Letture sopra la mitologia vedica

Part 24

Chapter 243,533 wordsPublic domain

E come s'invoca Indra con Divaspati e Brahmanaspati, così s'invoca con Br'ihaspati; e come Brahman e Brahmanaspati assumono le funzioni di _Prag'âpati_, e quindi presiedono alla preghiera come quella che si estende, si eleva, e poi che eleva, estende, accresce; così Br'ihaspati, invocato con Indra e con Prag'âpati, e reggitore dell'astro di Giove, divenne anch'esso Dio della preghiera, intercessore degli uomini presso gli Dei, pontefice massimo o _purohita_ degli Dei. Nel mito di _Brahman_, _Brahmanaspati_ e _Br'ihaspati_, noi dobbiamo dunque considerare due stadii, de' quali l'uno antico, in cui essi non rappresentavano altro che il cielo; il cielo ebbe quindi due aspetti essenziali e distinti, come creatore e come tonante. Brahman (_il vasto_) ed Indra (_Antara_) rappresentavano entrambi il cielo; ma Brahman specialmente il cielo supremo, Indra specialmente il cielo del centro (il cielo ove si trova Skambha, l'asse, il _manthara_ o _mandara_, leva o fallo che agita l'universo), e poi il cielo medio che diviene pluvio e tonante: Brahman riuscì specialmente il cielo creatore, Indra specialmente il cielo tonante. Ma, nel suo nome di _Divaspati_ o _signore del cielo_, e in parecchi altri indizii, conservò traccia del suo essere primitivo celeste. Così nell'arma fatata da Brahman concessa agli Eroi delle leggende epiche, Brahman viene ad assumere gli ufficii d'Indra fulminatore. A Divaspati rispondevano, in parte, etimologicamente e, del tutto, ideologicamente Br'ihaspati e Brahmanaspati; quindi si spiega l'analogia del loro mito con quello d'Indra Divaspati tonante; ma, poichè la loro affinità di nome e perciò la loro parentela mitica è maggiore con Brahman che con Divaspati (ossia con Indra), divenuto Brahman, espressione particolare non più del vasto, alto cielo, ma della preghiera che sale, si distende e che accresce, alcune delle più recenti qualità assunte da Brahman si attribuirono necessariamente a _Br'ihaspati_ e _Brahmanaspati_, due Dei congiunti insieme, in ciascuno de' quali abbiamo due persone mitiche distinte: l'una antica, essenzialmente fisica; l'altra moderna, essenzialmente ascetica. Tenendo conto di questa duplice genesi del mito, non mi pare che possa più presentare alcuna grave difficoltà il dichiarare il carattere particolare di queste due divinità, il posto che esse occupano nell'Olimpo vedico, e il vederle ora confuse, per loro ufficio, col Dio Indra, ora col Dio Brahman, e, nella loro qualità di _purohita_ e distruggitore delle tenebre, con Agni, celebrato nel primo inno del _Rigveda_ come divino _Purohita_, e spesso invocato con Indra come _Rakshohan_ od _uccisore del mostro_. Ma l'identificazione loro più costante è quella con Indra e Brahman per le analogie che abbiamo sopra dichiarate.[86] E la comparsa di queste due insigni divinità nell'Olimpo vedico è per noi di sommo interesse, pel riscontro ch'esso ci offre col modo, con cui la teologia brâhmanica tentò poi di sbarazzarsi intieramente del Dio Indra e di perseguitarlo. Nel periodo vedico le caste incominciano a disegnarsi, ma non sono ancora bene distinte, e in ogni modo non si trovano ancora fra loro in diretta opposizione. I sacerdoti sacrificatori riconoscono ancora tutta la potenza del Dio Indra; esso è il massimo Iddio, ma Dio battagliero; i sacerdoti, non potendo distruggerlo, tentano farlo pio; attribuiscono pertanto gran parte delle sue vittorie celesti alla sua qualità eminente di _Brahmanaspati_, interpretato non più come signore del vasto cielo, ma come Dio della preghiera. Le religioni ne' loro principii tengono sempre gran conto degli elementi che offre la tradizione popolare; così fece pure il Brâhmanesimo, valendosi d'Indra per costituire la potenza di Brahmanaspati, e del trionfo di Brahmanaspati giovandosi per inalzare la dignità del Dio Brahman nel cielo, e della preghiera o _brahman_ sopra la terra, e quindi l'autorità della casta che rivendicò a sè il privilegio della preghiera, _mercede pacta_.

