Letture sopra la mitologia vedica
Part 21
Il senso ambiguo che ha la parola _spirito_ nell'Occidente latino ebbe già nell'Oriente indiano la voce _asura_, propriamente _l'essere_ (cfr. _asu_, «alito vitale, spirito»). E come _gli spiriti_ servirono poi particolarmente a significare _i genii maligni_, così gli _asurâs_, posti in opposizione coi _devâs_, rappresentarono particolarmente _i demonii_. E come _lo spirito_ divenne _Spiritus Sanctus_, come l'_asura_, in zendo _ahura_, divenne _Ahuramazda _, il sommo nume dell'Iran, così, nell'India vedica, Varuna, il sommo reggitore del cielo, il cielo stesso, apparve col nome di _asuras_, ossia _di sommo spirito_, _di spirito per eccellenza_, _di spirito onnisapiente_ (_asura Viçvavedâs_; _Rigveda_, VIII, 42). Ma, per lo più, l'_asura_ o _spirito_ rappresentò _lo spirito maligno_, e al plurale _gli spiriti maligni_, _la schiera de' demonii_, retta secondo il _Çatapatha Brâhmana_ da _Asita Dhânva_ (forse _il nero del deserto_, ossia _la nuvola scura del cielo_), secondo il _Mahâbhârata_ da _Baka_ o _Vaka_, secondo il _Râmâyana_ da _Bali Vairoc'ani_, secondo il _Kathâsaritsâgara_ da _Mâyadhâra_, nome che ci richiama agli _Asurâs mâyinas_ o _Demonii magici_ dell'_Atharvaveda_ e alla _magìa demoniaca_ o _degli spiriti_, ossia _asuramâyâ_ dell'_Atharvaveda_ e del _Çatapatha Brâhmana_. Ma, mentre, nell'India vedica, l'_asuratva_ e l'_asurya_, più che _l'essere demoniaco_ rappresentano _l'essere spirituale_, _l'essere divino_, _la divinità_, dopo che le leggende brâhmaniche rappresentarono gli _asurâs_ in guerra co' _devàs_, per cagione specialmente dell'ambrosia, l'_asura_ finì col prendere nell'India brâhmanica un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò soltanto, ma esistendo l'_asura_ come nemico dei _devâs_ (nell'inno 85º dell'ottavo libro del _Rigveda_ gli _asurâs_ sono anzi chiamati _adevâs_), si dimenticò l'etimologia della parola (da _as_ «soffiare, spirare, essere»), e si vide nell'_a_ iniziale un privativo, un nemico del _Sura_, che valse a significare il Dio, come già di _Aditi_, nati gli _Adityâs_, nei _Dâityâs_ non si videro già degli esseri originariamente forse non punto demoniaci, ma dei figli di una _Diti_ nemica della divina _Aditi_. Così, per un duplice equivoco etimologico, sarebbe nata tutta una serie di _Dei_ o _Surâs_, per un verso, e di tutta una serie di _Demonii_ o _Dâityâs_ per l'altro.
Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, come, in origine, a quel modo stesso con cui non esisteva ancora un Dio distinto, così non esisteva neppure un distinto Demonio. Il _dânu_ o _danu_, il _dâsa_ o _dasyu_, l'_asura_, non furono originariamente appellativi di figure distinte demoniache; essi, da principio, erano comuni alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, per essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti ai fenomeni tenebrosi, e per successive combinazioni mitiche e per sopravvenuti equivoci di linguaggio, servirono particolarmente a denominare le forme demoniache.
Ma come i _devâs_ e gli _asurâs_ appaiono quali creature d'uno stesso padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, presso il _Yag'urveda nero_, essi si mostrano uguali in potenza e in dignità, e dediti entrambi alla preghiera (_brahmanvantas_).
