Letture sopra la mitologia vedica

Part 18

Chapter 183,479 wordsPublic domain

Ma qui non finiscono le opere benefiche degli Açvin celebrate negli Inni vedici. La vacca di Çayu che non dava più latte, essi resero nuovamente lattifera; al privo di cavalli essi diedero un cavallo; a Pedu procacciarono un tale cavallo così forte, così rapido, che, con l'aiuto di esso, egli potè vincere tutti i suoi nemici ed arricchirsi delle loro spoglie; fecero andare e vedere Parâvrig' ch'era zoppo e cieco; restituirono gli occhi a Rig'raçva (ossia quello _dal cavallo rosso_, o _il cavallo rosso_), a cui il padre feroce li aveva tolti; ad Atri Saptavadhri, chiuso nella fornace ardente, temprarono il calore e gli recarono nutrimento, alfine lo liberarono; trovarono a Viçvaka il figlio perduto Vishnâpû; diedero la sapienza a Kakshîvant; salvarono Vandana dalla vecchiaia; ringiovanirono il vecchio C'yavana e gli diedero una giovine sposa. Ed eccoci al mito ellenico di Titone. Compiuto dai medici celesti, dagli Açvin, il miracolo, anche la medicina umana s'affannò in cerca di rimedii, di acque di lunga vita, di acque della giovinezza, che potessero richiamare la freschezza e le forze della gioventù sul volto e nelle membra de' vecchi decrepiti; e, non potendosi nella realtà riprodurre il miracolo, si volle almeno riempirne con la immaginazione i racconti popolari, ne' quali la ricerca dell'acqua dell'immortalità ritorna come uno de' motivi favoriti. Ma noi sappiamo che cosa significano i miracoli celesti, e quando il taumaturgo è un vero Dio, ossia una vera persona celeste, noi siamo dispostissimi ad accettare e ad ammirare il miracolo. Ogni sera il cavallo solare, l'eroe solare celeste, s'accieca o s'azzoppa; e quando esso s'accieca e s'azzoppa, non solo non brilla più, non solo non cammina più, ma impedisce anche a noi di vedere e di andare; noi diventiamo, al pari di esso, ciechi e zoppi. Ma, per fortuna sua e nostra, v'è nel cielo un salvatore, un taumaturgo, che dà la vista ai ciechi e fa camminare gli zoppi; al mattino il sole, o mercè sua, o per aiuti celesti, ritorna a splendere ed a correre le vie del cielo, e noi torniamo sulla terra a brillare ed a muoverci con esso; il sole risorto ha ridonato la vista ai ciechi, e rimette in moto la gente zoppa. Il cieco e lo zoppo compagni nella notte, fra le tenebre, s'aiutano e ritrovano nell'orizzonte la loro antica dimora. Il cielo piglia nella sera e nel mattino l'aspetto di una fornace ardente; spira la brezza vespertina e mattutina e ne tempra l'ardore; il sole si libera dalla fornace che minacciava consumarlo, e ritorna a splendere libero e puro per l'orizzonte. Il sole ogni sera invecchia, e diviene impotente a nuove nozze; nella notte si rinvigorisce, e riappare, al mattino, come un giovine sposo, ripieno di vigore. Non ci dicono gli Inni vedici che gli Açvin abbiano pure risuscitato de' Lazzari, ma il sole moribondo è l'eterno Lazzaro celeste, che ogni giorno ed ogni anno muore e risuscita. Chè, se il miracolo celeste si suppose poi rinnovato da migliaia di taumaturghi sopra la terra, ciò non può recar meraviglia, quando si pensi come lo stesso bel mito vedico di C'yavana, indubbiamente celeste, si fosse già umiliato sopra la terra, nel tempo della redazione del _Çatapatha Brâhmana_, il che vorrà dir sempre oltre quattro secoli innanzi l'êra volgare. Gli Açvin vi appaiono già incarnati sopra la terra, per esercitarvi la medicina fra gli uomini; s'abbattono in _Sukanyâ_, propriamente _la bella fanciulla_, e se ne innamorano; ma essa è già sposa del vecchio _C'yavana_, al quale vuole serbarsi fedele; essa narra anzi al marito che gli Açvin voleano sedurla, ed egli: «Se ti rivolgono ancora una simile