Letture sopra la mitologia vedica

Part 4

Chapter 43,391 wordsPublic domain

Ritornando, quindi, al nostro primo asserto, nel principio si adorarono le sole forze e forme singolari e molteplici della natura; ma, se nell'Olimpo vedico si vuol rappresentare con una sola parola tutti gli Dei, non troviamo altro centro di unità all'infuori del cielo. Così, nel nostro linguaggio, siamo ancora soliti ad invocare il cielo come sommo nostro protettore. Più spesso che il nome di Dio, il quale non può essere proferito invano, le nostre donnicciuole pregano _il cielo_, perchè faccia le grazie da loro desiderate; il cielo rappresenta, per esse, l'Onnipotente. Il cielo deve accompagnare gli amici che si mettono in viaggio, e s'impreca avverso ai nemici; _per amor del cielo_ si supplica; ed è _il cielo_ che ci deve guardare dal fare il male. La nozione del cielo come sede del divino, passata nel primo versetto della Orazione domenicale cristiana, è più antica del Cristianesimo. Invocando il cielo, noi, se pensiamo a qualche cosa (il più spesso non pensiamo a nulla), ci raffiguriamo la sola vôlta azzurra; ma, nel nominarlo, gli attribuiamo una potenza arcana, che, per essere incombente sopra di noi, immaginiamo a noi inevitabilmente propizia o funesta. Il cielo è ornato di astri luminosi e armato di fulmini; non vediamo chi li muove; ma vediamo che si muovono dal cielo; perciò veneriamo il _cielo_ come _Dio_, parola che, in origine, come abbiamo già detto, valeva soltanto _il celeste_. Se il _cielo_ fisico si voglia pertanto ammettere (come, studiando i miti vedici originarii, si deve), non solo quale equivalente del _Dio_, ma come sede di tutto ciò che è _Dio_, ossia di tutto ciò ch'è _celeste_, e però come _Dio_ per eccellenza, avremo pure nella primitiva mitologia vedica una forma di Dio unico, da cui partono tutti gli Dei e al quale, come sue qualità, forze, ornamenti, fenomeni, essi fanno universalmente capo. Ma è troppo evidente che questo Dio fisico non ha nulla di comune col Dio supremo, unico, universale delle teologie; e che non può giovare in alcuna maniera a sostegno delle loro dottrine, le quali si fondano sopra il principio che l'uomo ha sempre sentito ingenito in sè il bisogno di adorare un Creatore supremo, un supremo Rettore dell'universo. Io non ho qui a discutere questo principio, ma solamente a dimostrare che gli antichi Inni vedici non ne recano traccia, come si fondano invece sopra di esso parecchi inni dell'ultimo periodo vedico. Quali possano essere le nostre credenze, noi dobbiamo in uno studio storico e critico, come quello che abbiamo intrapreso, far conto di non averne alcuna, per attribuire ad ogni età il suo proprio carattere. Ora, per conchiudere intorno agli Dei vedici, dobbiamo, a fine d'intenderci, insistere sopra la distinzione da noi fatta tra gli Dei fisici, eroici e metafisici; dal non averla fatta son nate, parmi, finqui le molte oziose discussioni sopra il carattere primordiale della religione indiana. Nel primo periodo vedico abbiamo cose celesti e lievi persone celesti; nel secondo periodo abbiamo il dramma eroico di queste persone; nel terzo periodo, accanto ad idoli, idee umane elevate ed astratte in una forma divina e quasi impersonale; si è detto che, nel mito, i nomi sono diventati Numi; io potrei soggiungere che alla loro volta i Numi si sono astratti in semplici nomi fatti immobili, perciò sterili, inetti a divenir plurali, se non addizionando e moltiplicando sè stessi per sè stessi, ossia facendosi infinito assoluto. Il mito quando discende troppo basso, o quando sale troppo alto, si distrugge; il suo posto è nel cielo; staccandosi dal cielo, perde la sua natura; perciò è nel cielo che lo dobbiamo essenzialmente esaminare: vedremo pertanto, prima di ogni cosa, come il cielo nell'età vedica fosse appellato, quale persona mitica avesse, quali fossero i suoi caratteri divini, per indagar quindi come fosse popolata quella scena olimpica.

LETTURA SECONDA.

IL CIELO.

