Letture sopra la mitologia vedica
Part 23
Ma, tornando alla cosmogonia vedica, per quanto sia diverso il modo, con cui ci rappresenta l'ordine della creazione, ciò che v'ha di certo è che le acque ed il vento si considerarono come primi elementi, e che il primo creatore o Prag'âpati fu un maschio o _purusha_, il quale, dopo aver parlato, come il Jehovah biblico, dopo avere detto il _fiat_, creò.[80] Anzi è singolarissimo il trovare nel _Çatapatha Brâhmana_, ossia in un monumento letterario che risale oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, come prima parola detta da Prag'âpati, desideroso di parlare per creare, la voce _bhûs_ che tradurremmo per _fias_, e che, significando pure _terra_, fu cagione perchè, appena detta quella parola, la terra fosse creata: la seconda parola detta da Prag'âpati fu _bhuvas_, che vale ancora _fias_, ma significa pure _firmamento_; perciò, detta quella parola, nacque tosto il firmamento: nella terza parola non vi è più lo stesso equivoco, ma non è impossibile che qui siasi alterato il passo e che, invece di _svar_, vi s'abbia a leggere vedicamente _asas_ (_asa iti_), che avrebbe ancora lo stesso valore di _fias_ e che ritornerebbe nell'_asau_ (_dyaur_) che segue. Ma il primo esempio, in ogni modo, basta per mostrarci la singolare analogia che presentano fra loro la leggenda cosmogonica indiana e la biblica, anco ne' più minuti e caratteristici particolari. È indiana, invece, esclusivamente indiana, la rappresentazione del _Çatapatha_ di Prag'âpati in forma di testuggine, animale che nella mia _Mitologia zoologica_[81] ho già tentato di mostrare[82] come trovisi strettamente congiunto col _phallos_ cosmogonico. Prag'âpati che diviene sostenitore del mondo, che, appena creato, domanda un punto d'appoggio nelle acque, che appoggia poi l'universo sopra Skambha, Prag'âpati che s'identifica con Kaçyapa, e, per esso, con la testuggine, prepara gli elementi della leggenda cosmogonica posteriore, nella quale i Devi e gli Asuri si accingono a creare il mondo, a produrre l'_ambrosia_ o agitando l'oceano con un monte o enorme bastone, sostenuto in fondo alle acque da una testuggine. Nella mitologia brâhmanica la testuggine è un'incarnazione di Vishnu; ma noi abbiamo già indicato come nel Prag'âpati si contengano in germe le tre persone di una Trinità indiana. Viceversa, nella _Mundaka Upanishad_, la qualità di conservatore del mondo (_bhuvanasya goptâ_) viene assunta da Brahman, e, nello stesso _Çatapatha_, Nârâyana, ch'è poi uno de' nomi principali di Vishnu, appare come _Purusha_, ossia assume la qualità principale di _Prag'âpati_ (col quale appare pure in contrasto) e del _Brahman_ creatore. E, come vedemmo al sole vedico attribuirsi la qualità di Prag'âpati, e poi questa qualità staccarsi, astrarsi in una persona divina distinta, intorno alla quale si aggrupparono le varie leggende cosmogoniche esistenti e alcuni nuovi dogmi teologici; così la qualità essenziale di Prag'âpati, ossia il _Purusha, il maschio universale_, trovasi già nello stesso _Rigveda_, e specialmente in un inno panteistico del decimo libro (intitolato da esso, _Purusha Sûkta_, ossia _inno di Purusha_), distinta da Prag'âpati, col quale lo troviamo così spesso identificato. Questo _Purusha_ riceve già una parte di quel carattere mostruoso e gigantesco che distingue i concepimenti brâhmanici, e, secondo ogni probabilità, non è nato in riva all'Indo, ma nell'India gangetica; difatto vi si fa già una menzione evidente delle quattro caste: esso ha mille teste, mille occhi, mille piedi; avvolge d'ogni parte la terra; egli è