Letture sopra la mitologia vedica

Part 8

Chapter 83,351 wordsPublic domain

Tra _Savitar_ e _Pûshan_ vi è qui dunque una lieve differenza, appena percettibile. È un minuto appena che li separa: _Pûshan_ apre la via a _Sûrya_; _Savitar_ lo fa passare. _Pûshan_ il raggio allungato del sole fu rassomigliato ad uno stimolo d'oro; e _Savitar prithupâni_, ossia dalle mani larghe, porta fuori _Sûrya_, ossia lo genera nel suo pieno disco. E il disco rassomigliato ad un occhio ciclopico fece chiamare _Sûrya, l'occhio di Mitra e di Varuna_, equivalente all'occhio del cielo, all'occhio di _Dyu_, all'occhio divino. Come _Savitar_ contiene e precede gli Dei, così _Sûrya_ è celebrato qual divino preposto degli Dei, fornito di tutte le qualità divine (_viçvadevyavant_) e in ispecie della potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, di _viçvakarman_, che appartiene pure ad Indra e a Tvashtar. Ma, poichè _Sûrya_ non arrivò mai, con quel nome, a pigliare una persona mitica importante, la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, anzi che ammettere di essere stati creati da esso; anzi tutti insieme si vantano d'averlo collocato nel cielo, di averlo scoperto, mentre era nascosto. Ma vi ha di più. Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli sdegni del Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, si compiace d'averle fatto in pezzi il carro. Un simile cattivo servigio rese pure il Dio Indra a Sûrya, un vedico Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote del suo carro.

Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio non vuole più lasciar vincere la corsa all'aurora, e le rompe col fulmine il carro; l'aurora luminosa promette giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di pioggie, appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo, sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli han uopo di pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta col fulmine il corso del sole, rompendogli una ruota del carro.

Altre distinte personificazioni del sole propriamente detto non ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo riferite non sono evidentemente abbastanza vive, perchè possa esserci lecito, dagli Inni vedici al sole, disegnare i caratteri principali della mitologia vedica. Conchiudiamo adunque che, se il sole ha fatto germogliare alcuni miti vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un principio d'epopea.

Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, il sole di mezzogiorno non creò verun mito importante; la poesia lo canta solamente, quando nasce misteriosamente, quando misteriosamente muore, quando le nuvole di giorno o le tenebre della notte lo nascondono, quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente all'Oriente i mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio piglia molte nuove forme fantastiche, diviene Vivasvant, Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e una parte di esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno si toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno del sole luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare ad un trionfatore, e si festeggia però nel sole mattutino il vincitore dei mostri notturni, il liberatore del male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più nella sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè non si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma delle tempeste, a compiere nel cielo la sua battaglia, velando il sole. Allora il sole si rianima col mito, ripiglia persona ora come nemico d'Indra che lo avvolge di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano di oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra a squarciarle e liberare il suo protetto. Il mito si crea certamente nella natura fisica, ma esso ha bisogno per prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel cielo, che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, è trattato dall'uomo con piena confidenza, è chiamato col nome di _Mitra_ od _amico_; chè, se il Mithra iranico prese proporzioni solenni come nume, ciò avvenne per aver egli servito specialmente a determinare il sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento e quello della morte ci fanno pensare: quanto alla vita medesima, essa si vive; ma non si saluta se non quando essa arriva e quando si teme di perderla. Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido ha d'uopo dello straordinario istantaneo; legandosi, combinandosi poi tra loro i miti nascono la leggenda mitica, l'epopea e la novellina popolare; ma il mito per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma, esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando noi studiamo il Dio nella sua natura complessa, non abbiamo un solo mito, ma parecchi miti che si sono ordinati ad una certa unità personale. L'arte greca ha rappresentato con forme estetiche, perfette, queste unità; ma ogni unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle varie note mitiche primitive, senza le quali non si costituisce alcun'armonia divina. Gl'Inni vedici, ove abbiamo più spesso i miti isolati e dispersi, che la persona divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei quali è balzato fuori completo in tutto il suo splendore; tutti invece si composero per il successivo aggregarsi di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni mito è per sè stesso una di queste molecole luminose.

