Letture sopra la mitologia vedica
Part 6
_Brihadrathâ_, ossia _dal vasto carro_, è chiamata l'aurora nell'inno 80º del V libro del _Rigv._; nell'inno 65º del VI libro sono celebrate al plurale le aurore _aventi carri luminosi_ (_c'andrarathâh_) che si avanzano coi cavalli _dalle redini rosee_ (_arunayugbhir açvâih_); _dal carro luminoso, mobile e faciente muovere_ (_c'andrarathâ, sûnritâ, irayantî_) è chiamata l'aurora nell'inno 61º del III libro; nell'inno 75º del VII libro leggiamo che _bei cavalli rosseggianti apparvero portanti l'aurora luminosa_, la quale _se ne viene bella, sopra un carro tutto illuminato_ (o forse meglio, illuminante tutto). Nell'inno 77º del VII libro l'aurora è celebrata come _arrecante il biondo, conducente il bel cavallo_ (s'intende il sole; _vahantî çvetam, nayantî sudr'içîkam açvam_); nello stesso inno la ricchezza dell'aurora dai molti doni è chiamata composta di vacche, di cavalle, e di carro, ossia de' doni ch'essa reca sopra il suo carro (_isham c'a no dadhatî viçvavâre gomad açvâvad rathavac' ca râdhah_); nell'inno seguente il carro dell'aurora è chiamato _aperto, vasto, luminoso_, ed essa sale sul carro che si attacca da sè tirato da cavalli che si aggiogano pure da sè (_âsthad ratham svadhayâ yugyamânam â yam açvâsah suyug'o vahanti_); nell'inno 51º del IV libro le aurore divine con cavalli infrenati ordinatamente (o a tempo) _percorrono sempre i mondi, sveglianti il dormiente bipede e quadrupede che vive al moto_ (_yuyam hi devîr r'itayugbhir açvaih pariprayâtha bhuvanâni sadyah prabodhayantîr ushasah sasantam dvipâc' catuspâc' carathâya g'îvam_); nell'inno 61º del III libro del Rigv. si prega perchè l'aurora _hiranyavarnâ_ (ossia _l'aurora per eccellenza, aurora dal color d'oro_) sia portata dai cavalli _che hanno bei freni_ (o _bene infrenati, suyamâsah_) e dalla molta forza. Nell'inno 124º del I libro del _Rigv_. si celebra l'aurora come la _prima delle arrivanti_ (o _delle distendentisi_) che splendette (_âyatînâm prathamoshâ vy adyaut_). Celebrando insieme la notte e l'aurora, l'inno 123º del I libro canta: «L'una va, l'altra viene, belle entrambe, diversamente, insieme vanno (ossia si seguono) le due luminose; delle due dominanti per turno, l'una la tenebra disperse, l'aurora splendette su carro rifulgente (_çoçuc'atâ rathena_).» Nell'inno 113º del I libro si dice che la nuova aurora segue la via delle aurore passate e succede alla prima delle arrivanti infinite (chiamate pure fra loro stesse in unione col nome di sorelle) e che svegliante coi cavalli rosseggianti arriva sopra un carro bene aggiogato. Nell'inno 92º del I libro i raggi rossi o luminosi dell'aurora chiamati _gâh_, che si aggiogano da sè, possiamo interpretare così bene per vacche come per cavalli (_ud apaptann aruna bhânavo vr'ithâ svâyug'o arushîr gâ ayukshata_). L'inno 49º del I libro del _Rigv_. incomincia così: «O aurora, arriva dalla parte luminosa del cielo coi fortunati; alla casa del devoto che a te propizia ti portino i rosseggianti; con quel bel carro di bella forma, sul quale, o aurora, tu sei salita, con quello ora proteggi, o figlia del cielo, _l'uomo di buona fama_ (_suçravasam ganam_).» Nell'inno 48º del I libro traduco nel modo seguente la terza e la settima strofa: «L'aurora già splendette e risplende ora la dea guidatrice di carri, i quali, negli arrivi di essa, corrono come fiumi al mare (_samudre na çravasyavah_).[8] Essa (si) aggiogò lontano dove nasce il sole; questa propizia (o fortunata) aurora si avanza risplendente verso gli uomini sopra cento carri.» Nell'inno 116º del I libro del Rigv. la figlia del sole, che non può essere se non l'aurora, salendo sopra il carro dei due Açvin (i Dioscuri indiani) arriva _alla mèta vincendo la corsa_(_â vâm ratham duhitâ sûryasya kârshmevâtishthad arvatâ g'ayanti_). Di questa sfida alla corsa nel cielo, vinta dagli Açvin e dall'aurora, serba pure memoria la tradizione posteriore vedica brâhmanica.
