Letture sopra la mitologia vedica

Part 19

Chapter 193,708 wordsPublic domain

Ma è tempo oramai che stringiamo più dappresso il mito vedico. Nell'inno 116º del primo libro del _Rigveda_ ci si rappresenta il giovinetto Bhug'yu, figlio di Tugra,[61] smarrito nella nuvola acquosa (_udameghe_), nell'oceano (_samudre_); intervengono i due Açvin, i quali sopra una nave _dai cento remi_ lo portano alla riva açvinâ yad ûhathur Bhug'yum astam çatâritrâm nâvam âtasthivân'sam. Questa nave, in altro versetto, figura al plurale; e le navi alla loro volta si trasformano in tre carri volanti, dai cento piedi, ossia dalle cento ruote, tirati da sei cavalli, in tre giorni e in tre notti; ma qui evidentemente vuolsi ritenere la variante come prodotta per solo amore del numero tre; i sei cavalli in tre notti formano due cavalli per notte; i due Açvin rapidi salvatori, e i due cavalli tiratori del carro, in cui si salva l'eroe Bhug'yu dalle acque, s'identificano perfettamente. Nell'inno 117º ritorna lo stesso motivo mitico; il figlio di Tugra, _dal mare inondante_ (_arnasah samudrâd_), avendo invocato gli Açvin, viene salvato, per mezzo di volanti cavalli, sopra un carro rapido come il pensiero. Nell'inno 182º lo stesso figlio di Tugra, _tuffato nelle acque, nella profonda tenebra_, vien liberato dagli Açvin sopra navi. L'inno 68º del settimo libro ci mostra finalmente la stretta relazione della storia dell'eroe rimasto nel pozzo, per l'invidia de' suoi compagni, con la leggenda dell'eroe che minaccia di perdersi in una inondazione universale; dicendoci esso come Bhug'yu sia stato abbandonato nel mezzo del mare, non più dal padre, il perverso Tugra, ma da' suoi malvagi compagni.

Ma in altri inni (_Rigv_., I, 112, 116, 117, 118, 119) egli, invece di Bhug'yu, piglia il nome di _Rebha_ e chiuso nelle acque in un pozzo, per l'opera di maligni, invocando gli Açvin, viene liberato; io ho già mostrato altrove[62] l'identità di questo _Rebha_ col Trita acquoso, il terzo fratello valente e perseguitato, e la sua probabile parentela con uno dei tre fratelli _R'ibhavas_, de' quali il più giovane si mostra il più esperto. In ogni modo, qui il mito ci offre chiaramente un eroe fanciullo che si salva dalle acque, per mezzo di una nave miracolosa, volante, dai cento remi; e dalla leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ed epica apprendiamo come Manu si salva dall'inondazione sopra una nave legata al corno d'un pesce. Questo pesce salvatore, cornuto, attaccato alla nave (che ci ricorda la nave con l'àncora, il pesce o i pesci con l'àncora della rappresentazione cristiana), occorre pure presso gli Inni vedici, ove gli Açvin appaiono ora in forma di _nave dai cento remi_, ora in forma di carro dalle cento ruote, ora in forma di cavalli volanti tiranti il carro, ora in forma di cigni, ora in forma di pesci rapidissimi tiranti la nave.

Nella leggenda puranica il Dio salvatore, invece di Brahman, appare Vishnu in forma di pesce. Questo pesce, in cui Vishnu s'incarna, ora appare una _çaphari_ (il _cyprinus sophore_), ora un _çiçumâras_ o _çinçumâras_. _Çiçumâras_ è il nome dato, in lingua indiana, ora al _riccio di mare_, ora al _delfino_. L'inno 116º del primo libro del _Rigveda_ ci fa sapere che il carro ripieno di ricchezze degli Açvin è tirato da un _Vrishabhas_ o _toro_, e da un _çinçumâras_, che vale tanto _il riccio di mare_ quanto _il delfino_. Dicemmo che la nave degli Açvin, nella quale è salvato dall'inondazione il giovine _Bhug'yu_,[63] è chiamata _dai cento remi_, ed è interessante l'apprendere ciò che dalla Sicilia mi scrive Giuseppe Pitrè, cioè che i fanciulli siciliani, dopo aver pescato il riccio di mare, spandono sopra di esso un po' di sale, e lo invitano a navigare, chiamandolo _quello dai cento remi_.

