Letture sopra la mitologia vedica

Part 17

Chapter 172,733 wordsPublic domain

— Il mostro Namuc'i portò via la forza d'Indra, il soma, col liquore inebriante. Indra accorre per aiuto agli Açvinâu ed alla Sarasvatî, dicendo: «Io aveva giurato a Namuc'i che non l'avrei mai ammazzato nè di notte, nè di giorno, nè con la mazza, nè con l'arco, e neppure con la palma della mano distesa, o col pugno stretto, non con la siccità, non con la umidità; ed egli ha portato via la mia forza; chi me la ricupera?» Gli Açvinâu e la Sarasvatî domandano ad Indra che permetta loro di goderne una parte, e ch'egli riavrà la sua forza. Indra dice: «Essa deve esser comune fra noi tutti; perciò, ricuperatela.» Allora gli Açvinâu e la Sarasvatî unsero il fulmine, dicendo: «Esso non è nè secco nè umido.» Con questo Indra colpi Namuc'i nella testa, nel punto in cui la notte stava per passar nell'aurora, e ne venne fuori il soma, insieme col sangue di Namuc'i. — Il sangue di Namuc'i ucciso verso l'aurora non può essere che il rosso dell'aurora stessa. Ma nelle imprese gagliarde il più utile concorso Indra lo riceve certamente dai Marutas, e dalle proprie armi fulminee. Vishnu gli è pure compagno e seguace fedele, ma lo segue più come servo devoto che come cooperatore magnanimo.