Così noi abbiamo sicuramente dimostrato l'aurora pastorella, e l'aurora guidatrice di carri.
Non dimentichiamo ora l'idea fondamentale, dalla quale siamo partiti, cioè che nell'aurora, oltre la luminosa, la bella, vuolsi pure osservare la mobile, per cui essa potè facilmente trasformarsi in _go_ ed in _açvâ_. Come _açvâ_, è la prima ad arrivare, la prima ad apparire, la più sollecita. Noi abbiamo veduto l'aurora che è ad un tempo _go_ e conduttrice di vacche, _açvâ_ e guidatrice di cavalli. Abbiamo detto uno degli appellativi assai frequenti dell'aurora essere, negli Inni vedici, _sûnr'itâ_, che vuol dire _mobile, agile, sollecita_; ma essa non è solo celebrata come _sûnr'itâ_, ossia _agile_, ma come _netrî sûnr'itânâm_, ossia _guidatrice delle agili_. Ed eccoci un novissimo e poetico aspetto dell'aurora, l'aurora ballerina, l'aurora guidatrice del coro delle ballerine; eccovi le _apsare_, eccovi le ninfe celesti, con le quali gli Dei immortali temperano la noia dei loro ozii olimpici. Ma, perchè ogni affermazione tenta qui aver la sua prova, cerchiamo anche di questo poetico mito alcun esempio vedico che lo confermi. Nella quarta strofa dell'inno 92º del I libro del _Rigv_. leggiamo che l'aurora _si orna come una ballerina_; che _si scopre il petto come una vacca_ (_adhi peçânsi vapate nr'itûr ivâpornute vaksha usreva barg'aham_). Nello stesso inno essa è chiamata _splendida guidatrice delle agili_ (_bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_), e _per piacere, essa sorride come un lusingatore_ (_çriyê ch'ando na smayate_). Nell'inno 113º dello stesso libro ci ritorna la _bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_, ossia la _splendida conduttrice delle agili, giovane, in veste luminosa_ (_yuvatih çukravâsâh_). Nell'inno 123º l'aurora ci è paragonata ad una fanciulla che vezzeggia col corpo (_hanyeva tanvâ çaçadânâ_), giovine, sorridente, splendida, che in oriente si discopre il seno (_samsmayamânâ yuvatih purastâd âvir vakshansi vibhâtî_), e quindi ancora viene comparata ad _una bella fanciulla adornata dalla madre che si discopre il corpo per farlo vedere_ (_susamkâçâ mâtrimr'ishteva yoshâvis tanvam kr'inushedriçe kam_). Nell'inno 124º traduco la terza strofa nel modo seguente: «_L'aurora si manifesta come il seno d'una vergine; come la vacca_ (discopre il petto) _essa discoverse a noi le cose care_»[9] (_upo adarçi cundhyuvo na vaksho no dhâ ivâvir akr'ita priyâni_). Quest'ultima espressione (s'io avessi avuto la fortuna di bene interpretare il passo vedico) potrebbe essere di una terribile ingenuità, e varrebbe ad agevolarci la via di comprendere i misteri fallici che servirono di fondamento a tanta parte delle antiche religioni e mitologie. E gli Inni vedici all'aurora ritornano ancora altre volte alla stessa immagine. Nell'inno 64º del VI libro leggiamo: «Divina aurora, tu bella lucente co' tuoi splendori ti scopri il petto» (_âvir vakshah kr'inushe_). L'inno 76º del VII libro chiama l'aurora ora _gavâm netrî_, ora _netrî sûnri'tânâm_, ed essa si congiunge in tutti gli inni del VII libro con _râdhas, rayi_, la ricchezza; nell'inno seguente si paragona ancora l'aurora a giovine donna; nell'inno 115º del primo libro si dice che il sole va dietro alla divina aurora lucente, _come un uomo dietro una donna_ (_Sûryo devîm ushasam roc'amânâm maryo na yoshâm abhy eti paçcat_; in questo inno ancora la _Pr'ithivî_ trovasi identificata con l'aurora come quella che cresce e grandeggia nel cielo). Nell'inno 80º del V libro l'aurora discopre ancora il corpo dalla parte d'Oriente; e appare bella alla vista come un bel corpo che si scopre, come una donna levatasi dal bagno (_eshâ çubhrâ na tanvo vidânordhveva snatî driçaye no asthât_). Dopo tutte queste prove, io dovrei durar poca fatica a dimostrarvi come la Venere sia uno degli aspetti più frequenti dell'aurora vedica.