Il _Tâittiriya Brâhmana_, ci fa sapere che la terra in principio era degli _asurâs (asurânâm vai iyam agre âsit)_, ma che, avendo gli Dei chiesto loro un po' più di posto per sè stessi, ne ottennero tanto quanti essi avrebbero potuto circondarne. Essi si posero ai quattro angoli della terra e l'avvolsero tutta.[69] Lo stesso _Brâhmana_ ci dice che i _devâs_ e gli _asurâs_ non si distinguevano gli uni dagli altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. Una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_[70] spiega in un modo infantile, ma moralmente interessante, il passaggio che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno stato di intiera opposizione. — I _devâs_ e gli _asurâs_ creature di Prag'âpati ottennero in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il vero ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero, ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. I _devâs_, lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gli _asurâs_, lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora la verità che rimaneva presso gli _asurâs_ comprese: «Gli Dei, abbandonando la menzogna, hanno scelta la verità; ch'io vada dunque a congiungermi con essa;» e così recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso gli Dei comprese: «Gli _asurâs_, lasciando la verità, hanno prescelta la menzogna; io voglio dunque riunirmi con essa;» così dicendo, essa si recò presso gli _asurâs_. Allora gli Dei dicevano tutta la verità e gli _asurâs_ tutta la menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli Dei divennero come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente il vero diviene debole e povero; ma al fine egli riesce, come, al fine, riuscirono gli Dei. E gli _asurâs_, dicendo unicamente il falso, divennero prosperi e ricchi come l'aurora;[71] perciò colui che dice unicamente il falso prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al fine, si rovina, poichè gli _asurâs_, al fine, si rovinarono. Quello ch'è vero è la triplice scienza (_contenuta nei tre Vedi_); gli Dei dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli Asurâs, dopo di ciò, volendo disturbare i sacrificii divini, vengono maledetti. Ma è agevole intendere come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmaniche siano il prodotto non più di una mitologia, ma di una filosofia scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna importanza in questo studio, non è tanto per le conclusioni, quanto per le premesse che pongono, le quali confermano una gran verità essenziale, secondo la quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora un Dio ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra loro, ma sì invece indeterminati, affini, quasi necessarii l'uno all'altro; poichè gli elementi della materia che combinandosi crea la vita non si presentano in dissidio, in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in nuove armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi armonie morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito momenti di terrore innanzi all'accostarsi delle tenebre della notte o tra il fragore spaventevole di una bufera sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il più spesso egli vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce, dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella vicenda naturale una tremenda insieme e poetica necessità della vita.
Quando poi si determinò con formole religiose, prima domestiche e poi sociali, l'entusiasmo per la luce e il terrore della tenebra, ogni fenomeno luminoso apparve divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco; e quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le religioni, si fondarono sopra queste religioni le Chiese, queste, sollecitamente operose come nell'Iran e nella Palestina, rovesciando l'edificio mitico, stabilirono il monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo, ove un sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, autore d'ogni male. Nell'India la liturgia della casta brâhmanica arrivò, quando i miti erano già stati consegnati alla storia negli Inni vedici, prima popolari e poi, perchè popolari, in virtù della stessa prudenza brâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende mitiche correvano già di famiglia in famiglia, impossibili ad estirparsi. Il Brâhmanesimo non risale come istituzione civile oltre il quinto secolo innanzi l'êra volgare, e, prima di quel secolo, l'India aveva già percorso tutto un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi vecchio, e con materiali leggendarii di una mole prodigiosa, sopra i quali potè bene combinare nuovi sistemi teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente vitale. Rivoltasi invece la religione a diventar strumento politico per costituire l'onnipotenza di una casta privilegiata, essa perdette ogni naturalezza e, come l'edera s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore indiane, sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia vedica che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo s'inalzò per coprirla, e per adoperarla come fondamento della sua ragione di Stato; presso a poco quello che il Cristianesimo, ma con intento morale assai più alto e benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si nutrì come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita gravemente, l'azione morale del Cristianesimo, esso, dispogliato del suo prestigio, ci si ripresenta ora nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale pagana. Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e scuole brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica mitologia vedica, noi ci ritroviamo nel cospetto di miti naturali, così semplici, che la loro stessa semplicità potrebbe far disperare un interprete, il quale si proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se un artista greco avesse ricevuto l'incarico di finirli e di condurli, come si dice, a pulimento. Perciò, come io non ho potuto rappresentarvi alcun Dio in un solo unico, vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii vedici; e dico, tanto meno, poichè se il Dio che riproduce un fenomeno generalmente luminoso può talora lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto minore evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, per lo più, un fenomeno tenebroso e una negazione.