Il cielo appare negl'inni vedici con diversi nomi e sotto diverse forme; ma il suo nome proprio è _Dyu_, il cui nominativo è _Dyaus_ (Zeus) e il cui genitivo è _Divas_; importa notare questo caso, perchè apprendiamo da esso che il cielo è il padre dell'aurora, che il luminoso è il padre dell'ardente o brillante _Ushâ_, e che _Indra_ come _Divaspati_ è il signore, il reggitore del cielo. Noi non abbiamo nessun dubbio intorno all'unico significato mitologico della parola _Dyu_; non solo esso è il _cielo_, ma il cielo nella sua forma più semplice. Vi sono altre forme divine, e però altri nomi del cielo negl'inni vedici, ma il cielo per eccellenza è _Dyu_. Nell'ellenico Zeus ci si affaccia un Dio complesso, polimorfo; nel vedico _Dyaus_ ci si offre invece un Dio elementare. Esso è il cielo tal quale nel suo aspetto luminoso, e nella sua virtù fecondatrice. Non vediamo ancora la persona umana del Dio; esso è un essere animato, ma la sua forma esterna è quella che appare alla vista degli occhi, non alla mente immaginosa. La divisione del cielo in tre cieli, di cui il primo inferiore (_Avama_), il secondo medio[3] (_Madyama_), il terzo supremo (_Uttama_), è già vedica. Perciò troviamo negl'Inni vedici, oltre il _cielo_, ricordati _i cieli_ (_Dyavas_).

Vediamo ora con quali appellativi _Dyu_ (o _Dyo_), il cielo, venga salutato negl'Inni vedici. Egli è, sovra ogni cosa, pel suo aspetto, il _grande_, il _vasto_, il _profondo_, il _fisso_; per i suoi effetti, il _mellifluo_, il _lattifero_, il _ricco di semi_ e conseguentemente il _benefico_; e, poichè il cielo opera pure sopra la terra con un certo ordine, esso diviene l'_ordinato_ ed il _giusto_. Ma, finqui, noi non abbiamo ancora nessuna vera e propria persona divina. Sono epiteti naturali dati al cielo; nessun mito ancora si scolpisce. A scolpire il mito occorre non solo l'anima, ma l'animale. Mi si potrebbe forse opporre che vi è il mito anco in un'erba, in una fonte, in una pietra di virtù miracolosa; nè io codesto vorrei negare punto, ma soggiungerei come nella immaginazione popolare quell'erba, quella fonte, quella pietra ha sempre una virtù magica, per la riposta credenza che alcun genio o demone la possegga. L'animale poi può salire dall'infimo grado del bruto che non ha ancora vertebre, fino al perfetto vertebrato eroico, fino al nume metafisico che non ha più vertebre. Perchè il mito dunque nasca, occorre l'animale; ma, perchè l'animale viva, occorre la società. Noi abbiamo già il cielo ricco di semi; è necessario che questo seme non cada invano, che il ricco di semi divenga padre fecondatore, che il cielo divenga padre. Il cielo padre è il primo Dio, il primo mito naturale. Ma dove cade il seme celeste? dove si feconda il cielo? qual'è la sposa, qual'è la madre che il cielo feconda?

