello e più ricco paese del mondo; e considerava attentamente lo stato materiale e morale della nostra città.

Egli trovò nel Castello di Pavia Bernardino Corio, storico anch’esso, e che era cameriere ducale: in breve l’uno imparò a stimar l’altro; e Corio volle essere guida al Comines, non solamente in Pavia, ma eziandio in Milano ove si propose di condurlo egli stesso. Pavia a que’ tempi era città assai più florida che poi non fu; perocchè molte volte venne in appresso saccheggiata nelle guerre che seguirono al principio del successivo secolo XVI. Un’iscrizione, più antica di un secolo e mezzo del tempo di cui parliamo, le dava il titolo di seconda Roma. Corio fece osservare al Comines il bel ponte di pietra su cui si passa il Ticino, fabbricato nel 1351-52; e posteriormente abbellito, fortificato, e coperto, da Galeazzo II Visconti che a torto il Morigia dice fondatore di quello. Nel mezzo, avea una torre con ponte levatojo. I più antichi templi della città pure furono dal Corio additati al Comines, varj de’ quali ricordano la dominazione de’ Longobardi: in uno di questi, chiamato S. Pietro in cielo d’oro, gli mostrò l’arca marmorea di s. Agostino scolpita vagamente da uno scolare del Balducci, come si crede, nel secolo XIV; mostrogli la torre rotonda ove gran tempo stette imprigionato Boezio, e che da lui avea preso il nome; torre che allora veniva creduta dal volgo abitata dagli spiriti, perchè all’intorno era fregiata da alcune immagini di terra cotta le quali, essendo vote internamente, al soffiar del vento producevano un sibilante mormorio, sia per caso sia per invenzione dell’artista che le costruì. Mostrogli pure il Palazzo del comune; la statua di bronzo di Antonino Pio, che i Pavesi tolsero ai Ravennati, e collocarono sopra una colonna nella piazza davanti alla cattedrale; nè lasciò di far notare al distinto straniero l’università, fondata essa pure da Galeazzo II Visconti, principe che per crudeltà e tirannide si segnalò, non meno che per la protezione che impartì alle lettere. Lodovico il Moro stava allora facendo erigere il magnifico edifizio che egli destinò ad essa università, famosa e allora frequentatissima (edifizio che tuttora si ammira); come poi più tardi, cioè nel 1496, con un suo editto, dopo aver lodati quegli studj, volle che i collegi de’ giureconsulti, degli artisti, de’ medici e de’ filosofi, fossero esenti da ogni gravezza. Per ultimo il Corio mostrò al proprio ospite il famoso castello o palazzo alzato da Galeazzo II Visconti, col magnifico parco unitovi, allora celebratissimi per tutta l’Italia.