3. _L'aurora eroina_. Noi abbiamo, in ogni maniera, finqui la certezza dell'aurora raffigurata come pastorella, come guidatrice di carri, come saltatrice del cielo, come donna bellissima. Vediamo ora le sue parentele celesti. Il suo nome più frequente è quello di _duhitar divah_, ossia di _figlia del cielo_, chiamata perciò anche _divig'âs_, ossia _nata nel cielo_. Ma, oltre il cielo, il _Rigveda_ ci dà pure come padri dell'aurora, talora il Dio Indra, il sommo reggitore del cielo, talora Sûrya, il sole. Aditi le fu madre; talora invece parrebbe madre dell'aurora luminosa e chiara la notte scura (_çukrâ krishnâd ag'anishta çvitîcî; Rigv_., I, 123); ma, nello stesso inno, in cui ci si dice che la bianca è nata dalla nera, la notte vien chiamata _sorella_; e rappresentasi ora come buona, congiunta strettamente con l'aurora, ora come sua nemica ch'essa caccia lontano, e della quale rimuove le tenebre. Come sorelle concordi sono chiamate insieme _ahanî_ (_Rigv_., I, 123), _dyavâ_ (_Rigv_., I, 113), _le due splendide, le due insieme congiunte, le due immortali, le due succedentisi_, simili e pur diverse, che non stanno ferme e che pure non s'incontrano mai. Abbiamo qui una forma d'indovinello vedico; altri esempii somiglianti si potrebbero riferire dal _Rigveda_. Accennammo già come Varuna sia il reggitore divino della notte e Mitra, l'amico sole, il reggitore del giorno; uno dei sinonimi di Mitra è Bhaga. Come l'aurora è la sorella della notte, così nel citato inno 123º vien ricordata quale sorella di _Varuna_ e di _Bhaga_ (_bhagasya svasâ varunasya g'âmir_). Abbiamo finqui dunque il sole padre dell'aurora, come quello che è supposto mandarla fuori innanzi a sè; il sole fratello dell'aurora, come quello che appare quasi contemporaneamente con essa: ma il sole appare ancora, rispetto all'aurora, in due altri aspetti, come sposo e come figlio. A Varuna essa concede solamente le sue lusinghe e gli reca danno; al sole, a Mitra, essa invece aggiunge forza, potenza, splendore; perciò un inno del _Rigveda_ (III, 61), forse con un po' di giuoco di parole, la chiama _mahî mitrasya varunasya mâyâ_ (accrescitrice di Mitra,[10] di Varuna ingannatrice.) Da quella che accresce il sole, alla madre del sole è lieve il passo; l'inno 113º del I libro del _Rigveda_ ci fa sapere che l'aurora generata per produrre il sole, ebbe dalla notte la _yoni_ o _vulva_ necessaria per quella produzione (_yathâ prasûtâ Savituh savâya eva râtrî Ushase yonim arâîk_); qui ancora abbiamo un piccolo giuoco di parole, come chi dicesse in italiano _generata per la generazione del generatore_.