domanda, tu devi dir loro: Voi non siete nè completi nè perfetti (parole con le quali sembra indicarsi la natura incerta e quasi amorfa dei crepuscoli); e se essi vorranno sapere in che cosa siano incompleti ed imperfetti, allora soggiungi: Fate ritornar giovine mio marito, ed io ve lo dirò.» Nel vero, gli Açvin, per la curiosità di sapere in che cosa fossero incompleti ed imperfetti, indicarono a C'yavana uno stagno, dal quale egli avrebbe potuto uscire con quell'età che gli fosse meglio piaciuto, e quindi tornarono ad interrogare Sukanyâ. Allora C'yavana rispose per lei: «Gli altri Dei stanno celebrando nel Kurukshetra un sacrificio, e vi escludono da esso: ecco dunque perchè siete incompleti ed imperfetti.» Gli Açvin s'affrettano al sacrificio, e domandano di farne parte; ma gli Dei rispondono: «Noi non vogliamo invitarvi, poichè voi avete errato confidentemente fra gli uomini, in qualità di medici.» Allora gli Açvin osservano che il sacrificio non è completo, perchè vi manca la testa del sacrificio, ossia la testa di Makha, che gli Açvin ritrovano, a patto di essere ammessi al sacrificio. Gli Dei consentono. Nella _Tâittiriya Samhitâ_[55] si dice che avendo gli Dei qualificati come impuri gli Açvin, perchè aveano frequentati gli uomini in qualità di medici, per questa ragione nessun Brâhmano deve esercitare la medicina, poichè chi esercita la medicina è impuro e però non adatto a celebrare il sacrificio. Ecco in qual modo la superstizione religiosa può di uno stupendo e poetico mito celeste fare una meschina e volgare parodia. Il salvatore del mondo diviene un medico degli uomini, ed il medico un essere impuro, a cui il cielo si chiude. A questo punto si chiude pure l'Olimpo, ed il mito deturpato svanisce nelle aberrazioni di maliziosi commentatori. Indra pluvio primaverile, apportatore del bel tempo, l'Aurora e gli Açvin arrecanti la luce diurna, quando il culto della natura e della famiglia era l'unica religione e l'unica poesia della vita, avevano invocazioni non solo frequenti, ma tènere ed affettuose. Gli Dei amavano gli uomini, perchè gli uomini amavano gli Dei; e gli uomini amavano i loro Iddii, perchè li vedevano, li seguivano, sentivano il beneficio della luce che pioveva dal cielo, ed il terrore malefico della tenebra e del verno che portavano la morte nella natura. I ridestatori quotidiani della vita erano pertanto benedetti ogni giorno; il crepuscolo era atteso con impazienza, poichè annunziava l'aurora, e l'aurora salendo sul carro degli Açvin, ossia de' solleciti, de' primi ad arrivare, risplendeva a rianimare d'un tratto il mondo. Quando il sole saliva in alto, gli uomini si trovavano già tutti intenti alle cure della vita; ma il momento solenne era quello, in cui il vecchio sole dovea risorgere ringiovanito; rinascerà esso? ecco la questione paurosa che doveano porsi ogni sera i padri nostri, nel salutare oranti il vecchio sole moribondo. Esso è passato a traverso la fornace ardente, s'è acciecato, non cammina più, è scomparso; lo ritroveremo noi ancora? Noi abbiamo veduto come gli Açvin ridonassero la vista al cieco, l'andare spedito allo zoppo, il figlio perduto (e forse prodigo) al padre, lo sposo alla fanciulla, la gioventù al vecchio, e beneficassero ancora in altre forme l'eroe celeste; ma vi è ancora un'altra impresa degli Açvin, che merita d'essere distintamente esaminata per la sua importanza. L'eroe solare scompare la sera, in più modi, secondo la immaginazione popolare. Ho già detto come la tenebra sia spesso stata paragonata ad un mare; il sole vespertino che si perde nella tenebra s'immaginò pure caduto nell'acqua, ed è da quest'acqua che gli Açvin verranno invocati a liberare il loro divino protetto.