A noi viene naturale il pensare subito alla terra, e la cosmogonìa ellenica, e alcuni Inni vedici, ne' quali cielo e terra si trovano evidentemente invocati insieme, l'uno come padre, l'altro come madre, rendono non solo naturale, ma necessaria questa ipotesi. Se non che, mentre _Dyu_ è indubbiamente _il solo cielo_, vi è dubbio che la _Prithivî_ ossia _la larga_, ch'esso feconda, non sia sempre la sola terra. Vi sono due inni nel quinto libro del _Rigveda_, nei quali si parla evidentemente di una _Prithivî_ celeste. Uno di questi inni (il cinquantesimo sesto) ci rappresenta la _Prithivî_ come _la Pluvia rallegrante che arriva_; un altro (l'ottantesimo quarto) ce la nomina come la luminosa che versa torrenti di pioggia sopra la terra, la quale per distinguersi non è qui chiamata _Prithivî_, ma con l'altro suo appellativo di _Bhûmi_.[4] Qui è evidente che _Prithivî_ è la nuvola, come la larga, la estendentesi a segno da occupare tutto il cielo, oppure il cielo stesso nuvoloso. Ma è raro che questa _Prithivî_ celeste appaia esplicitamente distinta negl'inni vedici. _Dyu_ è più spesso il fecondatore della terra, della larga terrena, sia col suo proprio nome, sia sotto forma del _Dyu Parg'anya_ (lo slavo _Perkun_), che è il vero Giove Pluvio, e come tale trovasi distintamente invocato in alcuni Inni vedici. _Parg'anya_ vale propriamente _la nuvola tonante e pluvia, la nuvola tempestosa e la pioggia, il Dio della tempesta_. Il cielo Tonante e Pluvio, il _Dyu_ come _Parg'anya_ è il fecondatore della terra, la quale perciò è venerata nell'_Atharvaveda_ col nome di _sposa di Parg'anya_ (_Parg'anya-patnî_). Abbiamo veduto esservi _il cielo_ ed _i cieli_, così _la pioggia_ e _le pioggie_, _la nuvola pluvia_ e _le nuvole pluvie_; tuttavia come Dio, _Parg'anya_, al pari di _Dyu_, è sempre un singolare. La voce di _Parg'anya_ sona bene e vigorosa (_vâc'am parg'anyaçcitrâm vadati tvishîmatîm; Rigv._, V, 63). Esso versa il seme e fa germogliare le erbe; per esso il cielo si riempie, e la terra si feconda (_pinvate svah-Parg'anya Prithivim retasâ 'vati_). Mentre _Parg'anya_ tuttavia è rappresentato come benefico fecondatore della terra, il poeta vedico, nel descrivere, con molta verità d'immagini, il temporale, ci fa presente il terrore degli uomini nell'udire i venti che fischiano, nel vedere gli alberi atterrati, i lampi e fulmini che guizzano; tutto il creato è preso di spavento, quando _Parg'anya_ si scatena; sebbene egli castighi solamente i colpevoli, anche gl'innocenti ne hanno paura. E in questo Dio, in questo _Parg'anya che tonando ammazza i cattivi_ (_Parg'anyah stanayan hanti dushkritah; Rigv._, V, 83), noi abbiamo una prova evidente che già esisteva nel primo periodo vedico, poichè l'inno 83º del V libro del _Rigveda_ a _Parg'anya_ ha per me un carattere particolarmente antico, la superstizione ancora viva nel nostro popolo che il diavolo si pigli l'anima di quelli che muoiono fulminati (dove passa il diavolo lascia odore di zolfo; lo stesso odore lascia il fulmine ove cade; quindi è naturale che si credano portate via dal diavolo le anime dei fulminati).

Abbiamo detto che _Dyu_ il cielo è lo sposo di _Prithivî_ la larga; abbiamo aggiunto che allo sposo della terra, al fecondatore di essa si dà pure il nome di _Parg'anya_; ma giova aggiungere come un inno vedico (_Rigv._, VII, 102), invece di rappresentarci _Parg'anya_ come un _alter ego_ di _Dyu_, ce lo dice apertamente suo figlio. Sotto questo aspetto, _Dyu_ il cielo si feconderebbe in sè stesso, unendosi con quella _Prithivî_ celeste che abbiamo sopra ricordata, ossia la nuvola larga, per produrre la pioggia, il temporale, il Dio del temporale, _Parg'anya_. Sebbene adunque gl'Inni vedici non ci dicano in modo preciso che _Dyu_ feconda la _Prithivî_ celeste come feconda la terrena, nel trovarvi appellato _Parg'anya_ figlio di _Dyu_, abbiamo qualche ragione probabile di supporre _Dyu_ sposo della _Prithivî_ celeste. Da prima egli si fecondò nel cielo, e poi una sua