Letture sopra la mitologia vedica
Part 9
Avendo questa relazione intima il sole e la luna, così intima che si possano talora identificare (il sole che perde i suoi raggi e il sole che non li mette ancora fuori rassomiglia all'astro notturno; tanto che, chi, sull'albeggiare d'un giorno estivo, in tempo di luna piena, contempli il cielo, veda i due astri l'uno al cospetto dell'altro, alle due estremità della vôlta celeste, e, se non si orizzonti, non sappia subito bene distinguerli l'uno dall'altro; io cito qui una mia propria impressione), alternandosi l'un l'altro, alcune delle loro qualità, e perciò delle loro forme divine, sono divenute comuni, così che ora poterono riferirsi al giorno, ora alla notte. Noi vedemmo già, infatti, il sole _Savitar_, ossia il sole generatore; la luna come _Soma_ (dalla stessa radice _sû, so, sav_ che serve per formare la voce _Savitar_) è un equivalente, esprime cioè la luna nella sua virtù fecondatrice. E noi la vedemmo già finqui presiedere ai matrimonii ed ai parti. Il sole divide i giorni (ed il sole vespertino _Bhagas_ può avere avuto, oltre gli altri suoi significati, quello proprio etimologico di _spartitore_, di _distributore_) e divide i mesi. Ma ciò fa pure la luna. Anzi la luna ha fatto anche più. L'antico anno indiano era regolato dalle lunazioni; la lunazione costituì il mese; _messéts_ è il nome comune che si dà tuttora in lingua russa al _mese_ e alla _luna_. La parola _mese, mensis_, vale propriamente _la misura_. La radice sanscrita _mâ_ vale _misurare_; le parole _mâs, mâsâ_, valgono in lingua vedica _luna_ e _misura_. La lunazione ed il mese equivalendosi, la luna diventò, oltre la regola, anche la regolatrice per eccellenza, in ogni ordine delle cose naturali. Nè è meraviglia che, corrispondendo il _r'itu_ lunare al _r'itu_ muliebre, poichè la luna pigliava pure il nome dal proprio _r'itu_ periodico, essa fosse particolarmente invocata dalle donne e ad esse cara, come quella che, mantenendo i segni della generazione, prometteva la desiderata fecondità, senza la quale l'uomo primitivo disprezzava la propria donna, ed aveva diritto di rifiutarla. La radice _mâ_, che vale _misurare_, nel suo primo significato dovette esprimere l'idea di _estendersi_; ma l'_estendersi_ è un _moltiplicarsi_: ecco in qual modo la radice mâ, che vale _misurare_, creò la parola _mâtra_ o _metro, misura_, e _mâsa_ che vale ancora il medesimo, e la radice _mâ_ che vale _produrre_, creò la parola _mâtar_, la produttrice, la creatrice per eccellenza, la madre.
Ho detto che il primo significato della radice _mâ_, onde si svolsero i significati secondarii di _misurare_ e _produrre_, fu quello di _estendersi_. Vi è un'altra radice che dobbiamo qui esaminare. Questa radice è _man_ stretta parente di _mâ_, come il latino _mensis_ è stretto parente, anzi equivalente di _mâsa_, come il tedesco _mond_ luna, _monat_ mese e l'inglese _moon_, ci richiamano ad un ipotetico primitivo _manas_ che, secondo l'analogia di _mâsa_, dovette pure in origine significare _misura_, e forse _mese_. Ma lasciamo l'ipotesi e consideriamo il fatto. Tra i nomi sanscriti della luna troviamo quello di _manasig'a_, parola che varrebbe _nato nel manas_; tra gli appellativi del Dio _Soma_, ossia del Dio _Luno_ nel _Rigveda_ troviamo quello di _signore del manas_, ossia _manaspati_, che ci riaccosta alla nostra luna _anumati_. Ma il _manas_ è l'animo; che cosa è l'animo? _anemos_, quello che si muove; così dovette essere il _manas_, nella sua prima espressione, _il moto_, e poi _il moto misura, il moto regolatore, il moto particolare interno_, che anima e regola, muove e contiene il pensiero e l'affetto dell'uomo, il desiderio, l'amore, e il divino agitarsi dell'intelletto. Ecco pertanto spiegato, s'io non erro, il perchè la luna _Sinîvâlî, Râkâ_ ed _Anumati_, essendo nata nel _manas_, e muovendo e regolando il _manas_ fu immaginata figlia dell'_Angiras_ mobile luminoso, e della _Smr'iti_ o _Çraddhâ_, che sono tutte forme del mobile _manas_. Ecco perchè la luna anch'essa può riuscire, come la vegliatrice mattutina, una _Minerva_, ossia un'_ammonitrice_, una _direttrice_ degli umani