Il campo degli Dei e quello dei Demonii è il medesimo; solamente gli uni finiscono col prevalere in una parte, gli altri nell'altra di quel campo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, gli Dei avrebbero avuto vittoria sopra un solo punto, come il San Martino della leggenda cristiana per un solo punto perderà poi la sua cavalcatura demoniaca.[72] Gli Dei e gli Asuri combattono fra loro nell'Est, nel Sud, nell'Ovest e nel Nord, e sempre gli Asuri rimangono vittoriosi, ma v'è una regione intermedia, fra il Nord e l'Est, nella quale gli Dei trionfano; essa viene perciò chiamata _la regione invitta_ (_sâ eshâ dig aparâg'itâ_). Accortisi della loro debolezza sopra gli altri punti, gli Dei si eleggono per loro re l'ambrosiaco Soma, e allora la piena vittoria sopra gli Asuri viene ad essi assicurata; poichè la gran lotta fra gli Dei e i Demonii si riduce essenzialmente ad una gara pel possesso dell'ambrosia, ora trattenuta dagli uni, ora dagli altri, secondo che il cielo, sede dell'ambrosia, è occupato dalla luce o dalla tenebra. E si capisce come quando il Dio Ambrosio in persona regge l'Olimpo degli Dei, i Demonii si trovano inferiori nella prova; ed il loro stato riesce simile a quello di morte, finch'essi, con arte magica, non rientreranno in possesso dell'ambrosia desiderata e perduta; l'_amr'ita_ dà naturalmente l'immortalità a chi la possiede; perciò, in un inno dell'_Atharvaveda_, non solo il Dio possessore dell'ambrosia vince gli Asuri, ma riesce pure a distruggerli il penitente o _brahmac'ârin_, il quale diviene, con la virtù delle sue penitenze, un germe nella vulva dell'_amr'ita_, ossia diviene Indra (_garbho bhûtvâ amr'itasya yonâv Indro ha bhûtvâ asurâns tatarda_), ossia acquista l'amuleto stesso, col quale Indra stesso uccise Vritra, superò gli Asuri e conquistò cielo e terra e le quattro regioni. In una leggenda cosmogonica del _Çatapatha Brâhmana_ si narra che in origine tutto il mondo era acqua, solamente acqua; le acque fanno penitenza, e nasce in mezzo ad esse un uovo d'oro. L'uovo erra un anno sopra le acque, e poi si schiude e ne vien fuori il _purusha_, il maschio universale, il creatore Prag'àpati. Poichè Prag'àpati pose un anno a nascere, così i figli mortali stanno un anno nel ventre materno. Dopo un anno Prag'àpati incomincia a parlare, perchè nascano la terra, l'atmosfera, il cielo; perciò anche i bambini incominciano a parlare dopo un anno. Egli è nato per un millenio, e s'accinge in esso a creare l'universo. Coi proprii occhi crea gli Dei nel cielo, quindi nasce la luce; con l'alito inferiore crea gli _asurâs_ (_atha yo 'yam avâñ prânas asurân asr'ig'ata_), e ne nasce la tenebra; con la tenebra vien fuori il male. L'_asura_ si identifica qui col genio della tenebra, col genio scuro, interpretato come cattivo; ma non sempre lo scuro valse il cattivo: così vedemmo già Varuna, il copritore del cielo, la vôlta celeste, specialmente la vôlta celeste notturna, assumere la qualità di supremo divino _Asura_: una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ci fa sapere come gli _Asurâs_ perdettero la loro superiorità sopra gli Dei per sola colpa della loro eccessiva arroganza od opinione di sè stessi (_te'timânena eva parâbabhûvus_).
