Letture sopra la mitologia vedica
Part 22
Così, invece di una forma distinta demoniaca, abbiamo qui due forme divine analoghe, le quali diventano forme rivali; l'una succede all'altra, e la forma vinta, decaduta, abbandonata, appare forma demoniaca: nel _Rigveda_ il Demonio si chiamava _nero_ o _Kr'ishna_, _copritore_ o _Vr'itra_; nelle leggende puraniche dell'India brâhmanica, Indra subisce tutte le conseguenze della sua parte di vinto. E, nello stesso _Râmâyana_, il cui eroe, com'è noto, muove alla distruzione dei Rakshasi, nell'ultimo libro, pare, nella massima parte, inteso a magnificare la grandezza, la potenza, la virtù, la religiosità dei Rakshasi, singolarmente privilegiati dal Dio Brahman. Mettiamo pure che, a rovesciare così le basi dell'Olimpo vedico nel periodo brâhmanico, abbiano potuto valere, in gran parte, le ragioni di casta, le quali, dopo aver messo in seconda linea Indra il Dio de' guerrieri, per inalzare Brahman alla prima potenza, doveano pur porre qualche cura ad accrescere la dignità dei nemici d'Indra, e, come oggi si dice, a riabilitarli; ma, se ciò fu possibile, bisogna pur dire che nello stesso Olimpo vedico le figure demoniache come le divine fossero trovate, per la loro mobilità, capaci di alterarsi ancora e di subire nuove fantastiche trasformazioni non più per opera fatale del popolo, ma per la rettorica astuta dei teologi brâhmani.
LETTURA QUATTORDICESIMA.
PRAG'ÂPATI E PURUSHA.
Noi assistemmo fin qui alla rappresentazione vedica di esseri mitici, la natura fisica de' quali si lasciò sempre rintracciare. Ma gl'Inni vedici di più recente composizione ci presentano pure alcuni numi metafisici, sopra i quali essenzialmente si basò poi la teologia brâhmanica, e per i quali soltanto i Vedi furono dai sacerdoti indiani santificati e raccomandati come autorità suprema. Già commenti e trattati vedici, quali il _Brâhmana_, e la _Upanishad_, più che ai numi idillici ed eroici, quali sarebbero l'Aurora, gli Açvin, Indra ed i Marutas, rivolsero una speciale attenzione ai numi vedici di ultima formazione, alcuni de' quali furono anzi immaginati pel solo commento; onde non siamo liberi da ogni sospetto che una parte degl'Inni del _Rigveda_, specialmente dei filosofici, teologici, rituali, compresi negli ultimi libri, sia stata contemporanea ai commentarii, ossia non risalga molto più in là del quarto o quinto secolo innanzi l'êra volgare. È noto[73] come il _Çatapatha Brâhmana_ abbia foggiato una nuova forma del Dio Prag'âpati, scambiando, o per ignoranza, o per mala fede sacerdotale, con un divino appellativo _Ka_ l'interrogativo _Ka_, con cui nel ritornello dell'inno cosmogonico 121º del decimo libro del _Rigveda_ il devoto si domanda a qual Dio creatore si debba sacrificare; questo preteso Dio _Ka_ venne poi ancora identificato con Kaçyapa, con Brahman, con Vishnu, con Yama, con Kâma, col Vento, col Fuoco! L'inno vedico dice semplicemente: _a qual Dio dobbiamo noi sacrificare?_ (KASMAI _devâya havishâ vidhema;_) l'antico commentatore vedico interpretò: al Dio _Ka_ noi dobbiamo sacrificare.