Così l'aurora è essa stessa generata e generatrice, figlia e madre del sole; nè solo figlia e madre del sole, ma anche figlia e madre del cielo luminoso, ossia della luce; _svâr g'anantî_, ossia _generante il cielo luminoso_, l'appella perciò l'inno 61º del III libro del Rigveda. E poichè abbiamo detto che il cielo luminoso è la sede degli Dei, non reca meraviglia il trovar l'aurora _la generatrice del giorno che si schiara o primo giorno_ (_g'anatî ahnah prathamasya_; _Rigv_., I, 125), chiamata non solo l'apportatrice degli Dei, ma anche la madre degli Dei (_mâtâ devânâm_; I, 113), che sono per noi le forme animate del cielo luminoso. Ma, oltre il sole fratello, il sole marito, l'aurora ha pure degli amici; questi amici suoi del cuore sono i due fratelli Açvin (così l'Elena ellenica trovasi congiunta coi Dioscori); l'inno 52º del IV libro del _Rigveda_ ce lo dice in termini espliciti: _l'aurora fu la compagna_ (od _amica_) _degli Açvin_. Noi abbiamo già veduto come gli Açvin, con atto gentile e cavalleresco, abbiano fatto salire sul loro carro la bella aurora, perchè potesse vincere la corsa ed arrivare prima alla mèta. Ora con questo episodio è probabile che se ne debba congiungere un altro, vedico ancor esso. Noi vedemmo già di che sorta lusingatrice fosse l'aurora per i poeti vedici; e quell'epiteto di _bhuvanasya patnî o sposa del mondo_ che un inno le dà, ci fa nascere il sospetto che il marito legittimo dell'aurora se ne sia offeso, ed abbia preso dispetto contro la troppo lusinghiera sua consorte. L'inno 79º del V libro del _Rigveda_ invita l'aurora ad apparire, a non distendere troppo lungamente la trama dell'opera sua, perchè non venga il sole ad abbruciarla come si abbrucia un ladro nemico. La strofa è molto caratteristica, per la notizia che ci dà di un uso poco civile di quell'età primitiva; ma è importante anche, perchè ci permette di sospettare la ragione probabile di un atto brutale commesso dal Dio Indra nel _Rigveda_, a danno dell'aurora. Indra non fu già marito dell'aurora; eroi del carattere d'Indra non possono pigliar moglie stabile; ad Indra non ispiacciono punto le donne, anzi è per cagione di esse ch'egli viene finalmente sbalzato dall'Olimpo; ma ei non si lega con alcuna Dea o donna mortale, con patto eterno; è vago di avventure, si compiace di belle forme, e sa anche, in qualche occasione, mostrare un cuor tenero. Nell'inno 80º dell'VIII libro del _Rigveda_ appare in relazione con Indra una fanciulla di nome _Apâlâ_, che io sospetto essere la nostra aurora. L'aurora della sera si fa brutta, ossia si oscura nella notte; è Indra che compie il miracolo di ritornarla bella, passandoci sopra, dopo essere stato pregato da lei, dopo avere inteso il voto della pia fanciulla discesa alla fonte per attingere acqua, affinchè il _Soma_ od _Indu_, o l'ambrosia (lunare) in essa trovata, scorra verso Indra sempre avidissimo del _soma_ ambrosiaco; Indra, passando tre volte, con la ruota, col carro, col timone sopra di essa, ossia sopra la testa, sopra il petto, sopra il basso ventre di lei, ne leva via la pelle orrida e scura, e purificandola in tal modo, le dà una pelle aurea (_apâlâm Indra trish pûtvy akrinoh sûryatvac'am_). Qui Indra appare come benefattore della fanciulla aurora; ma bisogna aggiungere ancora come questa fanciulla si mostra vergine, semplice, pia e debole. Ma, quando l'aurora ardisce, come guidatrice di carri e di cavalli, emulare i guerrieri, e ribellarsi forse al potere stesso d'Indra, il guerriero per eccellenza, e contrastargli indomita, questa prima forma d'Amazzone offende il belligero Indra, che pone, come Teseo, come Siegfried, tutto il suo orgoglio nel vincere la fiera virago. Indra che squarcia le tenebre, Indra che squarcia le nuvole, non pare così potente come Indra che caccia dal cielo gli splendori talora malefici dell'aurora, rovesciandone e spezzandone il carro. I Greci trasportarono il mito del guidatore di carri che cade nel fiume, dall'aurora al sole Fetonte. Nel _Rigveda_ è il carro dell'audace aurora che, per la forza d'Indra, è precipitato. «Allora, o Indra (canta