La nozione più generale che possiamo dunque ricavare dagli scritti vedici e brâhmanici intorno alla prima essenza degli _Asurâs_ è questa: ch'essi in origine non furono dissimili dagli Dei; e che, se più tardi, come scuri, tenebrosi divennero specialmente demoniaci, originariamente non furono tanto i malefici, quanto i misteriosi nascondenti nella loro veste scura alcun segreto luminoso, e però genii comuni tanto de' fenomeni luminosi aperti, quanto de' fenomeni luminosi celati e coperti. Indra stesso, che appare quindi come il più formidabile Dio, sconfiggitore di mostri tenebrosi e malefici, partecipa delle due nature celesti, luminosa e scura; ed ora avvolgendosi di tenebre o di nuvole prepara la luce e apporta la pioggia; ora, invece di avvolgersi con vesti tenebrose e nuvolose, le squarcia, ed in simile atto appare qual nemico della tenebra e della nuvola. A far poi degenerare il genio scuro in genio demoniaco valse non poco uno de' più frequenti e dai mitologi non forse abbastanza avvertiti equivoci del linguaggio, io voglio dire gli equivoci nati sopra i nomi de' colori. Nella mia _Mitologia zoologica_ ebbi frequente occasione di notare parecchi miti indiani nati pel solo equivoco fra le voci _hari_ e _harit_, che denominano _l'aureo_, _il biondo_, _il giallo_, _il verde_; ma l'aureo del fuoco è ancora chiamato _arusha_, _aruna_, _rohit_, _rohita_, che vale poi specialmente _rosso_, _rossastro_; così dalla voce indiana _kr'imi-karmi_ che vale _verme_ (_k-vermis_), lituano _kirminis_, nacque il colore _cremisino_, e dalla parola _verme_ poi il nostro colore _vermiglio_; al _vermiglio_ è affine il colore _pavonazzo_, e il color _violaceo_ o _pavonazzo_ è chiamato in indiano _nîla_; _nîlakantha_ vien denominato _il pavone_, ossia _dal collo nîla_, che vale poi specialmente _azzurro_, _scuro_, _nero_; _nîla_ chiamasi perciò l'_indigo_, e _nîlapatra_, _nîlapadma_, _nîlotpala_, ec., _il fior di loto azzurro_. Così da un solo colore, per gradazione di tinte, passiamo a tutti gli altri. Confusisi in una omonimia costante nell'India, il nero e l'azzurro, l'azzurro celeste diventò facilmente il nero, e il nero un colore demoniaco. I demonii combattuti da Indra pigliano talora insieme il nome di _Kr'ishnâs_, propriamente _i neri_; ma la voce _kr'ishna_ servì pure in sanscrito a denominare _la pianta dell'indigo_ e _il vetriolo azzurro_. Indra si raffigura nella tradizione posteriore brâhmanica come milloculo, con un corpo azzurro tempestato di occhi, ossia come cielo azzurro tempestato di stelle. Indra, come vedemmo, fu in origine semplicemente (al pari di Varuna e di Dyu) il cielo azzurro, come lo Zeus ellenico, il Jupiter latino, sposo di Giunone; Giove in forma di cuculo visita segretamente la moglie Giunone: _kr'ishna_ è pure uno degli appellativi indiani del cuculo; e indica altresì il tempo, in cui la luna sta nascosta, ossia la quindicina scura che passa tra il plenilunio e il novilunio, ossia il tempo in cui il cielo notturno si mostra del colore di un azzurro cupo, scuro, e che si confonde perciò col nero. Ma, per terminare la nomenclatura indiana de' colori, mentre per un verso il _kr'ishna_ o _scuro_ si accosta all'_arusha_ o rosso scuro, la stessa analogia sembra presentarsi nella lingua russa fra il _c'ornoye_ o _nero_ (da _c'orni_), e il _krâçnoye_ o _rosso_ (da _kraçni_), nel ritrovare, presso il _Mahâbhârata_, stretti intimamente fra loro _Kr'ishna_, _il nero_, ed il figlio d'Indra _Arg'una_, propriamente _il bianco_, _argentino_ (Indra stesso è chiamato _Arg'una_ nel _Çatapatha Brâhmana_, che dice esser quello il nome segreto del Dio; perciò Arg'una intraprende nel _Mahâbhârata_ un viaggio al cielo paradisiaco di suo padre Indra, che lo fa rallegrare dalle Ninfe divine), dobbiamo intendere che il bianco è solamente un nero stinto; e l'alba mattutina non è altrimenti prodotta che per l'indebolirsi delle ombre scure, innanzi al primo riflesso de' raggi solari. Come in uno specchio, come nell'onda, come nell'arcobaleno si rifrangono tutti i colori dell'iride, ossia come da un solo punto per un solo raggio di luce balzano fuori tutti i colori; così nel linguaggio, il quale non è propriamente