Ma, se questo _Ka_ è un nume intieramente fittizio, e di cui non si può tener conto se non per avvertire di che sorta di mostruosità può, consapevole od inconsapevole, farsi gravida la teologia, non è dubbio che gl'Indiani si posero, innanzi di conoscere la filosofia greca, la questione delle origini del mondo, e si domandarono quale fosse stato il creatore; il problema posto implicava la necessità di ammettere la esistenza di un Dio creatore; ed, ammessa questa ipotesi, ne veniva naturale il tentativo d'immaginare in qualche modo questo creatore universale, questo _Prag'âpati_ o _signore della generazione_. Ma ognuno di voi comprende come qui l'osservazione de' fenomeni naturali deve avere una parte infima, e che il Dio dev'essere dalla sola immaginazione creato _ex nihilo_; arduo cómpito, e disperato. I poeti metafisici dell'ultimo periodo vedico e i loro immediati commentatori tormentarono singolarmente il loro ingegno, per ricercare il primo perchè delle cose; ma è evidente che il Dio venuto fuori da quella indagine spirituale non debba aver quasi più nulla di comune con la mitologia propriamente detta, ed entri invece più tosto nel dominio della filosofia e della religione. Che anco i commentarii vedici considerassero come un Dio di formazione recente il creatore Prag'âpati (Prag'âpati come Dio distinto appare soltanto nel decimo libro del _Rigveda_, ove furono accolti, per la massima parte, gl'inni più recenti), si può ricavare da una notizia del _Çatapatha Brâhmana_, ove, nominatisi i trentatrè Dei vedici, si aggiunge come trentesimoquarto Prag'âpati; sebbene da altri passi dal _Çatapatha Brâhmana_ Prag'âpati appaia creatore degli Dei, non esclusi i principalissimi Indra, Agni, Soma, ec., e quello che assicurò agli Dei la immortalità, per mezzo de' sacrificii che vengono loro offerti. Gli antichi Inni vedici ci offrono già un sole _Savitar_, e abbiamo già detto che la voce _savitar_ vale _il generatore_, come _g'anakas_, uno degli appellativi solari; gli antichi poeti vedici adorarono dunque ancor essi il loro Dio _creatore_, ma questo _creatore_ era per essi semplicemente il sole, che ridesta alla vita erbe ed animali, che porta la vita nel mondo. Ma gli antichi poeti vedici non erano metafisici; nel sole creatore vedevano e ammiravano il generatore della vita ad essi presente; ma essi non staccavano ancora dal sole la persona di un sole creatore universale del cosmo. Se anche Savitar mena seco i Devâs, noi sappiamo già qual valore originario avesse per gli antichi poeti vedici la parola _deva_; che essa, cioè, esprimeva il luminoso celeste; niente quindi di più naturale che il concepire gli Dei uscenti fuori col sole. Ma da questa espressione poetica al concetto cosmogonico del _Prag'âpati_ e poi tanto più del creatore Brahman corsero parecchi secoli; e la loro distanza o differenza perciò è immensa.
Il sole _Savitar_ è chiamato negli Inni vedici anche esso _Prag'âpati_, ch'è il perfetto suo equivalente; _Savitar prag'âpati_ vai quanto _il generatore signore della generazione_; ma qui _prag'âpati_ è un semplice appellativo ed attributo solare, non è ancora una persona divina, astratta dal sole. Nel _Taittiriya Brâhmana_ l'antica espressione vedica è già frantesa; e, per spiegare il sole generatore, ossia _il generatore signore della generazione, Savitar prag'âpati_, si crea una leggenda, si suppone esistente come essere supremo il Dio creatore, il Dio Prag'âpati, e si narra che questo Dio si personificò in Savitar, per creare tutte le creature. Con questi equivoci, de' quali, al solito, un po' di mala fede e un poco d'ignoranza fanno le spese, si diminuisce il valore mitico del vedico Savitar e s'accresce la dignità del nuovo venuto Dio supremo brâhmanico, del sommo Prag'âpati, il quale come fa dimenticare il sole, così fa dimenticare il fabbro divino vedico, l'artefice che compone tutte le forme nel cielo mitico, Tvashtar Viçvakarman e Viçvarûpa. Ma Tvashtar era persona mitica rispondente a fenomeni fisici; Prag'âpati invece vuol essere uno spirito dell'alto cielo, il genio Dyu[74] creatore, inspiratore supremo dei Veda, quantunque molte delle leggende che si riferiscono ad esso lo dimostrino spesso compiaciuto in godimenti assai materiali. Ma accanto ad esse se ne trovano altre, le quali ci offrono un curioso riscontro col dogma cristiano del Dio che per bene degli uomini si sacrifica, sacrificio di cui la Messa è un simbolo quotidiano. Io ho già avvertito come nel cielo mitico stesso il Dio solare si sacrifichi, giornalmente e annualmente pel bene degli uomini; ma, come son nati Dei astratti o metafisici, sopra Dei concreti o fisici, così il mito del sacrificio solare passò nel dogma di Prag'âpati, del quale nel _Çatapatha Brâhmana_ si narra: «Prag'âpati diede sè stesso agli Dei, e divenne la loro vittima sacrificale (_yag'n'as_), poichè il sacrificio è il cibo degli Dei. Egli, dando sè stesso agli Dei, creò il sacrificio a sembianza di sè medesimo; perciò dissero: Prag'âpati è il sacrificio, poichè lo creò a sua similitudine.» Qual meraviglia che, con simili precedenti mitici, e poi teologici, siansi quindi nell'India svolte numerose leggende di carattere buddhistico, nelle quali vediamo Dei e penitenti sacrificarsi intieramente, per arrivare alla suprema beatitudine, ossia per identificarsi con Prag'âpati? chè, al pari del Dio Prag'âpati (secondo la nozione del _Çatapatha Brâhmana_), _il sacrificio è l'anima di tutte le cose e di tutti gli Dei_ (_sarveshâm vai esha bhûtânâm sarveshâm devânâm âtmâ yad yag'n'ah_).
