Letture sopra la mitologia vedica

Part 25

Chapter 252,138 wordsPublic domain

Tutto il regno luminoso percorso da Vishnu è sede, ossia dominio degli Dei; e della regione percorsa da Vishnu, ossia della sua grandezza, dice un inno vedico (_Rigveda_, VII, 99), nessuno conosce il confine; in questo inno di composizione probabilmente moderna, ove Vishnu ed Indra tendono evidentemente già ad astrarsi, un versetto, col dirci ch'essi producono il sole, l'aurora ed il fuoco, sembra già distinguere Vishnu dal sole; ma la natura solare di esso ci pare tuttavia scolpita nel versetto che precede, il quale ci dice che Vishnu, da ogni parte, involge la terra co' suoi raggi di luce.

L'inno seguente attribuisce a Vishnu parecchi degli attributi solari; esso ha cento raggi, è rapido, fornito di cavalli, ricco, benefico. Nello stesso inno Vishnu è ancora chiamato col nome di _Çipivishta_, parola che vale propriamente _fornito di raggi_; ma sopra la quale, frantesa, nacque ben presto un equivoco grossolano, che i commentatori s'ingegnarono di spiegare con le più strane leggende. Vishnu chiama nell'inno sè stesso _Çipivishta_; ma la parola, che vale propriamente _il fornito di raggi_, può ancora interpretarsi _coperto di raggi_, ossia i cui raggi lo nascondono; ma, fatto del sole una persona, i suoi raggi divennero i suoi capelli; il sole con la sua chioma, il sole capelluto (Sansone), è chiamato _Çipivishta_, appellativo dato non solo a Vishnu, ma a Çiva nel suo carattere di sole moribondo, rappresentato sempre con una vasta chioma. Ora pare che il nome di _Çipivishta_ siasi pure dato per tempo al _phallos_, come _coperto di peli_, e quindi _oscurato, nascosto_. Il poeta vedico allude certamente a quel senso ignominioso che deve avere avuto la parola _çipivishta_, quando, scambiando il senso nobile col senso ignobile della parola, domanda a Vishnu: «Che cosa avevi tu da rimproverarti, o Vishnu, quando hai detto: _Io sono Çipivishta_? non celare a noi questa tua forma assunta, quando nella battaglia ti sei trasformato.» Noi sappiamo come Çiva divenne quindi il Dio fallico per eccellenza, anzi che il fallo stesso lo rappresentava; il nome di _Çipivishta_, che vien pure dato a Çiva, basta ad assicurarci che, nell'inno vedico, ove appare Vishnu come _Çipivistha_, si è preso equivoco tra il sole chiomato ed il fallo coperto di peli, e che Vishnu usurpa anticipatamente uno degli attributi, che saranno quindi proprii del Dio Çiva. E che non vi sia dubbio sopra la interpretazione che propongo al passo vedico, ce lo dichiara apertamente l'antico commentatore Yâska, il quale, parlando del nome di _Çipivishta_ dato a Vishnu, come di un mistero da non rivelarsi, fa che Vishnu si confronti da sè stesso al fallo; se non che, interpretandosi ancora altrimenti la parola _çipivishta_, con uno strano e capriccioso sforzo etimologico, Vishnu dice di sè stesso ch'egli è un _çepa_ o _fallo svestito_ (che può interpretarsi come _sprepuziato_, o come _privo di peli_), e Yâska, accettando, senza dubbio, la seconda interpretazione, aggiunse, interpretando il mito: _privo di raggi_. Ma questo errore de' commentatori indiani e quindi, se non erro io, degli interpreti