Letture sopra la mitologia vedica

Part 5

Chapter 53,230 wordsPublic domain

E ancora ritroviamo una _Prithivî_ celeste in quelle due _Dyâvâ-prithivî_ larghe, solide, vaste, invocate per ordine, genitrici, di bell'aspetto, che custodiscono l'ambrosia. Chè, se le leggende posteriori brâhmaniche fanno discendere l'ambrosia, l'acqua della vita, sopra la terra, ove gli eroi fortunati la sottraggono ai draghi guardiani, la vera, originaria sede dell'ambrosia è il cielo. L'inno si termina, pregando _Dyavâ-prithivî_ d'essere padre e madre, ossia protettore completo per i loro devoti invocatori. In tutto l'inno non abbiamo un solo indizio d'una _Prithivî_ terrena, nè un solo epiteto che non possa convenire alla _Prithivî_ celeste. Nell'inno 40º del II libro del _Rigveda_, _Dyu_ e _Prithivî_ sono considerati come creature degli Dei _Soma_ e _Pûshan_, i custodi di tutto l'universo e della divina ambrosia; nell'_amritasya nâbhi_ di _Soma_ e _Pûshan_ è agevole il riconoscere l'_amrita_ od ambrosia, di cui vedemmo già _Dyavâ-prithivî_ custodi, e il _nâbhi_ supremo, a cui nel loro apogeo _Dyavâ-prithivî_ arrivano. E della natura primeva celeste degli Dei vedici _Soma_ e _Pûshan_ non è lecito il dubitare. Nell'inno 41º del II libro del _Rigveda_, _Dyâvâ-prithivî_ s'invocano perchè cerchino fra gli Dei l'offerta sacrificale arrivante fino al cielo, e gli Dei perchè si veggano fra loro; non mi par possibile qui immaginare la terra come messaggera; e mi convien perciò supporre una _Prithivî_ messaggera celeste. Nell'inno 55º del IV libro, _Dyavâ-bhûmî_ equivalenti di _Dyavâ-prithivî_ s'invocano insieme coi _Vasavas_, con _Aditi_, con _Mitra_ e _Varuna_, ossia con persone mitiche di certa origine celeste. E, in un'altra strofa dello stesso inno, come a definirci meglio il carattere di _Dyavâ-bhûmî_ dopo la materna _Aditi_ si nominano i due giorni, ossia il giorno e la notte, l'aurora e la notte (_ahanî-Ushâsânaktâ_). Nell'inno 70º del VI libro del _Rigveda_, le _Dyavâ-prithivî_ sono le fornite di burro, le larghe, le belle, le melliflue, le ricche di seme, tutti attributi che convenendo al celeste _Dyu_ potrebbero pure convenire ad una _Prithivî_ celeste; ma quegli epiteti di _ghritaçriyâ_, _ghritapric'â_, _ghritâvridhâ_, ossia godente nel burro, saziantesi nel burro, accrescentesi nel burro, riferiti alla terra, non si sa troppo quanto le si appropriino, mentre si comprende come la _Prithivî_ ambrosiaca celeste (il burro, il miele e l'ambrosia assimilandosi) possa in tal modo denominarsi. Quando l'ultimo inno del settimo libro prega la _Prithivî_, perchè liberi dal male che viene dalla _Prithivî_ e l'atmosfera dal male che viene dal cielo, è possibile che si tratti della terra e dei mali che possono all'uomo derivare dalla terra. Ma quando il Dio _Indra_, nel sesto inno dell'ottavo libro, estende come una pelle le due _rodasî_, e come esse sono chiamate _Dyavâ-prithivî_, in queste _rodasî_ che si distendono a piacere di _Indra_, in queste due vesti acquose che coprono il cielo, in questi due oceani celesti che _Indra_ allarga, in queste due rive, spesso luminose, ch'egli supera, non possiamo riconoscere che il cielo diurno e il cielo notturno, il cielo luminoso e il cielo tenebroso o nuvoloso, o le due estremità luminose del cielo. La luce, la tenebra, la nuvola, l'aurora sono elastiche, ed _Indra_, il signore del cielo, le può a suo piacere distendere; _Indra_ che allarga la terra non si potrebbe spiegare. È incerto, se si debba vedere la _terra_ nel 58º inno del X libro del _Rigveda_,[5] che tradurrò per intiero. È un inno funebre, in onore del morto Subandhu: «Poichè l'anima tua se ne andò lontano presso Yama, figlio di Vivasvant (il Dio dei morti), perciò noi ce ne ritorniamo qua ad abitare ed a vivere. Poichè l'anima tua se ne andò lontano nel cielo, nella _Prithivî_, nella _Bhûmî_ dai quattro angoli, ne' quattro punti dell'orizzonte, nell'oceano acquoso, ne' lampi,[6] nelle acque, nelle erbe, nel sole, nell'aurora, ne' monti giganteschi, in tutto il mondo, negli estremi confini; e poichè l'anima tua se ne andò lontano in quello che fu, in quello che sarà (ossia, poichè non è più presente), noi ce ne ritorniamo qua ad abitare, a vivere.» Da questo interessante inno panteistico si comprende che l'anima del morto si disperde in tutto l'universo; ma, poichè ogni versetto ci fa sapere che si disperde lontano, dubito che la _Prithivî_ e la _Bhûmî_ non sia qui la terra, come le acque e le erbe, in cui l'anima del morto passa, debbono essere le acque e le erbe mitiche, ossia originariamente celesti e luminose. E tanto più ne dubito, poichè gli altri Inni funebri vedici consegnano alla terra ed al fuoco sotterraneo malefico il corpo, ma non mai l'anima, la quale invece viaggia, e viaggia in alto, e viaggia lontano, sulla vetta delle alte montagne, ove l'aurora si mostra, nella sfera luminosa del sole, a traverso le stelle, nel mondo lunare, ne' quattro punti cardinali. L'anima divien genio, e quel genio ama le forme più lievi, le sedi più elevate; se esso penetrasse subito nella terra opaca non potrebbe più muoversi, nè fare altri viaggi, secondo la sua mobile natura. Io m'induco pertanto a credere che anche in quest'inno funebre la _Prithivî_, la _Bhûmî_ lontana che l'anima del morto visita, è una _Prithivî_, una _Bhûmî_ celeste.

