Lo Stato e l'istruzione pubblica nell'Impero Romano
Part 16
Neanche questo. Giuliano non faceva una questione di privilegio per le dottrine dello Stato, _ma una questione sostanzialmente pedagogica_, quali che ne fossero state le ispirazioni politiche e morali, che ve lo avevano determinato, quali le ripercussioni, sociali e politiche, che potevano attendersene. O, se esercizio di prerogative dello Stato è nel suo editto a riconoscere, si tratta di ben altra cosa, non sufficientemente constatata; si tratta di una più intima ingerenza del potere centrale nelle faccende relative all’istruzione pubblica. Ma, per questo rispetto, l’imperatore nulla innovava; continuava bensì la politica, ormai da circa un secolo e mezzo inaugurata dai predecessori, politica che, incensurati o lodati, i suoi successori cristiani spingeranno a più estreme conseguenze[617], e che, in ogni modo, a torto o a ragione, è, dal progresso della civiltà, riconosciuta ovunque legittima.
Tutto questo non intesero gli scettici del tempo, anche se pagani; questo non volle intendere, o non intese, la maggior parte dei Cristiani, vuoi perchè le leggi emanate dai principi, debbono sempre, a ragione od a torto, combattersi dai loro avversarii, vuoi perchè la società cristiana si trovava allora già avviata in una pericolosa china di adattamento con la massa, o pagana o incredula, dei contemporanei, adattamento, da cui non ebbe mai più la possibilità di ritrarsi. Questo invece — l’abbiamo visto — intesero i pochi Cristiani intransigenti superstiti[618]. Nella loro ignoranza, essi forse non ricordavano che il problema dell’educazione, anzi il problema della incompatibilità dell’insegnamento pagano con la fede cristiana, era stato già dibattuto fin dalle origini del Cristianesimo, e che allora appunto i Cristiani l’avevano risolto come ora lo risolveva Giuliano. Ma la fede viva e pura fece loro intravedere ugualmente la occasione propizia di una rottura completa con le vecchie ideologie, e la continuazione, nella scuola, di una propaganda spirituale, che avrebbe ricollocato il mondo su nuove basi morali. Ed essi soltanto resero giustizia all’Apostata.[619]
Ma i critici antichi e recenti di Giuliano sono in certo modo giustificabili pel fatto che neanche l’imperatore intese tutta la portata del principio, da cui moveva, o, se la intese, non l’applicò in tutta la sua pienezza e in tutte le sue conseguenze.
Nell’editto, invero, il consenso intimo, che si richiede tra docenti e insegnamento, si limita solo alla fede dei primi e alle opinioni teologiche degli autori, strumenti del loro ministero. E mentre la scuola deve, non già infondere delle nozioni teologiche, ma determinare, in chi apprende, uno _stato morale_ nei rispetti della vita, che ogni giorno si vive; mentre il difetto, constatato dall’imperatore — l’assenza dell’uomo nel maestro — inquinava la educazione del tempo, che s’era andata vuotando di qualsiasi contenuto spirituale e — peggio ancora — sterilmente meccanizzando, le perturbatrici prevenzioni religiose arrestarono e limitarono i provvedimenti di Giuliano a qualcosa, che parve, e in minima parte potè essere, rappresaglia religiosa e politica. Ciò che l’avrebbe — irrimediabilmente — perduto nel giudizio dei futuri.
VI.
Quali furono, intanto, o si possono calcolare, le conseguenze pratiche della legge del 362 e dell’editto?