consigli; ecco, infine, la ragione, per cui, trovando associata l'_Angiras_ con _Manu_, presso il quale Indra in un inno vedico viene a bere il _Soma_, in _Manu_ ravvisiamo così il sole come la luna. Per noi, _Manu_ prima che _il pensatore_, come sarebbe troppo consolante il credere, considerando che negli Inni vedici è chiamato _Manu_ anche l'uomo, dovette essere _il mobile_, e quindi _il motore_ e _il regolatore celeste_. Chiamatisi _manavas_ anche gli uomini, nel loro essere mortale, essi considerarono come il primo de' mortali, come il padre di tutti i mortali, come il solo scampato dal diluvio universale, il _Manu_ celeste, onde chiamarono pure sè stessi _manug'âs_ o _figli di Manu_, di quello stesso _Manu Prag'âpati_, dal quale, secondo le genealogie brâhmaniche, sono discesi tutti gli Dei. Ma in quel _Manu_ celeste essi non tardarono a ravvisare _il pensante_, ossia _il sapiente_, e quindi il primo sapiente, l'inventor dei riti sacrificali; e, finalmente, nel periodo brâhmanico, _il pensiero stesso, la formula della sapienza_, il primo legislatore indiano, il primo regolatore, distributore della giustizia, nel quale carattere ritorna _Manu_ a identificarsi col sole moribondo _Yama_, e, in tale incontro, con _Minos_, il primo re di Creta, progenitore di razza, che discende all'inferno per amministrarvi la giustizia. Ma, poichè nello scuro inferno è la luna che governa e regge e giudica, quello stesso _Manu_ che parve confondersi con Yama, scomparso il sole dall'orizzonte non si perde affatto, ma, come ho già avvertito, lascia una sua forma per pigliarne un'altra. Di Yama e di Manu, in quanto gli somiglia, avremo tuttavia a tenere particolare discorso.
Per ora basterà il ritenere come anche nelle sue forme femminine la luna vedica abbia preso persona di Dea, e come in questa persona prevalga la virtù di fecondatrice attribuita alla luna; e finalmente, come quella che desta l'uomo alla vita materiale, per l'istinto idealissimo della nostra stirpe, sia pure divenuta la eccitatrice de' nostri pensieri. E per avere anzi creduto che li eccitasse troppo, nacque la credenza che i maniaci siano dominati da sinistri influssi lunari.
Ci resterebbe a considerare la luna sotto i suoi nomi mascolini di _C'andra, C'andramas_ (ossia _il luminoso_, e _il mese_ o _il misuratore luminoso_), che non ci presenta negli Inni vedici nessuna distinta persona poetica, di _Indu_ nel suo significato primitivo, probabilmente il mobile, poi il movente, lo stillante, e quindi la luna stillante, e ciò che la luna stilla; e di _Soma_, propriamente il generatore, ma anche lo spremitore, il traente il succo, e poi il succo stesso. Quindi, quando leggiamo che gli Dei vengono a bere ora _Indu_, ora _Soma_, intendasi che vengono a bere il succo ambrosiaco che stilla dalla luna. Noi abbiamo già veduto l'_Aditi_, la _Pr'ithivî_, e l'aurora che posseggono l'ambrosia; ma, per l'equivoco nato tra _Indu_ e _Soma_ stillanti il succo, e le parole _indu_ e _soma_ che vennero ad esprimere il succo, è nella luna specialmente che gli Dei vanno a cercare l'ambrosia, l'amrita, la bevanda immortale. Noi abbiamo già riferita la leggenda vedica del Dio _Indra_ che concede la bellezza alla fanciulla brutta, lebbrosa _Apalâ_, l'aurora vespertina (che nella notte diviene brutta), perchè questa, discendendo alla sera dalla montagna per attingere acqua, trovò nella fonte il _soma_ (la luna nel pozzo); e sapendo quanto _Indra_ fosse avido del _soma_, lo pregò di scorrere verso di lui, ossia di errare nel cielo, del quale _Indra_ è signore. Fu già paragonato il culto dionisiaco ellenico al culto del _Soma_ vedico. Come _Soma_ è al tempo stesso abbondante di umori inesauribili e generatore eterno, così il suo culto si congiunse quindi nell'India con quello del _Çiva_ fallico, accompagnato da libazioni d'un _soma_ terrestre, un liquore inebbriante, che il professore Haug ebbe nell'India il raro privilegio di gustare, e che trovò di un sapore disgustosissimo; nella Grecia abbondanti libazioni di vino accompagnavano le feste falliche dionisiache. Ma gli Dei che discendono sopra la terra, non sono l'oggetto del nostro studio presente.