l'inno 30º del IV libro del _Rigv_.) tu hai compiuto un atto eroico e virile (_vîryam Indra c'akartha paunsyam_), quando colpisti la figlia del cielo, la donna malefica; l'aurora figlia del cielo grandeggiante tu, Indra il grande, abbattesti; dal rotto suo carro l'aurora fuggì spaventata, quando il potente Indra lo spezzò. Quel carro di lei giace intieramente disfatto e sconnesso; ed essa fuggì lontano.» Un altro inno del X libro del _Rigveda_ (X, 138) ci fa sapere che Indra compì quell'impresa col fulmine; e che l'aurora, per lo spavento del fulmine distruggitore d'Indra, si allontanò dal proprio carro. Qui il mito incomincia a diventare leggenda eroica; ed un mito concatenandosi con l'altro, si disegna forse nello stesso _Rigveda_ una specie di romanzo epico; poichè, quando gli Açvin pigliano sopra il loro proprio carro l'aurora che ha fretta di arrivare, le usano probabilmente quell'attenzione cortese, oltre che per naturale simpatia ed analogia, perchè l'aurora ha perduto il proprio carro distruttole da Indra, del quale gli Açvin come i Marut sono talora i compagni, ma qualche volta anche gli emuli. Un inno dice che l'aurora appare, quando gli Açvin aggiogano il loro carro. Ma, se la leggenda mitica si complicò, l'origine del mito dev'essere stata semplicissima. Come l'aurora, nel maggior numero de' suoi osservatori, desta un senso di grata meraviglia, così nell'infanzia della nostra stirpe potè ad alcuni osservatori inspirar terrore. Noi stessi, i quali diciamo per lo più che il rosso di sera lascia sperare il bel tempo pel giorno seguente, diciamo ancora qualche volta che il rosso di sera è segno di sangue, e che annunzia guerra. Qual meraviglia, che nella prima età patriarcale quell'aurora che gl'Inni vedici chiamano così spesso _grandeggiante_, paresse voler minacciare di occupar sinistramente, come una strega perversa, tutto il cielo? Come nell'aurora vespertina vedremo nascere la fucina di Vulcano, così nell'aurora, specialmente nella vespertina, si dovette vedere alcuna volta una fata maligna, una selvaggia e sinistra virago, che, nel bisogno di pioggia, prometteva invece giorni sempre sereni, e apportava nuova siccità sopra la terra, e benedirsi perciò il potere d'Indra pluvio, che, fulminando, si scatenava nella tempesta, cacciando dal cielo le troppo ardenti aurore.
4. _L'aurora dea. L'aurora sinistra_, nata specialmente dall'aurora vespertina, ha la sua importanza nel mito; poichè, per essa, si possono spiegare le Elene argive, le Amazzoni, le Medee, le Crimildi, e simili tipi di donne, belle di bellezza terribile e fatale. Ma nell'aurora vespertina non si vide solamente la fucina del negromante, e la donna perfida e funesta, ma ancora, come vedremo, la porta del regno de' beati, de' morti maggiori, dove le anime de' morti cercano, morendo, il sole; onde, con pensiero tutto gentile e poetico, un poeta vedico (_Rigv_., VII, 76) immaginò che le anime dei poeti vedici anteriori fossero andate a rintracciare la luce nascosta, per farla risuscitare nell'aurora mattutina. E l'aurora alla sua volta, che abbiamo già conosciuta come madre degli Dei, chiamati perciò _usharbudhah_, ossia _risvegliantisi con l'aurora_, oltre le qualità ch'essa ha comune con altre divinità come liberale, splendida, benefica, ha pure come sua facoltà speciale quella di far muovere, quella di _risvegliare_; essa è la _bodhayantî_, ossia la _risvegliante_ per eccellenza. E poichè dalla radice _budh_, «risvegliare,» nacque ugualmente la _bodhayantî_, ossia _la risvegliante_ e la _buddhi_, ossia _la intelligenza_, ecco nell'aurora vedica mattutina (e poi, per somiglianza di fenomeni, nella primavera) che diffonde la luce, che vede tutto, perchè scopre con la sua luce tutto, che sveglia; ecco, io ripeto, disegnarsi vagamente, presso la bella aurora una _Venere_, presso l'aurora eroica una _Pallade_, e finalmente un _Athênê_ o _Minerva_ nell'aurora luminosa e illuminante, svegliata e risvegliante, sollecitamente operosa e ridestante dal sonno i mortali all'opera sollecita, come dice l'inno vedico, e sospingente ciò ch'è vivo a muoversi.
