Part 12
— Signora, disse il Re, le cose sono troppo ora innoltrate perchè possa seguir pace fra me e il Re di Napoli: però, assicuratevi che esso in Carlo, quando il cielo mi dia la vittoria come spero, troverà un nemico nobile e generoso! — E così detto, rialzò la afflitta donna; e prendendo commiato, si ritirò. — Lodovico il Moro allora respirò dell’ottimo esito che ebbe quella visita! — Il Re interrogò di poi il proprio medico Teodoro di Pavia, il quale non avea lasciato di esaminare durante la visita del Re l’infermo duca; e fremendo da lui intese, che quel giovine principe non potea ancora vivere che qualche giorno, e che v’era più d’un indizio che attestava che un veleno lento andava conducendolo alla tomba. Ciò fece una viva impressione sull’animo del Re; a cui parve allora quasi di trovarsi insidiato egli stesso in quel castello. Ma dopo, tanti erano i segni di cordiale amicizia che gli dava Lodovico; che quel principe leggero, in mezzo alla gioja del circolo brillante di dame e cavalieri fra cui passò, dimenticò quasi affatto la luttuosa scena a cui era stato presente.
Dopo un pranzo sontuosissimo che venne apparecchiato nel Castello; ed in cui di nuovo la musica, la danza, la poesia, e il vino soprattutto, concorsero a rallegrare il Re e cancellare interamente l’impressione dolorosa ricevuta la mattina nel cuor suo, non troppo fatto pel nobile sentimento della pietà, sebbene non fosse nè d’animo duro nè spoglio di bontà; dopo il pranzo, dico, lo si fece assistere ad un breve spettacolo teatrale, che si era apparecchiato per festeggiarlo: era questo un’azione mitologica, e precisamente la rappresentazione della vita di Ercole: adulavasi con essa smaccatamente il Re; cui di quando in quando gli attori al semidio paragonavano. L’apoteosi di Ercole ricordava a Carlo la lode immortale che lo attendeva, dopo le geste luminose che egli in quel tempo nell’animo suo vago di gloria avea meditate. — Più tardi, fece una partita di palla, gioco allora assai usitato, e caro al Re di Francia.
Infine, venuta la sera, il Re assistette ad un ballo apprestatogli nel Palazzo della città; ove convennero avvenenti dame di Milano e di Pavia. Il Re con varie danzò, e con alcuna si trattenne in colloqui famigliari; obbliando anche spesso, come gli soleva intervenire, la regia dignità. Si vide in quell’occasione, che i suoi più intimi cortigiani con lui trattavano famigliarmente, nè egli con essi riteneva sussieguo o impero alcuno. Lodovico il Moro lo volle qualche volta impegnare in serj discorsi di stato; ma il Re sempre li troncò, avido invece di piaceri: onde il Duca di Bari si confermò sempre più, che il Re di Francia era su tal proposito molto spensierato. Il Re si divertì assai quella sera; ma dovendo il giorno dopo continuare il suo viaggio, e preoccupato da altre idee, dopo alcune ore lasciò la festa; che subito languì, e non tardò molto a finire.
Il Re, ritiratosi nel Castello, e passato nelle sue stanze, stette in conferenza col suo senescalco, il quale andò e tornò più volte: sembrava che di alcun affare misterioso fra loro si trattasse. Il Re mostrava dell’impazienza: infine una notizia favorevole venne a rallegrarlo. Alcune parole del suo favorito lo posero di buon umore; e con lui in colloquio intimo e vivo si strinse, appoggiato alla soglia di una finestra che guardava nel parco al castello unito, cui una notte serena vestiva dell’ombra sua sentimentale.
Frattanto in mezzo al tripudio generale due cuori palpitavano pieni di dolore; ed erano quelli della giovine duchessa Isabella che sì poco frutto si accorgeva d’aver fatto presso il Re, di cui accusava l’insensibilità; e quello della sua affezionata ancella, la tenera Carolina, in cui sempre trovavano un eco i sospiri della sua sovrana. Mentre tanti petti si aprivano ad una gioja romorosa, esse angosciose non faceano che rivolgere per la mente triste immagini di dolore, ed accrescere il numero de’ loro lugubri presentimenti. Così per loro trascorse buona parte della notte; e già era vicina la metà di questa, allorchè sull’infelice Isabella scese finalmente un sonno pietoso a por tregua a’ suoi lamenti. — Allora anche Carolina si ritirò nella stanza, che assegnata le si era poche ore avanti, per quella notte; stante il trambusto, così le si disse, recato dai nuovi ospiti nel castello.