L'ultimo periodo vedico ci offre parecchi anelli, pei quali possiamo congiungere il Brâhmanesimo col Naturalismo vedico, e spiegarne la derivazione. Indra cielo riuscì Indra Divaspati o signore del cielo; Indra Divaspati si scambiò con Indra Br'ihaspati e con Indra Brahmanaspati. Brahmanaspati, che, secondo l'inno 72º del decimo libro del _Rigveda_, nella prima età degli Dei, quando dal non essere nacque l'essere, foggiò tutte queste cose che esistono come un fabbro (_karmâras_) mentre, nella sua qualità di fabbro, si univa con Indra (strettamente congiunto col fabbro divino Tvashtar), nella sua qualità di creatore associavasi particolarmente a Brahman, che, con le spoglie d'Indra, potè quindi maggiormente grandeggiare; l'espressione: _tvam brahmâ rayivid Brahmanaspate_ (Rigv., II, 1), spiegata per: _tu un Brâhmano ricco o Brahmanaspati_, potrebbe ancora interpretarsi: _tu il ricco Brahman o Brahmanaspati_. E il merito maggiore del ricco Brahman o Brahmanaspati fu quindi per i suoi devoti la virtù, della quale egli fece prova sacrificandosi. Il _Çatapatha Brâhmana_ racconta: «Brahma Svayambhu (ossia _esistente per sè_) faceva penitenza; egli comprese; nella penitenza non vi è infinità; orsù, ch'io sacrifichi me stesso nelle creature e le creature in me; perciò in tutte le creature sè stesso avendo sacrificato e le creature in sè, acquistò eccellenza suprema, dominio di sè stesso, predominio universale; così colui che nel _Sarvamedha_ sacrifichi tutto ciò ch'ei può sacrificare, tutte le creature, consegue eccellenza suprema, dominio di sè stesso, predominio universale.» Il Dio che si sacrifica era già una nozione dell'antica mitologia vedica, figurato nel tramonto del sole e nel principio elementare cosmico, che si distrugge, ossia si scompone per moltiplicarsi. Sostituitosi al Dio reale, concreto, fisico, un Dio, originariamente fisico anch'esso, ma divenuto a poco a poco una pura astrazione, anche il sacrificio divino, per quanto apparentemente grandioso (poichè in Brahman è l'universo stesso, il macrocosmo, che si sacrifica per rinascere disperso in nuove forme individuali del creato, e morire o sacrificarsi infinitamente nelle parti), perdendo della sua poetica individualità, riesce solamente più un mistero religioso, che i devoti devono venerare senza comprendere, per sacrificare i loro beni a beneficio degli interpreti terreni del sommo Brahman.

LETTURA SEDICESIMA.

VISHNU.

Si è voluto ricercare la Trinità brâhmanica nell'Olimpo vedico; io non nego punto l'esistenza di una trinità fisica, ma, salvo l'accenno fatto, nel ragionar di Kâma e Prag'âpati, a tre Dei nominati insieme, aggruppamento che potrebbe pur essere avvenuto per caso, o per amore del numero tre, non trovo espressa una trinità teologica negli antichi Inni vedici. Il concepimento di una trinità nel cielo è ovvio e naturale; il cielo si compone apparentemente di tre persone, il cielo stesso, che, quando sta immobile, inanimato, è cielo padre, è padre eterno, è Brahman, e, quando si muove a tonare e fulminare nelle tempeste, è Indra nella sua qualità battagliera di pluvio e tonante; il sole e la luna. Cielo, sole, luna formano tre persone in una, strette intimamente fra loro con vincoli necessarii. Talora, invece, con altro concepimento, il cielo si rappresenta come un vasto antichissimo oceano; il Padre Eterno, il Dio primevo esce dalle acque, e con lui si agitano il vento ed il fuoco; ecco un'altra trinità, con carattere specialmente cosmogonico, nella quale il Padre, il Figlio e lo Spirito si trovano rappresentati. L'aria o vento, il fuoco e l'acqua, formano una trinità. Ma, io lo ripeto, se gli antichi Inni vedici ci riducono essenzialmente la sostanza divina a quella di queste tre persone fisiche, o, per dir meglio, a questi tre fisici elementi, se gli antichi Dei vedici non si possono, sottoposti ad una rigorosa analisi, ritrovare e spiegare al di fuori di questi elementi essenziali e costitutivi, sarebbe cosa vana il supporre che gli antichi poeti dell'India vedica abbiano già concepita la divinità come una suprema astrazione una e triplice, secondo il concetto brâhmanico e cristiano. Dallo studio che abbiamo fatto fin qui, mi sembra che risulti abbastanza chiaro come fosse ancora piena presso que' poeti la coscienza del fenomeno fisico che il nome divino rappresentava; un principio di astrazione si disegna con l'apparire dei nomi di Brahman, di Vishnu e di Rudra Çiva; ma, come abbiamo dimostrato, ci sembra, con qualche sicurezza, che i poeti vedici più antichi, nominando Brahman, sapevano di nominare il cielo; così spero di potervi ancora provare come, sotto i nomi di Vishnu e Çiva, si nascondevano per i poeti vedici, non di rado, il sole e la luna.