LETTURA QUINTA.

LA LUNA.

Nelle lingue di tipo greco e latino l'astro lunare divenne un femminino; perciò le sue forme divine riuscirono Dee, secondo i varii loro aspetti diversamente appellate, Selene, Artemis, Persefone, Cinzia, Diana, Lucina, Proserpina. Tuttavia, presso il femminino _Luna_ si conosce pure il mascolino _Lunus_. Nella lingua vedica come nelle lingue di tipo slavo e germanico, la luna si rappresentò invece specialmente come un mascolino, coi nomi di _Soma_, di _Indu_ e di _Candra_ e forse pure di _Angiras_ e di _Manu_. Tuttavia, anche negli Inni vedici, come dipoi frequentemente negli scritti sanscriti, incontrasi esplicitamente la luna come un essere femminino. Questi nomi sono _Anumati_, la propizia, una specie di Madonna delle Grazie, la luna nella vigilia del plenilunio; _Râkâ_, la splendida, la luna nel plenilunio; _Sinîvalî_, forse la cieca da un occhio, la luna nella vigilia del novilunio, e _Kuhû_ o _Guñgu_ d'oscura etimologia (quando non stia per un ipotetico _kubâhû_, al quale mi fa pensare l'appellativo _Subâhû_ che trovo dato alla _Sinîvalî_ nel _Rigveda_; come dubito che _guñgûr ya_ sia da correggersi nell'inno 32º del II libro, anzi tutto in _gunguriryâ_, e _gunguris_ in _svañguris_ da confrontarsi con _svañguris_ della strofa settima dell'inno citato). A questi quattro femminini rappresentanti la luna è possibile che debba pure aggiungersi l'appellativo _Aranyânî_, ossia _la silvestre, la Dea silvestre_, che viene cantata nell'inno 146º del X libro del _Rigveda_, e nella quale, ove l'identificazione reggesse, riuscirebbe facile il riconoscere la Diana cacciatrice. La notte è la selva scura del mito, piena di bestie feroci, che la luna deve con la sua luce cacciare. L'inno vedico suona così: «O Aranyânî, o Aranyânî, che ti nascondi, perchè non vieni nella tua dimora, poichè tu non temi? Aranyânî, quando, al muggito del toro, il _c'ic'c'ika_ (il gufo?) risponde, come allo strepito di timballi, correndo si avanza. Le vacche mangiano, la casa s'illumina; nella sera Aranyânî scarica (ossia aiuta col suo splendore a scaricare) i carri. Ecco l'uno chiama la sua vacca, ecco l'altro spezza le legna; si crede che alcun essere abitante in Aranyânî abbia chiamato. Aranyânî non uccide, se altri non si muova contro di essa; dopo che s'è cibato del dolce frutto, ciascuno quindi si riposa a suo piacere; io celebrai Aranyânî la madre delle belve, l'unica, profumata, apportatrice di molti cibi, senza che essa abbia uopo di arare.»

Quando questa _Aranyânî_ madre delle belve (_mr'igânâm mâtar_) non sia la notte selvosa, nella quale le belve si producono, essa non può essere se non la luna, la quale in sanscrito trovasi pure chiamata col nome di _mr'igapiplu_, ossia _bestia rossa_, ed anche _mr'igarâg'a_, o _il Re degli animali_, il biondo leone, e ancora _mr'igarâg'adhârin_ e _mrigarâg'alakshman_, ossia _portante per insegna il leone_, o semplicemente _mrigânka_, ossia _segnato con la belva_. Questi e somiglianti appellativi sanscriti della luna ci rappresenterebbero la luna come signora della selva notturna e delle fiere che la popolano, e giustificherebbero il riscontro da noi fatto fra essa e l'invocata _Dea silvestre_ o _Aranyânî_ vedica, la quale tuttavia, lo ripeto, potrebbe aver pure rappresentato la notte scura.