Poichè chiusa ebbe la porta della sua cameretta, ella si gittò su un inginocchiatojo! Ma per chi sì a lungo prega quell’angelo, allorchè tanto bisogno pure prova di un riposo che allevii gli spasimi del suo cuore compassionevole! — Ah ella vorrebbe piegare il destino, un destino crudele, inesorabile, intorno alla sorte del giovine duca e della di lui addolorata consorte!
Ma ad un lieve romore come di cardine che strida, ella trasale; si volge indietro interrotta nella fervida sua preghiera, e vede da una porta ascosa sotto la tappezzeria comparirgli dinanzi in abito succinto il Re di Francia. — Ella rimase interdetta e trasognata: egli chiuse la porta, e a lei si accostò. Il libertino adocchiata l’avea, portandosi dal Duca per visitarlo; la notò; ne parlò col suo siniscalco, e ben tosto si combinò fra lui e i cortigiani di Lodovico di mutar di camera Carolina, per metterla a disposizione del Re, che di essa s’era acceso d’una di quelle fiamme che nascevano in lui ardenti un giorno per essere spente ed obbliate colla seconda aurora.
— Gentile fanciulla, le disse accostandosele, non gradirai tu una testimonianza di amore dal monarca di un Regno sì splendido come è la Francia!
Carolina nulla rispose; ma si gittò alle sue ginocchia, e gli abbracciò i suoi piedi!
— Via, mia bella, che è questo pianto! quante donne non andrebbero superbe di quel favore che io ti offro! Via, fa cuore; non si macchia colei che si piega alle voglie di un principe così possente qual io mi sono!
— Sire, disse Carolina, ricusando di alzarsi dal suo supplichevole atteggiamento; per quella madre casta che vi generò, per l’amore che recate alla vedovata vostra consorte, per ciò che avete più caro al mondo, per la immacolata Vergine, vi prego, non calpestate una innocente creatura, che essendo in vostra balìa osa però sperare non le verrà meno la vostra vantata umanità.
— Per bacco! tu mi commovi, mia bella! Ebbene..., io ti mostrerò, che il mio amore per te è di assai cresciuto in questo momento...; poichè io rispetterò i tuoi virtuosi sentimenti! Or, ricevi in segno della mia stima quest’anello! — E così dicendo si trasse dal dito per presentarglielo un ricchissimo anello di diamanti.
— No, Sire, la vostra bontà non ha bisogno di oggetti sensibili che me la tengano presente; il trionfo che or riportate su voi stesso mi ispira per voi tale stima, che non si potrà in me cancellare giammai: questo dono che io da voi accettassi, credetemi, sarebbe un testimonio troppo infedele di ciò che accadde in questa notte, per me a un tempo terribile e memoranda!
— Stefano di Vers! gridò il Re al suo ministro che non tardò a comparire: sii testimonio, che la virtù di questa fanciulla mi ha fatto arrossire! Mentì colui che tutte corrotte ci fece credere le donne d’Italia! — Mia buona e saggia fanciulla, addio! — E il Re si ritirò.
Carolina, spaventata, corse presso la camera della Duchessa; e quivi chiusasi passò quella notte, tutta conturbata, su una seggiola a bracciuoli; ove, dopo alquante ore di veglia angosciosa, un breve sonno scese a tranquillare un istante i suoi spiriti agitati, per lasciarla coll’aurora. — Il giorno dopo, il Re di buon mattino abbandonò il Castello di Pavia. Lodovico, che gli sborsò una somma come promesso gli avea, partì con lui alla volta di Piacenza!
Cap. XVII.