Nel vedico _Soma_ noi abbiamo espressa, ora l'ambrosia che può risiedere in più parti, ora la luna che contiene, porta, custodisce l'ambrosia, e la somministra agli Dei, i quali, bevendola, divengono immortali, robusti e vittoriosi nelle loro celesti battaglie contro i mostri; il _soma_ non è solo ambrosia, ma acqua della giovinezza, acqua della salute, acqua della forza; e però si rappresenta esso stesso come guerriero sempre vittorioso; la pioggia è _soma_, la rugiada dell'aurora è _soma_, ma più spesso ancora il _soma_ è la pianta lunare, è il succo della luna, l'erba luminosa celeste, è la luna stessa; in compagnia di esso, il Dio _Indra_ scaccia dal cielo i mostri; la luna cresce a misura che i Numi vanno a dissetarsi presso di lei, ossia, poichè la luna genera gli Dei, a misura che gli Dei luminosi le si appressano, essa cresce.
LETTURA SESTA.
IL FUOCO.
Il fuoco, _Agni_ (che ritorna nel russo _Agonj_, nel latino _ignis_), quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico più invocato, è uno degli Dei meno personali dell'Olimpo vedico, la cui sede è più instabile, la cui forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni come elemento fuoco, senza dargli persona; ma, anche quand'esso non assume una persona distinta, ha sempre un carattere sacro. Sia che s'accenda nel cielo come sole, come luna, come stella, come aurora, come fulmine, sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, o dal legno, come foco domestico e sacrificale, Agni o il fuoco presenta sempre alla nostra immaginazione un carattere misterioso, che, se può ancora far qualche impressione sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette riempir di una profonda maraviglia mista col terrore l'animo innocente de' padri nostri. Trasportiamoci col pensiero ad un'età, nella quale a produrre il fuoco domestico non si conosceva altra industria all'infuori di quella che ricavava scintille dal confregamento di due legni, chiamati insieme _aranî_ (per la stessa analogia, per cui _bois_ in francese è il _bosco_, e ad un tempo stesso il _legno_). L'uno de' legni si poneva sotto, l'altro sopra; l'uno era il maschio, l'altro la femmina; il fuoco simile a fanciullo nasceva dall'_arani_ inferiore. Ce lo dice molto chiaramente un inno vedico ad Agni (_Rigveda_, III, 29): «È questo lo scotimento sopra; è questa la generazione; apportiamo questa signora delle genti (l'_arani_ inferiore, madre del fuoco, e la genitrice per eccellenza); agitiamo Agni come una volta. Agni, il ricco per sè, giace ne' due legni, come il feto ben collocato nelle donne incinte. Agni è da celebrarsi ogni giorno dagli uomini con laudi e sacrificii. Poni giù (l'_arani_ superiore) sopra la larga che giace (l'_arani_ inferiore); essa, subito fecondata, generò il forte Agni.» Questa immagine materiale di Agni generato come un figlio da due pezzi di legno, padre e madre, fra loro confricati, ritorna spesso negli Inni vedici; e nella sua materialità essa è sommamente istruttiva per la storia delle credenze popolari. Poichè dal fuoco figlio delle legna (_sûnum vanaspatînâm_), considerandosi il fuoco vitale come il generato e quindi generatore per eccellenza, s'immaginò che anche gli uomini fossero nati dal legno. In Piemonte si dice di fanciulli ch'essi sono stati trovati in un bosco, sotto una ceppaia, la quale ritorna nel ceppo e nell'albero di Natale, da cui si fa, con innesto di elementi cristiani e pagani, nascere, con l'allungarsi dei giorni, dopo il solstizio d'inverno, il bambino Gesù;[16] l'inno vedico 68º del libro I del _Rigveda_ ci fa sapere come Agni, ossia _il fuoco_, è nato come creatura vivente dal legno secco.