europei, è nato dall'aver ammesso che il _nirveshtita_ di Yâska equivalga al _vishta_ del _Rigveda_, il che non mi pare possibile in alcuna maniera; chè non solo sono sinonimi, ma contrarii, _çipivishta_ valendo _fornito, vestito di raggi_ (e poi _vestito di capelli, capelluto_, e infine _fornito, vestito di peli_); mentre invece il _çepah nirveshtita_ non vale altro se non _il membro spogliato_, qualità, con la quale si potè quindi raffigurare il Dio fallico Luno, come privo di raggi o di peli, o calvo, od anche eunuco. Ecco in qual probabile maniera un appellativo poetico semplicissimo del Dio, male interpretato fin dall'età vedica, introdusse nel mito di Vishnu un mistero, al quale il primo poeta, che aveva salutato il sole con quel nome, non avea sicuramente pensato; chè il nome di _vish-ta_ deve essere stato piuttosto suggerito all'antichissimo _rishi_ vedico dall'analogia che gli offriva la stessa voce _vish-nu_, la quale non aveva sicuramente nessun significato vergognoso nell'età vedica. Vishnu, lo ripeto, negli Inni vedici, non ha il posto primario, anzi figura più tosto come un servitore che come un amico d'Indra, ma la sua vita è pura, la sua storia vedica è priva di scandali; il mescolarlo come il suo compagno Indra, anch'esso chiamato _çipivishta_ che appare come un sinonimo di _çiprin_, in un mistero fallico, è una calunnia nata da un antico malizioso equivoco, quantunque appaia ancor esso nella qualità di generatore primevo, anteriore a Prag'âpati: l'inno 184º del decimo libro del _Rigveda_ canta che Vishnu foggiò la vulva dell'universo, Tvashtar ne apprestò le forme, Prag'âpati versò il seme genitale, Dhâtar posò è costituì il germe. Perciò vedemmo sopra Vishnu come signore de' sette germi cosmici, e, presso l'inno 154º del primo libro del _Rigveda_, non solo quello che pervade tutto l'universo, ma quello che lo contiene tutto in sè. Il _viç-va_ e il _vish-nu_ provengono dalla stessa radice _viç_. Quando pertanto dal culto del Dio concreto specifico si passò a venerare particolarmente il Dio astratto generico; quando Indra come Divaspati cedette il campo a' suoi antichi originarii equivalenti Brahman e Brahmanaspati, esprimenti il cielo; si sostituì pure ad Indra grandeggiante nel cielo, distendente il cielo, sopra gli altari del sacrificio, Vishnu il collega d'Indra, che pervade ed occupa tutto l'universo, col quale evidentemente s'identifica. Quando poi si divulgarono le leggende brâhmaniche, nelle quali apparivano forme strane, divine, eroiche, umane, bestiali, sotto le quali il Dio compieva miracoli, i settarii di Vishnu supposero che ciascuna di quelle forme antiche, moderne o rinnovate, fosse una incarnazione panteistica del loro Iddio prediletto; e così, dopo avere creato, sopra il sole Vishnu, un Dio metafisico analogo a Brahman, tornarono a decomporlo in numerose sacre particole, ciascuna delle quali conteneva intiero il loro Dio; sotto questo rispetto, Vishnu si poteva dunque, nell'età brâhmanica, considerare come un vero Dio universale, poichè in tutte le antiche manifestazioni degli Dei, raccontate con nuove varianti brâhmaniche della setta vishnuitica, egli appariva come l'inevitabile _Deus ex machina_.