LO SCOPO RAGGIUNTO
Trascorsi alcuni giorni che il Re di Francia ebbe lasciata Pavia, il Castello di questa città, che poco prima era stato testimonio di gioie romorose, risuonò tutto di singulti e di pianti. Il giovane duca era allora omai giunto agli estremi della sua vita. Bona di Savoja sua madre era accorsa da Abiategrasso; sebbene già le afflizioni e la austerità, in che passava la vita dopo che ebbe perduta la reggenza, avessero assai logorata la sua salute. Vittima ella stessa un tempo dell’ambizione di Lodovico, essa veniva a piangere su un’altra vittima, come credevasi, di quella stessa malefica passione, che spinge a crudeltà anche anime mansuete che natura a tutt’altro scopo sembra aver destinate. Povera madre! ella dovea essere testimonia della morte di un figlio che essa amava, che di carattere dolce e rimesso tanti segni dati aveale di rispetto e di affezione! Per lei natura invertiva le sue leggi; e colui che destinato era a chiudere a lei, già avanti in età, gli occhi di morte gravati, quegli da essa aspettava ora quest’uffizio di pietà sì doloroso!
Ermes Visconti fratello del Duca era anch’esso accorso, per assistere a quella scena desolante. Il giovinetto sospirava per l’immaturo fato d’un fratello che amava! Ingannato dalle arti di Lodovico, egli non potea capacitarsi che il veleno avesse consunta la vita di Gian-Galeazzo; ma un terrore indefinito però nel contemplarlo morente scorrevagli per le vene: sembrava presago di nuove sciagure per sè stesso. — Ma tuttavia il suo terrore era fallace: il Duca di Bari, di indole benigna, era alieno dal sangue; ed una vittima già di troppo pesava sulla sua coscienza!
Ma il dolore, cupo nella madre, vago e frenato nel fratello del duca, non trovava omai più freno nella giovine sua sposa. Isabella, quasi fuori di sè, stava sospesa con angoscia mortale sul letto del marito agonizzante; notava tutti i cambiamenti che succedevano in quella fronte pallida e bagnata di freddo sudore; tremando, misurava il respiro del morente, che ognora più andava facendosi affannoso; e finalmente allorchè il Duca, chiedendo il crocifisso che gli si era posto sul guanciale, baciandolo esalò sull’immagine di quella venerabil vittima della umana scelleratezza l’ultimo alito di una vita cui la scelleratezza umana pure troncava; la miseranda Isabella mise un acuto grido di disperazione; ed a tal segnale tutto fu un pianto clamoroso in quella stanza: pianto che di là si diffuse in breve per tutto il castello, ove persona non era che non amasse il buon Duca: nè quivi si restrinse, ma trovò pure molti echi nella città di Pavia, che conosceva quanto indegno di quella morte immatura fosse il giovinetto che vi era stato spinto; e ne trovò in Milano, ove pure deploravasi la sciagura di quel principe, che nel fiore dell’età e senza colpa alcuna, ma anzi svegliando tutte le simpatie che mai non lasciano di ispirare gli oppressi, da una morte crudele era tolto alle braccia di una consorte infelice che vivamente lo amava, ai figli ancora teneri, ad una madre a cui la sciagura novella troncato avrebbe quella vita che solo a un debil filo ancora si atteneva!
Frattanto la notizia che il duca Gian-Galeazzo toccava omai gli estremi della sua vita era pervenuta a Piacenza, al Re di Francia ed al Duca di Bari: questi tosto chiese al Re licenza di accorrere per assistere il nipote; promettendo però di tornare, subito che questo fosse spirato. Ma strada facendo, egli seppe da un nunzio novello, che Gian-Galeazzo più non esisteva, e che l’anima sua era volata santamente a ricevere il premio delle proprie virtù. Allora il Duca di Bari cangiò direzione; e ratto recossi a Milano; ordinando che il corpo del nipote infelice in questa città venisse recato, per essere sepolto in Duomo cogli onori solenni che competevansi al suo grado eminente.
Giunto poi egli stesso in questa città, e stando tuttavia nel maggior tempio esposto il corpo di Gian-Galeazzo vestito delle insegne ducali, si accinse all’ultima scena di quel dramma cui avea tanto avanzato la sua simulazione. Convocati entro il Castello Giovio i primati della città, fra i quali erano molti ghibellini suoi aderenti, loro propose, si passasse a creare il nuovo duca; e soggiunse che Francesco Sforza figliuolo del morto principe pareva conveniente che al padre succedesse. I suoi partigiani però, con ragioni in parte vere, lo contraddissero.