Uno storico, dianzi citato, scriveva: «Il colpo ebbe una grande eco. Non ci fu una città di studio, con scuole, che non entrasse d’un subito in orgasmo. Dappertutto erano professori cristiani. Cosa avrebbero fatto? E gli allievi si sarebbero costretti a non ascoltare e a non seguire che un insegnamento, condannato ormai, senza contrasto, all’errore?»[620]
Anzitutto — è bene metterlo ancora in rilievo, poichè non è mai stato fatto a sufficienza — il divieto di Giuliano non riguardava tutti gli ordini e tutte le specie di scuole. L’insegnamento elementare rimaneva estraneo alle considerazioni dell’editto. E non questo solo. Le scuole di filosofia, di giurisprudenza, di scienze esatte, le scuole professionali, già incoraggiate da Costantino I. e dai suoi figli, rimanevano anch’esse aperte a maestri cristiani e a pagani. Tutta l’istruzione primaria, quella professionale e una buona parte dell’insegnamento superiore non avevano dunque conosciuto ancora alcun limite alla propria indipendenza. L’editto era stato la traduzione del preciso intendimento di Giuliano di sottrarre ai Cristiani le scuole aventi come precipuo scopo la formazione spirituale dell’uomo e del cittadino nella società pagana, le scuole cioè di cultura media e media superiore a tipo esclusivamente classico, e non si era occupato di altro. Or bene, che, nelle scuole di grammatica e di retorica, stessero ad insegnare dei Cristiani è noto, ma essi costituivano una piccolissima frazione del corpo dei docenti.
Si dovette dunque trattare di poche dimissioni e di qualche destituzione. Gli storici rammentano le due più famose. A Roma, il retore Vittorino preferì abbandonare quella scuola, com’egli la diceva, smerciatrice di ciarle, anzichè la fede di quel Dio, che rende eloquenti i fanciulli appena nati e vuole ch’essi sappiano fare a meno dell’insegnamento della retorica.[621] Tali dimissioni furono certamente un atto lodevole; ma il volgare concetto, che quel maestro aveva dei fini e dei mezzi del proprio ufficio, bastano da soli a fare gravemente meditare sull’opportunità dell’editto imperiale, che liberava la scuola di uomini, i quali spiritualmente l’avevano da tempo disertata e da tempo avevano smarrito la divina virtù del proprio magistero. Più vivaci commenti della dimissione di Vittorino dovette destare quella di Proeresio, il retore, che abbiamo visto chiamato in Gallia e poi a Roma, ove una statua, innalzatagli nel foro, recava la scritta: «_Al re dell’eloquenza, Roma, regina del mondo._»[622] Egli, nel 362, insegnava in Atene, dove, insieme con due tra i più illustri Padri della Chiesa, S. Gregorio Nazianzeno e S. Basilio, aveva già avuto discepolo anche l’imperatore Giuliano. Giuliano altra volta aveva esaltato l’eloquenza di lui, l’aveva proclamato rivale di Pericle e l’aveva invitato a divenire suo storiografo[623]. E, memore del passato, egli tentò di usare verso il maestro tutte le indulgenze, di cui, nonostante l’editto, la sua potestà imperiale era capace. Gli concesse infatti di continuare a insegnare retorica ai giovani cristiani[624]. Ma Proeresio rifiutò la concessione ed abbandonò sdegnosamente la cattedra[625].
Nessun altro nome ci viene fatto dagli antichi. Questo non vuol dire che i destituiti e i dimissionarii si limitassero a due soli. La schiera dei colpiti dovette essere più numerosa, e ad essa va aggiunta l’altra — che le fonti cristiane amano dire insignificante — [626]degl’imbelli, che dichiararono di convertirsi, pur di serbare la cattedra. Ma, dato il complesso di tutte le nostre informazioni, sebbene questa volta ci troviamo dinnanzi a dei narratori, interessati alla parzialità, possiamo ben affermare che le conseguenze di questa così detta persecuzione furono assai minori di quelle, che sotto altri principi, avevano per l’innanzi subìto, non dirò i Cristiani, ma gli stessi filosofi pagani. L’esempio inoltre della generosità, voluta usare nei riguardi di Proeresio, è assai significativo, e poichè il giudicare spettava, volta per volta, al principe, noi possiamo pensare che la sua pratica dovette informarsi al criterio di escludere dall’insegnamento solo quei Cristiani, che l’incapacità e l’intransigenza, o l’una e l’altra insieme, rendevano inconciliabili col loro ministero[627].
Un gravissimo turbamento, dunque, nel personale insegnante dell’impero, non dovette avvenire. Se ne verificò uno tra i giovani cristiani, che sino ad allora avevano seguito le lezioni di grammatica e di sofistica dei maestri cristiani? Il divieto di insegnare si tradusse, direttamente, e maggiormente — come è stato asserito — [628] in una morale impossibilità, da parte dei giovani, di frequentare le scuole dei pagani?