creatura, ossia un altro sè stesso fecondò la terra. Nè solo la _Prithivî_ celeste, ossia la vasta, la distendentesi, dovettero in origine essere la nuvola, occupante tutto il cielo, ma ancora la tenebra notturna, la notte e la nuvola, e l'aurora, uno de' nomi vedici della quale è pure _Urvâçî_, ossia la _larga avanzantesi_. E, come troviamo _Dyu_ che, oltre il cielo luminoso, significa anche _il giorno_, così interpreto pure la _Prithivî_ celeste ora pel cielo notturno, ora per la prima e l'ultima parte del giorno rappresentate dalle grandeggianti aurore. E mi rappresento il vedico duale _Dyavâ Prithivî_ come un equivalente di _Mitra_ e _Varuna_, _Mitra_ il giorno, _Varuna_ il copritore notturno, e poi l'acquoso oceano. È solamente per mezzo di questa interpretazione che noi possiamo intendere come _Dyu_ e _Prithivî_ siano chiamati insieme _Devaputre_, ossia _aventi per figli gli Dei_; chè il cielo luminoso diurno e il cielo notturno e crepuscolare, che può essere luminoso anch'esso, sono i soli veri e proprii genitori degli Dei, ossia dei luminosi, mentre sarebbe un assurdo il supporre la terra madre degli Dei. Di _Bhûmideva_, o _Dio della terra_, gl'Indiani ne conobbero uno solo, il Bramino, per decreto della stessa casta brâhmanica, e il fuoco sacrificale sua creatura; gli altri Dei sono tutti celesti. E, quando nell'inno vedico (_Rigv._, VI, 50) si trova congiunto _Dyaur devebhih Prithivî samudrâih_, mi parrebbe ancora nel primo caso di vedere il cielo luminoso popolato di Dei, nel secondo il cielo tenebroso, o notturno, o nuvoloso, e però naturalmente acquoso, crepuscolare, mentre mi parrebbe un non senso il rappresentare la terra acquosa per rispetto a _Dyu_, ch'è appunto celebrato come quello che manda giù l'acqua. Non negando dunque io in alcuna maniera che la _Prithivî_ ricordata negl'Inni vedici non sia spesso la terra fecondata dal cielo, credo si debba nel duale _Dyavâ Prithivî_ considerare più spesso una _Prithivî_ celeste, della quale può esser duplice, sebbene analoga, la natura, secondo che la si consideri nella nuvola o nella notte tenebrosa e luminosa e, come luminosa, anche nell'aurora, che vedemmo già chiamarsi larga. Che la nuvola sia chiamata l'ampia, la distendentesi; che la notte sia considerata come _la distesa_ (_âyatî_), lo rileviamo dall'inno 127º del X libro del _Rigveda_, in cui la notte luminosa è cantata sotto il suo appellativo di _râtrî_: essa caccia, per mezzo de' suoi occhi risplendenti, d'ogni parte le tenebre; sul principio della notte, quando gli astri non brillano ancora in tutto il loro splendore, appaiono i mostri tenebrosi, che la notte luminosa deve tenere lontani; quando verso il mattino gli astri notturni impallidiscono, ritornano i mostri tenebrosi; allora è invitata l'aurora mattutina, la grandeggiante figlia del cielo, a disperderli. La relazione, in cui sono poste in quest'inno fra loro la notte e l'aurora, chiamate fra loro _sorelle_, e la somiglianza dei loro ufficii, ci danno diritto a supporre la notte come figlia del cielo al pari dell'aurora. Siccome vedemmo _Parg'anya_ esser chiamato figlio di _Dyu_, dicemmo _Prithivî_ esser pure celebrata in due inni vedici come la nuvola pluvia; niente di più naturale che il considerare anche la _Prithivî_ celeste come figlia di _Dyu_. Come poi l'aurora si congiunge con gli _Açvin_, i Dioscuri indiani, così, nell'inno 132º dello stesso X libro del _Rigveda_, essi trovansi uniti con la _Bhûmî_, noto equivalente della _Prithivî_, nuova analogia che ci permette di ravvisare nella _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ un essere celeste. E questa probabilità cresce, osservando come nello stesso inno 132º, nel quale s'incominciano a celebrare _Dyu_ e _Bhûmî_ (altro nome di _Prithivî_), in relazione con gli _Açvin_, dei quali l'uno è in particolare relazione col giorno, l'altro con la notte, si cantano pure _Mitra_ e _Varuna_, dei quali il primo regge il cielo diurno, l'altro specialmente il cielo crepuscolare