Osservò Antonio Landriano, che essendo stata la Lombardia tanto bene retta dal Duca di Bari, pareva che in quel tempo pericoloso in cui le armi francesi scorrevano l’Italia, altra mano non dovesse reggerne il freno se non se quella che fin allora l’avea governata. Che sarebbe mai per essere di Milano, se un accidente qualunque l’avesse a privar ora della sagacità di un personaggio tanto avveduto e prudente come era il Duca di Bari! Assolutamente, concludea, non doversi correr il rischio di novità che potrebbero riescire allo stato fatali!
Nessuno osò contraddire a tali osservazioni, che pure erano vere: Galeazzo Visconti e Baldassare Pusterla anzi le applaudirono grandemente.
— Ma io non amo che si pregiudichino i diritti del figlio di mio nipote, osservò il Moro con finta modestia; e il peso dello stato ancora me spaventa!
Allora sorse Gian-Andrea Cagnola celebre giureconsulto, e fece notare, che gli Sforza non aveano già avuto il ducato dall’Impero, che loro avea sempre negato sue investiture (non si conosceva dal pubblico ancora l’investitura poc’anzi concessa dal Re de’ Romani a Lodovico il Moro); ma lo aveano bensì avuto dalla libera voce del popolo: che da questo popolo adunque emanando il diritto che i principi di tal famiglia serbato aveano, potea esso popolo, massime in vista di tanta necessità, scegliersi quel signore che più gli sembrava opportuno. Egli osservò ancora, che una specie di diritto al trono ducale serbava Lodovico; poichè nato da Francesco Sforza eletto signore di Milano, laddove Galeazzo Maria era dal padre stato avuto prima di essere duca. Finalmente osservò, che, in ogni cosa pubblica, la salute generale era la legge suprema; e che tale salute, per non correr rischio di avere o un governo debole o un governo discorde, esigeva che si proclamasse duca il Duca di Bari. Che se questi poi ripugnava ad assumersi un incarico che in que’ tempi più che mai arduo dovea sembrare, pensasse che, ove la patria lo esiga, ogni buono cittadino deve rassegnarsi a rinunziare alle proprie private inclinazioni, per obbedirle: il dovere andar avanti ad ogni altro riguardo!
Allora tutti, convinti da tal discorso, proclamavano Duca Lodovico Sforza: pochi furono che serbarono il silenzio; nessuno contraddisse. — Lodovico allora disse: — Ebbene, se tale è il vostro fermo parere, io acconsentirò a sacrificarmi per la patria!
Fattasi quindi portare una veste di drappo d’oro, e montato a cavallo, scorse, per la città, a fine di farsi proclamare Signore. Il popolo, sentita la deliberazione de’ primati, e già avvezzo a festeggiare il Moro che sapea colla liberalità renderselo favorevole, o tacque od applaudì al suo passaggio: pure alcuni maledissero in loro cuore la sua perfidia; persuasi che di veleno spento avesse il nipote, e vedendo che l’avidità del comando cavalcar lo facea per Milano mentre ancora la miserabil salma di Gian-Galeazzo non avea ricevuta la sepoltura[6]. Lodovico portossi al tempio di Sant’Ambrogio, per orare; e le campane vi fece sonare in segno di allegrezza. Ma mentre il tripudio sembrava circondarlo, egli nell’interno era invece pieno di neri presentimenti: la coscienza lo rimproverava fortemente; ed una voce segreta pareva dirgli: Inulta non resterà l’ombra di Gian-Galeazzo, e una fine di lui più crudele in breve ti aspetta: egli morì compianto fra le braccia di una sposa, di una madre diletta, e di un fratello che lo amava; e col sorriso dell’innocenza: tu morirai fra gente che ti sarà nemica; coll’amarezza de’ rimorsi nel cuore; e temendo i giudizj terribili della posterità!
Lodovico era troppo prudente, per indisporre il Re de’ Romani, con accettar lo scettro solo come datogli dai cittadini: egli quindi tornato nel Castello, chiamato a sè un pubblico notaio, in sua presenza, sebbene privatamente, protestò, che non solo dalla volontà del popolo milanese ma ancora dall’investitura poc’anzi accordatagli da Massimiliano egli intendeva riconoscere il nuovo suo titolo e la presente sua autorità. Dopo di che, diede parte a tutti gli stati d’Italia dell’accaduto.