tutto, il passato ed il futuro; egli è l'eterno alimentatore. Il creato che esiste è solamente una piccola parte di lui; il sacrificio che gli Dei fecero a lui durò un anno; il burro liquefatto era la stessa primavera; l'estate il combustibile, la libazione il pluvio autunno; dalla sua bocca uscì il Brâhmano, dalle braccia il guerriero (_râg'anya_), dalle coscie l'agricoltore (_vaiçya_), dai piedi il servo artigiano (_çudra_), dalla sua anima (_manas_) la luna, dal suo occhio il sole, dalla sua bocca Indra ed Agni, dal suo alito il vento, dal suo umbilico l'atmosfera, dalla sua testa il cielo, da' suoi piedi la terra, da' suoi orecchi le quattro parti dell'orizzonte. Ma il fine dell'inno ci tradisce la intenzione tutta brâhmanica del poeta, e ci mostra come, staccandosi da Prag'âpati, di cui non parea abbastanza determinata la santità, il _Purusha_ sia passato in Brahman. I Brâhmani non fanno altro che raccomandar la preghiera (_brahma_) accompagnata da sacrificii con oblazioni; per offrirne un esempio, l'inno termina identificando il _Purusha_ col sacrificio, col Dio che si offre come vittima in sacrificio a quegli stessi Dei che sacrificano a lui. Il maschio universale così purificato, e inalzato in una regione più spirituale, s'identifica con Brahman, che dovrà quindi riuscire il sommo nume non tanto dell'Olimpo indiano, quanto della fede brâhmanica. Il _Purusha_ panteistico si sacrifica disperdendosi, emanando nell'universo, come fa per l'appunto Brahman, il Brahman che, nel _Purusha Sûkta_ dell'_Atharvaveda_, appare creatore del _Purusha_.
LETTURA QUINDICESIMA.
BRAHMAN, SKAMBHA, BR'IHASPATI E BRAHMANASPATI.
Sebbene talora il supremo potere, nella triade indiana, secondo le preoccupazioni settarie, sia occupato da Vishnu (chiamato perciò nel vishnuitico _Mahâbhârata_ un Brahman superiore), e alcuna volta anche da Çiva, il Dio Brahman è il più universalmente venerato come principe della indiana _Trimûrtti, qual Dio_ essenzialmente creatore, quale _Prag'âpati_, uscito ancor esso dall'uovo cosmico, chiamato perciò spesso _uovo di Brahman (Brahmânda)_.
Vediamo pertanto come questa fortuna mitologica di Brahman si venga svolgendo ne' Vedi.
Una delle qualità essenziali dell'antico Dio vedico, del primevo Indra, è quella di estendere, di allargare il cielo; il vasto cielo si suppone disteso da un Dio che lo governa. La _Pr'ithivî_ o _larga_ è la forma femminina di questo estenditore del cielo; la _Pr'ithivî_ si confonde con la _Sarasvatî_, e la _Sarasvatî_ s'identifica con la _vac'_, dapprima _la parola_, e poi _la sacra parola_. La parola _brahman_ ha seguito vicende analoghe a quelle della voce _pr'ithivî_. La parola risale ad una radice _barh_, che vale _accrescere, estendere_; perciò essa espresse ad un tempo, come mascolino, il Dio creatore, il Dio accrescitore, e poi l'accrescitore per mezzo della _preghiera_, della _parola sacra_, ch'è il significato principale del neutro _brahman_. Un Dio che si fonda sopra un neutro, ed anzi che con questo neutro si confonde, poichè il Brahman essere supremo e il Brahman Dio supremo riescono al medesimo, può avere una persona poco spiccata e vivace, ed è condannato a rimanere un'astrazione immobile. Chè, se anche col nome di Brahman si congiunge un gran numero di leggende, o queste leggende sentono lo sforzo di una composizione scolastica, o pure non appartengono in proprio a Brahman e gli furono attribuite capricciosamente, modificandone, con lievi tocchi, il contenuto e la forma. E questa è pure la ragione, per cui, sebbene nella gerarchia teologica della religione brâhmanica il Dio