[17] Questo legno secco, da cui nasce il piccolo Agni come fanciullo, risponde bene al nostro ceppo natalizio.[18] Immaginati i due legni come padre e madre, ed il fuoco che distrugge il legno, dal quale si sprigiona, era naturale la rappresentazione di Agni come un figlio parricida e matricida. Il poeta vedico inorridisce a questo delitto, ed esclama nell'inno 79º del X libro del _Rigveda_: «O cielo, o terra, questa verità io dico a voi, appena nato, il fanciullo mangia i suoi due parenti.» E quindi, con una ingenuità tutta vedica, ricordandosi che Agni è un Dio, s'umilia confessando: «io, mortale, non posso comprendere un Dio.» Il parricidio è un delitto continuo nella natura; senza la morte de' padri non potrebbero sussistere i figli; Adamo è condannato a morire, dal giorno in cui egli diviene padre. Gli uomini primitivi fermarono spesso la loro attenzione sopra questa legge fatale di natura. E, in quanto il parricidio sia involontario, stabilirono la dottrina del peccato originale, che divenne poi dogma religioso; stabilirono l'onnipotenza del fato, per cui il vecchio Giove è spodestato dal nuovo, per cui Ciro, Edipo, Romolo divengono inevitabilmente parricidi. L'arte intervenne ora per giustificare l'enormità del parricidio incolpando il fato, ora ad immaginare i vecchi parenti come crudeli, feroci, persecutori della gioventù fiorente. Sotto quest'aspetto, il parricida divenne un liberatore, un salvatore; l'antico apparve cattivo, il giovine buono; il giovine che atterra l'antico compie un'impresa gloriosa. Secondo una credenza brâhmanica, il nascimento d'un figlio in una casa ha il merito di liberare il padre da futuri nascimenti, pigliando egli sopra di sè, ed espiando egli stesso la colpa originaria che il padre aveva ereditata. Secondo una tale credenza, la vita era un male, ogni nuovo nascimento che obbligasse l'essere ad entrare in un corpo, come in una prigione, si considerava come una sventura. Finchè non nasceva un figliuolo in una casa, non solo il padre era minacciato, morendo, di rinascere, ma le anime dei trapassati erravano senza sedi certe, col pericolo di entrare in qualche corpo non solo d'uomo, ma di bruto. Nella parola sanscrita _putra_, che vale _figlio_, avvicinata a _punya_ che vale _bello, puro_ (come _pûta_), si vide etimologicamente _il purificatore_ (la vera etimologia della parola è tuttora dubbia). Ma il _Mahâbhârata_ ci offre ancora della voce _putra_, scritta spesso _puttra_, una etimologia singolare. _Put_ è un appellativo dato ad uno degli inferni indiani; il suffisso _tra_ dà alla parola il valore di liberatore; onde _puttra_ figlio si spiega come _il liberatore dall'inferno Put_. «Poichè il nuovo nato libera il padre dall'inferno chiamato Put, perciò si chiama _Putra_.» Nè solo, secondo il _Mahâbhârata_, il figlio salva il padre, ma anche _i morti maggiori_ (_pûrvapretân pitâmahân_). Il figlio che impedisce al padre di rinascere ad una vita mortale, considerata come una pena, è un liberatore; il figlio che viene a pigliare il posto del padre, a liberare sè ed il mondo dal vecchio padre divenuto insopportabile, è un parricida. Entrato nel mito il concetto mostruoso di un parricidio, si tentò abbellirlo sempre più col rappresentare padre e figlio quali nemici fra loro, de' quali il figlio rappresenta il bene, il padre il male.
