Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'Impero Romano
Part 8
Chi dunque meglio di lui, chi meglio dell’imperatore letterato[304], rappresentante del genio greco del tempo — genio letterario, oratorio, didascalico, filosofico — chi meglio di Adriano avrebbe potuto fissare uno scopo sovranamente pedagogico al suo governo? Chi meglio di lui avrebbe potuto proporsi quella creazione spirituale delle generazioni future, ch’era l’ideale sommo degli antichi politici greci? Chi non attenderebbe da lui un’orma assai più profonda, o pari almeno a quella, che, nella storia della educazione nazionale romana e italica, avevano lasciata e Augusto e Domiziano e lo stesso Nerone? Eppure, quando noi ci rechiamo sott’occhio tutto il quadro della politica scolastica di Adriano, troviamo che, se essa perfezionò l’opera dei predecessori e ne colmò le lacune, non può tuttavia aspirare a quel merito, che dall’uomo, che la curava, ci saremmo attesi, poichè riesce a stento ad assumere una figura sua propria.
VII.
Aurelio Vittore, nelle sue biografie dei Cesari, narra che Adriano, paragonabile in ciò ai grandi statisti della Grecia, fu il primo ad inaugurare, in Roma, dei locali per l’educazione fisica e a interessarsi dei maestri di discipline intellettuali[305].
Come abbiamo visto, tale opera ha ben altri precursori e, per quanto grande possa essere stato il merito di Adriano, esso certamente non può dirsi originale. Ma questo non significa punto che noi non dobbiamo soffermarci a studiare i particolari di questo frammento dell’opera di lui.
Una sua _costituzione_ assai notevole, che ci viene in parte riferita in un’altra di Commodo, regola in tutti i particolari la materia delle immunità ai retori, ai grammatici, ai filosofi, etc. Di essa non torneremo ora ad occuparci, essendocene lungamente intrattenuti in molte pagine di uno dei precedenti capitoli[306], e basterà solo rilevare come la caratteristica delle disposizioni ivi contenute fosse quella di specificare minutamente la portata di una concessione, che aveva già una esistenza e che vantava un’anteriore cronologia di origine, probabilissimamente fin dall’ultimo degli imperatori Claudii.
Ma l’onore, accordato da Adriano agli uomini di lettere e di scienze, non si limita alla riconferma delle immunità. Le frasi, che il _Panegirico_ di Plinio adoperava per definire il mecenatismo di Traiano, sono da altri scrittori ripetute in forma poco diversa, per Adriano. Egli ebbe in sommo onore e in somma intimità ogni genere di dotti: filosofi, grammatici, retori, matematici, poeti, pittori, astrologi[307], e raramente, come sotto Adriano, il mecenatismo esercitò sì largo campo di influenze e di azione; raramente i detti occuparono in tanto numero le maggiori cariche dello Stato[308].
Ma fece anche l’imperatore qualcosa di più, come taluno ha ritenuto?[309] Istituì cioè delle cattedre pubbliche di retorica, di grammatica, di filosofia, etc.? O, per lo meno, estese ad altri maestri ciò che Vespasiano aveva largito ad uno o a più retori? L’autore della biografia di Adriano nella _Historia Augusta_ accenna a due generi di atti, cioè ad onori resi da Adriano ai grammatici, ai retori e agli oratori, anzi a _tutti i docenti, che egli avrebbe eziandio arricchiti_, e al provvedimento, ancora più salutare, di avere esentato dall’insegnamento, anzi di avere vietato l’insegnamento ai maestri, che, per età o per malattia, ne apparissero ormai incapaci[310].
Or bene, da questi due passi, sembra sufficientemente chiaro che non si tratta di istituzione di cattedre ufficiali, ma, nella migliore ipotesi, di stipendi vitalizii a maestri di grammatica, di retorica, di filosofia etc., o anche, semplicemente, di larghi donativi del principe, e di assegni straordinari, conferiti loro, specie all’istante del collocamento a riposo. Nè tale interpretazione manca dall’essere confermata da un passo delle _Biografie dei sofisti_ greci di Filostrato, il quale, in una lunga narrazione, che pur si occupa, e di proposito, dei professori di eloquenza e della istituzione delle relative cattedre ufficiali in Grecia, dice, di Adriano, soltanto che egli «fu fra gli antichi imperatori il più disposto _ad incoraggiare_ il merito»[311].