Ma il _Çiçumâra_ non è solo, in lingua indiana, il riccio di mare, il _Delphinus Gangeticus_, ma il vero delfino, e poi il delfino celeste, che si colloca nella parte più stellata del cielo. Dei due Açvin, adunque, che accorrono a liberare il figlio del mostro Tugra, ossia il giovine Bhug'yu dalle onde, l'uno si fa pesce, l'altro toro, come il pesce apre il mese d'aprile, ossia il mese del pluvio toro fecondatore, e, cadute le pioggie d'aprile, fritto il pesce, il sole primaverile, il celeste fanciullo s'avanza vigoroso e potente per le vie del cielo, dopo essersi battezzato nelle acque, che gli diedero forza, e dalle quali scampò per aiuto del pesce, e specialmente del delfino, che la grossolana scienza popolare ha sempre figurato come pesce. Da questi esempi ch'io ho accostati parmi non resti dubbio intorno ad alcuni fatti essenziali: 1º che una forma elementare della leggenda del diluvio è già contenuta negl'inni vedici; 2º che la leggenda vedica presenta riuniti in germe i caratteri che si trovano sparsi e divisi nella leggenda biblica e nelle tradizioni cristiane; 3º che il delfino è il pesce liberatore del fanciullo divino, come il pesce cristiano porta figurato sopra di sè un fanciullo, come il fanciullo Eros ellenico è figurato sopra un delfino, l'amico dei fanciulli, come il delfino Cristo, il pesce Cristo lascia venire a sè i fanciulli. Ma, per qual ragione, fra tutti gli animali acquatici fu preferito il delfino, come salvatore dal diluvio, destinato a purgare, come le onde battesimali, il mondo dal peccato, ossia a liberare dal male, a salvare l'innocente? In Grecia il delfino era sacro ad Apollo, per averne salvato dal naufragio il figlio Icadio, il quale giunto a terra edificò, per riconoscenza, un tempio dedicato ad Apollo, per memoria del delfino, chiamato Delfo. Noi siamo qui in piena mitologia solare; il delfino salva il giovine figlio del sole, ossia il nuovo sole dalle acque. La Grecia ricordava numerose varianti di questo racconto; e sempre, in esso, il naufrago salvato è un fanciullo, e il salvatore è un delfino.