La lingua sanscrita conosce mille appellativi di Vishnu, come mille appellativi del sole; e parecchi di questi appellativi sono fra loro comuni. Ma non è dalla letteratura sanscrita, sì bene dalla vedica che noi dobbiamo cercare le prove del nostro asserto, poichè Vishnu e Çiva nel periodo brâhmanico subirono tali trasformazioni, che rendono spesso troppo malagevole il rintracciarne il primitivo carattere; non già perchè tra loro vengono talora a confondersi; chè il mito stesso ci spiega e giustifica una simile confusione, mostrandoci frequente lo scambio fra il sole e la luna, come due forme gemelle che si alternano, si succedono e creano talora nel cielo l'illusione che si tratti sempre del medesimo astro; ma perchè le sètte religiose indiane hanno sovraccaricato la leggenda de' due numi di qualità particolari arbitrarie, che loro non appartengono in proprio.

Noi abbiamo già veduto che gli Dei si producono solamente nel cielo luminoso; ossia un Dio, un luminoso, mena seco gli altri luminosi o gli altri Dei. Conosciamo quindi già l'appellativo dato agli Dei come risvegliantisi con l'aurora; coll'aurora mattutina si svegliano gli Dei solari del giorno, coll'aurora vespertina gli Dei lunari della notte. A questa duplice generazione di Dei solari o diurni, lunari o notturni, si riferisce e ci richiama pure la duplice generazione di Eroi nella tradizione indiana, risalendo gli uni ad una dinastia solare, gli altri ad una dinastia lunare, secondo che le gesta mitiche degli antichi Eroi ci riproducono sulla terra fenomeni celesti del cielo notturno o diurno; _Soma_, _la luna_, e _Savitar_, _il sole_, sono entrambi due _generatori_. Qual è ora, secondo la nozione vedica, il cielo proprio di Vishnu? è esso un essere diurno o notturno? Io oserei dire che egli non è esclusivamente nè l'uno nè l'altro, ma, per lo più, il sole e, talora, la luna; Vishnu è più spesso certamente il sole, ma egli, all'accostarsi della notte, invece di morire, si trasforma, s'incarna in nuove forme mitiche, assume aspetti particolarmente lunari, erra nella notte, pigliando quel carattere di salvatore, che, nel mito, si attribuisce frequentemente al vecchio Luno, alla vecchia Luna, alla vecchia Madonna, alla buona Fata celeste. La natura di Vishnu è per lo più solare; quand'egli trionfa, è il sole; secondo il _Çatapatha Brahmana_, tagliata la testa a Vishnu, questa testa passa nel sole; il che vuol dire che, dalla sua forma notturna lunare, Vishnu ritorna alla sua propria natura solare. L'astronomia indiana chiama col nome di _Vishnutithi_ o _fase_, _costellazione di Vishnu_, il giorno 11º o 12º lunare, onde si spiega pure il nome di _sposa di Vishnu_ dato nell'_Atharvaveda_ alla _Sinîvalî_, ossia alla vigilia del novilunio; nel _Yag'urveda nero_, invece, il nome di _Vishnupatnî_ o _sposa di Vishnu_, è dato alla Dea _Aditi_, la vôlta celeste; _Aditi_ è pure chiamata _madre di Vishnu_ nano presso il _Mahâbhârata_ e presso il _Bhâgavata Purâna_, e, in un altro passo citato dal Muir,[87] essa trovasi rappresentata come madre del sole _Vivasvant_; Vishnu sarebbe, secondo il _Mahâbhârata_, il dodicesimo _Âditya_, e il più potente e virtuoso di tutti (_sarveshâm âdityânâm gunâdhikah_); secondo il _Nirukta_, Vishnu è l'_Âditya_ per eccellenza. Vishnu è ancora rappresentato come compagno, seguace, fratello minore d'Indra, col quale va a bere il _soma_, col quale combatte, presso il _Rigveda_, il demonio serpente _Ahi_, onde si rappresenta poi sopra il demonio serpente _Çesha_, e a cavallo dell'uccello solare, dell'uccello di rapina _Garuda_, il più formidabile nemico dei serpenti; ed ancora, per la sua somiglianza con Çiva, sposo della Venere e madre d'amore indiana. I suoi