Io non so se queste prove bastino a persuadere della natura celeste della _Prithivî_ vedica congiunta con _Dyu_ o con _Dyavâ_; ma quello che io credo poter sicuramente affermare è, che, negl'Inni vedici, nulla c'induce ad ammettere la personificazione di una Dea Terra. Questa nozione venne più tardi, quando cioè la _Prithivî_ celeste si dimenticò, ed alcune delle sue qualità furono attribuite alla terra propriamente detta. È importante questa distinzione, non solo perchè ogni verità ha la sua importanza per sè, ma ancora per interpretare le leggende del ciclo eroico indiano, ove gli Dei vedici hanno preso aspetto di eroi umani. A me non par dubbio che la _Sîtâ_ sia una persona eroica dell'aurora mitica; ma chi lo nega, cercherà avvertire la impossibilità di un tale ravvicinamento, poichè l'Aurora è nel _Rigveda_ la _figlia del cielo_ (_duhitar divas_), mentre _Sîtâ_ apparirebbe la figlia di _Prithivî_, ossia della terra. Ma quando noi avessimo potuto provare che esistette una _Prithivî_ celeste, della quale il padre dell'aurora appare ora sposo, ora fratello, tutto l'edificio de' nostri contradittori cadrebbe. Ed ecco il motivo, per cui ho tanto insistito sopra una sola minuzia; la tela d'Aracne è entrata nella mitologia; se noi non tenessimo conto anche de' fili più tenui, la nostra opera, per quanto industre, non approderebbe a nulla. Il concepimento indiano della Terra madre fecondata dal Cielo padre si riduce ad esprimere la fecondazione naturale della terra per mezzo della pioggia celeste; i poeti vedici ed i latini hanno cantato questa relazione tra il cielo e la terra quasi con le stesse parole, senza che tuttavia da questa relazione poeticamente descritta si generassero miti vivaci e fecondi. I poeti vedici non hanno a questo riguardo detto niente più di Lucrezio, il quale, nel primo libro _De Rerum Natura_, cantava:

_Postremo pereunt imbres, ubi eos pater aether_ _In gremium matris terrai praecipitavit;_

e nel secondo libro:

_Denique coelesti sumus omnes semine oriundi:_ _Omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis_ _Umoris guttas mater cum terra recepit,_ _Freta parit nitidas fruges arbustaque laeta_ _Et genus humanum._