Nel discorrere dell'acqua mitica, accennammo come le antiche cosmogonie si mostrassero quasi concordi nell'ammettere che il mondo fosse nato dalle acque. L'uovo cosmico, il fuoco ed il vento, nell'India, si figuravano usciti dalle acque, e l'afflato divino biblico, come avvertimmo, vien portato anch'esso sopra le acque, nel principio della creazione. Il signor Francesco Lenormant, in uno studio largo ed originale da lui fatto sopra la leggenda babilonese del Diluvio,[56] vi ha scoperto un _Nuah_ «signore delle acque, signore de' fiumi, signore del mare, re, capo, signore, reggitore delle acque (e soggiunge) come spirito _che si muove sopra le acque_; i monumenti dell'arte assira e babilonese lo rappresentano spesso portato sopra le onde del mare cosmico, nella forma di uomo-pesce, coperto il capo della tiara regia. Nel vero, presso il lungo Catalogo de' suoi appellativi che fornisce una delle tavolette mitologiche del Museo Britannico, noi troviamo quelli di _pesce dell'abisso, pesce benefico, pesce salvatore_; nello stesso documento ed in altri ancora, la Dea Davkina sua compagna si denomina _la grande sposa del pesce_. Così nelle tavolette astrologiche si fa spesso menzione di una costellazione chiamata _il pesce di Nuah_. Non vi è dubbio che non sia l'intiera costellazione de' pesci, od almeno quella de' due pesci collocata esattamente nella fascia dello Zodiaco; poichè, nella singolare tavoletta che registra i dodici nomi dati al pianeta Mercurio ne' singoli mesi dell'anno, noi vediamo quest'astro prendere il nome di _pesce di Nuah_, nel mese di _adar_, l'ultimo dell'anno (febbraio), cioè nel tempo preciso, in cui Mercurio, accompagnando sempre molto dappresso il sole, si trova con esso nel segno de' pesci, o, come dicono gli Astronomi babilonesi, nella costellazione del _pesce di Nuah_.»