dieci Avatâri sono famosi nella tradizione brâhmanica; se ne contano fino a ventidue; ma le sue trasformazioni hanno già incominciato negli Inni vedici; la nozione di Vishnu nano è già una nozione vedica; anzi l'impresa eroica di Vishnu nel _Rigveda_ è precisamente l'avere in tre soli passi misurato l'intiero spazio del cielo con grande meraviglia de' Celesti, Devi e Demonii. È certamente ancora in una forma gemella vishnuitica che il Dio Indra, passando in tre tempi, in tre volte, in tre luoghi sopra il corpo della brutta fanciulla, di brutta e scura ch'ella era la fa ritornar bella; è questo un miracolo che si fa tutte le notti e tutti gli inverni sopra il cielo e sopra la terra, che dalla tenebra ritornano alla luce; ma il Dio nano, percorrendo lo spazio del cielo in tre tempi, compie questo prodigio nel giorno come nella notte, e gli Dei, canta il _Rigveda_ (VIII, 29), _si rallegrano inebbriati_ (_madanti_), dove Vishnu dai lunghi passi percorse i tre stadii. In un altro inno del _Rigveda _(IV 18), si dice: «Allora Indra per uccidere Vr'itra (disse): _O compagno Vishnu, estenditi_.» In una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, che abbiamo già ricordata, il più impaziente d'uccidere Vr'itra appare Vishnu, nella sua qualità di seguace, o _compagno strettamente congiunto d'Indra_ (_Indrasya yug'yo sakhâ; Rigv._, I, 22); nell'inno 89º dell'ottavo libro del _Rigveda_ Indra dice all'amico Vishnu di estendersi, e quindi si aggiunge: «o cielo Dyaus, dà spazio al fulmine perchè discenda.» Parrebbe di qui che dal sole Vishnu Indra tolga i suoi fulmini e quindi li lanci pel cielo. Nel cielo tenebroso e notturno il sole appare chiuso; in esso il cielo, ossia il luminoso, si chiude: Indra estende l'uno e l'altro. In un altro passo vedico il Dio si distende sopra la terra e nel distendersi segnala agli uomini la terra come loro campo di conquista, il che fa veramente ogni mattino ed ogni primavera il sole, illuminando la terra e ridestando gli uomini al lavoro dei campi. Presso il _Mahâbhârata_ (V, 2560) spiegandosi da _Sang'aya_ alcuni de' più illustri nomi mitici assunti da Vishnu, si dice chiamarsi _G'ishnu_ da _g'ayana, la vittoria,_ quasi _il vittorioso, Ananta_ come _eterno, infinito, Govinda_ dal _vedâna gavâm, il ritrovamento_ e _possesso delle vacche_ (l'appellativo di _Kr'ishna_, «pastore»), e _Vishnu_ dal _Vikramana_, ossia _dalla sua facoltà di estendersi_; l'etimologia è, senza dubbio, falsa, e pure essa conserva la coscienza del vero e proprio significato di _Vishnu_, che è il _penetrante_, _il pervadente_, e forse pure il vestiente il cielo di luce. Questo penetrante, questo pervadente può essere la luna, come per lo più appare il sole, e la polvere, nella quale, coi suoi tre passi, Vishnu involge il mondo, secondo il 22º inno del primo libro del _Rigveda_, può essere tanto l'ambrosia luminosa del raggio lunare, quanto la polvere d'oro dei raggi solari. I tre passi, secondo il commentatore vedico Aurnavâbha, citato dal _Nirukta_, sono fatti nel cielo, cioè, com'esso si esprime, «nel luogo in cui nasce, nell'altezza meridiana o zenith (_Vishnupada_ per eccellenza) e nel luogo in cui si corica.» Secondo Çâkapûni, altro commentatore vedico, i tre luoghi, invece, sarebbero la terra, l'aria, il cielo. Si comprende facilmente come, in questa sua qualità di penetrante tutto l'universo, e specialmente di saliente allo zenith, all'altezza suprema de' cieli o al _Vishnupada_, il Dio Vishnu abbia pur potuto identificarsi con Brahman, che è salito all'alto de' cieli e che lo occupa tutto, e come Vishnu occupante l'_antariksha_ siasi congiunto intimamente con l'_antara_ o Indra, e come, finalmente, in qualità di moribondo che si corica