Questa seconda ipotesi è ancor meno ammissibile della precedente. E prima e dopo i divieti di Giuliano, i giovani cristiani frequentavano indifferentemente maestri cristiani e maestri pagani, o, se una scelta essi fecero, fu soltanto tra maestri celebri e maestri ignoti. I più famosi oratori e teologi del tempo si erano sobbarcati a lunghi viaggi, a strettezze e a dispendii, pur di ascoltare i più rinomati maestri pagani del tempo. S. Gregorio Nazianzeno e S. Basilio erano andati, dimorandovi per parecchi anni, a studiare e perfezionarsi in quel centro di cultura pagana, che era Atene. Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuesto seguivano, in Antiochia, le lezioni di Libanio, l’apologista per eccellenza della reazione politica di Giuliano. Diodoro di Tarso, il fondatore della scuola ascetica di Antiochia, frequentò, e qui e in Atene, le scuole dei maestri pagani. E tutto ciò era perfettamente conforme alla bizzarra teorica dei Cristiani del tempo, secondo cui lo studio delle letterature classiche non doveva avere più di un semplice valore formale: insegnamento di parole, di bei costrutti e di null’altro.
I divieti di Giuliano, se dunque poterono irritare delle suscettibilità o sollevare delle indignazioni, non produssero praticamente alcun effetto deleterio nella cultura dei Cristiani, e i giovani allievi non ne subirono alcun sensibile turbamento. Ma noi, se ben guardiamo a fondo e scorriamo tutti i fatti, che sono indizio delle vicende del tempo, abbiamo anche la prova di due altre circostanze, trascurate dagli storici moderni: l’una, che l’editto, se chiuse le scuole dei Cristiani, docenti discipline classiche, non chiuse punto le altre dei Cristiani, docenti discipline cristiane, o, meglio, quelle scuole, in cui, attraverso la letteratura cristiana, si intendeva conseguire quegli identici effetti, che altri Cristiani dicevano di attendere dallo studio degli autori classici; l’altra, che, se la legislazione di Giuliano non fosse stata di così breve durata, avrebbe dato luogo a tutta una nuova letteratura scolastica e a una completa istruzione cristiana.
Ed infatti gli storici ecclesiastici narrano che due cristiani del tempo, uno, insegnante di retorica, l’altro, di grammatica, vollero attingere alle _Sacre Scritture_ la materia di un insegnamento scolastico, e rifecero i _Salmi_ in odi pindariche, i libri di Mosè, in esametri, e composero comedie e tragedie d’argomento sacro[629], tutti strumenti di una nuova scuola e di una nuova cultura. Certo, il metodo dei loro tentativi era sbagliato e doveva mettere capo a lavori, che sarebbero precipitati nell’oblìo, appena, con l’abrogazione dei divieti di Giuliano, essi fossero entrati in concorrenza con i modelli delle letterature classiche. Ma non per questo il criterio ispiratore era meno vero, e, sopra tutto, non perciò quei tentativi ci avvertono meno della libertà, rimasta inviolata, dell’insegnamento cristiano, purchè fosse stato condotto con mezzi e con ispirito proprio, purchè non venisse alla contraffazione della parola e dello spirito delle antiche letterature classiche, quale appunto non lo voleva Giuliano.
VII.
L’editto, che si legava alla legge del 362, rappresentava la parte negativa, il _rovescio_ — diremo così — dell’opera, che Giuliano intendeva dedicare alla istruzione e alla educazione pubblica. Vedemmo come suo criterio dominante fosse quello di ridurre la scuola classica, da maestra di parole, come il tempo e gli uomini l’avevano resa, a diffonditrice di determinate ideologie. Un divieto non bastava a raggiungere tale scopo; occorreva un’azione positiva, e Gregorio di Nazianzo informa che Giuliano «aveva in mente di edificare conventi e monasteri», luoghi di ritiro e di studii religiosi, lontani dal mondo e dalle sue impurità. Meglio ancora, egli «si era accinto a fondare scuole in ogni città e a istituire cattedre di vario genere, dalle quali si spiegassero e si bandissero i principii fondamentali del Paganesimo e di cui talune avessero, come contenuto, un insegnamento morale; altre, delle materie più difficili e di indole specialmente teorica»[630].