Ma, più che quello di sacrificarsi, ossia di spirare per mezzo del proprio sacrificio, o della penitenza, come Brahman,[75] la vita nell'universo, l'ufficio proprio e costante di Prag'âpati è quello di creare, dando forma e qualità alle cose _g'anma_ (o _rûpam_) e (_g'_)_nâma_, generazione e nome, di creare il genere e la specie, l'universo, ch'ei pone sopra l'enorme _Skambha_ (una forma di Brahman con ufficio di Atlante) tutte le creature, ed, in proprio, trentatrè figlie che sono forse i trentatrè mondi ch'egli suscita dall'oblazione di riso bollito, presso l'_Atharvaveda_. Una sola creatura è eccettuata, nata da un appellativo forse più recente di quello di Prag'âpati; quest'unica creatura, presso il _Çatapatha Brâhmana_, appare Brahman. Come vedemmo il 34º Dio, ossia l'ultimo, Prag'âpati sovrapporsi agli Dei a motivo dei suo nome, come creatore universale; così Brahman, che succede a Prag'âpati come Dio supremo e supremo creatore, non appare già figlio di Prag'âpati, ma, a motivo del suo comodo appellativo di _Svayambhû_ o _esistente_ per sè, suo padre immediato, ad esempio di Prag'âpati, appare qual padre immediato di _Tura Kâvasheya_ (_Tura_ è un appellativo dato spesso ad _Indra_ e ai _Marutas_: vale _il forte_; ed io sospetto che possa essere un equivalente dell'alito, o vento primigenio, il _prâna_, che trovasi pure identificato con Parg'anya, il Dio della tempesta, nella quale soffiano i potenti _Marutas; Kâvasheya_ proviene da _kavasha, tonante_; onde la prima creazione di Prag'âpati sarebbe stata il vento tonante; presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati trovasi identificato col _prâna_). Tuttavia, nel _Yag'urveda bianco_, lo stesso Prag'âpati, al pari di Brahman, è ricordato come increato (_ag'ayâmâna_), che, recipiente d'ogni cosa, fornito di vulva, si crea in più forme (_bahudhâ vig'âyate_); ma, non potendosi concepire l'idea dell'eternità del Dio creatore, si ammise pure il _Tempo_ o _Kâlas_ (che ci richiama all'ellenico _Kronos_), come un Dio, e si rappresentò, presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati come figlio di Kâla, ossia del Tempo immortale, motore del passato e del futuro. Ma l'espressione del tempo padre di Prag'âpati equivale a quest'altra: _il tempo generò le creature_; nel vero, queste due espressioni equivalenti si trovano riunite nell'inno dell'_Atharvaveda_ che celebra Kâla od il Tempo (_Kâlah prag'âh asr'ig'ata; Kâlo' gre Prag'âpatim_). L'inno aggiunge, identificando perciò Prag'âpati con Kaçyapa e con la penitenza: Dal tempo si generò _Kaçyapa_, «l'esistente per sè» (_Svayambhû_, come Brahman), dal tempo la penitenza (_tapah_, propriamente _il calore_). Vedemmo poco sopra associarsi, identificarsi Prag'âpati, ossia il Dio creatore con Prâna e con Tura Kâvasheya, ossia, come interpretammo, col vento tonante; invece di questo vento che sona, trovasi, pure congiunto con Prag'âpati, il divino _flatus oris_, «la voce, la sacra parola, la _Vâc'_;» perciò si narra nel _Kâthaka _del _Yag'urveda_:[76] «Prag'âpati era questo mondo; seconda a lui seguì la parola (la _vâc'_, «il verbo»); egli s'accoppiò ad essa; essa s'ingravidò; si allontanò da lui; e produsse queste creature; quindi rientrò in Prag'âpati.» Quest'ultimo particolare combina con la nozione del _Pan'c'avinça Brâhmana_, che fa uscire la parola da Prag'âpati: «Il solo Prag'âpati era questo mondo; egli aveva in proprio la parola; essa era a lui seconda; egli pensò: voglio lasciar andare questa _Vac'_; essa vuol distinguere tutto questo universo; e lasciò uscire la _Vac'_; essa andò distinguendo questo universo.» Il mondo biblico si crea in sei giorni, nel settimo il creatore si riposa, ossia cessa; Prag'âpati impiega mille anni solo per far penitenza, prima della creazione. Secondo il _Çatapatha Brâhmana_, esso aveva occhi, orecchi, bocca, poichè dall'occhio crea il cavallo, dall'alito la vacca, dall'orecchio la pecora, dalla voce la capra;[77] l'uomo lo crea dal _manas_ o _animo_, che contiene in sè tutti gli aliti vitali (_mano vai sarve prânâh_); ma la forma di Prag'âpati non è immortale; essa si può distruggere; il solo che non muoia è il suo alito, il suo spirito. Così nella _Maitrî Upanishad_, si dice che «in Brahman coesistono due forme, la corporea e la incorporea; la corporea è fallace (_asatyam_), la incorporea salda (o sincera, _satyam_).»