Questi versi sono il miglior commento ch'io possa offrire agl'Inni vedici per ciò che spetta la parentela fra il cielo e la terra; il cielo è padre degli Dei, e fecondatore della terra, la quale, fecondata, alla sua volta diviene madre degli uomini; perciò Giove potè con ragione chiamarsi _pater hominumque deumque_. E noi non abbiamo punto dismessi quegli antichi appellativi, quando diciamo per celia allo scoppio del tuono che _il padre Giove_ è in collera. In Piemonte e nel Veneto, Giove è divenuto _zio_ (_barba Giove_), ma è un appellativo anche più carezzevole di _padre_. Il cielo fu sempre, sotto tutte le forme, cantato come un benefattore, quantunque in esso si producano pure forme tenebrose, demoniache ed infernali. Ma queste forme sono al cielo stesso avverse; esso le combatte come nemiche, e, nella vittoria sopra di esse, il Dio diviene eroico.

Ma il cielo che è, per noi mortali, e per molte figure celesti, padre, da chi fu creato esso stesso?

I poeti vedici ammettevano già un creatore del cielo e della _Prithivî_, e, nella loro ingenua ammirazione, cantavano che il Dio loro autore, poichè poteva solamente essere un Dio, aveva dovuto essere il più operoso operaio. Abbiamo detto che Indra abbraccia il giorno e la notte, il cielo diurno e il cielo notturno, e che è cantato come _Divaspati_, ossia come signore del cielo; esso è pure celebrato come genitore del _Dyu_, e genitore della _Prithivî_ (_Rigv._, VI, 30; VIII, 36), genitore del padre e della madre ch'egli trasse dal proprio corpo (_tanvah svâyâs_): perciò essi sono considerati ciascuno per sè come una sola mezza parte del Dio Indra, il quale abbraccia tanto il _Dyu_ quanto la _Prithivî_, che lo seguono, come il rotante carro segue il cavallo (_Rigv._, VIII, 6), altro indizio che ci conferma come si tratti qui d'una mobile figura di _Prithivî_ celeste; il giorno e la notte seguono Indra, ossia Indra regge il cielo diurno e notturno. Quando Indra tona, i suoi due figli ne tremano. Ma perchè in Indra vi sono le qualità del Dio Pûshan e quelle del Dio Soma, così _Dyu_ e _Prithivî_ si raffigurano pure come figli di _Soma_ e _Pûshan_: e perchè Mitra (o Savitar) e Varuna sono altre due forme corrispondenti alla duplice qualità diurna e notturna del Dio Indra, _Dyu_ e _Prithivî_ appaiono pure figli di Mitra e di Varuna, di cui il primo presiede al giorno, il secondo alla notte.

Indra stesso, come artefice per eccellenza, piglia il nome di _Tvashtar_, forma che quindi si distingue da lui per divenire l'artefice privilegiato degli Dei, per i quali crea ogni forma celeste, e però anche _Dyu_ e _Prithivî_. L'espressione d'Indra creatore del cielo equivale dunque a quest'altra _il cielo crea sè stesso_, poichè, come vedremo, l'antico Indra non fu altro se non il cielo. Relativamente moderne consideriamo la tradizione cosmogonica dell'_uovo d'oro_ (_Hiranyagarbha_), da cui, secondo un inno vedico (X, 121), sarebbero venuti fuori anche _Dyu_ e _Prithivî_, e quasi brâhmanica quella, per cui dalla testa di _Purusha_, il maschio universale, sarebbe uscito _Dyu_, il cielo, dall'umbilico di Purusha l'aere intermedio, dai piedi di Purusha la Bhûmî, che in questo caso appare veramente la terra, dove, pertanto, discesi ci fermeremo, per risalire con miglior animo, nella prossima lettura, in cielo, a conoscere la poetica figlia di Dyu, la bellissima delle Dee, l'Aurora, la quale, come la forma più luminosa del cielo, diede pure origine ad alcuni de' miti più eleganti e più splendidi.

LETTURA TERZA.

L'AURORA.