Ecco, nel rozzo suo testo, una delle lettere che scrisse in tale circostanza ad uno de’ principali suoi condottieri d’eserciti.
«Credemo havereti havuto notitia del caso dell’Ill.mo Signor Duca nostro nepote quale mancoe heri de la presente vita, e ne havereti sentito insiema cum noi molestia. Dopoi questa mattina recercati instati e pregati da li Consilieri, Magistrati et Principali de questa città et molti delle altre del dominio ad acceptare el dominio de questo stato, demostrandone incredibile affectione et fede et desiderio de havere la persona nostra per Signore con affermare non possere de alcuno altro restare ben contenti, non c’è parso lassarli mal contenti et cossì con consentimento et grandissima alegreza et applausu d’epsi et de tutto el popolo questa mattina con la gratia de Nostro Signore Dio siamo stati creati et assumpti in Signore di questo stato: del che ce parse avisarne la Signoria Vostra perchè non dubitamo che lei in particolare ultra el respecto publico ne habia sentire grande piacere come po et deve però che avendola noi in quello loco de amore che epsa è, se ha ad reputarse in bona parte de omne nostro bon successo.»
Egli quindi si recò a Pavia; ove per suo ordine era stata la duchessa Isabella custodita, sicchè uscir non potesse dal proprio appartamento! L’afflitta donna, caricando di esecrazioni lo zio, stavasene fra i piccoli suoi figliuoletti immersa nella più profonda desolazione. Ella giaceva, nel forsennato suo dolore, sulla terra nuda; scarmigliata, e tutta di lagrime coperta. La duchessa Bona, più insensibile resa dall’età e dall’abitudine di rivolger ogni suo affetto a dio, mostrava segni meno aperti di dolore; ma in lei questo dolore, meno intenso e più concentrato, non lasciava però di essere al pari crudele ed anche più micidiale. — Lodovico ebbe la fronte di presentarsi alle due dolenti donne; a cui già si era prima annunziato, che egli era stato in Milano proclamato duca.
Egli dovette sentirsi scagliare in volto acerbi rimproveri e maledizioni dalla furente giovane Duchessa: egli tutto sopportò: poi con voce commossa la assicurò: che se il voler del popolo tolto avea al di lei figlio lo scettro; egli gli avrebbe però fatto da padre; e ad ogni suo bisogno e di lei largamente avrebbe provveduto. Giunse perfino a chieder perdono a Isabella, se pel passato le avea recato alcun disgusto; e tanto seppe simulare, che quella donna ebbe a dubitare che egli reo veramente fosse della morte del marito, e senza divenire a lui favorevole, sentissi però verso di esso meno acerba.....
Alcuni giorni dopo essa con alcune sue ancelle fedeli trovavasi nel Castello di Abiategrasso; e quivi, dal dolore logorata, terminava la sua vita Bona di Savoja, madre dell’infelice duca Gian-Galeazzo!
Capo XVIII.
NOVELLE SCIAGURE
Noi non siamo qui per narrare tutti gli accidenti della vita ulteriore di Lodovico il Moro; noi lasceremo alla storia ed alla musa sua severa il registrare gli avvenimenti complicati che segnalarono la fine del secolo XV; e solo qui accenneremo, come, laddove Lodovico sperava che la spedizione di Carlo VIII dovesse essere infelice; sicchè, chiamato egli come mediatore, assestando le cose altrui avrebbe le proprie potuto assicurare; invece una non sperata fortuna secondò il Re di Francia; il quale senza quasi trar colpo giunse a Napoli, e vi fu incoronato. — Allora i principi dell’Italia si riscossero; e temendo de’ Francesi, formarono una Lega per opporsi ad essi; ed in questa entrò pure Lodovico Sforza, di tal modo divenendo nemico di quel monarca cui egli prima esortato aveva a passare nell’Italia. Tuttavia, vittorioso nella battaglia di Fornovo, il Re di Francia, cui contendevasi il ritorno, potè ricondursi coperto di gloria militare nel suo Regno; non senza aver segnata la pace col Moro; al quale prima il Duca d’Orleans avea tolta Novara.