altro che una gradazione successiva di suoni o di colori vocali che rivestono il pensiero, per minime deviazioni di riflessi ideali, con parole omonime, si vennero a rappresentare i colori apparentemente più opposti, e che l'analisi chimica può invece restituire alla loro semplicità e conformità elementare. Il colore argentino delle acque (_çvetî_ o _bianca_ è il nome vedico dato ad una riviera) si trasformò più spesso in colore scuro; assimilato il cielo ad un fiume, ad un oceano, quelle acque ora apparvero azzurre, verdastre, scure, ora argentee; perciò, ripeto, possiamo trovare strettamente congiunti fra loro Kr'ishna, _il nereggiante_ (e ancora _l'azzurreggiante_ e forse pure _il rosseggiante_) e Arg'una, _l'albeggiante_, che si loda particolarmente pel suo piè veloce, per la sua agilità, prontezza, sollecitudine, come l'alba è la prima ad apparire il mattino nel cielo orientale. Anzi Kr'ishna ed Arg'una sono così vicini, che nel quarto libro del _Mahâbhârata_ Arg'una appare col nome di _Kr'ishna_; e il duale _Kr'ishnâu_, rappresentandoci _Kr'ishna_ ed _Arg'una_, ci lascia pensare ch'essi siano una nuova forma epica dei due fratelli Açvin, l'uno de' quali è in particolare relazione colla luna, l'altro col sole; l'uno col giorno, l'altro colla notte. Arg'una compagno di Kr'ishna, e Arg'una figlio d'Indra, e simile ad Indra, ci presentano poi come affini Indra e Kr'ishna, quasi due forme germane d'uno stesso Dio. Ma, come nella leggenda de' due fratelli, l'un fratello, per gelosia, si rivolge contro l'altro, onde nasce fra loro odio mortale e guerra infinita; così, mentre, negli Inni vedici, vediamo Indra che combatte e vince i _Kr'ishnâs_ o _neri_, ed il mostro nero, più tardi _Kr'ishna_, diviene Dio esso stesso pastorale e guerriero, s'identifica con Vishnu, combatte contro un Indra decaduto e quasi demoniaco, e lo vince. Le parti de' due fratelli, de' due compagni, de' due rivali si scambiano: Kr'ishna diviene luminoso; Indra tenebroso. Nel quinto libro del _Mahâbhârata_ si tenta di dare una spiegazione del nome di _Kr'ishna_, e non se ne trova altra dal brâhmano etimologo intento a predicare penitenza, se non questa: _Kr'ishi_ vale «terra,» _na_ «non;» _la non terra_, _la rinuncia alla terra_, e ai beni mondani. La ridicolezza di una simile etimologia è troppo evidente per sè, perchè sia ancora necessario insistervi. Lo stesso _Mahâbhârata_, nel suo primo libro, ha un'altra etimologia non più seria, ma certamente più interessante. Identificato _Kr'ishna_ con _Hari_, _il biondo_, _l'aureo_ Vishnu, si racconta che Hari si levò due capelli, l'uno bianco, l'altro nero (_keçau_, Harir _udvavarha çuklam ekam aparam c'âpi kr'ishnam_); i due capelli penetrarono nel corpo di due donne, Devakî e Rohinî. Il capello bianco generò Baladeva; il capello (_keça_) nero diventò Keçava, che è un appellativo di Kr'ishna. Ma _Keçava_ vale propriamente _il capelluto_, _il chiomato_, onde Kr'ishna appare anch'esso come una figura solare, ossia di crestato, di Cristo; ed è assai probabile che a questo scambio abbia contribuito la conoscenza del Cristo ellenico, con cui la vita del Kr'ishna brâhmanico presenta curiose analogie. Ma io non posso discostarmi dall'opinione che da gran tempo ha manifestato il professor Weber, il quale attribuì alla conoscenza del Cristianesimo lo svolgimento nell'India brâhmanica di una gran parte del mito di Kr'ishna, il quale nel periodo vedico appare invece intieramente insignificante, anzi un mito vedico intorno a Kr'ishna propriamente non esiste; Kr'ishna come Arg'una appare più tosto un attributo, una forma d'Indra, che un demonio ben definito; i _Kr'ishnâs_ o _neri Demonii_ sconfitti da Indra sono semplici appellativi dei nemici celesti in genere. Lo stesso scetticismo che mostrano, presso il _Mahâbhârata_, i Kuruidi intorno alla divinità di Kr'ishna, possono avvertirci come una parte di questa figura dovea essere fittizia e di recente e ancora screditata genesi, formata sopra frammenti antichi molto scarsi e insufficienti, completati perciò con invenzioni scolastiche, e con probabili nozioni tolte dal Cristianesimo, sia detto con buona pace del credulo sognatore signor Jacolliot.