Ma un altro più grave motivo ci induce a non attribuire a questo principe quell’istituzione di cattedre pubbliche, che si è pensata. Se così egli avesse fatto, se cioè i suoi «_incoraggiamenti_» a filosofi, grammatici, retori, matematici, pittori, astrologi etc., fossero da identificarsi con la istituzione di cattedre ufficiali, queste non potrebbero limitarsi alla retorica e alla filosofia, come è stato fatto da chi ha accolto tale interpretazione, ma dovrebbero riguardare eziandio la grammatica, l’astrologia, la matematica, la pittura, tutti cioè gli insegnamenti, che, noi positivamente sappiamo, furono protetti da Adriano[312] — ipotesi questa assolutamente inverosimile, come l’ulteriore svolgimento della politica scolastica degli imperatori assicura senza lasciare alcun dubbio.
Adriano dunque sarebbe stato il grande incoraggiatore degli studii e dei loro diffonditori, avrebbe, a più riprese, specie nel caso di incapacità ad un ulteriore lavoro, sovvenuto largamente i maestri più bisognosi e più meritevoli; ma nulla induce a pensare che egli sia stato l’autore di provvedimenti, con cui si istituivano in Roma, o altrove, delle cattedre pubbliche per le discipline più notevoli, che erano allora oggetto di insegnamento.
La sua opera rimane così limitata entro la cerchia delle idee e delle misure adottate dal primo dei Flavii. Vespasiano, infatti, dicemmo, non istituì una o più cattedre di retorica in Roma, ma solo uno stipendio personale e vitalizio in favore di taluni retori. Coi successori la sua iniziativa aveva subito un improvviso arresto. Con Traiano, par certo, gli assegni vitalizi _ad personam_ non andarono più a favore di alcuno. Ora Adriano — saggiamente — ne riprende l’idea, che i bisogni e le circostanze stesse imponevano, e la riprende con i ritocchi e nella misura, che la nuova politica e la interrotta tradizione imponevano. Egli estende il beneficio ad altri insegnanti, che non fossero soltanto quelli di retorica; sostituisce talora, all’assegno vitalizio, incoraggiamenti, più o meno larghi, più o meno ripetuti, ma sempre irregolari; ne mette a parte anche i docenti delle province;[313] fissa quelli che oggi si direbbero dei limiti di età alla carriera dei maestri, o, piuttosto, dei limiti di carriera, quando l’età aveva fatto manifesta l’insufficienza didattica dell’insegnante, e, in tal caso, assicura ai maestri la restante esistenza con abbondanti assegni vitalizii. Tutto questo è certamente meritorio, e costituisce un progresso di fronte a Vespasiano; ma non è ancora la istituzione di vere e proprie cattedre pubbliche, che andassero a formare un primo nucleo di scuole medie, o superiori, o primarie, nelle varie località dell’impero.
VIII.
Invece di una pubblica scuola, Adriano creò per essa, in Roma, un grande locale apposito. Fin allora, grammatici, retori e filosofi erano costretti ad appigionare dei locali, ove impartire l’insegnamento. Solo forse i giureconsulti — come a suo luogo accennammo — avevano a propria disposizione dei locali pubblici forniti dallo Stato.
Egualmente, i conferenzieri, i poeti, i tragici, tutta l’innumerevole serqua dei lettori pubblici dell’età imperiale, erano, volta per volta, costretti anch’essi a procurarsi il locale necessario alla loro pubblica produzione letteraria. Adriano ebbe in animo — e l’ispirazione venne a lui certamente dal mondo ellenico ed ellenistico — di innalzare un tempio dell’insegnamento e della pubblica coltura. In Atene, esistevano parecchi locali destinati all’insegnamento superiore: l’_Accademia_, lo _Stoa_, il _Palladion_, l’_Odeion_, il _Lyceion_, il _Cynosarges_, il _Diogeneion_, il _Ptolemaion._[314] In Alessandria, due almeno delle sale dei due Musei erano destinate a lezioni e a conferenze scientifiche. Come mai Roma avrebbe potuto mancarne? Sorse, così, da questa ispirazione e con questo intendimento, l’_Athenaeum romanum_, un _ludus ingenuarum artium_, una scuola delle discipline destinate all’istruzione dei liberi in Roma.[315]
Era desso un ampio _auditorium_ in forma di anfiteatro,[316] eretto probabilmente sul Campidoglio,[317] che i letterati trovavano a loro disposizione per leggervi pubblicamente i propri scritti, e i maestri, per impartirvi le loro lezioni.