alla montagna, Vishnu s'identifichi specialmente con Çiva e si ritrovi con l'astro lunare. Vishnu compie forse pure tre passi nella notte come luna, ma, certamente, opera, presso il _Rigveda_, questo miracolo nel giorno come sole: ossia si parte dalla montagna, dalla terra, e, per la regione intermedia, il cielo d'Indra, l'_antariksha_ sale nell'alto de' cieli, nel cielo di Brahman, per ritornar quindi a coricarsi alla montagna. Il genio solare che fa ogni giorno questo bel miracolo fu particolarmente celebrato col nome di _Vishnu_, e, secondo le regioni che esso visita, gli spazii che percorre, gli Dei che incontra nel suo viaggio celeste, assume pure una parte della loro natura. Si capisce tuttavia che la qualità eminente di Vishnu, il suo momento trionfale dev'essere quello, in cui arriva nell'alto cielo, che si considera come la sede propria non solo di Brahman, ma ancora di _Sûrya_ il sole; motivo per cui Vishnu fu poi considerato specialmente come una splendida figura solare, e come tale spiegato particolarmente dai commentatori indiani ed europei e venerato nell'India dai devoti. Il commentatore del _Yag'urveda bianco_, citato dal Muir,[88] identifica il Dio Vishnu nel suo primo stadio con Agni il fuoco, come quello che esce dalla terra; nel secondo, come quello che vola per l'aria, con Vâyu il vento; nel terzo, con Sûrya il sole. Torna qui la forma embrionale d'una trinità. Così Vishnu che, nell'inno 61º del primo libro del _Rigveda_, ferisce il cinghiale, appare una manifestazione dell'astro solare, che attraversa la scura montagna celeste della notte e ne vien fuori luminoso; nella tradizione brâhmanica poi, nella sua qualità di penetrante, Vishnu stesso si personifica col cinghiale dalle acute zanne, a motivo degli sporgenti suoi raggi o denti che sbranano il demonio della tenebra. Così, quando Agni, nel _Rigveda_, dice di sè ch'egli è l'_arkas tridhâtu_,[89] misuratore del mondo, s'identifica al tempo stesso con Vishnu e col sole _Arkas_, che in tre tempi misura il mondo; lo stesso appellativo di misuratore de' mondi vien dato, presso il _Rigveda_, al sole _Savitar_. L'inno 156º del primo libro del _Rigveda_ ci presenta il Dio Vishnu con qualità così rassomiglianti a quelle del Dio Indra, che si direbbe con esso una sola persona; e ciò non deve far meraviglia dopo quello che abbiamo detto intorno alla diversità delle sedi di Vishnu corrispondenti alle varie sedi solari, ossia alle varie stanze celesti. Nell'atmosfera, nel cielo nuvoloso, e nel cielo notturno, Vishnu s'incontra necessariamente con Indra, una proprietà del quale è pur quella di estendere, ossia di estendersi. Perciò troviamo ancora Vishnu onorato da Varuna e dagli Açvin, e circondato dai Marut; abbiamo già detto, che, secondo la interpretazione indiana, Vishnu, nel suo secondo stadio, ossia nell'atmosfera, la regione de' Venti, s'identifica pure col Dio del vento, ossia con _Vâyu_, e necessariamente con Indra che ha per principali compagni eroici i Venti. Così Vishnu s'identifica con Brahman creatore, ossia con Prag'âpati come signore che appare, nell'inno 164º dello stesso libro, dei sette piccoli germi che contengono in sè il seme del mondo, ossia di tutte le cose. Chi fu questo primo generatore? Fu il sole? Fu la luna? Il sole e la luna sembrano generarsi a vicenda l'un l'altro; presso l'inno 22º del secondo libro del _Rigveda_ ci appaiono Vishnu che genera il _Soma_ (l'ambrosia lunare) e Indra che lo beve; in un altro inno vedico, invece (_Rigveda_, II, 40), _Soma_ appare come produttore, creatore di tutti i mondi (l'inno 96º del IX libro fa di _Soma_ il generatore del sole e di Vishnu); e il sole _Pûshan_, invece, va proteggendo, ossia osservando e conservando