LETTURA QUARTA.
IL SOLE.
Quando si parla ne' giorni nostri di mitologi, voglionsi essi rappresentare come una specie di sognatori bizzarri, aventi certa loro idea fissa che il sole sia il Dio unico, il Dio universale, in cui si confondono, da cui partono, a cui ritornano tutti gli Dei. Niente di più inesatto e d'ingiusto che un tale giudizio, nato forse dall'avere inteso come il Dupuis, in un'opera più citata che letta, sul fine del secolo passato, interpretasse tutti i miti col sistema solare, il che non è neppure assolutamente vero pel Dupuis, e dalla falsa credenza che i moderni Mitologi comparatori non abbiano altro oggetto, se non quello di dimostrare il sistema solare in tutte le mitologie, aiutati nella comparazione dai sussidii della filologia.
Certamente il tentativo del Dupuis non è punto dispregevole, e, per quanto il difetto di metodo scientifico e la esagerazione sistematica, alla quale il mitologo francese, uscito dalla scuola scettica dell'Enciclopedia, portò il proprio sistema, abbia screditato il libro, non si può negare al Dupuis il merito d'avere, con molto ingegno, intuito la verità fondamentale dell'odierna scienza della mitologia, che cioè non solo la natura fisica, ma particolarmente la celeste, ne' suoi aspetti _animati_, abbia prodotto i miti. Ma, chi credesse che gli odierni Mitologi comparatori derivano l'origine di tutti i miti dal sole, commetterebbe lo stesso errore, nel quale incorsero alcuni critici contemporanei, i quali, per aver veduto il professor Max Müller studiare particolarmente gli Inni vedici riferentisi all'aurora e rilevarne pertanto i miti che si riferiscono ad essa, sentenziarono che la mitologia comparata non vede nel mito se non aurore; per aver visto come il professor Adalberto Kuhn, secondato dal Mannhardt, studiasse specialmente gli Inni vedici, ne' quali si rappresentano i fenomeni naturali del cielo ventoso, nuvoloso, tonante, fulminante, sentenziarono che la mitologia comparata vede solamente nel mito nuvole, lampi, fulmini e tuoni. Per questo errore di raziocinio si calunniarono i nostri studii come capricciosi, quasi che, nella interpretazione mitologica, ciascun mitologo abbia la sua idea ristretta, secondo la quale disfà tutto il lavoro intrapreso da' suoi predecessori per rimettere sul telaio un'opera nuova. Senza dubbio, ogni mitologo può avere i suoi miti prediletti, e, per tale predilezione, lasciar loro invadere alcuna volta il campo che non appartiene più accertatamente ad essi; ma esagerare la propria idea simpatica non vuol già dire negare le idee ad altri simpatiche. Ora, in questo studio, nel quale tutto ciò che si manifesta d'essenziale presso la mitologia vedica vorrei vi fosse dimostrato, spero non meritare l'accusa d'avere trasportato i miti molteplici fuori del loro proprio campo, sì che vi riesca non solo possibile, ma necessario il persuadervi come la mitologia comparata all'infuori della sua tèsi generale che i miti primordiali s'abbiano a spiegare nel cielo, non permette ad alcun mitologo l'arbitrio di rappresentarla tutta con un solo ordine di rappresentazioni de' fenomeni naturali. Noi abbiamo veduto fin qui il Dio cielo e la Dea aurora; oggi vedremo il Dio Sole; in seguito ci appariranno il Dio Luno o la Dea Luna, il Dio fuoco, il Dio vento, la Dea acqua, come si raffigurarono dagli antichi nostri fratelli Arii nel cielo. Voi vedete dunque che per noi il mito elementare, sebbene appaia sempre nel cielo, non è uno solo; che per noi la mitologia non si spiega con un solo fatto, con un solo fenomeno celeste, e che non siamo, per conto degli Autori dei più antichi Inni vedici, idolatri d'alcuna forma speciale del cielo, ma che sentiamo anche noi e ricerchiamo negli Inni vedici, espresso con poetiche immagini, le quali divennero miti, tutto l'entusiasmo provato innanzi alla magnificenza e varietà degli spettacoli della natura animata, e specialmente della vôlta celeste, la quale, sfuggendo più alla nostra analisi, dovette maggiormente accendere la nostra immaginazione.