[78] Così ancora avviene che, dopo aver creato il mondo, Prag'âpati possa, presso il _Çatapatha Brâhmana_, farsene il sostentatore, ossia alimentarne la vita (_Prag'âpatir vai bharatah sa hi idam sarvam bibharti_). Quindi finalmente comprendiamo come, nella leggenda dello stesso _Brâhmana_, quando gli Dei abbandonano Prag'âpati divenuto debole e piangente, rimanga solo fedele presso di lui a consolarlo, a raccoglierne le lacrime, il Dio _Manyu_, il sentimento, e in ispecie, un sentimento violento, il quale degenera poi in violenza aperta, in collera furente. Il pio _Manyu_, sopra il quale cadono le lacrime di Prag'âpati derelitto, diviene Rudra, il terribile Rudra, una forma del Çiva distruggitore. Ed ecco come sulla persona divina di Prag'âpati, parecchi secoli innanzi al Cristianesimo, dal Dio creatore che fa penitenza, si sacrifica e crea, si svolge inconsciamente e non ancora teologicamente una Trimûrtti; Prag'âpati è egli stesso creatore, e poi _bharata_ o _bhartar_ o _sostentatore_, e genera con le sue lacrime Rudra o Çiva distruggitore. Egli è evidentemente uno e trino come il Dio cristiano. La conoscenza poi della Trinità cristiana potè accrescere favore nell'India al concetto della _Trimûrtti_; ma, se esso potè trovare nei tempi moderni così largo svolgimento, e tanto credito, e se i Missionarii cattolici non trovarono gran difficoltà a provare agl'Indiani che le due trinità si somigliavano, nella speranza di far quindi prevalere la superiorità della dottrina cristiana, convien dire che esistesse una base fisica del dogma, la quale ci sembra potersi rintracciare nella figura del _misterioso_[79] Dio Prag'âpati increato, che col Verbo crea; che, col sacrificio di sè stesso, salva le altre creature; che, dopo avere creato, conserva il mondo, e che si prepara, unito col fuoco, ossia con Agni, Çiva, Rudra distruggitore, a consumarlo. Come creatore, per virtù del sacro Verbo primogenito, del triplice Veda (considerandosi dai devoti il quarto Veda come apocrifo), secondo la leggenda cosmogonica del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_ potè poi anche più facilmente fornire gli elementi per costituire il Dio trino ed uno. Ritorna poi, nella leggenda cosmogonica del _Çatapatha_, ove compare Prag'âpati, una nozione che ci richiama al pesce fallico, primo generatore, che dicemmo essere pure penetrata nella cosmogonia biblica e cristiana. Secondo la leggenda (che incomincia con le parole: Da principio questo mondo non era esistente: «_Asad vai idam agre âsît;_» ma vi erano sette spiriti, aliti o venti «_prânâh;_» [lo spirito di mezzo si chiama Indra: «_sa yo 'yam madhye prânah esha evendrah;_» altra analogia che conferma in modo evidente la etimologia da me proposta per la parola _Indra-antara_]), i sette spiriti, i sette maschi, per riuscire più potenti si riuniscono per formare un solo gran maschio, un solo _purusha_, quattro di essi formano il gran _purusha_, che sarà Prag'âpati, l'_âtman_, ossia qui la parte sostanziale, il nerbo, l'anima del _phallos_, e gli altri tre le due alette (qui, come sembra probabile, i due testicoli, quasi la parte piumata, pennuta, alata del _phallos_) e la coda (la coda del purusha non può essere altro che il _phallos_ stesso; ho già avvertito come il pesce, primo degli animali apparsi nel cosmos involto dalle acque ed il _phallos_ cosmogonico siansi identificati; e dopo il _phallos_ vedremo sorgere l'_uovo_, nuotante nelle acque). Nato il gran _purusha_, questo gran maschio desidera di diventar _Prag'âpati_, ossia di moltiplicarsi: come i Principi delle leggende epiche, quando vogliono aver figli, vivono per lungo tempo nell'astinenza, come Manu, dopo il diluvio, per ripopolare il mondo, fa grande penitenza; così Prag'âpati, volendo creare, fa grande penitenza (_tapo 'tapyata_), e, come frutto di tale penitenza, acquista la triplice scienza, che inspirerà poi i tre Vedi; allora ei fa uscire dallo spazio le acque e la parola; la parola s'aggiunse a lui; essa creò questo universo; Prag'âpati desiderò essere riprodotto per mezzo delle acque; ed entrò con la triplice _Vidyâ_ (_la scienza_, quella che trova, quella che vede, quella che conosce; qui parrebbe l'arte di trovare, di scoprire, di vedere); e venne fuori un uovo; egli lo toccò, e ne fece nascere _brahman_, la preghiera, l'essenza della triplice scienza, l'essenza dei Vedi.
È evidente che una simile mostruosa leggenda consta di elementi di natura assai diversa, cioè di nozioni cosmogoniche mitiche e di sillogismi teologici, con l'intento d'inalzare a suprema dignità il Brâhmanesimo. Ma ciò che per noi importa qui aver dimostrato, è la forma primitiva del così detto Dio creatore, la quale non potè da prima essere concepita se non in un modo fisico e materiale, che ravvicina _Prag'âpati_ all'appellativo del sole generatore del _Rigveda_, malgrado le aggiunte teologiche che convertono il primo creatore _ardente_ e _luminoso_ in un primo _penitente_ e _parlante_, ed al vento o _prâna_ primigenio. Così, nella leggenda dello stesso _Çatapatha_, ove si descrivono gli amori incestuosi di Prag'âpati con sua figlia, sebbene l'Autore del _Brâhmana_ tenti distruggere tutto l'orrore del delitto con una sola finale confessione: «_Prag'âpati_ è questo sacrificio,» è evidente che si tratta ancora di un Dio solare, e, in ogni modo, celeste, poichè lo stesso narratore della leggenda, nel dirci che Prag'âpati ama sua figlia, si mostra incerto nel definire se questa figlia, che gli Dei chiamano loro sorella, sia l'aurora od il cielo.
La interpretazione mitica del sole padre che si unisce con la figlia aurora, non offende punto la morale; poteva offenderla invece l'Autore della leggenda e più il suo malizioso commentatore indiano, mostrando l'Olimpo pieno di scandalo per tale delitto, e Rudra, per incarico degli Dei, intento a ferire Prag'âpati (probabilmente negli organi della generazione), così che il suo seme cadesse a terra per metà, in conformità del terribile precetto derivato da un inno del _Rigveda_, e che getterebbe una luce sinistra sopra una parte della vita patriarcale indiana (non troppo dissimile da quella biblica, che ci rappresenta gli amori di Loth con le sue figlie); ma l'inno diceva semplicemente: «Quando il padre s'uni con la propria figlia, il seme di lui cadde sopra la terra» (_Pitâ yat svâm duhitaram adhishkan kshmayâ retah san'g'agmâno nishin'c'ad_). Nel mito questo accoppiamento è poetico, poichè il seme che cade dal cielo sopra la terra è la rugiada o la pioggia; unendosi il sole con l'aurora, con la figlia del cielo, oppure con la nuvola pluvia, il seme del sole padre dell'aurora o del signore del cielo cade, in forma di rugiada o di pioggia, sopra la terra; ma, volendo pigliare alla lettera i miti e cavarne dogmi religiosi, si corre rischio di dare alla religione una morale scellerata. L'inno vedico (_Rigveda_, X, 61), quantunque non puro, nel suo linguaggio allegorico, si può spiegare tutto miticamente; l'interpretazione scorretta che si dà invece ad essa nel _Çatapatha_ è mostruosa, poichè si converte un precedente mitico in una specie di diritto e di dovere nella regola della vita, facendosi del passato allegorico un presente reale.