il mondo. Si direbbe qui già accennato in germe il carattere di _conservatore del mondo_ che Vishnu dovrà assumere più tardi nella brâhmanica _Trimûrtti_; così nell'inno 36º del VII libro del _Rigveda_ si celebra Vishnu come _Nishiktapâs_ o _guardiano de' semi_; nel 55º del terzo libro Vishnu è chiamato col nome di _Gopâs_, «signore o guardiano, o protettore,» il quale custodisce, difende, ossia regge la suprema regione celeste, guardiano _delle care regioni immortali_, ed ecco un nuovo carattere, per cui _il conservatore del mondo_ parrebbe congiungersi col Çiva paradisiaco. Il carattere del vedico Vishnu è dunque evidentemente tutto benefico, oltre che singolarmente modesto; Vishnu si presta per gli altri Dei e specialmente per Indra, di cui assicura la vittoria, e non raccoglie verun profitto. Questo carattere di particolare generosità, che ci presenta nel solare Vishnu il solito Dio che si sacrifica, dovea essere così sentito nell'età vedica, che, perduto il senso etimologico dell'appellativo vedico _Tridhâtu_, ossia _quello de' tre elementi_ dato a Vishnu, la _Taittiriya Samhitâ_ compone già una leggenda etimologica, secondo la quale il nome _Tridhâtu_ varrebbe quello _che si è dato tre volte_. Si narra cioè che Indra, volendo uccidere Vr'itra, ordinò al fabbro Tvashtar di preparargli il fulmine; Tvashtar si mise all'opera, e, per mezzo del _tapas_ (parola che [si noti bene, per spiegare l'equivoco mitico della generazione per mezzo della penitenza, che vuol dire, per mezzo del calore; senza il calore non si genera] vale _calore_ e _penitenza_), riuscì a farne uno; Indra si provò ad alzarlo, ma come avviene spesso agli eroi poco destri delle novelline popolari russe, i quali non possono alzare il bastone di ferro preparato dal mago nella fucina, Indra non può alzare il fulmine forse troppo massiccio ed ardente preparatogli da Tvashtar. Noi abbiamo già veduto Vishnu identificarsi, secondo la sede che egli occupa, con Agni il fuoco, con Vâyu il vento, e con Sûrya il sole. Il fuoco deve aver la forza di bruciare, il vento quella di volare, il sole co' suoi raggi quella di penetrare. Vishnu, per compiacere Indra, che ha bisogno d'un fulmine formidabile, ma che si possa lanciare a traverso gli spazii, consente a farsi in tre pezzi, coi quali tre pezzi di sè stesso il fulmine d'Indra si crea, e il Dio fulminante consegue la vittoria, per merito singolare di Vishnu, che ha dato al fulmine il potere di volare, trovandosi, come già abbiamo avvertito, nella sua seconda sede, il sole circondato dai Marut, coi quali trovasi anzi invocato nell'inno 87º del quinto libro del _Rigveda_. Un'altra delle qualità peculiari di Vishnu, che, oltre al rivelarne la sua speciale natura solare, ardente, alla sua potenza nel _tapas_, ne rivelano l'indole benigna e servizievole, è quella di cuoco celeste. Egli, in unione con Pûshan, cuoce per Indra cento bufali, certamente per mezzo del suo fuoco solare; nel vero, in un altro inno (V, 29), è detto che Agni, ossia il fuoco, ha cotto trecento bufali per Indra, il quale, dopo averli mangiati, e aver bevuto tre laghi di _soma_, ossia d'ambrosia, combattè con Vr'itra e l'uccise. Secondo un inno del _Rigveda_ (VI, 69), una parte di quel _soma_ sarebbe stato pure bevuto da Vishnu, invocato insieme con Indra, Vishnu vi fa il solito miracolo di estendersi pel cielo, ossia di estendere il cielo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, in quello spazio disteso da Vishnu gli Dei fabbricano i mondi luminosi, i Vedi e la parola, che rimangono loro proprietà. Quello che rimane fuori di tale spazio appartiene agli _Asurâs_, il che val quanto a dire che tutto ciò ch'è fuori della luce è del dominio dei demonii.