È ben difficile, da una fonte, quale, a tale proposito, è la nostra — la violenta requisitoria di S. Gregorio di Nazianzo contro Giuliano — che accenna, più che non chiarisca, e la quale, per gli scopi che animavano il suo autore, tende, non tanto a spiegare, quanto ad annebbiare e a screditare i progetti di Giuliano; è ben difficile — dico — formarsi una chiara idea delle istituzioni vagheggiate da quest’ultimo. Tuttavia sembra che egli, per mezzo di un’istruzione, per natura sua più intima o meno esteriore di quella delle scuole del tempo, abbia pensato di tentare un ravvicinamento spirituale dei contemporanei all’anima della religione, della filosofia e della morale ellenica. Dalla scuola, così rinnovata, sarebbero dovuti escire i migliori sacerdoti e i maestri migliori delle nuove generazioni. Alla propaganda spirituale del Cristianesimo Giuliano intendeva contrapporre una propaganda spirituale dell’Ellenismo. Ed egli preparava le persone acconce a tale ufficio e s’accingeva a mandarle fra gli uomini, apostoli di un’idea, di una certa concezione della vita.
Quale che sia la fede religiosa dell’osservatore, è d’uopo convenire che il disegno era veramente nobile e grande e non meritava davvero le derisioni e le invettive, di cui il Nazianzeno l’ha ricoperto. Forse, anzi, la sua stessa bellezza era tanta da costituire una tra le condizioni negative della sua attuabilità; certo, la brevità del governo di Giuliano impedì che se ne sperimentassero i primi effetti.
Ma qui non si arresta la serie delle riforme vagheggiate da Giuliano.
Ammiano Marcellino e Giuliano stesso ci segnalano, in questa età, una vera e propria frenesia per la musica, ma insieme una decadenza del buon gusto e di quest’arte medesima. «Le poche case — scrive quello storico — un tempo celebrate per serietà di studi, ora sono invase dal gusto dei piaceri proprii della torpida ignavia, e risuonano senza interruzione di canti e del dolce tinnir delle cetre...... Non si fabbricano che organi idraulici e lire enormi come carrozze, tibie e strumenti di sesquipedali dimensioni, che servono ad accompagnare le pantomime»[631]. Giuliano, discorrendo di Antiochia, la città ellenistica per eccellenza, ribadisce queste accuse[632]. Ed egli stesso pensò, nei limiti delle sue forze, di ricondurre la musica verso la buona scuola del buon tempo antico. Esiste in proposito una ufficiale lettera di lui al prefetto d’Egitto, Edicio: «Conviene — scrive l’imperatore — se di cosa alcuna, curarsi della musica sacra. Tu dunque scegli, tra gli Alessandrini, fanciulli di buona famiglia, e ordina che siano loro fornite ogni mese due artabe[633] di frumento, olio e vino, e che i sovrintendenti dell’erario forniscano loro anche una veste. Questi fanciulli siano scelti per la loro voce, e quelli, che conseguiranno la perfezione nell’arte del canto e della musica, sappiano che Noi abbiamo stabilito per essi ricompense non piccole.... Quanto poi ai discepoli del musico Dioscoro, fa che apprendano con cura la musica: Noi siamo pronti ad aiutarli in tutto ciò che essi vorranno.»[634] Giuliano, dunque, e proponeva sussidii, e istituiva borse di studio, e prometteva premii ai giovani, che si fossero resi provetti nell’arte del canto e della musica, materia, della cui cura egli faceva ai monarchi un preciso dovere. Ebbe egli la fortuna di vedere realizzato il suo sogno? O la brevità del suo governo troncò insieme e la sua vita e le sue speranze?
Anche questa volta noi restiamo nella più assoluta incertezza. Ma è così per la massima parte dell’opera di quel principe disgraziato. Se un simbolo volesse tutta esprimerla con un segno solo, non potrebb’essere che quello stesso, che gli uomini pongono sulle tombe di coloro, i quali morirono giovani, perchè cari al cielo: il tronco di una breve colonna infranta; onde ciò che di vivo e di perenne resta di lui è solo, per noi, il senso dell’ardore, non mai placato, col quale egli amò quegli ideali, di cui non era destinato a vedere la gloria.
