Lodovico il Moro

Part 13

Chapter 131,847 wordsPublic domain

Il tripudio più romoroso sorse nel castello del padre di Antonio allorchè quella fanciulla, già famosa per la sua virtù, entrò in quel soggiorno, e ne salutò il signore, che afflitto dalla gotta a mal in cuore non avea potuto andare a incontrarla; lo salutò, dico, come suocero. Un gran banchetto, fuochi d’artifizio, suoni di campane, spari di mortaletti, una fontana da cui zampillò vino tutto il giorno ed alla quale i villici lieti attinsero, giuochi pubblici della cuccagna, del tirar il collo all’oca, rallegrarono quella giornata solenne. Gli uomini d’arme del barone mostraronsi con ornamenti pomposi. Le principali persone della terra vennero ad ossequiare la sposa, che tutti trovarono avvenente e gentile; il pretore, ossia giudice del barone, fra questi; e per contrassegno di esultanza, il vecchio feudatario volle che si desse la libertà ad alcuni malviventi che stavano nelle sue prigioni; secondo l’uso di que’ tempi, in cui un barone signore di feudi facea in suo nome, fino ad un certo punto, amministrare la giustizia. Questo giorno festoso fu il 10 di gennaio del 1500.

Ma la disgrazia più fiera dovea succedere a tanta esultanza: un distinto personaggio che occupava un grado eminente nella milizia francese, avendo addocchiata la sposa, famosa per aver resistito al Re di Francia, si sentì di lei acceso per modo, che deliberò di far qualsiasi tentativo per averla in suo potere. Infatti, informatosi che alcuni dì dopo Antonio per ordine del padre erasi recato colle sue genti d’arme a Milano, ove i grandi Ghibellini tramavano segretamente di rendere lo stato a Lodovico il Moro; egli assistito da alcuni suoi fidi, mediante scale di corda, seppe introdursi nel castello, e pervenne fino alle stanze di Carolina: questa allora, sbigottita, s’alzò e si pose in fuga, gridando e serrando gli usci dietro di sè; ma la meschina, non ancora consapevole di tutti i secreti di quell’antico palazzo, pose fatalmente piè in una stanza riposta, di cui sforzò la porta chiusa bensì a chiave ma cadente per vetustà: essa mise piè, dico, su quel pavimento; ma il pavimento mal fermo cedette, ed essa precipitò in un pozzo, ove altre ossa da secoli biancheggiavano attestando la crudeltà degli antichi possessori di quel castello! Il di lei persecutore, spaventato dal romore, si era frettolosamente ritirato.

Il vecchio barone, poichè seppe l’accaduto, urlò di dolore, e corse malgrado le gotte per salvare l’infelice; ma essa già più non respirava nell’oscura cisterna ove era precipitata. Il giovane Antonio, come seppe la sua sventura, più non visse che per vendicarla!

Era ben certo che un francese era stato l’autore de’ suoi mali; i servi suoi ne aveano uditi gli accenti mentre fuggiva: egli pieno di furore e disperazione tornò a Milano; e, sapendo che Lodovico il Moro assoldate genti svizzere e borgognone tornava in Lombardia, fu uno de’ principali istigatori di quel tumulto che, crescendo sempre più giunte le genti dello Sforza a Como, obbligò il Trivulzio ad abbandonare la capitale.

Un tal tumulto era stato l’opera de’ Ghibellini, assai più forti de’ Guelfi fautori del Trivulzio: allora tutta la città si era divisa in que’ due infausti antichi partiti, che nei momenti di anarchia risvegliavano le loro antipatie, per lo più contrassegnandosi con un distintivo: i Guelfi in questi tempi portavano delle piume da una parte nel berretto, i ghibellini dall’altra. Primi ad assumere l’infausto segno eran i _bravi_, o sia i facinorosi servi de’ grandi: in breve tutti i cittadini li imitavano.

Il giorno 3 di febbrajo poi, entrava in Milano il Cardinale Ascanio fratello di Lodovico il Moro, ecclesiastico savio e benefico, con quattromila Svizzeri; e il giorno appresso giungeva lo stesso Lodovico. I popoli tripudiarono al suo comparire; poichè, in mezzo ai delitti privati che gli consigliò la sua ambizione, sempre retto avea con bastante saviezza. D’altra parte, quand’è che il volgo non applaude al vincitore! Ma un giorno solo si trattenne Lodovico in Milano; ove il Castello presidiato dai Francesi gli resisteva. Egli lasciò il Cardinale suo fratello ad espugnare questo forte; e passato a Pavia, arrolando nuove genti, recossi contro Vigevano, che fu presa; e poi pose l’assedio a Novara, che gli si arrese, tranne il castello.