Ma quali categorie di maestri? Tutti i passi della _Historia Augusta_, che accennano all’_Athenaeum_, discorrono di letture di poeti o di lezioni di retori greci e latini[318].
Ma quell’_auditorium_ non poteva essere aperto a questi soli docenti. Un antico — abbiamo visto — lo chiamava _ludus ingenuarum artium._ A suo dire, dunque, tutte le arti libere avrebbero potuto trovarvi accesso, e la retorica e la grammatica e la musica e la filosofia. Ma sarebbe inesatto dire che la natura dell’_Athenaeum_ ci permetta una così larga interpretazione. L’_Athenaeum_, attraverso tutta la sua storia, ci appare invece come un edificio destinato a conferenze e a lezioni, di cui il grande pubblico dei giovani e degli adulti avesse potuto fruire. Come tale, noi dobbiamo escludere dal novero delle arti liberali, che vi avevano accesso, la musica, che in pubblico non poteva dar luogo a lezioni, ma solo a concerti, istrumentali e vocali, e verso cui grandi erano le ripugnanze della pedagogia romana, la geometria, che in Roma aveva uno scopo strettamente professionale,[319] ed era, non già insegnamento fondamentale, ma una disciplina sussidiaria — lontanamente sussidiaria — di quell’arte, che assommava in sè quasi tutti gli scopi e gli sforzi della pedagogia, l’oratoria,[320] e da ultimo, forse, o almeno per ora,[321] la grammatica, disciplina, che si rivolgeva soltanto a dei giovanetti e faceva parte di quell’insegnamento secondario, che non può occupare l’attenzione dei più. L’_Athenaeum_, qualche cosa tra l’_Università popolare_ moderna e la sala di conferenze, doveva rimanere estraneo a tutto ciò; doveva, specie nelle sue origini, essere luogo di coltura pubblica, generalissima, non istituto di insegnamenti speciali o d’insegnamenti secondarii inferiori, ma, sopratutto, un luogo, in cui si dispensava quella cultura, che, senza essere impartita per ufficiale volontà superiore, era tuttavia, da numerose condizioni, tratta ad apparire, e ad essere, oggetto di insegnamento ufficiale. Ed è appunto perciò che noi, sebbene le fonti, di cui disponiamo, non ce ne parlino, dobbiamo supporre che fin da Adriano, nell’_Athenaeum_, insieme con l’insegnamento della retorica, venissero impartiti quelli della filosofia e della giurisprudenza, della quale ultima, del resto, vedremo anche più innanzi.
È assai probabile che, all’_Ateneo_, Adriano abbia aggregato una biblioteca. Forse poche circostanze erano state altrettanto favorevoli all’idea di una simile fondazione. Un locale di istruzione pubblica, ove si adunavano discenti e maestri, non avrebbe potuto rispondere degnamente al suo ufficio senza una collezione di libri a portata di mano e a disposizione degli studiosi. E poichè grande è il numero delle biblioteche pubbliche romane, di cui non riusciamo a rintracciare i fondatori o la cronologia della fondazione, e poichè noi possediamo esplicita menzione di una biblioteca _Capitolina_[322], di una biblioteca, cioè, avente sede negli stessi paraggi dell’_Athenaeum_, la sua origine può, fra le tante ipotesi che si sono fatte, essere preferibilmente riferita al regno di Adriano.[323]
Ma la politica di Adriano arrecò del pari nuovo incremento allo studio del diritto. La carriera dei giuristi acquista fin d’ora un valore assai maggiore che non nel passato. Anzitutto le prerogative e l’efficacia dei _responsa_ dei giuristi patentati crescono ancora di un grado. Questi non hanno più un peso soltanto morale. I _responsa_, se concordi, assumono valore di leggi[324], e, solo in caso di disparità di pareri, l’imperatore si riserva di giudicare e decidere egli stesso con l’assistenza del suo _Concilium._ Ma è noto quale innovazione questo _Concilium principis_ avesse subìto ai tempi di Adriano. Esso, che fin allora era stato in maggioranza un consiglio di senatori, delegati dal senato, accoglie ora, stabilmente, nel suo seno, quali membri ordinarii, dei giureconsulti[325].