Quando il mare minaccia tempesta, i delfini si mostrano alla superficie del mare, e così avvertono i naviganti, nel tempo stesso che offrono aspetto di una nave galleggiante. Ma, per qual ragione, essi danno la loro preferenza ai fanciulli? Nel cielo mitico, il delfino, il pesce rostrato, il pesce dalla testa grossa, il pesce cornuto, il pesce con l'àncora, o la nave dai cento remi, il riccio dai cento remi che tira fuori l'eroe solare perduto nelle acque, è, per lo più, l'astro cornuto lunare, il quale domina particolarmente la stagione notturna invernale e pluvia, che nell'oceano notturno ed invernale emerge solo dai flutti, e cede quindi il posto al mattino ed alla primavera, al giovine sole, al sole fanciullo. Ma di questa sua predilezione per i fanciulli vi è pure una ragione ne' suoi appellativi. Solino ci fa sapere che _simones_ amavano essere chiamati dai pescatori i _delfini_, a motivo del loro muso depresso, e che chiamati in tal modo accorrevano subito, non meno obbedienti dell'apostolo Simone, il più sollecito seguace del Cristo, il crestato salvatore del mondo, che salva primo sè stesso traverso le acque, e nel battesimo. Presso Plauto e Terenzio, il _simo_ appare una maschera di vecchio anzichè di fanciullo; ma il delfino è pesce celebrato ancora per la sua prestezza nel crescere, nel farsi grande di piccolo che era; gli si attribuisce pure una grande longevità, dicendosi ch'ei possa vivere fino a trecento anni. Per tutte queste qualità, il delfino doveva apparire ben degno di dar forma ad uno di quegli Açvin, che hanno il potere di concedere la immortalità, l'acqua della lunga vita, ossia la giovinezza ai vecchi, e poteva pure raffigurar Vishnu, il Dio nano, che, facendosi a un tratto gigante, misurava in tre passi il mondo. Le leggende epiche e brâhmaniche del diluvio ci presentano dapprima piccolissimo il pesce salvatore, e poi di tale grandezza ch'esso possa solamente più agitarsi nell'Oceano. Ora è interessante conoscere come le voci _çiçuka_, _çiçumaras_, che denominano _il delfino_ (ond'è, senza dubbio, derivato l'equivalente zingarico, il delfino _simôrus_), contengano, come idea principale, quella di _çiçu_ che vale _piccolo fanciullo_, e presentino una stretta analogia con la parola _kumâra_ che vale per l'appunto _fanciullo_, anzi _il fanciullo per eccellenza_, _il fanciullo reale_, _il principe ereditario_, che gli Spagnuoli chiamarono _infante_, ed i Francesi, per una singolare coincidenza storica, _Dauphin_, in memoria d'un giovine principe ereditario del secolo decimosecondo, che prese, per quanto si narra, come sua insegna _il delfino_. Il nome del _delfino_ e quello del _fanciullo_ furono, in lingua indiana, equivalenti; quando perciò il delfino vedico unito col toro salva il giovine Bhug'yu, salva un _Kumâra_, e il valore del prefisso _ku_ e quello dell'aggettivo _çiçu_ essendo analogo salva, per simpatia, un simile a sè stesso; l'astro lunare salva l'astro solare, ossia ringiovanisce il vecchio sole. La luna cede il posto al sole, la luna trae fuori il sole che s'era perduto nelle acque della tenebra notturna ed invernale; un Dioscuro salva l'altro. Il Dio Luno, al pari del sole, si rappresenta ora come il vecchio per eccellenza, onnipossente, che scopre tutti i segreti, ora come un nano che ha tutte le malizie; la luna cresce per fasi; il fanciullo mitico prevede tutto ed il vecchio mitico ha tutto veduto; perciò il delfino, il pesce salvatore, chiamato _çiçumâra_ o piccolo, appare dapprima piccolo e debole, e finisce _col _diventare immenso ed onnipotente; così _Kumâra_, «il fanciullo,» divenne in sanscrito un appellativo del terribile Skanda, il Dio della guerra; il giovinetto Eros, come abbiamo già notato, ed Ares s'identificarono. Il delfino porta, ossia salva, Eros; il _çiçumâras_ o delfino vedico e puranico trascina e salva il _kumâra Bhug'yu_, il figlio reale dalle acque, ossia il nuovo sole progenitore, il reale infante celeste, dalla tenebra notturna ed invernale. Ogni giorno ed ogni anno si rinnova nel cielo la leggenda cosmogonica e del diluvio: ogni giorno ed ogni anno, l'antico Manu, l'antico Noè, ed il Cristo, dopo essere divenuto pesce nelle acque dell'oceano notturno ed invernale; dopo avere ritrovato, in forma di pesce, la moneta d'oro, l'anello, la gemma, il disco solare, ossia sè stesso; dopo essere entrato come Giona ed Hanumant nel ventre del pesce, e avere così attraversato incolume l'Oceano; dopo essersi chiuso nella nave tirata dall'animale cornuto celeste; il delfino dalla testa grossa, o il toro, vien fuori ringiovanito e potente in tutto il suo splendore. È possibile che alcuni particolari del mito da me qui esposto possano ancora dichiararsi altrimenti da quello che ho fatto; ma non mi sembra che la natura mitica del diluvio possa più essere messa in dubbio, come neppure la necessità di associare oramai gli studii di mitologia biblico-cristiana con quelli della mitologia comparata indo-europea.

LETTURA DODICESIMA.

IL DIO YAMA.

Noi conosciamo già il Dio che si salva dalle acque e che diviene il salvatore per mezzo dell'acqua. Ma, perchè il Dio si salvi, bisogna prima che corra pericolo, che si sacrifichi. Il Dio che risuscita deve prima necessariamente morire, se pure la sua morte non abbia ad essere che apparente. Noi diciamo del sole che alla sera è andato _a coricarsi_ e che al mattino _si leva_; i Francesi chiamano _coucher et lever du soleil_ lo scomparire del sole dal l'orizzonte e il suo riapparirvi. Dunque, nella notte, il sole dorme. Ma questo sonno del sole parve talora uno stato di morte, dopo avere attraversato un mare tenebroso. L'anima del morto celeste non sta ferma, ma viaggia occulta per un mondo misterioso, per ricongiungersi al mattino con la sua forma corporea; così, ne' sogni, l'anima nostra alata, mentre il nostro corpo giace come morto, visita mondi insoliti. Presso la _Katha Upanishad_ citata dal Weber negli _Indische Studien_ si paragona il mondo dei Mani al mondo che si visita nei sogni.