E di questo amore l’unica forma tangibile, in cui egli riuscisse a tradurlo praticamente, fu il favore largamente accordato ai dotti del tempo. Tornò con lui — si disse — il regno dei retori e dei filosofi, e gli uomini della città, che Giuliano amò di amore umano, i rappresentanti dell’Università di Atene — sentinelle morte di un passato irrevocabile — egli volle, nei brevi mesi della sua vita di monarca, colmare di ogni favore ed innalzare a suoi ispiratori quotidiani. «Fratello desideratissimo ed amatissimo», scriveva un giorno a Prisco, «io ti giuro, per l’Autore e per il Conservatore di tutti i miei beni, che, se io desidero vivere, è solo per essere a Voi utile; e, quando io dico _Voi_, intendo i veri filosofi, tra i quali sei tu[635].»
E attorno a sè egli chiamò, appena imperatore, il retore Mamertino, il sofista Imerio, i filosofi Massimo, Crisanzio, Eustazio, Aristosseno e Prisco stesso. Di simili inviti sono piene quelle sue lettere, che documentano l’attiva sua corrispondenza con gli uomini maggiori per intelletto e per cultura del tempo, con i succitati, con Temistio, con Sallustio, con Proeresio, con Evagrio, con Ermogene, con Libanio, con Eugenio, con Oribasio, con Elpidio, forse con Giamblico,[636], e con altri ancora. E come sono calde le sue esortazioni! Come egli, ch’è pur l’imperatore, mostra di sentirsi al disotto degli scalini del trono, che innalzano a ogni lor fedele la cultura e la scienza! Come sono teneri gli accenti, ch’egli trova per i suoi genitori spirituali, per i suoi maestri d’elezione! Libanio è «il suo fratello amatissimo.»[637] A Giamblico scrive: «Allorchè riconobbi il tuo messo, io corsi di un balzo a lui, lo abbracciai e piansi dalla gioia di avere tue lettere.... O nobile anima, tu, che sei il salvatore riconosciuto dell’ellenismo, tu devi scrivermi spesso, tu devi sorreggermi, eccitarmi, incoraggiarmi quanto più puoi.... Una tua lettera vale per me tutto l’oro della Lidia.»[638] Ad Aristosseno scrive: «Alcuno chiederà come mai noi possiamo essere amici, pur non conoscendoci di persona. Ma io chiedo a mia volta come mai amiamo quelli, che vissero mille o due mila anni prima di noi. Certo, li amiamo perchè furono valenti ed ottimi. Desideriamo dunque di essere tali anche noi, sebbene dall’esserlo realmente, almeno per parte mia, siamo le mille miglia lontani.... Ma a che mi perdo in parole? Se, perchè tu venga, occorre che non ti chiami, tu verrai certamente; se attendi una mia esortazione, ecco, io ti esorto. Vieni dunque a me!....»[639].
A Massimo scrive: «Se vuoi che la tua conversazione epistolare mi tenga luogo della tua presenza, scrivi, scrivi spesso, o, piuttosto, in nome degli Dei, vieni, e tieni per fermo che, fino a che starai lontano, io non potrò dire di vivere, se non in quanto mi è concesso di leggere le tue lettere.[640]».
Ecco in qual modo Ammiano Marcellino racconta l’episodio dell’arrivo di Massimo a Corte. Giuliano era intento a giudicare taluni processi, quando fu annunziato l’arrivo del filosofo. Egli balzò improvvisamente dal suo seggio, dimentico d’ogni riguardo, e gli corse incontro, fuori dal vestibolo, ad abbracciarlo e a baciarlo, e lo condusse seco trionfalmente nella sala[641].