Così, se i nemici d'Indra sono molti, se tutti i _krishnâs_ innumerevoli, ossia tutti i neri, tutti i mostri sono i suoi nemici, chiamati col nome generico di _Dânavas_ o figli di _Dânu_, di _Daittyâs_ o figli di _Diti_, creata in opposizione all'Aditi, di _Asurâs_, raffigurati come nemici dei suri, gli Eroi divini, se tra i nemici d'Indra appaiono _Namuc'i_ «quello che non lascia andare,» _Sushna_ «il disseccatore,» _Pipru_ «il riempitore,» _Çambara_, di cui sono celebrate le cento forti città celesti, nelle quali egli si chiude, Kuyava, Varc'in, Urana, Arbuda ed altri più, i due nomi che piglia più spesso il nemico d'Indra sono _Vritra_, propriamente _il copritore_, figlio di Tvashtar, ed _Ahi_, «lo stringitore, il serpente,» il gran drago celeste. Tutta la lotta epica consiste nella lotta contro il mostro, contro il drago; e la grande impresa eroica del Dio Indra nel _Rigveda_ è, per l'appunto, l'uccisione del mostro Vritra, l'uccisione del serpente Ahi, per la morte del quale si scatenano le acque, e si precipitano in vasti torrenti sopra la terra; il fenomeno naturale e la figura mitica si collegano intimamente. Il sole ritorna dopo la battaglia a splendere nel cielo, gli uomini e gli animali per la vittoria d'Indra si rallegrano; le spose degli Dei liberate, ossia le acque sprigionate, cantano inni di gioia al loro liberatore. Questa battaglia d'Indra è descritta in modo vivace e potente in un gran numero d'inni, ne' quali vediamo Indra in perfetto costume di guerriero, armato di armi divine, che lancia contro il suo nemico ogni maniera di armi, mazze, aste, dardi, fulmini. Tra queste armi troviamo pure celebrata la pietra: açman. Che può significar questa pietra? Ci dovrebbe essa richiamar col pensiero all'età della pietra, e riportarci perciò alla prima più elementare mitologia, o, con più verosimiglianza, questa pietra non è essa altro che la roccia, la nuvola montagna, sotto la quale il nemico è oppresso da Indra, precursore degli eroi poderosi che aiutano l'impresa di Râma nel _Râmâyana_, scagliando contro i Racsasi intiere montagne? Noi ammiriamo la immaginazione gigantesca degl'Indiani, leggendo la descrizione delle battaglie del _Râmâyana_; ma il principal fondamento di quelle immagini gigantesche è nel cielo mitico, ove, raffigurata la nuvola come enorme montagna, divenne naturale il concepire l'eroe divino Indra, il quale muovendo le nuvole muove le montagne mitiche e schiaccia con esse i suoi nemici. Io non indugerò ora nella descrizione delle battaglie celesti del Dio Indra. Mi basterà avervi mostrato come in questo Dio si accennino già tutti i caratteri principali, proprii dell'eroe epico-leggendario indo-europeo.[49] Mi basterà che rimaniate, come spero, persuasi che l'eroe epico è nato naturalmente e necessariamente sopra il Dio, e che il Dio è una persona sempre celeste. Se gli altri Dei ci lasciarono fin qui incerti sopra la identità originaria dell'epopea o della mitologia, il Dio Indra non ce ne può lasciare alcun dubbio. Egli non è meno eroe che Dio; e il Dio raffigura ad evidenza il fenomeno naturale. Ma una delle imprese principali dell'eroe leggendario, mi direte, è quella di conquistare e liberare la donna, senza la donna non vi sarebbe epopea. Ebbene, quelle vacche che Indra libera dalla spelonca del mostro che le ha, simile a Caco, rapite,[50] in altri inni appaiono col nome di donne. Indra è liberatore delle acque chiuse nella nuvola, delle aurore chiuse nella notte, delle primavere chiuse nella scura terra; è liberatore delle spose degli Dei; è liberatore delle donne, e le libera perchè le ama, e perchè le ama troppo, la mitologia brâhmanica rappresenta poi il trono d'Indra circondato dalle Ninfe _Apsarâs_; e, per cagione della sua eccessiva tenerezza per le donne, il Dio Indra si perde. Alla sposa d'Indra furono dati parecchi nomi diversi, fra gli altri: _Çac'î_, «la forza;» _Indrânî_, «la forza d'Indra:» ma è troppo evidente che questi nomi sono semplici astrazioni di una qualità del Dio, e non possono pigliare persona viva, e tanto meno svegliare il Dio sensuale. Ma, quando Indra si innamora dell'aurora umida e luminosa, delle acque lucenti, questi esseri femminini possono pigliare una figura poetica, la quale attrae il Dio Indra, il celeste _Çiprin_, «il vago, il bello.» E le rappresentazioni dell'Olimpo brâhmanico ci rappresentano però Indra in forma di bellissimo giovine, agile, elegante, col corpo tempestato di occhi luminosi, ossia di stelle. Il guerriero ha ceduto il campo all'amante, il quale combatte perchè ama, e, dopo aver combattuto, raccoglie nell'amore il frutto della sua vittoria.

LETTURA UNDECIMA.

GLI AÇVIN.