Ma così lieto principio non ebbe fine corrispondente: i Veneziani, che aveano lusingato Lodovico di alleanza, si impadronivano invece di Lodi e Piacenza; ed il nemico riceveva grosso rinforzo, venuto insieme col Signore della Tremoille e il Cardinale d’Amboise primo ministro del Re, col titolo di luogotenenti generali. Per giunta poi, a total rovina del Duca di Milano, accadde che un ordine veniva agli Svizzeri che in gran numero militavano ne’ due campi, di far ritorno ne’ loro paesi; ma, per corruzione del corriere, quest’ordine tardò a giungere nel campo francese, sicchè il Moro si vide pel primo abbandonato.

I comandanti francesi, istruiti del fatto, il dì 4 di aprile condussero il loro esercito sotto Novara, per provocare il Duca al combattimento. Lodovico allora, a tutto fare, ottenne che gli Svizzeri suoi, non per combattere ma solo per apparenza, uscissero dalla città schierati in ordine di battaglia: egli sperava colla propria cavalleria composta di tedeschi ed italiani, mentre cominciavasi un fatto d’arme, far impeto, e passando fra le schiere nemiche giungere in salvo a Milano, ove il fratello gli avea messo in piedi diecimila uomini. Ma gli Svizzeri male lo secondarono; il disegno del Duca andò vuoto d’effetto, ed egli dovette col suo esercito rientrare nella città.

Allora Lodovico, vile di animo, si tenne per perduto: diessi a trattare col Conte di Ligny; ma la convenzione non fu confermata dagli altri capitani del campo francese, benchè il duca si obbligasse a ritirarsi alla corte di qualche principe suo amico. I capitani sforzeschi gli suggerirono di montar a cavallo colla sua cavalleria, far impeto nel nemico, aprirsi il passo, e congiungendosi colle genti del fratello, difendere la sua capitale; ma Lodovico non si sentì tanto coraggio di tentare l’ardita impresa. Egli quindi, alternando i consigli e le risoluzioni, incerto, piangendo e singhiozzando, non sapea a quale partito appigliarsi. Alcuni capitani svizzeri gli proposero di trasvestirsi, e confuso fra le loro schiere in abito di semplice fantaccino sottrarsi al nemico. Lodovico a questo consiglio si appigliò; e, per non dar sospetto ai Francesi, continuò a spedire messi al Conte di Ligny.

Intanto all’alba del giorno 10 di aprile gli Svizzeri del campo sforzesco, ottenuto dai comandanti francesi di poter cogli onori militari, passando nel mezzo del loro esercito, ritirarsi ne’ proprj paesi, a due a due, siccome volle il Cardinale di Amboise, sfilavano fra le schiere nemiche divise in due ale paralelle; il che, come diceva il Cardinale, accadeva per salvarli da ogni insulto. Lodovico avea pregato il Conte di Ligny, che adunati tutti i capitani in consiglio di guerra deliberassero intorno al conchiuso trattato: egli stimò così sviare la loro attenzione sul suo passaggio. Ma alcuni de’ capitani svizzeri misleali lo tradirono: questi furono, al dir del Giovio, Gaspare Silen di Uri e Rodolfo di Salis grigione. Il Duca fu di tal modo riconosciuto, e fatto prigioniero coi fratelli Sanseverini che erano travestiti con lui. — Le genti d’arme italiane, commosse a quell’accidente, non si perdettero di animo; e, fatto impeto per mezzo al campo nemico, con lieve perdita si posero in salvamento: il Cardinale poi lasciò anche andar libera l’infanteria.