Ma, se gl'Inni vedici non ci permettono di argomentare una figura di demonio ben delineata e costante, non si vuol credere ch'essi non rechino numerosi indizii d'una credenza in esseri mostruosi, soprannaturali, malefici. Solamente, per essere appunto concepiti come mostri informi o difformi, la loro forma sfugge e mal si può definire. La stessa parola _rakshas_, con la quale è chiamato il mostro vedico, non sembra ancora spiegata in modo definitivo. La etimologia proposta dal _Dizionario Petropolitano_ non m'assicura; essa suppone una radice _raksh_, che interpreta _offendere_, sopra un solo esempio dell'_Atharvaveda_ (_ma no rakshîrdakshinâm niyamânâm_); ma niente ci vieterebbe di interpretare qui _raksh_ per _trattenere_, _impedire_.
Il guardiano e il trattenitore o stringitore parrebbero confondersi; il _rakshas_ sarebbe un _rapitore_, un _arpagone_, un _mostro arpia_, che, dopo aver rapito come _ladro_ o _pâni_, trattiene, non lascia sfuggire; la sua forma corporea è mobile, come mobile è il vedico _yaksham_ o _spirito_ che si agita, in cui, come nelle larve, passano le anime de' morti escluse dal regno dei beati, e il vedico _yâtudhâna_, il quale ha la facoltà di penetrare in tutti i corpi, e di possederli.
Il _rakshas_ vedico viene specialmente a disturbare i sacrificii domestici, a spegnere il fuoco, non dissimile, per sua natura, dallo spirito folletto delle nostre credenze popolari; e ogni forma mostruosa che spaventi, assume forma e nome di _rakshas_. L'ufficio di uccidere il _rakshas_ o i _Rakshasi_ appartiene, negli Inni vedici, specialmente ad Indra, ad Agni, agli Açvin ed all'Aurora, come quelli che dissipano la tenebra notturna, e per Indra poi, oltre la tenebra notturna, il mostro che sta chiuso nella nuvola.
Oltre i nomi generici di demonii da noi fin qui esaminati, il _Rigveda_ ci mostra poi, in opposizione particolarmente ad Indra, alcuni demonii di forma speciale, i più formidabili de' quali sono Vr'itra, _il copritore_ o _trattenitore_, ed Ahi, _il serpente_; seguono Namuc'i, Çambara, Râuhin, Varc'in, Pipru, Urana, Çushna, Kuyava, ec. _Vr'itra, il copritore_, offre alcuna analogia col _Kr'ishna, lo scuro, il nero_; come Kr'ishna s'identifica con Hari, _il biondo_, così nel _Çatapatha Brâhmana_ Vr'itra viene identificato con la Luna (_Hari_); come per la uccisione di Vr'itra figlio di Brâhmano, e però Brâhmano esso stesso, Indra viene perseguitato e precipitato, così il devoto, il pio Kr'ishna finisce per trionfare d'Indra suo rivale. Il mito vedico di Indra e Vr'itra servì di probabile fondamento ad una parte della leggenda brâhmanica di Kr'ishna. Indra azzurro, Indra pavone, Indra _çiprin_, Indra col _pennacchio_ cede il campo a Kr'ishna Keçava, al nero od azzurro chiomato.