Ho voluto recare questo intiero passo del Lenormant, poichè mi pare assai importante la nozione che ne deriva, cioè della natura conforme di due tradizioni che si sono quindi distinte, la cosmogonica e quella del diluvio. Nella tradizione cosmogonica, il mondo vien fuori dall'oceano acquoso; nella tradizione del diluvio, le acque minaccerebbero distruggere il mondo, ma un uomo si salva miracolosamente che ripopola il mondo; il diluvio ci presenta una seconda cosmogonia. Il Nuah babilonese, nel riscontrarsi col Noè, presenta pure l'aspetto d'un primo Dio che s'agita sopra le acque. Io ho già avvertito come le recenti scoperte delle scienze naturali concordino perfettamente con la nozione cosmogonica d'un mondo venuto fuori delle acque; e la priorità della fauna acquatica sulla fauna terrestre ci mostra pure come potesse conservarsi la tradizione di un primo creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce. Quando la terra non era ancora scoperta, quando le acque ravvolgevano ancora, il pesce esisteva già; il pesce ha preceduto l'uomo. Quando s'immagina, nella leggenda del diluvio, una seconda sommersione della terra, il pesce non solo sopravvive, ma, amico dell'uomo, lo salva dalla inondazione. Amore ed Afrodite, prese forme mitiche mattutine e primaverili, si tuffano nel mare in forma di pesci e rinnovano l'anno; il nuovo anno solare si apre in febbraio ed in aprile coi pesci; e coi pesci rinasce la vita nella natura; il pesce generatore, che rinnova la vita, è un salvatore; nella bocca del pesce evangelico si trova la moneta d'oro (e in altre leggende indo-europee l'anello fatato, ossia il disco solare, il Cristo, il crestato); gli Apostoli del Cristo dovevano perciò essere naturalmente pescatori. Per virtù del pesce, il Cristo ha il potere di camminare sopra le acque senza annegarsi; e Cristo stesso fa il miracolo di moltiplicare i due pesci alla folla affamata, e di riempire di pesci la rete de' pescatori che pescavano invano. Perciò, tra le rappresentazioni simboliche del Cristo, ne' primi secoli della Chiesa cristiana, ossia prima di Costantino, la più frequente è quella del pesce, la quale raffìguravasi specialmente sopra le tombe e sopra gli anelli. La parola greca ἴχθυς, _pesce_, divenuta simbolica del Cristo, i Padri della Chiesa, volendo poi interpretarla al volgo, trovarono composta delle parole greche Ιησοῦς, Χριστός, Φεου υιὸς, Σωτήρ, ossia _Gesù Cristo di Dio figlio Salvatore_. Apparso nella tradizione il Cristo come pesce, ossia con una delle forme zoologiche più umili, tentarono gli esegeti trarne profitto per celebrare l'umiltà divina del Cristo; onde Gregorio Magno scriveva: _Ipse enim latere dignatus est in aquis generis humani_; ed Origene avverte che Cristo ha voluto che la moneta si trovasse nella bocca del pesce, poichè egli stesso era pesce, e chiamavasi propriamente _il pesce (tropice piscis appellatur)_. I primi Commentatori, non volendo dare un significato mitico al Cristo, e, per altra parte, trovando nella leggenda di esso particolari che offendevano il loro buon gusto e la loro pietà, si sforzarono d'interpretarli per via d'allegorie; ma queste allegorie tradiscono solamente il loro imbarazzo: così, quando il Cristo, presso il mare di Tiberiade, offre pesci fritti a' suoi discepoli, San Gregorio, assimilandolo a pesce fritto, dichiara che lo stesso Cristo fu _quasi tribulatione assatus tempore passionis suae_. E Sant'Agostino: _piscis assus Christus est_; e il venerabile Beda: _piscis assus, Christus est passus_. Ma, per accostarci al nostro proprio argomento, giova ricordare un'antica pietra anulare cristiana già posseduta dal Foggini, nella quale «sarebbe rappresentata la promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il loro peccato. Il serpente seduttore si mostra col fatale pomo nella bocca, e i nostri primi parenti stanno inginocchiati in umile atto. Un personaggio molto inclinato stende verso di essi le proprie mani, come per rialzarli. Questo personaggio sembra essere il Verbo divino, e riposando i suoi piedi sopra un pesce, indica in tal forma la natura ch'esso piglierà nella pienezza de' tempi. E poichè la sua incarnazione doveva portare la salvezza al mondo sommerso nell'errore e nel peccato, gli si collocò presso l'arca di Noè con la colomba ed un'àncora, indicante la sicurezza che sarebbe data in tal modo a quelli che navigano nel mare tempestoso del mondo.» Questa descrizione non è mia; me la offre invece uno scrittore ortodosso, l'abate Martigny nel suo _Dictionnaire des antiquités chrétiennes_. Io metterò qui di mio una sola domanda: Vi sembra egli lecito, dopo tutto ciò, l'avvertire come la leggenda evangelica non è altro se non una nuova forma dell'antica leggenda del diluvio, nella quale il Salvatore appare in forma di pesce, come nella leggenda babilonese e nella indiana? E poichè il _Christus passus_ combina col pesce afrodisiaco d'aprile, ed il sole incomincia in aprile ad ardere, ossia il pesce a friggere, qual meraviglia che il _Christus passus_ e il _piscis assus_ siansi identificati; qual meraviglia se, come la colomba (negli Inni vedici, i due Açvin sono talora rappresentati in forma di due _Cigni_[57]) è nella leggenda di Noè (cui Filone ebreo[58] chiama l'autore e il principio della rigenerazione degli uomini e salvatore) la messaggiera del bel tempo rigenerato, lo Spirito Santo in forma di colomba annunzii il Redentore e la colombina di Casa Pazzi accenda in Firenze i fuochi d'artifizio, a mezzogiorno del Sabato santo, ed annunzii il Cristo (che dopo essere stato pesce risorge), il rinato sole primaverile uscito dalle acque invernali? Il pesce allora si frigge, si sacrifica, poichè il sole venuto fuori delle acque s'infuoca, e le acque sono scomparse; il Cristo sale al cielo; il sole ascende l'orizzonte, e manda poi verso il giugno dal cielo le sue lingue di fuoco, con le quali il mondo s'illumina; il grasso del pesce trovato dal giovine Tobiolo ridona la vista al vecchio Tobia. Io non posso qui darvi se non un accenno del mito biblico evangelico. Ma io prego quelli de' miei uditori, ai quali la ricerca del vero non mette sgomento, di approfondire questa ricerca, nella fiducia che tutti gli studii, fatti col corredo di un'ampia erudizione, alla dimostrazione della tèsi mitica che si svolge dal Vangelo, confermeranno nelle sue parti essenziali la interpretazione ch'io vi propongo, per quanto essa possa apparirvi insolita e, a primo aspetto, disgustosa. In ogni modo deve rimanere per voi accertato che esiste nelle prime tradizioni cristiane la nozione di un pesce salvatore, presso il quale appare un'àncora; questo pesce (talora, invece di un pesce, se ne rappresentano due) e quest'àncora ci conducono naturalmente a cercar notizia del diluvio indiano e del vedico, il quale ci occupa ora in modo speciale.