Ma, se ci resta qualche dubbio intorno all'_Aranyânî_, non ci è lecito conservarne alcuno sopra le altre quattro Dee già nominate, _Anumati_ e _Râkâ_, le due lune del plenilunio, _Sinîvâlî_ e la supposta _Kuhû_ o _Guñgu_, le due lune del novilunio: _Sinîvâlî_ è particolarmente invocata per _porre il germe generativo_ (_garbham dhehi Sinîvâlî_; _Rigv._, X, 154), e chiamasi perciò _bahusûvarî_, ossia _molto generativa_. I suoi appellativi di _subâhu_, _svañguri_ (che io dubito siansi sostituiti, per un eufemismo del poeta lirico coi più antichi probabili e più caratteristici appellativi della nuova luna _kubâhû, kvañguri,_ onde si foggiò, a senso mio, per corruzione del linguaggio una Dea fittizia lunare, chiamata ora _Kuhû_, ora _Guñgu_), sono molto curiosi. Poichè sia che supponiamo, secondo la ipotesi che tento per la prima volta e che, per quanto ardita, oso raccomandare agli studiosi, invece degli epiteti dati alla _Sinîvâlî_ che ci conserva il testo attuale del _Rigveda_, gli aggettivi _kubâhû_, ossia _dalle piccole braccia_, e _kvañguri_, ossia _dalle piccole dita_, attribuiti alla luna nuova che mostra appena i suoi cornetti, sia che leggiamo col testo attuale _subâhu_, ossia _dalle belle braccia_, e _svañguri_, ossia _dalle belle dita_, noi abbiamo qui un principio di personificazione femminina nella nuova luna. _Sinîvâlî_ ha dunque, come nuova luna, _braccia_ e _dita_, e, com'io credo, _piccole braccia_ e _piccole dita_ convertite poi _in braccia_ e _dita belline_. Ma che cosa deve fare _Sinîvâlî_ nel cielo, con quelle braccia, con quelle dita? Essa prepara il germe. Nelle novelline russe abbiamo mani e dita meravigliose di fate che fanno un fanciullino nano di pasta e poi vi soffiano la vita, e ne nasce un piccolo eroe, come abbiamo il pisello miracoloso che cade a terra, e fa nascere un fanciullo eroe, una delle prime prodezze del quale è quella di salire al cielo. La luna, non rechi meraviglia l'intenderlo, è ancora quel pisello celeste; la luna, tra i suoi molti appellativi sanscriti, ha pure quello di _hari_, parola che vale ora _verde_, ora _giallo_. Nelle novelline popolari avrete trovato che ora è un vecchio, ora un fanciullo quello che vola al cielo sopra un legume (ora un fagiuolo, ora un pisello, ora un cavolo, ora altro legume del rito funebre). Quel legume è sempre la luna. L'eroe che sale al cielo ne cade sempre; il sole e la luna, dopo essere saliti al cielo, discendono a terra, ossia tramontano. È la loro eterna vicenda. Io non posso qui darvi altro che un breve accenno; ma sarei infinito, se io volessi farvi tutta la storia delle vicende del mito lunare nella tradizione popolare: vi basti che il _formaggio_, che la volpe rapisce, ossia fa cadere dalla bocca del corvo, è la luna che l'aurora mattutina fa cadere sul fine della notte; vi basti che la luna cece o fagiuolo è il viatico mitico de' morti, di cui l'uso funebre indo-europeo ha conservato numerose traccie; vi basti che l'obolo, che il morto dà a Caronte per passare il fiume Stige dell'inferno, è ancora la luna, mercè la quale l'eroe solare può attraversare l'oceano notturno. Nelle novelline russe il buono operaio vede galleggiare fuori delle acque una monetina, una _kapeika_, la quale basta a portargli fortuna. Troverete ancora molti critici pronti a deridere simili riscontri; ma coi loro scherni non impediranno alla verità di camminare. Io non posso qui insistere sopra alcuna comparazione, perchè a costo di riuscire aridissimo mi sono proposto di tenermi stretto all'argomento. Volli tuttavia accennarvi di passo, come le nostre indagini possano riuscir feconde; e ripiglio il mio tèma con più dimesso stile.