Brahman occupi il grado supremo, non abbia nell'India idolatri settarii quanti ne ottennero Vishnu e Çiva; a quel modo stesso con cui, nel Cristianesimo, il Figliuolo e lo Spirito preoccupano essi soli tutto il culto, e al Padre Eterno non è consacrato neppure un giorno del calendario festivo. L'immaterialità, l'idealità di Brahman sfugge all'idolatria; Brahman il Dio della preghiera che accresce, della devozione che porta felicità, è egli stesso il mezzo più che l'oggetto della purificazione. Senza di esso nessun'opera umana o divina può avere efficacia: chi s'assorbe nella preghiera, s'assorbe in Brahman; chi è assorto nella devozione brâhmanica, rinuncia ai piaceri sensuali, ai beni della terra, e si mostra liberale de' suoi doni ai diretti interpreti del sommo Brahman, ai Brâhmani, con l'aiuto de' quali si può conseguire ogni beatitudine. Brahman ch'è detto nel _Taittiriya Brâhmana_ essere, per sua natura, un Brâhmano, è naturalmente il Dio particolare de' Brâhmani, come Vishnu quello de' guerrieri, e Çiva delle caste inferiori, sebbene Vishnu e Çiva appaiano anch'essi molto onorati dai Brâhmani. Ma i Brâhmani fanno sacrificii solenni e dispendiosi, per conto altrui; a Brahman essi sacrificano con l'esercizio della penitenza e con la preghiera; ossia la preghiera diviene efficace pregando; il Brâhmano, per l'efficacia della preghiera, ossia per la virtù di Brahman, può fare ottenere ai devoti liberali dai singoli Dei ch'essi invocano i beneficii desiderati. E la virtù della preghiera si ritenne essere tanta, che il neutro _brahman_ valse pure _la formola magica_, e l'_Atharvaveda_, che contiene il maggior numero di formole magiche, si chiamò pure pertanto _Brahmaveda_, ossia _il Veda delle formole magiche_; onde il Brâhmano, il quale adopera il _Brahman_, assunse pure autorità e prestigio di mago; e l'arma magica viene ne' poemi epici chiamata arma di Brahman; arco di Brahman (_brahmâstra_), secondo ogni probabilità, l'arma del cielo, il fulmine, arma fatata per eccellenza, come il cielo è la sede suprema delle magie.
Brahman divenne poi un'astrazione; tuttavia una personificazione mitica di esso, per quanto mostruosa e mal determinata, esiste pure nella mitologia vedica e brâhmanica, e serve a spiegarci la prima natura del mito. Abbiamo detto valere la voce _brahman_ propriamente _il vasto_, e _quello che s'allarga_, e quindi _quello che allarga_; dicemmo pure una simile qualità attribuirsi pure ad Indra, che etimologicamente e ideologicamente abbiamo già, nella sua forma primigenia, identificato col cielo. Il cielo supremo, come immobile, tranquillo, infinito, eterno, dà l'idea del Padre Eterno, come l'idea del Paradiso celeste. Quindi il cielo o Paradiso celeste indiano ora è chiamato _Indraloka_, ora _Brahmaloka_; chè, secondo la diversa qualità de' devoti e la regione più o meno elevata, esso fu diversamente concepito, tanto che trovarono posto nel primo le lascive ballerine dell'epopea brâhmanica (quasi all'eroe si promettesse come premio delle battaglie mortali gli amori immortali delle celesti Apsare), nel secondo gl'immobili, assorti, spiritualissimi penitenti brâhmani ed _arhant_ buddhistici. Il cielo, ora fisso, azzurro, tranquillo, sereno, raccolse alla meditazione grave e solenne i penitenti; ora animato da fenomeni diversi diede aspetto d'una vita olimpica mobile, variata, tempestosa. Indra parve dominare specialmente in un paradiso sensuale, in un cielo animato; Brahman, come Varuna, in uno spirituale, ossia in un cielo tranquillo; ma la natura propria come la sede d'entrambi, più o meno elevata, è il cielo.