Di tutte le figure mitiche che l'Olimpo vedico ci presenta, la più simpatica è, senza dubbio, quella degli _Açvin_; se i nostri primi padri ariani non avessero creati altri miti, questo solo basterebbe a persuaderci com'essi siansi nella più remota antichità affacciati alla storia con un ideale poetico. Qualunque sia stata l'origine fisica del mito, la sola facoltà di creare due persone mitiche cavalleresche come gli Açvin, è già prova di una singolare eccellenza morale nella nostra razza. Chi attribuisce al Cristianesimo tutto il merito della cavalleria, dovrebbe soltanto meditare sopra la mitologia vedica e la ellenica, e sopra le epopee che ne derivarono naturalmente, per avvedersi del proprio errore. L'uomo ariano apparve nella vita storica con un sentimento cavalleresco, e però creò pure sollecito nel suo olimpo l'eroe cavaliere. Già nelle figure d'Indra e dei Marutas, e in quella dell'eroina aurora, ravvisammo numi cavallereschi, protettori dell'innocenza, della virtù perseguitata. Ma il protettore, per eccellenza, il perfetto cavaliere è l'_Açvin_: anzi la parola _açvin_ venne a significar precisamente _il cavaliere_, e, come due sono gli ellenici Dioskuri, così due sono i cavalieri vedici od _Açvin_. Ma, poichè non ci è bastato fin qui l'indicare come gli Dei vedici siano rappresentati, ma tentammo pur sempre, quando ci fu possibile, d'esaminare com'essi siano nati; così, innanzi di descrivere la figura e le opere degli Açvin, indugieremo per poco a ricercarne la natura specifica originaria. Abbiamo, dunque, nel cielo due _Açvin_, che interpretiamo per due _cavalieri_; ma ho già accennato nella Introduzione di queste letture, come la parola _açvin_ significhi propriamente il fornito di _açva_, e la parola _açva_ valga _il rapido_ (e al neutro forse _la rapidità_); i due divenuti _cavalieri_, furono, dunque, in origine, _i rapidi, i solleciti_, al pari dell'aurora, che vedemmo esser la prima ad arrivare: un primo equivoco di linguaggio trasformò _il rapido_ in un _cavallo_;[51] un secondo equivoco, _il fornito di rapido_, in un _fornito di cavallo_ e in un _cavaliere_. Ma, perchè due rapidi celesti? quali fenomeni, quali esseri celesti si raffigurano in que' due rapidi? Come l'aurora mattutina è la prima a vincere la corsa al mattino, così il sole è il rapido che appare primo sull'orizzonte. Ma vi è un altro rapido nel cielo, l'astro che primo arriva sull'orizzonte alla sera, la luna; il sole e la luna sono i due rapidi celesti, i due fratelli rapidi, i due fratelli cavalieri, i quali si scambiano, si aiutano l'un l'altro, e soccorrono coi loro aiuti potenti i mortali bisognosi. E perchè la luna è preceduta dal crepuscolo della sera, e il sole dal crepuscolo del mattino, i crepuscoli annunziano pure i due fratelli Açvin, che s'identificano anzi, spesso, con essi; e poichè la luna, oltre la notte, regge specialmente la stagione fredda dell'anno, e il sole, oltre il giorno, regge specialmente la stagione calda dell'anno, gli equinozii d'autunno e di primavera ebbero pure il loro crepuscolo lunare e solare, dominati dai due fratelli Açvin. Di più, come il giorno è preceduto da due fenomeni luminosi, l'uno biancheggiante, _l'alba_, l'altro rosseggiante, _l'aurora_, gli Açvin furono pure particolarmente considerati in relazione con questi due fenomeni, ossia con questi due crepuscoli mattutini: l'uno passa dal nero al grigio, o al bianco pallido dell'alba; l'altro dal grigio al roseo od aureo dell'aurora. Il grigio o biancastro che appare nella sera, fra l'aurora vespertina e la tenebra, e, al mattino, fra la tenebra e l'aurora mattutina, corrisponde a quel tempo che i Francesi chiamano _entre chien et loup_, cioè, di sera, quando non è più giorno e non è ancora notte; di mattino, quando non è più notte e non ancora giorno: questo Açvin è in particolare relazione con la luna, e l'altro più luminoso in particolare relazione col sole: nessuna meraviglia quindi se troviamo identificati i due Açvin con la luna e col sole, e strettamente congiunti con l'aurora, ora loro protetta, ora loro compagna, ora loro amica, ora loro sorella; ond'essi vengono al pari di lei, della _divo duhitar_, chiamati _figli del cielo (divo napâtâ)_, e, quando essa appare o sta per apparire, vengono invocati ed adorati, poichè in quel tempo si compiono pure le loro imprese eroiche.

L'antico commentatore vedico Yâska sembra ancora avere alcuna coscienza del primo valore etimologico della voce _açvin_, ossia _rapido, sollecito_, quando dice: _Açvinâu yad vy açnuvâte sarvam rasena anyo, g'yotishâ anyah (Açvin_, son così detti, poichè penetrano tutto, l'uno con l'umore, l'altro con la luce). Qui abbiamo evidentemente indicato un _açvin_ lunare ambrosiaco, ed un _açvin_ solare rifulgente. L'_açvin_, «penetrante,» ci appare parente dell'aurora _Urvâçî_, «la vasta penetrante.» Il crepuscolo penetra, si distende, pervade il cielo come l'aurora; ma poichè _il penetrare_ è un _andar innanzi_, un _arrivar prima_, l'_açva_, «il penetrante,» riuscì pure un _rapido_, un _corsiero_, un _cavallo_.