_Sinîvâlî_ dunque, la luna nuova, nel cielo vedico, ha braccia e dita, e con esse prepara il nuovo germe. Questo germe, che deve nascere, è evidentemente, nel cielo, il sole mattutino. Ma, raffigurata la luna come una madre essa stessa celeste, essa divenne, per questa e per altre ragioni che accenneremo, la proteggitrice dei parti e de' matrimonii. Secondo l'uso nuziale indo-europeo, i matrimonii devono essere sempre celebrati, per buon augurio, nella quindicina luminosa della luna, quando la luna è veramente _luna_ o _lucina_ o _luminosa_, ossia fra il novilunio ed il plenilunio, tempo che si crede propizio, per eccellenza, alla fecondità, nè solo alla fecondità del germe animale, ma anche del germe vegetale ne' campi, onde le numerose superstizioni popolari agricole che si riferiscono agli influssi lunari, influssi che del resto la scienza non nega assolutamente, sebbene ne riduca il potere. Ma, se la vedica _Sinîvâlî_ ci dà indizii preziosi, anche più importante è quello che l'inno vedico 32º del II libro del _Rigveda_ ci fa sapere di _Râkâ_, la nuova luna. Noi troviamo spesso nelle novelline popolari la strega che alla figlia non sua, alla bella (l'aurora vespertina), impone un lavoro straordinario al di sopra del potere della fanciulla; la povera fanciulla si dispera e si raccomanda alla Madonna, della quale talora pettina con grazia il crine, dicendo che vi trova perle (le stelle); la Madonna è contenta della pia fanciulla e compie per essa l'opera impostale dalla strega. Invece della Madonna trovasi talora una meravigliosa bambolina, o fanciulla di legno (una specie di _Aranyânî_), la quale ha piccolissime dita, e può con esse preparare una camicia o un abito così fine che passi nella cruna dell'ago, o possa star chiuso entro un guscio di nocciòla. Noi abbiamo già visto la luna _Sinîvâlî_ dalle belle e forse dalle piccole dita.