Allora il Duca di Milano mirando a chiudere l’Italia agli stranieri che egli stesso avea dianzi chiamati, segretamente soccorreva contro i Francesi il Re di Napoli Ferdinando. Carlo VIII quindi di nuovo minacciava di rompere col Duca di Milano infedele; ma l’oro di questo, sparso fra i confidenti del Re, sembrò dissipare la procella. Se non che, per sua sventura, Carlo morì; e gli succedette il Duca d’Orleans, che avea pretese, pei diritti di Valentina Visconti sul Ducato di Milano, e che privati rancori nutriva contro Lodovico da cui era stato insultato. Il nuovo Re Luigi XII adunque non molto tardò a mover le sue armi contro il Moro; e Trivulzio che le capitanava, col terrore che sparse, e colle mendaci promesse che sotto i Francesi più state non vi sarebbero gabelle, vinse i ducali, e fece vacillare la fedeltà de’ popoli: il Duca, che perduta la moglie Beatrice d’Este morta nel 1497 non avea più in lei chi ne’ casi difficili sostenesse la sua vacillante fermezza, non seppe resistere alla procella, e dovette, non senza sentir per via esecrare il suo nome, per la strada di Como ritirarsi; seco recando i suoi tesori in Germania, ove sperava che finalmente mosso si sarebbe Massimiliano Re de’ Romani in suo ajuto. Luigi XII, venuto a Milano, vi ordinò un nuovo governo, istituendo un Senato con ampi poteri: tutto ciò nell’anno 1499: tornando in Francia, egli poi ottenne dalla duchessa Isabella il di lei figlio Francesco; cui fece rinchiudere nel monastero benedettino di Marmoustier, assegnandogli le ricche rendite di quell’abbazia, ove poi morì giovinetto ancora per una caduta di cavallo durante una caccia. — Ma i popoli non tardarono a rinvenire dal loro grossolano errore, per cui credevano l’età dell’oro sotto i francesi dovesse rinovellarsi. Non solo continuarono, infatti, ancora quasi tutti i dazj vecchi, di cui solo qualch’uno fu soppresso; ma altri motivi di malcontento, e maggiori, davano la rapacità, libidine, dei francesi, non che l’altero contegno del Trivulzio, che soprattutto i Ghibellini come fautori di Lodovico il Moro diedesi a deprimere: e varj grandi erano indisposti eziandio dall’aver il Re di Francia dichiarate nulle varie donazioni state fatte loro dal loro Duca partendo. Perciò non si tardò a formare un partito potente, di Ghibellini specialmente, disposto a favorire il ritorno del Moro.
Partendo da Milano Lodovico, mirando a rendersi benigne tutte quelle persone che potesse aver offeso, non solo rese i loro beni a molte famiglie cui ne avea confiscati; ma offrì anche alla duchessa vedova Isabella di condur seco in Germania il di lei figlio Francesco; se non che ella negò di acconsentirvi. Il Moro però allora, volendola guadagnare colla generosità, a lei fece dono del suo ducato di Bari e del principato di Rossano. L’infelice donna, che di Lodovico avea diffidato, confidò poi soverchiamente nel Re di Francia allorchè le chiese, come dicemmo, il figlio: ma poichè di questo essa si fu privata, divenendole odiosi que’ luoghi ove tante ingrate memorie la assediavano di perdite antiche e recenti, risolvette lasciar la Lombardia e recarsi nel suo ducato di Bari.
Però, prima di ciò fare, ella volle veder assicurata la sorte della giovane Carolina; la quale, piena de’ sentimenti più generosi, avea sempre negato di scostarsi dal di lei fianco. Gaspare Visconti, che più non l’avea veduta dopo che essa ebbe lasciato Milano, ne avea perduta la memoria; erasi dato alquanto alla melanconia, come attesta qualche suo sonetto; ed infine nel marzo di quell’anno stesso 1499 era morto: un giovane figlio di un ricco feudatario di una terra vicina, di cui la relazione che io seguo non m’accenna il nome, visitando spesso la vedova Duchessa si era fortemente innamorato della soave sua compagna. Quel giovane chiamavasi Antonio***: Isabella volle, che quelle due anime, nate per amarsi e farsi felici a vicenda, si unissero in nodo indissolubile prima della sua partenza.