Lodovico il Moro, in quell’umile arnese di svizzero fantaccino nel quale si trovava, venne condotto in presenza del maresciallo Gian-Jacopo Trivulzio. Quest’uomo che dal Duca ricevuto avea varie ingiurie, invece di mostrarsi con lui magnanimo in quella terribile circostanza in cui tanto la sorte lo umiliava, gli volse amare parole, rinfacciandogli il bando che un tempo dato gli avea: «Sforza, gli disse, tu vedi che le ingiurie a me recate ti sono ora pagate con giusta misura.» Ma il Duca della Tremoille, in custodia del quale il principe passò, lo trattò con più umanità; provvedendolo di abiti e di quanto alla sua condizione conveniva. Condotto però a Lione, invano Lodovico pregò di essere ammesso alla presenza del Re. Fu chiuso dapprima nella torre de’ Gigli di S. Giorgio nel Berry; poi, avendo tentata una fuga, venne sotto più stretta custodia trasferito nel Castello di Loches, pure nel Berry; ove fra i patimenti di spirito e di corpo visse ancora fino ai 27 di maggio del 1508, anno in cui morì.

Ascanio Sforza suo fratello, che di già avea spedito al Ticino, in soccorso di Lodovico chiuso in Novara, un grosso corpo di milizie, allorchè ne intese la prigionia, con pochi Ghibellini che compagni esser vollero di sua sorte, lasciò quel giorno stesso Milano; e coll’animo di recarsi a Roma, andò a Rivolta, castello sul piacentino di giurisdizione di Corrado Lando suo parente: ma i Veneziani ciò saputo assaltarono quel castello e fecero il prelato prigioniero; essi lo consegnarono poi al Re di Francia, che lo fece chiudere nella torre di Borges; ma che in capo a un anno gli diede la libertà, per gli uffici del Cardinale di Amboise: visse alla corte di Francia fino al 1503; indi passò a Roma, ove morì di peste nel 1505.

La memoria di quest’ultimo personaggio ci è conservata in Milano dal bel claustro di S. Ambrogio: altri insigni monumenti attestano il favore impartito alle arti da Lodovico: la storia letteraria non si stanca di lodarlo, per aver premiati i begli ingegni: ma la memoria della perfidia di lui lo rese esecrato anche più che famoso presso la posterità; e l’Italia fu poi per molto tempo agitata da guerre ed afflitta da mali, di cui egli posto avea il seme, per assicurarsi un trono, che poi tante amarezze gli costò, tanti rimorsi, ed in ultimo ancora estremi patimenti.

FINE

INDICE

Capo I. _Preliminari storici_ pag. 1 » II. _Le nozze_ » 13 » III. _Altre allegrezze_ » 28 » IV. _Il giusto sdegno_ » 45 » V. _I rimproveri_ » 52 » VI. _La lettera secreta_ » 63 » VII. _Il mal consiglio_ » 76 » VIII. _Pericoli e raggiro_ » 86 » IX. _I Francesi in Asti_ » 105 » X. _Glorie ed usi di Milano_ » 122 » XI. _Segue lo stesso argomento_ » 146 » XII. _Gravissimi accidenti_ » 168 » XIII. _Segue lo stesso argomento_ » 182 » XIV. _Le feste in Pavia_ » 192 » XV. _Il velo rimosso_ » 209 » XVI. _Due visite singolari_ » 224 » XVII. _Lo scopo raggiunto_ » 239 » XVIII. _Novelle sciagure_ » 250

NOTE:

[1] Sarebbe insoffribile ch’io usassi il corrotto italiano che parlava il Moro come il più dei milanesi del suo tempo; ma non credetti del tutto però mutarlo perchè più al vivo appaia quel personaggio.

[2] Trovasi fra le rime del Visconti; stampate nel 1493: ivi anche è narrata quest’avventura.

[3] V. Stefano Breventano, Storia delle cose notabili di Pavia: 1570.

[4] Il presente capitolo può anche saltarsi a piè pari da chi non ama le letture quasi puramente istruttive.

[5] Il Comines riferisce anche egli questa accusa che davasi al Moro.

[6] Lodovico, nel suo testamento scritto alcuni anni dopo, e nel quale dettò le norme del come contener si dovesse suo figlio durante la sua minorità, gli proibisce espressamente di ciò fare, dicendo: «Volemo, et comandamo sotto pena della maledictione nostra a nostro fiolo successore non cavalchi la terra per farsi invocare signore, nè facij altro acto per segno de tore el dominio prima che sarano facte le esequie nostre, e lo corpo nostro sarà reposto al loco suo.»

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.