Ora incontriamo la luna _Râkâ_, la quale con quelle stesse dita, e per di più con _un ago che non si rompe, cuce l'opera;_ ossia, nel cielo, il velo d'oro che l'aurora mattutina reca allo sposo; il velo, l'abito, la veste del giovine sole, la tela d'Aracne, che si distrugge al mattino, la tela che Penelope prepara allo sposo Ulisse. Infatti, subito dopo aver nominato l'opera che _Râkâ _deve cucire, si aggiunge, _dia a noi l'eroe dai cento doni, degno di esser celebrato_. Evidentemente qui si trattò, in origine, dell'eroe solare celeste; ma poi la strofa divenne sacra, passò nel rituale dell'uso domestico, e, per ogni figlio nascituro sopra la terra, si ripetè la stessa invocazione. Chè, se rechi meraviglia il sentire come la luna, cucendo l'opera, produce un figlio, può scemar questa meraviglia, quando si pensi al probabile equivoco di linguaggio nato tra le radici _siv, syu, sû=cucire_ (confr. pure il vedico _sùcî=ago_), onde _sûtra=filo_ ed il latino _suere_, e la radice _sû_ «generare,» onde _sûta, sûnu_ «il figlio.» Il cucire è un mettere insieme, un aggiungere, e la creazione si fa appunto aggregando. Ma oltre i nomi femminini e divini di _Sinîvâlî _e di _Râkâ_, dicemmo che la luna piena ha pure quello di Anumati. La parola vale, nel suo significato storico, _mente bene disposta, mente propizia, benevolenza, grazia_, e quindi _la graziosa, la benigna_. La invocavano nel periodo vedico gli amanti e le partorienti; un inno dell'_Atharvaveda_, dopo avere propiziato ad Anumati, canta: _gli Dei sveglino l'amore_ (o _la memoria_); _abbia egli compassione di me_. Ora questa _Anumati _che deve ridestare lo _smara_, o la memoria nello smemorato amante, o pure destar l'amore d'un indifferente, quest'_Anumati_, nominando la quale i poeti dell'_Atharvaveda _fanno per lo più un giuoco di parole sopra la sua etimologia (_Anumate manyasva = Anumate anu hi mansase nah_), questa _anu-mati_ che vale al tempo stesso _la mente verso_, ossia _la mente bene disposta_, e _la mente dopo_, ossia _il ricordo, la memoria,_ ci spiega la ragione, per cui _Râkâ, Sinivâlî_ e _Anumati_ stessa vengano negli Inni vedici nominate come tre sorelle, figlie di _Angiras_ il mobile, che si confonde col luminoso, e della _Smr'iti_ ch'è ad un tempo stesso, per sapiente e poetico connubio, _amore_ e _memoria_. Probabilmente nel mito son nate prima le figlie dei loro parenti; tuttavia, poichè il divino padre _Angiras_ e la divina madre _Smr'iti_ sono già persone vediche, giova qui considerarne alquanto la natura. Talora, invece di _Smr'iti_, troviamo nominata come madre la _Çraddhâ_, ossia _la fede_, ch'è anch'essa una specie di memoria, e che si rappresenta nel _Tâittiriya Brâhmana_ qual madre di _Kâma_ l'amore, e, più tardi, il Dio dell'amore. _Çraddhâ_ stessa è chiamata nel _Çatapatha Brâhmana_, figlia di _Sûrya_ il sole; il che ci fa pensare, innanzi d'essere la fede, la _Çraddhâ _fosse altro. La fede è, ad un tempo, quella che unisce, quella che rallegra (dalla radice _çrath_ che vale _rallegrare_ ed _unire_). _Angiras_ appare ora sposo della _Smr'iti_ (Amore-memoria), ora della _Çraddhâ_ (Fede, come quella che unisce e rallegra). Tanto fa pure l'_Anumati _loro figlia, che sappiamo già rappresentare con _Râkâ_ la luna piena. Ma _Anumati, Râkâ, Sinîvâlî_, fasi lunari divenute Dee liberali, benefiche, fecondatrici, operaie divine, saranno esse figlie della luna stessa, o pure _Angiras_ e la _Çraddhâ_ appartengono ai fenomeni luminosi del sole vespertino? Noi abbiamo già veduto il sole _Pûshan_ messo in relazione con _Soma_, col suo stimolo svegliar la preghiera, indicar l'ora della preghiera vespertina. _Angiras_, padre delle tre sorelle lunari, è egli ancora il sole vespertino, o è desso già la luna? _Çraddhâ_, la figlia del sole, è dessa l'aurora vespertina o pure la luna? Nel _Taittiriya Brâhmana_, il Dio _Soma_, ossia il Dio Luno, si mostra innamorato di _Sîtâ Sâvitrî_, ossia di _Sîtâ_ figlia di _Savitar_ (il sole, come dicemmo), mentre _Çraddhâ_ è innamorata di lui e si raccomanda al Dio _Prag'âpati_, perchè faccia innamorare _Soma_ di lei. Qui evidentemente _Çraddhâ_ non dev'essere soltanto una personificazione lunare; tuttavia io non m'arrischierei a rappresentarla, come suppongo ch'ella sia, una forma dell'aurora vespertina, rispondente[15] al vespertino _Pûshan_, risvegliator della preghiera, nel trovare presso il _Yag'urveda nero_ (citato dal Muir) che il Dio _Prag'âpati _aveva trentatrè figlie, le quali divennero tutte spose di Soma. Come distinguere l'essenza mitica di ciascuna di esse? Tuttavia, facendoci il _Taittiriya Brâhmana_ conoscere che, con l'aiuto di _Prag'âpati, Çraddhâ_ conquistò l'amore di _Soma_, dobbiamo supporre ch'essa, come _Rohinî_ (propriamente la _crescente_), sia stata una delle spose predilette del Dio Luno, di _Soma_. E tanto più lo dobbiamo pensare, poichè _Çraddhâ_ è la figlia del sole, e gli Inni vedici descrivono a noi in modo così solenne le nozze del Dio _Soma_ con _Sûryâ_, ossia l'appartenente a _Sûryâ_ il sole, la figlia del sole, che quell'inno mitico diede poi le formole rituali all'uso nuziale indiano. _Sûryâ_ è per me l'aurora vespertina, sorella del Dio _Pûshan_, che appare pure come suo sposo; egli è geloso del Dio _Soma_ a cagione di _Sûryâ_. Questa gelosia celeste fra il sole e la luna, innamorati ad un tempo dell'aurora, diede origine a molti miti, i quali si svolsero finalmente in numerose e ricche leggende. Nell'inno 85º del X libro v'è un passo, nel quale parrebbe che _Pûshan_ si identificasse con _Soma_ lo sposo divino di _Sûryâ_. Vi si dice, infatti: «_Soma_ era lo sposo; i due _Açvin_ (una forma poetica del crepuscolo solare e del lunare, ossia ancora del sole e della luna considerati come gemelli) assistevano entrambi come paraninfi, quando _Savitar_ contento nell'animo diede _Sûryâ_ allo sposo. Quando, o _Açvin_, veniste col triplice carro per menar via _Sûryâ_, tutti gli Dei acconsentirono, _Pûshan_ vi elesse come figlio per suoi proprii parenti.» Ma in questo passo non si può interpretare soltanto che _Pûshan_ è lo sposo, ma che _Pûshan_ è il fratellino della sposa, il quale vien perciò carezzato e protetto dagli _Açvin_, che ora amano l'aurora come amanti, ora la proteggono come fratelli maggiori.