Il sole, nei tre tempi della notte, nei tre giorni del solstizio d'inverno, nei tre giorni dell'equinozio di primavera, par morto; pare, ed invece esso viaggia da una parte all'altra dell'orizzonte; dopo tre giorni, Lazzaro vien fuori; Cristo rompe il suo sepolcro dopo aver visitato il Limbo dei Santi Padri e liberate e guidate al Regno dei Beati le anime loro. Il vedico Yama ci offre una somiglianza mirabile con quella forma peculiare di Cristo legato che si sacrifica pel bene degli uomini, che guida le anime de' trapassati, e poi risuscita. Il sole muore la sera e rinasce al mattino, muore in autunno per nascere a Natale come fanciullo e rinascere adulto in primavera, dopo essersi battezzato nelle acque benedette, nelle acque sacre, nelle acque d'aprile che ravvivano. Noi assistiamo ogni sera ed ogni autunno allo spettacolo del sole moribondo. Yama, il Dio de' morti, non rappresentò in origine altro che il sole moribondo vespertino. La parola _Yama_ vale propriamente _il legato_ e _l'infrenante sè stesso_, ossia _il legato_, _l'infrenato_; così il vecchio Sansone legato perde la sua chioma, ossia la sua forza, e s'accieca; il sole ritira i suoi raggi, perde la sua chioma luminosa e s'accieca nella scura notte; il Cristo, il crestato, legato come malfattore, alla sua aureola luminosa sostituisce una corona di spine, e muore. Io potrei proseguire, stringendo più ancora simili raffronti; ma, poichè comparazioni così fatte non saranno ammesse se non dopo lunga discussione, io debbo tenermi pago ad accennarvi una via larghissima, feconda di belle scoperte per lo studioso che la percorra senz'altra ambizione che quella di trovare il vero e di propagarlo. Intanto cercheremo qui di rappresentare la figura del Dio Yama, quale ce la offrono gl'inni vedici.

_Yama_, _il legato_, _l'infrenato_, propriamente _il legante_, _l'infrenante sè stesso_, dell'età vedica, che diviene poi nell'età brâhmanica il legatore, l'infrenatore, quello che getta il collare funebre sopra i moribondi, che li lega con la sua fune per trascinarli all'inferno, si rappresenta come figlio di Vivasvant, al pari di Manu. Dunque Yama e Manu sono equivalenti mitici. Nella leggenda del diluvio, Manu figlio di Vivasvant si salva dalle acque del diluvio universale per la sua pietà; negl'Inni vedici, l'eroe è salvato dal naufragio per l'intervento degli Açvin; ma uno degli appellativi degli Açvin è pure _Yamau_, ossia propriamente _i due congiungentisi_, _i due legati insieme_, _i due gemelli_, rappresentati essi pure nell'inno 17º del decimo libro del _Rigveda_ come figli di Vivasvant. Manu figlio di Vivasvant rinnova il vedico Yama figlio di Vivasvant; Manu figlio di Vivasvant esce dalle acque come l'eroe vedico, salvato dai Yamau, ossia dai Dioscuri. Abbiamo un gemello che va all'inferno per liberar l'altro gemello; nel mito cristiano, il Cristo scende all'inferno per liberare i morti prima; nel mito vedico dei due Açvin, liberatori dell'eroe solare, dopo la rappresentazione che abbiamo fatto di essi, è evidente che l'uno de' due Açvin si trova specialmente congiunto col sole, l'altro specialmente con la luna; la luna libera il sole, un gemello libera l'altro gemello; un _Yama_ è liberato dall'altro _Yama_; i due Yama si liberano l'un l'altro; e come il Yama legato, o legante sè, divenne il Yama legatore, così il Yama liberato, o liberante sè, divenne il liberatore, per la stessa analogia, per cui vedemmo che il Cristo, il quale si salva dalle acque, a traverso le acque, per mezzo delle acque, divenne l'istitutore del battesimo, il salvatore per mezzo dell'acqua battesimale che libera dal male. Così miti apparentemente diversi trovansi, per un filo sottilissimo, congiunti. _Come l'aggettivo nel divenire appellativo creò gran numero di persone mitiche; così il passivo, per mezzo del medio, divenendo attivo, diede occasione a parecchie gesta mitiche_; l'equivoco del linguaggio ebbe qui ancora larghissimo potere. La vittima sacrificata o sacrificantesi diviene eroica; l'eroe che si salva è un salvatore di sè stesso; e il salvatore di sè stesso riesce quindi semplicemente un salvatore, ed il salvatore per eccellenza. Ed il linguaggio, nel compiere una tale evoluzione, seconda pure la serie de' ragionamenti che doveva fare naturalmente l'uomo primitivo nell'osservare i fenomeni della natura e specialmente i fenomeni solari. È necessario in cielo come in terra che uno muoia per tutti; guai se il sole non tramontasse mai, la terra sarebbe tutta un incendio. Il sole tramonta, il sole muore, e, morendo come risuscitando, ci salva da morte. Egli ama tutti, e muore per tutti. Il primo de' mortali è il sole, ed egli è al tempo stesso il primo di quelli che si salvano, ossia il primo de' salvatori.