Ma, innanzi di passare alla descrizione del mito vedico, giova osservare ancora qual sia propriamente il pesce o animale acquatico che nelle antiche rappresentazioni cristiane figura più spesso come salvatore, e specialmente come salvatore d'un fanciullo. Non è senza una viva meraviglia, che, come nelle antiche tradizioni elleniche, il salvatore di fanciulli è il delfino (onde Solino scriveva: «exempla narrantur delphini puerum ardenti amore depereuntis, colludentis et dorso suo medio mari gestantis, ac fideliter referentis ad litus»), nei più antichi anelli cristiani il Salvatore appare in forma di delfino congiunto con un'àncora. Sulla tomba d'una cristiana chiamata Redenta appare un delfino, congiunto con una colomba, celebrata, com'è noto, per la sua rapidità, affrettantesi verso un'anfora, ch'è il segno zodiacale del mese di gennaio, come i pesci corrispondono al mese di febbraio, e ritornano all'aprile. Così del delfino i Naturalisti sopra tutte le altre qualità celebrano la prestezza;[59] presso i Romani rappresentavansi delfini sopra colonne, e se ne pigliava augurio per future nozze; il che si rileva da quel verso della sesta satira di Giovenale:

_Consulit ante phalas delphinorumque columnas_ _An saga vendenti nubat caupone relicto._

Sopra una pietra anulare cristiana descritta da Montfauçon appare inciso un delfino col motto: _Pignus amoris habes_; così nelle tombe cristiane si rappresentano i delfini al pari delle colombe, come simboli d'amore. Ma v'è di più: come la colomba vien fuori dalle acque, messaggiera del bel tempo; come il delfino salva il fanciullo dalle acque nel mito ellenico, e si riproduce con l'àncora come una forma del Cristo salvatore, e che salva pure sè stesso; come le antiche rappresentazioni elleniche ci offrono il fanciullo sopra un delfino; così il Martigny ricorda un geroglifico battesimale cristiano, nel quale appare un fanciullo seduto sopra un pesce. E Orientius vescovo del quinto secolo afferma: _Piscis natus aquis, auctor baptismatis ipse est_. Quindi l'uso di rappresentare de' pesci ne' battisteri e ne' battezzatoi. Tertulliano paragona i Cristiani a pesciolini, poichè nascono nell'acqua come il pesce Gesù Cristo; e soggiunge che, come per il pesce fuori dell'acqua non vi è salute, così non vi può essere pel cristiano fuori dell'acqua battesimale. A Parenzo, nell'Istria, si osserva ancora una vasca di marmo del sesto secolo, già appartenente al Battistero della città, la quale presenta una croce scolpita fra due colombe e fra due pesci. Come poi troviamo il delfino pesce salvatore cristiano congiunto con l'àncora, così ne' battisteri, tra le figure simboliche del Salvatore, appare pure il cervo,[60] il quale va a specchiarsi nel fonte, desideroso dell'acqua come il catecumeno, onde San Girolamo, paragonando ne' _Salmi_ il catecumeno al cervo, soggiunge: «Desiderat venire ad Christum in quo est fons luminis; ut ablutus baptismo, accipiat donum remissionis.» Da questi esempi e da altri infiniti che si potrebbero addurre, par lecito il conchiudere: _la leggenda cristiana non essere nata altrimenti che pel foggiarsi di una magnifica allegoria morale sopra un'antica ricchissima mitologia ellenico-orientale._