La carriera giuridica aperse così i migliori orizzonti ai giovani studiosi di Roma e delle provincie, come la produzione dei giuristi riscosse, dal governo centrale, una sollecitudine e, direi, un incoraggiamento maggiore che nel passato. Esistevano già in Roma (e il grammatico Gellio, riferendosi alla sua giovinezza, ne parla come di consuetudine saldamente costituita) _delle stationes ius publice docentium aut respondentium_[326]. Come è stato notato, anche il vocabolo _statio_ suole indicare località pubblica ed ufficiale. Esse erano quindi località, non private, ma proprietà del _populus o del princeps_[327]. Al tempo dunque di Adriano, ve n’era un gran numero. Ma questi — naturalmente — dovette pensare ad assegnare, anche ai giuristi, l’uso del nuovo stabilimento, il grande _Athenaeum_ imperiale, nè, per concludere in tal senso, fa bisogno di attendere una diretta testimonianza delle fonti.
IX.
La fondazione dell’_Athenaeum_ è certamente il tratto più caratteristico dell’opera di Adriano, nei rapporti con l’istruzione pubblica. Ma nello stesso campo un’altra parte della sua attività è anche notevole, specie in quanto essa riguarda i primi provvedimenti imperiali, che si interessino sul serio dell’istruzione pubblica nelle province.
Fino a quel giorno, per questo riguardo, la politica imperiale cadeva ancora sotto la censura formulata nell’epistola di un filosofo, diretta a dei magistrati romani: «Dei porti, degli edifici, dei portici, dei passeggi pubblici taluno di Voi ha avuto cura; ma dei fanciulli, che sono nelle città, o dei giovani, o delle donne, nè Voi, nè le leggi romane s’interessano»[328]. Adriano fu il primo a rompere questa tradizione di noncuranza verso tutto ciò che non riguardasse la vita esteriore e materiale delle città sparse nelle provincie. Ma, come sempre in tutti gli esordi delle opere umane, ciò ch’egli fece valse meno a creare degli utili effettivi, che ad aprire una via, che i successori avrebbero largamente percorsa.
Le sue cure si rivolsero all’ordinamento scolastico e agli istituti di istruzione pubblica nei due centri maggiori del mondo intellettuale di quel tempo: Atene ed Alessandria.
In Atene, Adriano raccolse, e fondò, una splendida biblioteca, che aggiunse all’altra del _Ginnasio di Tolomeo_, nonchè un nuovo Ginnasio, la cui importanza maggiore non consiste nelle cento colonne di pietra libica, di cui ci discorrono i _touristes_ dell’antichità,[329] ma nel fatto che uno dei ginnasii greci, divenuti ormai istituti d’educazione intellettuale, oltre che fisica[330], sorgeva, questa volta, per le cure del governo romano.
Ma Adriano fece anche di più e di meglio: s’ingerì, con intenzioni benevole e benefiche, nelle vicende dell’insegnamento superiore privato di quel tempo. Conosciamo infatti, attraverso un’epigrafe, da noi precedentemente richiamata, che rimonta al 121 di C.,[331] un notevole provvedimento da lui adottato a favore della scuola filosofica degli Epicurei, e che può dirsi tornasse eziandio a vantaggio dell’insegnamento filosofico in genere.
Accennammo a suo luogo all’altro provvedimento di Vespasiano, con cui si vietava che dei cittadini non Romani coprissero l’ufficio di scolarchi nelle varie scuole filosofiche ateniesi, e ne segnalammo le deplorevoli conseguenze[332].