Noi abbiamo fin qui veduto generalmente il mito discendere dal cielo in terra. Ma, a rappresentarlo nel cielo, concorsero, senza dubbio, immagini della vita terrena. Così, quando troviamo padri e figli nel cielo, bisogna ammettere che furono dapprima conosciuti i padri e i figli sopra la terra; quando troviamo nel cielo matrimonii divini, convien supporre che fossero già conosciuti i matrimonii della terra; quando ci si rappresenta l'aurora come una ballerina, o come una bagnante, convien dire che si fossero già vedute sopra la terra danzatrici e donne bagnanti. Così la nozione di un padre crudele, di una madre cattiva nel cielo, suppone la probabile conoscenza di padri crudeli e di madri perverse sopra la terra. Ogni _nome_ che nasce, suppone necessariamente la _conoscenza_ della cosa che esso deve esprimere; anzi la parola _nome_ significa, secondo l'etimologia, _nozione, conoscenza_ (_nâman_ proviene, com'è noto, da _g'nâman_). Perciò, quando diciamo che i miti sono nati nel cielo, dobbiamo soggiungere che vi si produssero per lo più con elementi umani o terreni già noti all'uomo. Al cielo, al sole, alla luna, all'aurora si attribuirono qualità proprie di persone umane. Ma il cielo, il sole, la luna, l'aurora essendo fenomeni soltanto celesti, non si può supporre che dalla conoscenza d'un cielo, d'un sole, d'una luna, d'un'aurora terrena siasi raffigurato quindi il cielo nel cielo propriamente detto, il sole, la luna, l'aurora celesti. Ma il cielo coppa si immagina dopo aver conosciuta alcuna coppa terrena, l'aurora pastora si immagina sopra la conoscenza di una pastorella della terra. Il fenomeno è celeste, ma l'immagine che lo rappresenta, con persona mitica, trae la sua origine da una nozione della vita umana. Ma, per quanto si riferisce al fuoco, producendosi il fuoco non meno sopra la terra che nel cielo, anche senza l'immagine mitica il campo riuscì duplice; la terra come il cielo è sua sede; tuttavia, per quella tendenza naturale dello spirito umano a far provenire ogni creazione dal cielo, e a far salire al cielo ogni creatura, anche il fuoco si suppose disceso sulla terra dal cielo, ora in forma di raggio solare, ora in forma di fulmine, sebbene formatosi nel cielo in un modo conforme a quello, con cui solevano gli uomini produrlo sulla terra.
Nel 5º inno del X libro del _Rigveda_ si dice che, in origine, Agni ossia _il fuoco_ era e non esisteva ancora; e ch'esso fu il primo nato nell'età primordiale, Toro ad un tempo e Vacca. Il fuoco vitale si considerò ora come _nato per sè_, ora come la prima creazione, contenente per ciò in sè il maschio e la femmina, necessarii per generare le altre creature. Ma in che modo il fuoco, quando non si considerò _nato per sè_, si è esso generato nel cielo? I creatori del mito non potevano immaginare per l'origine del fuoco celeste modi diversi da quelli, con cui si produceva già il fuoco sopra la terra. Se essi avessero potuto immaginare altri modi, li avrebbero adoperati ne' loro usi terreni, ove uno dei più solenni pensieri della vita era quello di trovare il fuoco, e, trovatolo, di conservarlo, onde si capisce perfettamente l'ufficio solenne che, nell'antichità, avevano le Vestali guardiane del fuoco sacro. In terra il fuoco si era visto produrre per mezzo di confregamento. Il confregamento de' corpi accresceva il calore animale; il confregamento dell'asse della ruota del carro contro la ruota stessa aveva talora prodotto l'incendio della ruota ne' carri della terra (e figuratosi il sole come un carro d'oro anche dalle sue ruote giranti si svolse l'incendio); il confregarsi nella stagione estiva di un ramo secco d'albero resinoso contro un altro ramo inaridito aveva provocato l'incendio delle foreste;[19] del pari due pietre battute l'una contro l'altra avevano sprigionato scintille e destato il fuoco. Acquistata sopra la terra dagli uomini ariani l'esperienza de' modi, coi quali si poteva produrre il