Ma il primo de' mortali dovette pure essere il primo de' nati; e, pel solito frequente naturale equivoco tra il passivo, il medio e l'attivo, il primo de' generati, il primo che si genera riuscì pure il primo de' generatori. Come nella genealogia biblica Adamo è il primo dei nati e il primo destinato alla morte, così il vedico Yama appare il primo mortale. Come poi la genealogia biblica incomincia con un uomo ed una donna, ossia con due forme gemelle, figlie del creatore, delle quali l'una maschio, l'altra femmina; così, negl'Inni vedici, presso il Dio Yama, ci occorrono i due gemelli _Yamau_ identificati con gli _Açvin_, e poi i due gemelli, de' quali l'uno maschio, l'altro femmina, _Yama_ e _Yamî_. De' due gemelli, in natura, l'uno è, per lo più, forte, l'altro debole; dei due fratelli mitici l'uno soccorre l'altro, e il soccorritore non è sempre il più forte; un debole fanciullo, un impotente, un imbecille appare spesso come liberatore; il passivo soccorre l'attivo; la donna tiene il posto del gemello debole. Per cagione della donna l'eroe mitico si perde, talora si salva. Eva appare come peccatrice che perde l'uomo; Dalila tradisce Sansone; la Vergine Maria appare, invece, come la salvatrice degli uomini. In Yama ed in Yamî si videro il giorno e la notte; ma niente c'induce a riconoscere la notte nella Yamî, mentre Yama appare indubbiamente il sole; come, pertanto, vedemmo già l'aurora strettamente congiunta coi due Açvin, ossia coi due Yama, il Yama vespertino e il Yama mattutino, e rappresentarsi come loro sorella, non mi par dubbio che la _Yamî_, gemella di Yama, non sia altro che l'aurora gemella del sole e della luna. Adamo ed Eva son creature dello stesso padre, e però fratello e sorella; si uniscono, ed il loro peccato si sconta con la morte; dopo una vita dolorosa, Eva partorirà con dolore; Adamo lavorerà per la sua famiglia: la leggenda del Cristo, che con la morte sconta il peccato originale, si congiunge intimamente con la leggenda di Adamo, del quale esso appare una splendida variante mitica. Gli Inni vedici non ci rappresentano ancora la pena, ma raffigurano la colpa dell'unione d'un fratello con una sorella, la quale deve essere evitata come incestuosa. L'inno 10º del decimo libro del _Rigveda_ ci offre un dialogo singolare tra il mortale Yama e Yamî, tra il fratello e la sorella. Come nel racconto biblico la donna fa da seduttrice, Yamî invita Yama ad unirsi con lei. Essa dice al fratello: «Gli immortali desiderano questo: un discendente di te, unico mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; come sposo, entra nel corpo della sposa.» Yama risponde che non vuol fare quello che finora non ha mai fatto, e che vuol conformare le opere alle parole oneste. Ma Yamî insiste, avvertendo come lo stesso Dio creatore Tvashtar onniforme li abbia creati in un solo germe, per essere marito e moglie (_dampatî_). Yama si rifiuta sempre, e tratta la sorella come una donna impudica; ma essa diviene provocante, avverte come in cielo ed in terra i due gemelli sono uniti e dovrebbero però girare insieme le ruote del carro, come se non fossero fratello e sorella. Yama invita Yamî a cercarsi un altro marito. Essa rimprovera il fratello di non esser buon fratello (_Bhrâtar-fratello_ e _Bhartar-marito_ sono due noti equivalenti che significano _il sostentatore_), poichè non viene in aiuto alla sorella e la lascia andare in disperazione, mentre essa è tormentata dall'amore. Yama risponde: «Io non potrei accostare il mio corpo al tuo; un peccatore chiamarono colui, il quale si unì con la sua sorella; con altri, all'infuori di me, pigliati piacere; il fratello tuo, o bella, non può desiderare codesto.» Yamî irritata risponde: «Oh tu sei un uomo da nulla, o Yama; noi non vediamo in te nè animo nè cuore; ed un'altra donna t'abbraccierà stretto, come ghirlanda, o come una liana l'albero.»