Or bene, nel 121, la madre adottiva di Adriano, Plotina, intercede caldamente, esponendone le ragioni, affinchè il figliuol suo liberi la scuola epicurea, di cui ella si palesa seguace, da ogni pastoia, e conceda allo scolarca ateniese del tempo, e ai suoi successori, di poter testare — ed in lingua greca[333] — a favore anche di stranieri; l’imperatore, se mai, avrebbe potuto riserbarsi il diritto di approvare e ratificare tali scelte _ex lege_[334].
E la sua intercessione fu fortunata: l’epigrafe, che contiene la lettera commendatizia dell’imperatrice, contiene anche il rescritto dell’imperatore, che, esaudendo, in tutto e per tutto, l’istanza, rendeva intera la libertà della scienza e dell’insegnamento alla filosofia epicurea in Atene.
Fu poscia analoga liberalità largita da Adriano, o dai successori, alle altre scuole filosofiche? Noi l’ignoriamo. Ma quello che a me sembra certo si è che non possiamo, con i pochi e dubbi elementi di due o tre epigrafi, affermare, come si è fatto,[335] che gli scolarchi delle altre scuole filosofiche ateniesi continuassero, anche più tardi, a scegliersi tra i cittadini romani. La serie anzi dei nomi dei titolari delle future cattedre di fondazione imperiale darebbe, forse, a pensare l’opposto; e ad un opposto convincimento induce più ancora la considerazione, che altri imperatori, successi immediatamente ad Adriano, non potevano certamente desiderare che la scuola degli Epicurei fosse lasciata in una relativa condizione di privilegio.
Sollecitudini maggiori Adriano dedicò al Museo alessandrino. Da lunghi anni quell’istituto sembrava vegetare, anzichè vivere, e il più eccelso favore, che gl’imperatori romani vi usavano, era di continuare gli assegni necessari al mantenimento suo e dei suoi pensionati.
Adriano, per quella predilezione, che sempre nudrì verso l’Egitto e verso quel centro sovrano di cultura intellettuale, che fu Alessandria, cominciò col curarsene direttamente. Anzitutto vi pose a capo una delle persone più competenti, il sofista L. Giulio Vestino, autore di opere filologiche e poscia procuratore delle biblioteche di Roma[336]. Ma questo fu il meno. Vi apportò eziandio una riforma fondamentale. Fin allora il Museo era stato un’accolta di dotti, che ivi lavoravano, ivi erano alimentati, e forse anche abitavano. Adriano largì a parecchi altri letterati dell’impero, specie greci, il titolo onorifico di membri del Museo e una pensione relativa, corrispondente all’utile materiale, di cui la lontananza da Alessandria veniva a privarli. Tra i favoriti, gli antichi ricordano il sofista Polemone,[337] il sofista Dionigi di Mileto,[338] il poeta egizio Pancrate,[339] il filosofo Elio Dionigi di Alicarnasso[340] e altri ancora.[341]
I posti del Museo sono ora dunque soltanto pensioni, e la sua mensa, mentre prima serviva ai reali bisogni dei dotti residenti in quell’istituto, diviene un più o meno lauto stipendio agli uomini, per speciali meriti illustri, di tutte le parti del mondo,[342] o a coloro (e qui risiedeva l’inevitabile pericolo dell’innovazione), che l’imperatore avesse voluto giudicare tali. Ma fu questo certamente un progresso. I vantaggi materiali del Museo andavano così a prodigarsi a una più larga cerchia di persone, la libertà di scelta fu maggiore, e maggiore il contributo, che, in seguito a codesti benefici, i dotti del mondo sarebbero stati in grado di arrecare alla scienza.
X.
Assai interessante riesce seguire passo passo, atto per atto, lo svolgersi e il perfezionarsi degli istituti sociali, attraverso l’opera di uomini, che ne furono al tempo stesso gli artefici ed i pazienti. Da Adriano, anzi da Vespasiano a Marco Aurelio, è tutta una lenta incrostazione di provvedimenti diversi, di cui ciascuno completa, o modifica insensibilmente, il precedente, la quale alla fine darà il fatto nuovo, con fisonomia e individualità propria, la specifica creazione scolastica dell’impero, che sarà l’ordinamento ufficiale dell’istruzione superiore.