Quando pertanto si parlò dapprima dell'unione finale del devoto con Brahman, con questa espressione non si dovette intendere altro se non la sua andata nel cielo, dove siedono i beati; ch'è sopra le stelle. Il _Çatapatha Brâhmana_ sembra dichiararcelo apertamente, quand'esso ci dice che s'arriva a Brahman passando per sei porte o vie, il fuoco, il vento, l'acqua, il fulmine, la luna, il sole; pel fuoco del rogo, l'anima portata dal vento arriva alle altre porte, che la introdurranno a Brahman, nel mondo del quale essa vivrà (_so 'gnina Brâhmano dvârena pratipadya Brahmanah sâyug'yam salokatâm g'ayati_). Qui Brahman appare evidentemente come il cielo supremo, e quello che da noi si chiama il terzo o settimo cielo. Lo stesso _Brâhmana_ avverte come l'anima del devoto che muore, liberata da ulteriori nascimenti, si assimila con Brahman, ossia ne assume la natura, una nozione panteistica che prepara la dottrina dell'assorbimento buddistico. Questo Brahman, in cui s'annienta beato il devoto, è sicuramente ancora il cielo, come nell'_Aitareya Brâhmana_ il devoto che muore sapiente è detto unirsi, dopo morte, col sole a partecipare della natura di esso e abitare nello stesso suo mondo.
Il Dio Brahman appare dunque originariamente come un essere fisico, anzi come la forma fisica più costante e però immortale. Chè, se, nell'_Indraloka_, o, come abbiamo spiegato, cielo medio (_antara_), cielo delle tempeste, vi sono ancora battaglie e passioni, nel _Brahmaloka_, nel cielo supremo, regna l'impassibilità, carattere massimo di Brahman. Chi corregge le sue passioni, doma i suoi sensi, diviene insensibile, impassibile, nella vita terrena, partecipa pertanto della natura di Brahman, e merita, perciò, dopo la morte, di venire assimilato con esso, l'immobile assoluto. E si capisce ancora come da quell'immobile assoluto celeste siasi potuto immaginare il primo increato creatore, dal cui albero o dalla foresta del quale, secondo l'inno 81º del decimo libro del _Rigveda_ commentato dal _Taittiriya Brâhmana_, sarebbero poi nati il cielo luminoso e la terra. In un inno cosmogonico dell'_Atharvaveda_, ove si dà della parola _Purusha_, _il maschio_, una strana etimologia (dalla parola _pur_, _città_ per eccellenza, la città di Brahman immortale; il poeta dice che Brahman e i Brahmidi danno la vita, l'alito vitale e la prole a quelli che conosceranno questa etimologia misteriosa: _yo vai tâm Brâhmano veda amr'itenavr'i tâm puram tasmai Brahma c'a brâhma c'a c'akshuh prânam prag'âm daduh_); di tutte le creazioni del _Purusha_ o _maschio universale_ è fatto principal merito al neutro _Brahman_, il quale pose la terra sotto, e sopra di esso il cielo, e fra il cielo e la terra l'atmosfera. Con questo Brahman vuole, senza dubbio, essere identificato il Dio supremo _Skambha_ dell'_Atharvaveda_, figurato ancor esso come albero; del quale gli Dei sarebbero i rami, che contiene in sè l'intiero Indra, ossia, ciò ch'è dentro, l'_antara_, il contenuto de' mondi, _Indra_, il quale, alla sua volta, comprende in sè i mondi, la penitenza (ossia il calore) e il cerimoniale. Come Prag'âpati e Brahman creano per effetto di lunga penitenza (una delle forme predilette, della quale sappiamo essere il mantenersi per lungo tempo immobile allo stesso posto), così _Skambha_ che contiene in sè Indra (ossia, come suppongo, l'interno, il medio, e qui il contenuto), il quale accoglie in sè stesso la penitenza (ossia il calore), incomincia a creare. Come Brahman si rappresenta in una forma colossale, così, per venir fuori, la luna attraversa il gran membro (o corpo, _angam_; la voce _Skambha_ vale _pilastro_; esso serve, pertanto, come di _asse_ al mondo) del vedico Atlante Skambha, da cui ogni cosa dipende, a cui ogni cosa tende, sopra il quale, come sopra una leva, Prag'âpati il creatore fonda ed appoggia pertanto tutti i suoi mondi, un _phallos_ o tronco d'albero, che ad un tempo crea il mondo e lo regge occupando le quattro regioni celesti. L'inno stesso ci fa sapere che chi conosce il gran mistero divino: Brahma esser contenuto in Purusha, o Prag'âpati, conosce pure Skambha. Come poi si diede a questo Brahman universale un corpo colossale umano con testa, membra, ec., onde il mondo si crea; così nello _Skambha_ dell'_Atharvaveda_ ci appare un corpo umano colossale, la testa del quale è il fuoco Vaiçvânara, gli occhi sono i luminosi Angirasi, la bocca è la preghiera (_brahma_), le membra sono i Yâtavas (più sotto è detto che i trentatrè trovarono i loro corpi nelle membra di Skambha), la lingua è la verga del miele (_madhukaçâ_, ec).