fuoco, s'immaginò miticamente che il fuoco si producesse nel cielo in modi conformi. Nel vedere pertanto come i fulmini nascessero nel cielo nuvoloso, rappresentatesi le nuvole quali rupi o montagne o alberi grandeggianti, per l'equivoco delle parole _adri, parvata, açman_, che significarono tutte non solo _l'albero, la roccia_ e _la montagna_, ma anche _la nuvola_, con fantasia gigantesca s'immaginò che Indra muovesse, l'una contro l'altra, due montagne, e nel confregarle l'una contro l'altra facesse saltar fuori il fuoco ossia il fulmine, e che il tuono fosse lo strepito prodotto dall'urtarsi delle montagne celesti spinte da Indra. Perciò mi spiego le parole del 1º inno del II libro del _Rigveda_, ove si canta che Indra _generò il fuoco fra le due pietre o roccie_ (_yo açmanov antar agnim g'ag'âna_). Negli inni del X libro del _Rigveda_, ove Agni si identifica talora col sole, vediamo Indra vincere il sole; in altri inni Indra rompe una ruota al carro del sole. È probabile ancora che il fulmine del Dio Indra siasi pure immaginato come svolto dall'arsione d'una ruota del carro solare. Rappresentossi pure _Agni_ come figlio di _Tvashtar_, il fabbro dell'Olimpo vedico, come vedremo; e, come fabbro, dovea adoperare lo stesso modo nel produrre il fuoco in cielo che adoperavano i fabbri umani a destare il fuoco sopra la terra. Altri Dei son dati come padri ad Agni, ed egli stesso è chiamato Padre degli Dei: ma questa qualità non gli è specifica, trovandosi attribuita a parecchi altri Numi. Apparendo come infuocati il sole, la luna, le stelle, il lampo, il fulmine, tutto ciò che risplende nel cielo del colore del fuoco, e il sole in ispecie prese nome di _Agni_, il fuoco per eccellenza, che sta sopra tutti gli altri fuochi, con ciascuno de' quali può identificarsi e pigliar singolare persona. Così ancora il rosso di sera, ossia l'aurora vespertina, piglia nell'_Aitareya Brâhmana_ nome e persona di Agni, dicendosi che _il sole al tramonto scompare entrando in Agni_. Gli _Agni_ son quindi molteplici come i fuochi; ed hanno quindi com'essi diverse sedi, onde l'appellativo di _Bhûrig'anma_, ossia _dai molti nascimenti_ dato al Dio Agni nel _Rigveda_. La terra ed il cielo sono le sue sedi principali; ma, come gli stessi Inni vedici c'insegnano, Agni apparve dapprima nel cielo; disceso dal cielo, i _Bhr'igu_ lo comunicarono agli uomini; le forme di questa discesa si trovano ampiamente illustrate in un celebre libro del professor Kuhn (_Die Herabkunft des Feuers_), al quale rinvio lo studioso. Disceso dal cielo, la tendenza maggiore del fuoco fu poi quella di risalire al cielo, e, sia come fuoco domestico, sia come fuoco sacrificale, sia come fuoco di rogo funebre, di portare in alto, al cielo, fra gli Dei, le preghiere, i voti, le offerte degli uomini, e le anime dei trapassati. Il _Rigveda_ ha consacrato il maggior numero de' suoi inni all'Agni de' sacrificii, rappresentato non solo come messaggiere tra gli uomini e gli Dei, ma come invitatore degli Dei a ricevere le oblazioni. In questa parte speciale di invitatore, di invocatore, di _hotar_, Agni presiedette ai sacrificii vedici, e fu egli stesso chiamato, nel primo versetto del _Rigveda, sommo sacerdote, divino ordinatore del sacrificio, invocatore, sommo apportatore di ricchezze_. Non si dimentichi che l'Agni sacrificale si ridestava col giorno, ossia col riapparir della luce, ufficio della quale è scoprir tutte le ricchezze, manifestare gli Dei, ossia i luminosi. Nessuna meraviglia pertanto che l'Agni sacrificale sul far del giorno si celebri non solo come invocatore, ma come apportatore degli Dei; così che, nel tempo stesso, in cui egli è messaggiere degli uomini agli Dei, riesce messaggiere degli Dei agli uomini. _Agni_ è il Dio meno personale, ma il più famigliare dell'età vedica; tutti lo conoscono, tutti lo custodiscono nella casa, come loro _atithi_ od _ospite_, tutti lo svegliano di giorno in giorno.