e notturno. Quando poi i due cieli, il _Dyu_ per eccellenza, il cielo diurno, e il _Dyu_ notturno si riuniscono, abbiamo un essere supremo, che, come mascolino, si chiama _Divaspati_ (una specie di _Diespiter_), ossia _Indra_, e come femminino si chiama _Aditi_. _Indra_ si vede venir fuori dal _Dyu_, dalla _Prithivî_, _dall'oceano, dal cielo nuvoloso_ (_Rigv._, IV, 20); è evidente che in queste sedi del Dio _Indra_ si enumerano tutti gli aspetti del cielo. Ma la parola _Dyu_, _div_, non fu solo un mascolino, ma anche un femminino; questo femminino prese nel mito il nome speciale di _Aditi_, ossia la infinita, indestruttibile vôlta celeste, la luminosa insieme e la larga, la madre degli Dei luminosi, degli _Adityas_. Essa è pure la madre di _Mitra_ e _Varuna_. Un inno (_Rigv._, IX, 97), dopo avere invocato il padre Cielo (_Dyaushpitar_), la madre _Prithivî_ (_Prithivî matâr_), il fratello fuoco, gli otto _Vasavas_ luminosi reggitori del mondo, e gli eroici _Adityas_ o figli di _Aditi_, invoca finalmente _Aditi_ come la Dea celeste che comprende in sè sola tutti gli Dei. Come madre dei venti (_mâtâ rudrânam_), che finalmente essa viene in un inno salutata (_Rigv._, VIII, 90), e sorella degli _Adityâs_ e figlia dei _Vasavas_, essa non può essere che una personificazione celeste. La _Prithivî_ pertanto ch'essa rappresenta mi sembra ancora dover essere una figura del cielo. Noi abbiamo già rammentati _tre mondi_, e _tre cieli_, o luminosi; dobbiamo aggiungere che gl'Inni vedici distinguono pure tre _Prithivî_, ossia _tre larghe_: una risponde al cielo altissimo, l'altra al cielo medio, la terza al cielo infimo; questa terza _Prithivî_ può essere la terra nostra, ma tuttavia ne dubito, per quanto questa _Prithivî_ sia originaria produttrice di Dei e di miti. Chè, se accennammo come il trimundio vedico sia già diviso in etere celeste, aria e terra, e come in ciascuno di questi tre mondi i poeti vedici della decadenza collocarono undici Dei, ho pure avvertito come questa enumerazione fosse capricciosa ed arbitraria. Il terzo mondo, il terzo cielo, la terza _Prithivî_, sono figurati per l'amore del numero tre; nato questo terzo mondo, questo terzo cielo, questa terza _Prithivî_, era naturale che si pensasse alla terra, come produttrice alla sua volta di Numi. Che la terra avesse fin dalla più remota antichità vedica carattere sacro e venerando, non può essere messo in dubbio; essa era chiamata _matâr_. Questa parola vale propriamente _la produttrice_; ma, significando perciò anche _la madre_, dimenticato il senso etimologico della parola, si vide solamente più in essa _la madre_, e come madre i poeti vedici le parlarono con quel linguaggio tenero ed affettuoso con cui si suole parlare ad una madre. Manu ha pur detto che _la madre è un'immagine della terra_.

Immaginatosi quindi un terzo cielo, prossimo alla terra (forse il cielo delle nuvole e dell'aurora, il più vicino alla terra), gli Dei di questo terzo cielo si unirono con la _Prithivî_ loro corrispondente, la quale suppostasi quindi essere la terra stessa, questa diventò alla sua volta sede amata degli immortali, i quali posero pur amore alle figlie della terra, come ce lo provano le leggende del periodo brâhmanico. Ma la terra che raccolse alcuni Dei, non ne ha creato alcuno vivace, nella sua forma originaria. E s'io ho tanto insistito su questo punto e se vi insisterò ancora un altro poco, non ho bisogno di dichiararvene il motivo, dopo il principio che abbiamo posto, tutti gli Dei primitivi essere nati nel cielo. S'io potessi ammettere che la _Prithivî_ del duale vedico _Dyavâ-prithivî_ è sempre la terra, dovrei, per questa sola interpretazione, alterare tutto il carattere della mitologia vedica. Ma quello che abbiam detto sembra darci il diritto di distinguere negl'Inni vedici una _Prithivî_ celeste che concorre essa stessa a produrre Numi e miti, dalla _Prithivî_ terrestre, la terra, la quale non fa altro se non ricevere i beneficii del cielo, e però della stessa _Prithivî_ celeste, per diventare alla sua volta benefattrice degli uomini. Escluso pertanto dal nostro studio quello che non appartiene propriamente al mito, vediamo ora come il cielo si manifesti negl'inni vedici in congiunzione colla _Prithivî_ celeste. _Dyu_ è il luminoso, _Prithivî_ è la larga; la luce si propaga nello spazio. Senza spazio non vi è splendore; lo splendido e la larga ci danno insieme tutto il cielo nel suo colore e nella sua estensione. Il giorno ha bisogno per riuscir pieno di occupar tutto lo spazio celeste; così pure la notte non è compiuta se non quando tutto il cielo s'è popolato di stelle. Sotto questo rispetto, avremmo due luminosi e due larghe celesti, il luminoso diurno e il luminoso notturno, la larga diurna e la larga notturna. Noi avremmo congiunte più tosto due qualità del cielo stesso, che due mondi diversi; la luminosa larga diurna, la luminosa larga notturna; e le due qualità considerate come femminine (osservo come _Dyu_ staccato da _Prithivî_ appare mascolino, mentre _Dyavâ_ congiunto con _Prithivî_ si manifesta un femminino) costituirebbero la Dea universale _Aditi_ (_Dyavâ-Prithivyau_ è nel _Nighantu_ un sinonimo di _Aditi_), come le due qualità interpretate quali mascolini ci darebbero il Dio diurno come notturno Indra, il signore del cielo per eccellenza, nel giorno del pari che nella notte. Noi abbiamo tuttavia fin qui proceduto anzi che per dimostrazioni dirette, per ragione di analogia ad argomentare della natura propria della vedica _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ mascolino, con _Dyavâ_ femminino. Vediamo ora più dappresso negli stessi inni del _Rigveda_ la natura propria della mitica _Prithivî_; nell'inno 159º del I libro del _Rigveda_, _Dyavâ-prithivî_ appaiono come due sorelle gemelle, insieme coabitanti. Nell'inno seguente, _Dyavâ-prithivî_ sono chiamate insieme _rodasî_, quasi due fiumi di ogni abbondanza, capolavoro del _più operoso degli Dei_; da entrambi gl'inni non si rende tuttavia chiaramente manifesto se la _Prithivî_ sia la terrena o la celeste. Ma, nella prima strofa dell'inno 185º dello stesso libro, sembra già identificarsi il duale _Dyavâ-prithivî_ col duale _ahanî_, che vale propriamente i _due giorni_, ossia le due parti del giorno, la luce del giorno e la luce della notte stellata lunare (o quella dell'aurora). Come si potrebbe domandare che cosa sia stato prima fra il giorno e la notte, il poeta vedico si esprime, rispetto a _Dyavâ-prithivî_, nel modo seguente: «Delle due, quale è la prima, quale la seconda; come son desse nate? o poeti, chi lo sa? esse, in verità, sostengono il tutto, quando il giorno e la notte, come una rota, vanno girando. Le due che non si muovono, sostengono molti che si muovono; le due non andanti (o prive di piedi, prive di andanti) portano molti che vanno (ossia forniti di piedi, di andanti); come sempre il figlio presso i suoi parenti, o _Dyavâ-prithivî_, liberateci dal male.» Poco dopo si dice che _Dyavâ-prithivî_ hanno gli Dei per figli, e che stanno entrambe fra i due giorni divini (ossia, come aurore crepuscolari, le rive celesti, fra il giorno e la notte). Ma la relazione fra _Dyavâ-prithivî_ e il cielo diurno e il cielo notturno, ossia fra il giorno e la notte che s'incontrano nel mattino e nella sera, mi sembra evidente in quest'altro versetto: «Sempre giovani s'incontrano le due sorelle gemelle presso i loro parenti, arrivanti al punto medio dell'universo.» Evidentemente abbiamo qui in _Dyavâ-prithivî_ due esseri femminini, che senza muoversi dal loro posto salgono più alto per ritrovare il supremo polo, il _pitror upastha_: a questo supremo polo, o umbilico celeste, non possiamo concepire ascendente la terra, mentre è naturalissimo l'immaginare ch'esso sia il punto medio della notte come il punto medio del giorno. Le _Dyavâ-prithivî_ a mezzogiorno e a mezzanotte ritrovano nel cielo la _yoni_ o vulva materna, onde si svolsero gemelle (_sayonî_) ed il _pitror upastha_, da cui furono generate.