Perciò il commentatore vedico Aurnabhâva, citato da Yâska, deriva già il nome degli _Açvin_ dai cavalli (_Açvair açvinav ity Aurnabhâvah_). Quindi Yâska si domanda: «Che sono i due Açvin?» E risponde: «Secondo gli uni, i due Dyu o le due Prithivî (oppure Dyu e Prithivî); secondo altri, il giorno e la notte; secondo altri, il sole e la luna; secondo i narratori di leggende (_aitihâsikâh_), furono due santi re. Il loro tempo è prima e dopo la notte, prossimo al manifestarsi della luce; il tempo che sta in mezzo a loro è tenebroso; il tempo luminoso appartiene al sole; il loro tempo è al levarsi e al tramontare del sole.»[52] Secondo questa interpretazione, dovremmo cercare gli _Açvin_ così nel crepuscolo vespertino, come nel mattutino, ossia sempre congiunto con un fenomeno luminoso, sia che lo presenti il sole nascente, sia che lo produca il sole moribondo. Tuttavia conviene avvertire come la più costante rappresentazione de' due fratelli Açvin, presso gli Inni vedici, appare nel cielo mattutino, ove arrivano quali forieri della luce. L'uno di essi è il forte che combatte e vince (_g'ishnuh_), onde fu paragonato ad Indra, l'altro è il ricco (_subhagah_; inno 181º del primo libro del _Rigv_.), e fu identificato col sole luminoso che trionfa. Da questa nozione elementare di due fratelli celesti, de' quali l'uno forte, l'altro ricco, si svolsero poi numerosi miti ed ampie leggende. Il fratello ricco divien superbo, e viene punito tornando povero, mentre il fratello forte e sapiente, ossia virtuoso, ha sempre con sè il mezzo di procurarsi, se l'ambisca, la ricchezza. Ecco un aspetto. Il fratello glorioso diviene infelice; il fratello forte ne piglia pietà e affronta ogni pericolo per liberarlo; va per esso all'inferno, sostiene ogni maniera di fatiche per amore di esso. Ecco un altro aspetto più simpatico che il mito assume. I due fratelli si mostrano gelosi l'uno dell'altro e disputano pel possesso d'una donna; ecco un terzo aspetto frequente con cui si mostrano i due fratelli mitici. Ma non è qui luogo di svolgere le numerose forme che il mito de' due fratelli assunse nella tradizione indo-europea, sì bene soltanto di mostrare come essi ci appaiano negl'Inni vedici.

Ripeto dunque che l'aspetto vedico degli Açvin è sempre simpatico. I due fratelli non solo vanno sempre insieme, ma si mostrano pur sempre concordi nel volere il bene.

Come la loro sorella, quantunque antica, è cantata negl'Inni vedici come _sempre giovine_, ossia come una vergine immortale, così gli Açvin vengono, quantunque antichi (_pratnâ_), salutati come i più giovani degli Dei. Essi hanno la giovinezza, essi sono giovani (_yuvânâ_); uno de' loro miracoli più belli sarà quello di ridare la giovinezza ai vecchi: essi sono belli (_valgû_); un altro loro splendido miracolo sarà quello di ridare la bellezza a chi non l'ha; sono agili, rapidi, arrivano _con la rapidità d'un giovine falcone_; essi hanno quindi pure il potere di fare arrivar presto i loro protetti, o col dar loro altre gambe, o un celere cavallo, o col pigliarli sul loro proprio carro; sono forti, e assistono nelle pugne i combattenti, assicurando loro la vittoria; sono ricchi, e il loro vasto carro, luminoso ed alato, porta seco e spande l'abbondanza; essi amano, e però assistono gli amanti, servendo loro come amabili mediatori e come paraninfi; sono sani e restituiscono la salute agl'infermi; sono sapienti e danno la sapienza agli stolti; benefattori instancabili degli umani e de' celesti.