LETTURA DICIASSETTESIMA.

RUDRA-ÇIVA.[90]

Noi abbiamo già accostato Indra _Çiprin_ con Vishnu _Çipivishta_, e notammo come _çipivishta_ fosse pure un appellativo dato a _Rudra-Çiva_. _Rudra-Çiva_ raffigura specialmente il sole moribondo; ma, poichè questo s'incontra con l'_astro_ lunare, lo stesso Dio solare prese ben presto alcuno de' caratteri essenziali lunari, e specialmente quello di generatore fallico, o di _phallos spogliato_, secondo il senso che si diede alla parola _çipivishta_. Qui ancora è probabile che a far di _Çiva_ un Dio fallico abbia, in parte, contribuito un equivoco di linguaggio. Come Indra _çikhin_ o _çiprin_ prese pure nome nella letteratura brâhmanica di _Çibi_ o _Çivi_, come Yâska prendeva equivoco tra le voci vediche _çipi_, «raggio,» e _çepa_, «fallo, coda;» così non mi pare improbabile che alla parola _çiva_ scambiatasi, per l'analogia offerta dalla parola _çipivishta_, in _çipa-çepa_, siasi, sotto l'influsso delle parlate prâcritiche, attribuito un senso intieramente fallico, innanzi che altre occasioni esterne venissero a determinare e svolgere maggiormente nell'Indra il culto del _phallos_ nella figura del Dio Çiva. Ma _Çiva-Çipa_, che si riscontra per un verso con _çepa_, per l'altro si accosta, per la mediazione naturale di _Çipivishta_ o _fornito di çipi_, all'equivalente _çiprin_ (_fornito di çipra_ ch'è _il ciuffo_); Indra _Çiprin_ è il Dio _col ciuffo_: Indra _Çiprin_ e Vishnu _Çipivishta_ si rappresentano entrambi circondati dai Marut; ora i Marut, il padre de' quali è Rudra, sono chiamati _hiranya-çiprâs_, ossia _aventi un aureo ciuffo_. Ecco un primo carattere, per cui in _Rudra-Çiva_ o _Rudra-Çiprin_ sembra indicarsi _il sole moribondo_, ossia il sole col ciuffo. L'inno 43º del primo libro del _Rigveda_ ci fa sapere che Rudra splende come il sole e come oro; Pûshan, in cui ravvisammo già il sole moribondo, è spesso chiamato nel _Rigveda_ con l'appellativo di _Kapardin_, e Kapardin, _dai capelli ispidi_, dai capelli che vanno in su (a uso de' penitenti), è un appellativo vedico e brâhmanico di Rudra e di Çiva. L'inno 114º del primo libro del _Rigveda_, ove Rudra parrebbe identificarsi con quello stesso Vishnu che, dopo aver negl'Inni vedici distrutto il cinghiale, apparirà esso stesso, in una delle sue incarnazioni, nella forma d'un formidabile cinghiale, il Dio Rudra circondato, come Indra, come Vishnu, dai Marutas, si rappresenta qual rosso cinghiale celeste dall'ispido pelo (_divo varâham arusham kapardimam_), ed è pregato perciò di risparmiare i devoti mortali, e i loro figli, e i loro bestiami, e di non distruggerli nell'ira sua. Nel primo inno del secondo libro del _Rigveda_, Rudra, chiamato _asuro maho divas_, ossia _grande spirito del cielo_, un equivalente di _Mahâdeva_ appellativo del Dio Çiva, s'identifica esplicitamente con Agni e con Pûshan, onde si pare che la sua propria natura è il fuoco del sole moribondo. Nell'inno 33º dello stesso libro è pregato Rudra di non allontanare il sole dalla vista degli uomini, altra prova evidente che si tratta d'un genio o Dio del sole moribondo. Anch'esso, come il sole, sale sopra un carro; nell'inno 74º del sesto libro Rudra si trova invocato insieme col Dio Luno o Soma, affinchè caccino insieme tutti i mali, mettano ne' corpi umani tutti i rimedii, purifichino, allontanino la sventura (_Nirr'iti_), liberino dal laccio mortale di Varuna, che è simile a quello di Yama. Anche in quest'inno noi ci persuadiamo che il Dio dovea essere invocato all'accostarsi della notte, quando la tenebra sembra farsi apportatrice d'ogni male sopra la terra; si teme che Rudra sia complice di Varuna o di Yama, e lo si scongiura; egli è supposto padrone di tutti gli Dei, e il medico de' medici divini. L'inno 22º dell'ottavo libro celebra gli Açvin, come numi splendidi, adorati il mattino e la sera, che percorrono le vie di _Rudra_, ond'essi stessi vengono appellati _Rudrau_ (_i due Rudra_, o _i due terribili_).

Dalla nozione adunque che, presso il _Rigveda_, si ricava intorno a Rudra, non par dubbia non solo la sua natura solare, ma in ispecie quella di sole moribondo, che conviene pure, come già vedemmo, a Yama, col quale Rudra-Çiva presenta parecchi caratteri simili, essendo divenuto, com'esso, terribile e beato, infernale e paradisiaco, distruggitore e riproduttore della vita.