Gl'Inni vedici rappresentano a noi l'aurora sotto un aspetto molteplice; ora essa è l'aurora, fenomeno luminoso puramente fisico, quale noi lo osserviamo ancora; ora ci si mostra in forma di donna; ora in aspetto e virtù di vaga fanciulla o di eroina; ora in figura di dea. Questa molteplicità d'aspetti, ne' quali l'aurora vedica si manifesta a noi, anzi che mettere in confusione la nostra mente, la rischiara invece, dimostrandoci, in modo non meno evidente che poetico, in qual forma il fenomeno fisico abbia preso persona, e la persona sia diventata eroica e divina. Gl'Inni vedici all'aurora, quando si faccia eccezione per pochi frammenti, hanno tutti un carattere di veneranda antichità. Noi ci trasportiamo, per essi, ad una età patriarcale ed eroica, nella quale l'uomo ariano per la prima volta sembra espandere al di fuori di sè le sue giovani forze, con l'inno pastorale e con la epopea guerresca. Perciò essi hanno per noi un fascino irresistibile. Noi assistiamo al primo prorompere del poetico entusiasmo umano innanzi agli splendori della natura, varia ed una, potente e meravigliosa. Noi sentiamo, leggendo quegli inni, come, se l'anima nostra fosse più ingenua, recati innanzi allo spettacolo degli stessi fenomeni naturali, canteremmo ancora in quel modo. Gl'Inni vedici all'aurora non sono solamente note particolari poetiche del sentimento ariano, ma ancora più spesso espressione del sentimento universale che occupa l'uomo innanzi alla pompa del cielo _mattutino_ e _vespertino_ (e che si rinnova solenne al risorgere della primavera e al cadere dell'autunno).

A tutti noi è accaduto di osservare un bel tramonto di sole, _il rosso di sera_, che ci fa, dicesi, sperare il bel tempo pel giorno appresso: _Rosso di sera buon tempo si spera_. Ad alcuno di noi dev'esser pure accaduto di fantasticare sopra quel mobile quadro luminoso che ci presenta sul fine del giorno il cielo occidentale. Se potessimo considerare più spesso quel fenomeno, ci renderemmo più agevolmente ragione di molte forme della primitiva mitologia ariana. Ma, se molti di noi abbiamo contemplato un'aurora vespertina, pochi di noi, a motivo del nostro rinchiuso vivere cittadinesco, possiamo ricordare d'aver visto nascere l'alba e poi l'aurora del giorno, due momenti distinti nel tempo, che il mito ha pure espresso in singolari forme mitiche (prima il cielo d'Oriente albeggia, poi rosseggia). Io ebbi la ventura di contemplare la magnificenza di tali spettacoli sopra le vette alpine, e dall'impressione che essi fecero sopra di me, posso argomentare, in parte, la ragione che fece sugli altipiani dell'Asia centrale inneggiare con tanto ingenuo calore i primi pastori e guerrieri ariani. Per comprendere la natura, bisogna sentirla; per sentirla, bisogna accostarsi ad essa; gl'Inni vedici all'aurora sono l'espressione più fedele de' sentimenti, che la natura ha svegliato nel petto dei nostri più remoti e più immaginosi fratelli asiatici.

Ed ora osserviamo i diversi aspetti, ne' quali dicemmo apparirci descritta l'aurora presso gl'Inni vedici.

1. _L'aurora come fenomeno fisico._ I suoi nomi _Ushas_ e _Ushâ_ valgono la _brillante_; e così il maggior numero degli appellativi vedici dell'aurora _vibhâvarî_, _bhâsvatî_, _çubhrâ_, _ahanâ_, _dyotanâ_, _çuc'î_, _çukrâ_, _ruçatî_ hanno il medesimo significato. Gli appellativi _çvetyâ_ e _arg'unî_ o _la bianca_, e _ghr'itapratîkâ_ o l'_imburrata_, la _simile al burro_ (_ghritamduhânâ_, ossia _mungenti_ o _stillanti burro_ son chiamate le aurore nell'inno 41º del VII libro del _Rigveda_), rappresentano particolarmente _l'alba_, il giorno che si schiarisce; oltre a questo, l'aurora è ancora chiamata _supeçasa_, ossia _la di bella forma_ (così denominata insieme con la notte luminosa); _supratîkâ_, ossia _la ben fatta_, _la bella_; _ranvasandr'ik_, _sudr'içîkasandr'ik_, ossia _quella dal bell'aspetto_; _arushî_, ossia _la rosseggiante_; _arunapsu_, ossia _quella dall'aspetto rosseggiante_; _hiranya-varnâ_, ossia _quella dal color d'oro_; _sûnritâ_, ossia _la bene moventesi_, _l'agile_, _la ordinata_; _yuvati_, ossia _la giovine_, _la sempre giovine_, _la giovine immortale_; _odatî_, ossia _la umida_. Quest'ultimo appellativo ci rappresenta l'aurora stillante rugiada, ch'è l'acqua della vita, l'acqua dell'immortalità, l'ambrosia del giorno: l'aurora è anzi chiamata _amr'itasya nabhih_ (_Rigv._, VIII, 90), carattere che essa ha comune con la _Pr'ithivî_, la quale si è identificata talora con l'aurora. L'inno 51º del IV libro del _Rigv._, dopo aver invocate le aurore luminose figlie del cielo, invoca la grazia di Dyaus e della divina Pr'ithivî che in parecchi Inni vedici è celebrata per la sua facoltà di estendersi, di dilatarsi. Come Indra estende il cielo, così l'aurora la luce, _l'aere luminoso_ (_â dyâm tanoshi raçmibhir antariksham uru priyam ushah çukrena çocishâ; Rigv._, IV, 52). E poichè quegli umori stillanti, quella luce diffusa, hanno virtù di avvivare e di allegrare, l'aurora è pure chiamata _sumnâvarî_, ossia _ricca di gioie, di beni_, poichè l'oro è emblema di ricchezza, e l'aurea aurora discopre ogni giorno le velate ricchezze del mondo; essa è ancora, come _maghonî_, _citrâ-maghâ_ e _dânucitrâ_, la _ricca_; e poichè le ricchezze furono presto considerate come una fortuna, anzi come la fortuna stessa, l'aurora vedica venne ancora salutata con l'appellativo di _subhagâ_.