Da questi lievi indizii è facile il vedere come agevolmente abbiano potuto confondersi i caratteri del sole vespertino con quelli della luna, che appare quando il sole cade, quando caduto il sole vespertino rimane ancora il cielo occidentale rosato, ossia l'aurora vespertina.

Quindi la difficoltà di dichiarare, in modo preciso, l'essenza fisica d'alcuni miti che occuparono pure grandemente la primitiva immaginazione ariana. Noi non abbiamo nessun dubbio intorno all'essere esclusivamente lunare di _Râkâ_ e _Sinîvâlî_; ma, giunti ad _Anumati_, se per un verso essa ci rappresenta la luna piena, per l'altro, come _la grazia, la benevolenza_, può riferirsi non meno all'aurora che alla luna; in entrambi i casi poi essa ci aiuta a spiegarci la Madonna protettrice, la buona fata delle tradizioni popolari. Il professor Max Müller ha già nell'_ahanâ, dahanâ_, aurora mattutina vedica, riconosciuta l'_Athene_; così dicasi della _Minerva_, degna di essere paragonata alla nostra _Anumati_, e più ancora ad una vedica _Aramati_, che il Dizionario Petropolitano spiega per _arammati_, ossia avente la _mente pronta_, che ci richiama alla nostra aurora sollecita, risvegliata e risvegliatrice. Quest'_Aramati_ è nel _Rigveda_ chiamata _tessente_ (_vayantî_); quando la notte arriva, cessa dall'opera, o la continua in segreto, con l'aiuto e per opera della luna; quando sta per arrivare, al mattino, il divino _Savitar_, essa ripiglia il suo tessuto abbandonato la sera.

Qui evidentemente abbiamo sempre l'aurora, vespertina e mattutina, vigile e destra all'opera, senza intervento della luna, che, in altri momenti, appare invece a cucir l'opera, ossia a preparare il tessuto allo sposo dell'aurora, ossia a dar l'aurora al sole, il sole all'aurora, come proteggitrice de' matrimonii.