Riassumendo ora quello che riguarda il mito del diluvio nella tradizione biblico-cristiana, vi troviamo nelle acque il pesce-delfino, rapido, sollecito salvatore del fanciullo, ossia rigeneratore della vita nelle acque; ai pesci quaresimali di febbraio, congiunti con la colomba messaggiera come a zefiri di marzo della primavera, succedono nello Zodiaco il montone ed il toro (due _versatori_, due _fecondatori_ mitici per eccellenza); al pesce d'aprile della tradizione popolare, il _piscis assus_, succedono i due gemelli di maggio. Vedremo ora come siansi pure scambiati nella tradizione indiana i due gemelli Açvin con forme animali identiche a quelle che appaiono nel mito ellenico, e nella tradizione biblico-cristiana.

È nota la leggenda epica del diluvio indiano. Il Dio Brahman si fa piccolo pesce, e prega il Dio Manu di salvarlo dai pesci grossi; Manu lo depone in un vaso che risplende come la luna; il pesce cresce: Manu, pregato dal pesce, lo trasporta in un ampio stagno, poi di là nel Gange, infine nel mare; il pesce, contento, prenunzia che l'oceano un giorno salirà ad inondare tutta la terra, lo invita a costrurre una nave e a munirla d'una fune; quando il diluvio arriverà, pensi al pesce da lui beneficato, ed il pesce accorrerà prontamente munito d'un corno, al quale si legherà la fune della nave; così Manu, insieme con sette sapienti e con ogni maniera di semi, entrato nella nave tirata dal pesce, salva sè stesso e salva o rigenera, a traverso le acque, il mondo.

La conoscenza della sola tradizione epica e puranica del diluvio indiano aveva indotto l'illustre Eugenio Burnouf ad ammettere che la tradizione indiana fosse derivata dalla biblica; ma, come il Weber ha, nel primo volume de' suoi _Indische Studien_, illustrato fin dall'anno 1850 la tradizione vedica del diluvio contenuta nel _Çatapatha Brâhmana_, io spererei aver trovato negli stessi Inni del _Rigveda_ la prova che la tradizione del diluvio appartenne non solo al periodo, nel quale i popoli della stirpe aria non erano ancora divisi, ma sì ancora a quello, in cui se la razza semitica e la turanica non formavano più una razza sola con l'ariana, erano, per lo meno, ancora intimamente congiunte con essa. Secondo la tradizione raccolta nel _Çatapatha Brâhmana_, ossia in un'opera, la cui redazione rimonta sicuramente oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, si racconta che Manu si lavava, quando gli apparve un pesce e gli disse: «Salvami, io ti salverò;» Manu piglia la stessa cura di lui che ci viene descritta nel racconto epico; quando il diluvio arriva, al corno del pesce si lega la fune della nave, e la nave viene tirata sulla cima d'un monte e legata sovr'esso ad un albero. Cessato il diluvio, Manu, per mezzo del sacrificio, della penitenza e della preghiera, crea una figlia, e con essa rigenera quindi il mondo de' viventi. La figlia di Manu si chiama Idâ, e la parola _idâ_ vale _la libazione, la preghiera, la parola sacra_, che ci richiama al verbo rigeneratore, al _logos che era nel principio, e da cui furono fatte tutte le cose_, secondo il Vangelo di San Giovanni. La leggenda cosmogonica, la leggenda del diluvio e la leggenda del sacro battesimo rigeneratore presentano fra loro una strettissima analogia.