Come Prag'âpati, come Brahman ora appare creato dall'uovo, ora increato creante l'uovo cosmico, così di Skambha si dice nell'inno ch'esso nel principio creò l'oro (_hiranyam_) nel mondo medio (_loke antare_, ossia _nel mondo d'Indra_, che, com'è detto, contiene tutte le cose), ossia l'_Hiranyagarbha_, «il germe d'oro, l'uovo d'oro,» sommo, insuperabile. L'inno quindi invita ad onorare questo Brahman anziano (_tasmai g'yeshthâya Brahmane_), di cui la terra è la base, l'atmosfera il ventre, il cielo la testa, Agni la bocca, il vento l'alito, gli Angirasi gli occhi; e a cui tutti gli Dei prestano omaggio; il misterioso creatore Prag'âpati si manifesta quando nell'acqua trova l'aureo bastone,[83] ossia, secondo il senso vedico della parola vetasa, l'aureo phallos (_yo vetasam hiranyayam tishantam salile veda sa vai guhyah Prag'âpati_). Riassumendo adunque queste nozioni cosmogoniche, in principio esiste l'immobile Brahman; esso trova nel mezzo un pilastro, o fulcro, o _phallos_, Skambha, contenente Indra, e diviene da quel momento Prag'âpati o creatore; il _phallos_ d'oro che sta nelle acque si trasforma in uovo d'oro che erra sopra le acque; trovato il _phallos_, Prag'âpati crea, ossia, come si dice, esso fondò la creazione sopra Skambha.
Così dal cielo supremo immobile, dall'impassibile Brahman si passò all'idea di un solido sostenitore dell'universo; questo asse, di forma fallica, movendosi nelle acque del caos s'illumina; le idee di luce e di suono sono espresse da parole di radice comune; il Prag'âpati luminoso parla; l'uovo d'oro, il _phallos_ d'oro e la parola generatrice si producono insieme. Skambha tiene pertanto della natura spirituale di Brahman e del carattere fallico di Purusha. In un altro inno dell'_Atharvaveda_, in onore di Skambha, il più anziano Brahman, si dice che colui, il quale sappia in che modo si produce il fuoco da due legni (_arani_) confricati insieme, e distingua quale de' due legni maschio e femmina è il superiore, conoscerà pure il supremo mistero celeste, cioè l'essere supremo, il supremo maschio creatore dell'universo (per opera, senza dubbio, di fregamento contro un essere inferiore, femminino; il _phallos_ d'oro nelle acque ci mostra uniti il principio maschio rappresentato dal fuoco, e il principio femmina rappresentato dall'acqua; le scienze naturali non si oppongono punto ad una simile spiegazione cosmogonica). _Filo del filo_ (_sûtram sûtrasya_) è chiamato nell'inno medesimo il primo creatore, ossia il primo principio creatore, l'essenza degli esseri. Brahman, secondo l'_Atharvaveda_, contiene in sè tutti gli Dei, come una stalla, le vacche (_sarvâh hi agmin devatâh gâvo goshthe ivâsate_). Un inno vedico citato dal _Çatapatha Brâhmana_ incominciava con le parole: (Il sempre) _esistito e futuro, grande, unico Brahman indestruttibile io celebro_ (_Bhûtam bhavishyat prastaumi mahad Brahmaikam aksharam_). Un altro passo interessante del _Çatapatha Brâhmana_ citato e tradotto dal Muir,[84] ci dà la notizia che Brahman si recò nelle regioni più alte del cielo per dare nome e forma alle cose. Un passo del _Taittiriya Brâhmana_ ci rappresenta così la grandezza di Brahman: «Brahma generò gli Dei, Brahma questo intiero mondo, lo Kshattriya (o guerriero) fu foggiato da Brahman: _ma_ Brahman è per sua propria essenza un Brâhmano; entro di lui consistono questi mondi, entro di lui tutto questo universo. Brahma è il più antico degli esseri (_bhûtânâm_, propriamente _degli esistiti_): perciò chi è degno di stargli a confronto? In Brahman i trentatrè Dei, in Brahman Indra e Prag'âpati, in Brahman tutti gli esseri sono raccolti, come entro una nave.» Egli è padre, madre e figlio a sè stesso, egli è l'uccello d'oro, che fa ardere il sole (_hiranmayah çakunir Brahma nâma yena sûryas tapati teg'aseddhah_), egli è la foresta e l'albero, onde si fabbricarono tutte le cose e il fondamento, come Skambha, dell'universo creato. L'_Atharvaveda_, volendo spiegare la virtù creativa di Brahman, gli dà come antecessore un divino _Brahmac'ârin_, ossia _penitente devoto alla preghiera_, che generato nel seno dell'immortalità, già fornito di scienza, per virtù del _tapas_ (_caldo_ e _penitenza_) crea il divino mistero o _brâhmana_ e l'antichissimo Brahman. Uno stesso ordine d'idee religiose e di preoccupazioni brâhmaniche, presso il _Brahmac'ârin_, una specie di precursore, che prepara l'avvento di Brahman, e che ha la virtù di Prag'âpati, fece sorgere ad alta dignità, nell'ultimo periodo vedico, il Dio _Brahmanaspati_ come _signor della preghiera_, che dà alla preghiera tutto il potere e il prestigio desiderato.
Nè essendo ancora decaduto Indra, anzi continuandosi esso ad invocarsi come nume privilegiato e a propiziarsi col sacrificio, per dare una persona mitica popolare al nuovo Dio, e forse ancora per trasformare Indra in un Dio più spirituale, la qualità di _Brahmanaspati_ fu attribuita specialmente al Dio Indra, e sotto questo aspetto il sommo Nume vedico trovasi negli ultimi Inni vedici invocato; alla quale applicazione del nuovo mito, dovette, come parmi, concorrere in parte l'originaria identità da me accennata fra il primitivo Indra e il primitivo Brahman come _cielo_. Brahman, valendo il cielo, come _vasto_, ed Indra (di cui persisto a riconoscere probabile l'etimologia che avanzai, sebbene io sappia già che alcuni uomini dottissimi la rifiutano; cfr., presso _antara_, _antra_, e, presso _mandra_, _manthara_ = _mandara_ [radice primitiva comune ad entrambe le parole è _man_], che si dà pure come un nome di _cielo_ e di _un albero del paradiso d'Indra_, ossia l'albero celeste, l'albero di mezzo, l'asse celeste), essendo chiamato spesso _Divaspati_ o _signore del cielo_, l'appellativo _Brahmanaspati_, antico, perfetto equivalente di _Divaspati_, dovea naturalmente attribuirsi ad Indra. Questa argomentazione mi sembra poi tanto più probabile, se consideriamo non solamente le qualità comuni d'Indra Divaspati e d'Indra Brahmanaspati, di cui si dice, nel _Rigveda_, che risplende color dell'oro, e che ha per sua voce il tuono, ma che si trovano insieme celebrati _Brahmanaspati_ e _Br'ihaspati_ o _Vr'ihaspati_. _Br'ih_ vale _la vasta_; _Br'ihaspati_ vale _il signore della vasta_, ossia della _Pr'ithivî_ celeste.[85] _Brahman_ viene dalla stessa radice _barh_, onde abbiamo _br'ih_; _Brahman_ è _il vasto_ (cielo), _Br'ih_ è _la vasta_ come la _Pr'ithivî_; _Br'ih_ e _Brahman_ sono due equivalenti; ed equivalenti sono perciò pure _Br'ihaspati_, il signore della _Br'ih_ e _Brahmanaspati_, il signore del _Brahman_.