E, come Massimo, tutti i retori, i sofisti, i filosofi, i dotti del tempo, sia che venissero a lui, sia che preferissero rimanere lungi dalla corte, ricevettero gli onori attesi e promessi. Mamertino, in un solo anno, percorse la scala di tutte le onorificenze; e fu intendente del tesoro, prefetto del pretorio d’Illiria, console; Temistio è prefetto; Aurelio Vittore è nominato consolare della seconda Pannonia e onorato di una statua di bronzo; Imerio, Prisco, Massimo occupano a Corte il primo posto tra gli amici e i consiglieri del principe. Crisanzio, che preferì non venire, è nominato gran sacerdote della Lidia; la sua consorte, sacerdotessa. E, quando Proeresio, in forza di un editto del principe, che non riguardava la sua persona, ma la classe in genere dei sofisti cristiani, rischiò di essere deposto dalla sua cattedra. Giuliano, memore, volle — sia pure invano — stabilire per lui un’eccezione. La religione li aveva divisi; l’amore della scienza antica li univa ancor più indissolubilmente.
La gioia di prodigare il suo amore alla cultura e agli uomini, che la impersonavano, la gioia di esserne ricambiato fu una delle poche, che Giuliano godesse nel triste viaggio della sua esistenza, l’unica, che lo accompagnasse fino all’ultimo respiro. E, nella notte tragica, in cui egli moriva sulle sabbie ardenti dell’Asia inospitale, il suo letto di morte era circondato dagli amici filosofi, coi quali egli s’intrattenne a lungo, conversando, come Socrate fra i suoi discepoli. E le ultime sue parole furono raccolte ed incise sulle tavolette di cera da colui, che doveva essere il suo futuro storico, Ammiano Marcellino; e l’anima sua, che fuggiva, sfiorò, passando, le fronti di Prisco e di Massimo, veglianti tra la febbre e lo spasimo a un capezzale, ove si spegneva infranta la vita dell’ultimo degli Elleni[642].
Così, nonostante il gran discutere degli antichi e dei moderni, chi adesso abbracci con uno sguardo tutta l’opera scolastica di Giuliano, deve rilevare che le sue riforme, come non sono macolate dalle colpe, che si è amato ascrivervi, nè ebbero il valor pratico di altre, che le avevano precedute o che le seguiranno, nè lasciarono traccia durevole nella storia dell’istruzione pubblica nell’impero romano. La morte interruppe l’esecuzione dei suoi disegni migliori, e il poco, che egli fece o tentò, si spense con la sua vita.
Ma chi da Giuliano volga lo sguardo a tutti i principi, che ressero lo Stato romano durante la seconda metà del IV. secolo di C., non può non convenire che questi furono anni veramente meravigliosi. Noi assistiamo alla creazione di un nuovo centro di studii medii e superiori, a una nuova germinazione degli studii liberali nell’Oriente, a nuovi impulsi, dati a tutti gli indirizzi della cultura, anche a quelli più remoti dall’antico pensiero classico, a un nuovo elevamento delle condizioni sociali dei maestri, ciò che costituisce l’indice migliore della civiltà d’uno Stato.
A tutto questo, che fu merito precipuo della casa di Costantino, corrispose un periodo di splendore nelle produzioni dell’ingegno greco e romano. Ma, poichè il ciclo di tale fenomeno si compirà alla fine del IV. secolo, noi attenderemo quel momento per considerarlo e descriverlo con ampiezza maggiore del cenno fugace, che qui, adesso, ne facciamo.
CAPITOLO VII.
La dinastia valentiniana e l’istruzione pubblica nell’impero romano.
(364-383)
I. La reazione alla politica scolastica di Giuliano — II. Un regolamento disciplinare per gli studenti stranieri in Roma — III. Valentiniano riconferma le immunità; nuove immunità ai maestri di pittura — IV. Valente e la biblioteca costantinopolitana; Valente contro l’astrologia; distruzione di opere scientifiche classiche; giudizio che di lui fa Temistio — V. Le riforme scolastiche di Graziano; l’ordinamento delle scuole in Gallia — VI. Valentiniano, Graziano e i medici di Roma e della Corte; la cura dei monumenti antichi e delle opere d’arte — VII. La rinascita intellettuale in tutto l’impero.
I.
Le sorti dell’istruzione pubblica nell’impero romano non ebbero a risentire grave danno del trapasso dei Costantiniani. La nuova dinastia, cui fu capostipite un generale, acclamato imperatore durante la seconda sosta funebre di quello stesso esercito, che Giuliano aveva condotto alla infelice spedizione persiana, segue fedelmente la tradizione dei predecessori.