Abbiamo detto che l'aurora è chiamata _sûnritâ_, ossia _la mobile, l'agile, la destra_; e poichè in una mobile si videro parecchie mobili, perciò l'aurora si chiamò pure, oltre che _sûnritâ_, anche _sûnritâvatî_, _sûnritâvarî_, ossia _la fornita, l'accompagnata con le mobili, con le agili_. Non discostiamoci, di grazia, trattandosi di miti elementari, dal senso etimologico delle parole; e ci renderemo ragione più pronta della loro probabile formazione. _Sunritâ_ vale _la mobile_; la parola _go_ (_gau_) esprime _l'andante_ (dalla radice _gam_, _gâ_ andare) e _la sonante_ o _muggente_ da un'altra radice _gâ_ che significò _sonare_ e _cantare_; l'aurora vedica, come _andante_, si chiamò non solo _sûnritâ_, ma _go_; ora _go_ è il nome che si dà alla vacca _muggente_; perciò _la mobile aurora_ e _le mobili nell'aurora_ chiamandosi _gavas_ furono scambiate per _le vacche_; e come la _sûnritâ_ o _mobile_ diventò _sûnritâvatî_, o _fornita di mobili_; così la _go_ aurora, propriamente ancora _la mobile_, diventò _gomatî_, ossia _la fornita delle mobili_. Ma poichè la parola _go_, come _sonante_, servì poi specialmente ad esprimere la _vacca_, si vide nella _go_ aurora (mobile) come nella _go_ nuvola (mobile insieme e tonante) una vacca, anzi molte vacche, alle quali sono paragonati i raggi luminosi (_prati bhadrâ adr'ikshata gavâm sargâ na raçmayah_), onde nacque non solo l'aurora concepita come _vacca rosea_ (_vacca innocente, eterna, Aditi_ la chiama l'inno 90º dell'VIII libro del _Rigv._), ma l'aurora _gomatî_, ossia l'aurora _fornita di vacche._ Ed ecco la prima personificazione dell'aurora, cagionata da un singolare e poetico equivoco del linguaggio. Ma, se dobbiamo credere al commentatore _Sâyana_, in alcuni Inni vedici la parola _go_ non rappresenterebbe soltanto _la vacca_ (ossia la muggente), ma anche _il cavallo_ (_l'andante_). Il nome proprio del cavallo, _açva_ (equus), ha pure il significato di _andante, penetrante, veloce_. L'aurora, come mobile, non fu solo _go_, ma anche _açvâ_ (propriamente), _veloce_; e non solo _açvâ_, ma _açvâvatî_, ossia _fornita di celeri_ o _cavalle_, _ricca di celeri_ o _cavalle_. Concepita per tal modo l'aurora come ricca di vacche e di cavalle, niente più naturale che il poeta vedico l'invocasse, come accrescitrice degli armenti, come liberale all'uomo di cavalli e di vacche (Nû no _gomad_ vîravad _dhehî ratnam usho açvavad_ purubhog'o asme; _Rigv._, VII, 75); e quando il poeta chiama l'aurora con frequente appellativo _vag'înî_, ossia _fornita di cibi_, i cibi desiderati, come ce ne assicura l'inno 81º del VII libro del _Rigv._, non sono altro che _vacche_ (_vâg'ân_ asmabhyam _gomatah_), il quale indizio ci proverebbe che l'età vedica non era punto pitagorica. Nell'inno 92º del I libro s'invoca dall'Aurora il dono di cibi, ne' quali le vacche siano la cosa principale (_usho goagrân upa mâsi vâg'ân_).