La più beneficata delle Dee è la figlia del sole, senza dubbio, l'aurora, alla quale gli Açvin, nell'importante inno 117º del primo libro del _Rigveda_, fanno vincere la corsa, col permetterle di salire sopra il loro carro. Il commentatore Sâyana reca una variante notevole a questo mito. Non è, in essa, la figlia del sole che corre, ma sì essa appare quale premio che il sole ha destinato al vincitore della corsa, ossia a quelli che arriveranno più presto presso di lei: primi ad arrivare, col loro carro volante, sono gli Açvin, i quali perciò ottengono come sposa conquistata la figlia del sole, e la fanno perciò salire sopra il loro carro. Di queste corse d'eroi per conquistare la mano della figlia del re sono piene le novelline popolari indo-europee. Ma, nell'inno nuziale vedico, gli Açvin appaiono soltanto come i paraninfi della bella sposa celeste, i quali portano la sposa allo sposo. Così, negli inni 116º e 117º del primo libro del _Rigveda_, essi portano sopra il loro carro la sposa Kamadyû al giovine sposo Vimada. Nell'inno 117º dello stesso libro gli Açvin danno uno sposo a _Ghoshâ_ che invecchiava nella casa paterna, e probabilmente, prima di sposarla, la ringiovanirono, ossia la liberarono dalla lebbra, la vecchiaia essendo appunto la lebbra incurabile, quando non s'abbia il potere di far ringiovanire; perciò, ne' racconti e misteri popolari medievali, i medici, con scellerato consiglio, ai re affetti di lebbra, ossia di vecchiaia, raccomandano di pigliare un bagno nel sangue di fanciullo; nè mancavano medici infami ed ingordi che facessero rapire fanciulli per adoperarli al mostruoso ufficio. Il commentatore Sâyana ci fa sapere che la invecchiante Ghoshâ ringiovanita e fatta sposare dagli Açvin era appunto affetta dalla lebbra; il qual particolare ci permette d'avvicinarla alla fanciulla Apalâ dalla brutta pelle oscurata, cui, per la pietà di lei, il Dio Indra rese bella, dandole una pelle color del sole. È evidente che questo miracolo fatto da Indra e dagli Açvin si riferisce sempre all'aurora che la sera si oscura o divien brutta e vecchia nella notte, per schiarirsi, ringiovanirsi, rimbellirsi di nuovo al mattino, aiutata dagli Açvin crepuscolari. Negli inni 112º e 116º del primo libro del Rigveda, si ricorda che gli Açvin diedero una gamba di ferro a Viçpalâ, a cui in battaglia era stata tagliata la propria; l'aurora amazzone abbiamo già veduto, e udimmo pure come Indra ne abbia fatto in pezzi il carro; gli Açvin che pigliano sul loro carro l'aurora perchè possa, correndo, vincere la corsa, fanno un miracolo simile a quello ch'essi compiono con _Viçpalâ_, alle gambe della quale sostituiscono gambe ferrate, ossia le proprie, o le ruote del proprio carro. La parola _viçpalâ_ vale propriamente _protettrice delle genti_, appellativo convenientissimo all'aurora, a quel modo stesso con cui nell'inno 182º del primo libro del _Rigveda_ sono chiamati Viçpalâvasû i due Açvin (ossia _i due esseri protettori delle genti viçpalâu-asû_).[53] Un miracolo conforme a quello che essi fecero con Viçpalâ lo rinnovano gli Açvin con _Vadhrimatî_, propriamente _la fornita di un moncherino_,[54] invece del quale le regalano una _mano d'oro_, ossia _hiranyahasta_, di cui si fa quindi un figlio di Vadhrimatî, un figlio _avente mani d'oro_.