Come gli Açvin, che amano la loro sorella aurora, anzichè unirsi con essa, finirono per trovarle uno sposo e le servono da paraninfi; così Yama termina con l'augurio che Yamî possa trovare uno sposo, che la faccia felice. Quest'inno, di cui una variante trovasi pure nell'_Atharvaveda_, rivelasi di una composizione relativamente moderna, poichè ci richiama ad un tempo, in cui l'adagio popolare, la _vox populi_, sta per diventare _vox Dei_, ossia legge sacra: _dissero peccatore_, esclama il poeta, l'uomo che s'unisce con la propria sorella; la sentenza popolare consegnata nell'inno vedico diventerà, in breve, autorità religiosa, inviolabile. Ma l'inno stesso tradisce tuttavia la presenza di una tradizione, secondo la quale il primo uomo e la prima donna erano stati fratello e sorella, e la donna avea tentato l'uomo. È notevole come nell'inno vedico si faccia da Yamî l'augurio, perchè Yama ottenga un figlio, ossia dia al padre un nipotino, _dopo avere attraversato il vasto oceano_ (_tirah puru c'id arnavam g'aganvan_).

In questo carattere il mito di Yama si congiunge anco più intimamente con quello degli Açvin liberatori dalle acque, e con quello del loro proprio _alter ego_, Manu Vàivasvata, il liberato dal diluvio universale, che, uscendo dalle acque, rigenera, dopo aver fatta molta penitenza, il mondo.

Nel sesto libro dell'_Atharvaveda_ (citato dal Muir), _Yama_, identificato con _Mr'ityu_, «la Morte,» appare il primo che arrivò al fiume. Questo è fiume ad un tempo di perdizione e di purificazione. Nell'inno 14º del decimo libro del _Rigveda_ son pure ricordati i vasti fiumi, ai quali arriva il re Yama, figlio di Vivasvant, ed esplora la via (_panthâm_) per i molti (che la dovranno percorrere). È nota l'analogia che passa tra le voci _pons_ e _pontus_. Il mare, i fiumi diedero sembianza di vie; solamente, invece di percorrersi sui carri rotanti, si solcavano sulle barche remeggianti.

È singolare qui ancora la corrispondenza delle credenze vediche con le elleniche: _Yama_ arriva primo al mare, al fiume, lo attraversa, esplora la via, la insegna agli altri; al regno de' morti, secondo il concepimento ellenico, si arrivava attraversando l'onda del fiume o della palude infernale. L'inno vedico afferma esplicitamente che Yama fu _quello che morì primo, che de' mortali partì primo pel mondo di là_ (propriamente, _per quel mondo_); _il primo che trovò la via per noi, dalla quale non possiamo discostarci_. Le anime de' morti s'incontrano, partendo, in Yama e Varuna; Yama concede a quelle che gli appartengono, una dimora luminosa ed acquosa; le difende dai due cani nati di Saramâ, dai quattro occhi, macchiettati, insaziabili, dalle vaste narici, che stanno a guardia della via (_pathirakshî_), altro carattere di somiglianza tra il Regno de' morti vedico e il Tartaro ellenico guardato dal tricipite Cerbero. I due cani errano fra gli uomini, come messaggieri del Dio Yama, ossia della Morte (messaggiero di Yama nel _Rigveda_ è pure un uccello funebre). E, come si adora il Diavolo perchè stia lontano, così si pregano i due cani di Yama, perchè lascino ancora rivedere il sole al devoto, perchè gli diano ancora in terra una esistenza felice. Ma Yama è specialmente invocato ne' funerali, perchè dia una lunga vita al devoto fra gli Dei. Evidentemente il vedico Yama si disegna già in un duplice aspetto, l'uno paradisiaco, l'altro infernale. Esso ha i suoi protetti, e quelli che caddero nella sua disgrazia; i protetti saranno beati, e quelli ch'egli non ama, erreranno incerti o dannati.