2. _L'aurora come persona._ L'aurora mobile e rosea, che, denominata _go_, pigliò forma di vacca, o di un armento di vacche (l'inno 92º del I libro del _Rigv._ invoca non un'aurora, ma molte aurore e le chiama insieme _le madri vacche rosseggianti_), l'aurora mobile e rapida che prese nome di _acvâ_, e assunse perciò forma di _cavalla_ (e _rossastra come una bella cavalla_ la chiama il 30º inno del I libro, e il 52º inno del IV libro del _Rigveda_), e le aurore, che nell'inno 41º del VII libro trovo chiamate _açvâvatîh_, al plurale, sono tema specialissimo di quella che intitolai _Mitologia zoologica_.[7]

Noi dobbiamo soltanto veder qui che cosa abbiano potuto divenire nell'età vedica l'aurora _gomatî_, ossia _fornita di vacche_; l'aurora _açvâvati_, ossia _fornita di cavalle_. L'aurora _go_ e poi _gomatî_, ossia _fornita di vacche_, diventò una pastorella; l'aurora _açvâ_ e poi _açvâvatî_ o _fornita di cavalle_, una guidatrice di carri e cavalli.

Proviamolo.

L'inno 92º del I libro del _Rigv._ ci dice che l'aurora aperse, ossia dissipò la tenebra, come le vacche rompono il loro recinto, ossia escono dalla loro stalla. Nell'inno 48º e 113º dello stesso libro l'aurora stessa è detta aprir le porte del cielo. Nell'inno 75º del VII libro l'aurora _infrange le stalle delle vacche_ e queste _muggono verso l'aurora_. Nell'inno 124º del I libro l'aurora è chiamata _gavâm g'anitrî_, delle _vacche genitrice_; poco dopo, si dice ch'essa risplendette giovane in Oriente, ove _congiunge la schiera delle rosee vacche_ (_aveyam açvaid yuvatih purastâd yunkte gavâm arunânâm anîkam_). Ed ecco rappresentata, con perfetta evidenza, nell'aurora, la pastorella celeste. La _go_ diventò _gomatî_; la _gomatî_ fu madre di vacche (_mâtâ gavâm_ la chiama pure l'inno 52º del IV libro del _Rigv._), e custode di vacche, ossia pastora, che tiene insieme raccolte le vacche rosseggianti (_eshâ gobhir arunebhir yug'anâ; Rigv._, V, 80), che guida le vacche, onde il suo nome di _guidatrice delle vacche_, datole per l'appunto da un inno vedico (_gavâm netrî; Rigv._, VII, 75). Abbiamo avvertito come la mobile aurora sia non solo _açvâ_ essa stessa, ossia rapida cavalla celeste, ma ancora _açvâvatî_, ossia fornita di rapide cavalle celesti. L'appellativo _açvasûnr'itâ_, dato all'aurora nell'inno 79º del V libro del _Rigv._, non è quindi per me, come pel Dizionario Petropolitano, «Ushas _vom Jubel der Rosse begleitet_,» ma molto più semplicemente «l'aurora fornita di _agili cavalli_,» poichè come _açva_ vale _cavallo_, così _sûnr'ita_, _agile, mobile, rapido_; onde il composto riferito all'aurora non parmi significare altro se non _l'avente rapidi cavalli_. L'aurora è la prima forma animata che appare sul far del giorno nel cielo orientale; essa è la prima ad arrivare, e però la rapida; e poichè il cavallo è il rapido od _açva_ per eccellenza, anche l'aurora, come femmina, è un'_açvâ_. E come nell'aurora molte aurore, nella vacca luminosa si figurarono molte vacche luminose; così, oltre la cavalla, si videro molte cavalle, si vide l'aurora fornita di molti cavalli, l'aurora guidatrice di cavalli, l'aurora sul carro. Gli Inni vedici ci permettono ancora di dimostrare questo mito fino all'evidenza.