La nozione degli altri Vedi non distrugge punto, anzi conferma eloquentemente questa impressione. Quando il _Yag'urveda bianco_ ci dà come sorella di Rudra Ambikâ, e il suo _Brâhmana_ ci assicura che Ambikâ è l'autunno, noi troviamo, come al solito, trasferiti al cielo autunnale ed invernale i fenomeni del cielo vespertino e notturno. Presso il _Çatarudriya_ dello stesso Veda Rudra appare, come Çiva, nella qualità di _giriçanta_ o _abitante sui monti_, di _giritra_ o _montanaro guardiano de' monti_, che è propria del sole al tramonto; come _nîlagrîvo vilohitah_, ossia _rossastro dalla nuca azzurra_, ossia la cui testa rossastra posa sul cielo azzurro; come _kapardin_ o _dagli ispidi capelli arricciati_; come _harikeça_ o _dalla chioma d'oro_; come _ushnishin_ o _fornito di diadema_; come _çipivishta_, come _hiranyabâhu_ o _dalle braccia d'oro_; come _rohitah shtâpati_ o _rosso artefice_, appellativo che ci richiama alla fucina del sole che tramonta, ove siedono Tvashtar e Vulcano; come _stenânâm pati_ o _signore dei ladri_ (i quali rubano, per lo più, sull'imbrunire, quando il sole non illumina più, e la luna non illumina ancora la terra; del resto, anche la luna è chiamata protettrice de' ladri, e con essa si può confondere Rudra, in tale qualità, come si confonde nella sua qualità di signore di tutti i rimedii, di tutte le erbe, di tutte le piante, e delle foreste); come Pûshan (il sole moribondo) guida il viandante verso la sua dimora, e custodisce le strade, così la luna rischiara le vie, erra nella selva notturna, ed errandovi la illumina; essa è il lumicino delle novelline popolari che guida l'eroe o l'eroina, che si smarrì nella foresta, al palazzo incantato; come ladro, e ingannatore egli stesso (aspetto che, nella Mitologia zoologica, piglia specialmente la volpe che rappresenta il sole moribondo, ossia l'aurora vespertina); come nano e come gigante; come primo ed ultimo nato; come vecchio e come giovine, propizio e terribile; fornito di rapidi carri, munito di dardi formidabili; come compagno di Soma, col quale protegge le case, come _Paçupati_ o _guardiano del bestiame_ (due qualità, con le quali Rudra torna ad assimilarsi con Pûshan); come _çañkâra_ e _çiva_ o _propizio_, due appellativi che distinsero quindi particolarmente il Dio Rudra; e, al tempo stesso, come distruggitore e tormentatore (qualità che distinse quindi, nella brâhmanica Trimûrtti, particolarmente il Dio Çiva, ed ancora il Dio della guerra ch'è della stessa natura di questo Rudra; ho già detto che il rosso di sera, nella superstizione popolare subalpina, annunzia guerra); ad esso pertanto i devoti recitatori del _Çatarudriya_, cioè al suo dente mortifero (come quello di Yama), raccomandano e consegnano i loro nemici ch'essi odiano e dai quali sono odiati.

Parmi evidente che, per i poeti del _Yag'urveda_, sotto il nome del Dio Rudra si raffiguri ancora il sole moribondo vespertino ed autunnale, il Yama che di paradisiaco diviene infernale, il Yama che di primo de' nati diventerà il primo de' morti e il Dio terribile che fa morire; all'autunno, oltre il nome di Ambikâ sorella di Yama, ci richiama il _Çatarudrya_, dicendoci che la pioggia è dardeggiata da Rudra. E questo trasferimento di Rudra dal cielo vespertino al cielo autunnale ci è pure confermato, oltre che dalla sorella di Rudra, Ambikâ, la pluvia stagione autunnale, dalla moglie di lui Priçnî, la vôlta celeste macchiettata, e, sovra tutto, dai figli di lui i Marut, i venti, i quali come si levano la sera, quando il sole tramonta e spirano le gelide brezze notturne, così ancora più formidabili si scatenano negli aquiloni autunnali, nunzii ed apportatori terribili della tempesta invernale, per tornare poi nel marzo nunzii di buon tempo: invocati per la distruzione de' nemici, mentre, secondo un inno dell'_Atharvaveda_, Dundubbi o il Dio tamburo tona per far loro paura.