In questo lento, insensibile lavoro, assai più di Adriano, Antonino Pio ha segnato il suo posto ed il suo ufficio.
La sua opera si inizia con la regolamentazione delle immunità ai docenti, che raggiunge con lui una precisione ignota negli anni trascorsi. Probabilmente, le città avevano rilevato degli inconvenienti nell’ampiezza delle immunità ai sofisti, ai grammatici, ai filosofi in genere. Probabilissimamente, ogni volenteroso di quel privilegio era ormai solito dichiarare, senza eccessivo scrupolo di esattezza, la qualità e la condizione sociale più acconcia a farglielo conseguire. Probabilissimamente, il numero dei maestri di grammatica, di retorica, di filosofia e d’altre discipline era, anche in virtù delle esenzioni tradizionali, cresciuto in misura da arrecare dei danni sensibili all’erario delle varie comunità. E con ogni probabilità noi dobbiamo alle loro rimostranze lo schema delle norme, con cui Antonino Pio ebbe a regolare tale materia, schema pervenutoci attraverso l’intelligente e autorevole compendio di una _costituzione_ imperiale, lasciatoci dal giurista Modestino[343].
Quella _costituzione_ stabiliva che, nelle piccole città, le immunità dovessero _al massimo_ estendersi a 5 medici, 5 sofisti (maestri di retorica),[344] e 3 grammatici; nelle medie, a 7 medici, 4 sofisti e 4 grammatici; nelle grandi città, a 10 medici, 5 sofisti e 5 grammatici. Dei filosofi, Antonino Pio non stabiliva il numero dei privilegiandi,[345] ma questo — e lo desumiamo da ciò che egli s’affretta a soggiungere — non dipendeva da una maggiore liberalità, che egli avesse voluto usare verso quella categoria di professionisti, sibbene dalla loro scarsezza numerica. «Io penso», egli avvertiva, «che i filosofi ricchi offriranno volentieri alla patria le utilità, che loro derivano dalle ricchezze; chè se, invece, cavillando, mostrassero di fare troppo conto dei beni materiali, questo solo basterebbe a provare che essi non sono filosofi.»[346].
Insieme con tali norme noi possediamo di Antonino Pio altre disposizioni, relative alla immunità dei docenti, di cui talune sono frammenti della sopra riferita costituzione, altre sono clausole speciali, che ne dipendono o la illuminano, cioè: _a_) che il diritto alle immunità era strettamente legato al paese di origine del docente, sì da andare perduto per chi professasse altrove;[347] _b_) che però tale disposizione era passibile di eccezione pei docenti insigni, anche in soprannumero ed esercenti altrove;[348] _c_) che la specificazione degli oneri, o degli onori, da cui si aveva diritto di andare esenti, rimaneva sempre quella amplissima, già fissata da Adriano;[349] _d_) che gli insegnanti primarii, di qualunque specie e grado, dovevano andare esclusi da ogni immunità;[350] e forse, da ultimo, anche la norma che, fra i docenti discipline speciali, quelli di calligrafia (_librarii_), i quali preparavano ad uffici di segretari, copisti etc., tanto richiesti dalle amministrazioni pubbliche e private del tempo, godevano la esenzione dagli oneri più gravi[351].
Il documento principale si riferiva, in modo speciale, alla provincia di Asia. Ma è chiaro ch’esso doveva idealmente far parte, e organicamente connettervisi, di quella larga serie di provvedimenti, di cui Antonino Pio fu così liberale verso le provincie. Non vi sarebbe stata coerenza logica a stabilire per l’Asia delle restrizioni e delle norme in materia di immunità, che poi non dovessero essere ripetute, o non fossero già state stabilite per altre provincie dell’impero, o, almeno, per quelle, che uguale necessità ne risentivano. Questo è infatti il pensiero del giurista, che ci tramanda la costituzione antonina[352]; questa, l’opinione, che deve tenersi come in generale applicabile.
Qualche dubbio invece lascia la qualità delle persone, su cui l’antico privilegio e le sue recenti limitazioni andavano a raccogliersi.
Si tratta di insegnanti pubblici, ufficiali, sia di retorica che di grammatica, o di insegnanti privati?