Letture sopra la mitologia vedica

Part 15

Chapter 152,303 wordsPublic domain

Uno dei nomi vedici di Indra come uccisore del mostro, del tricipite Viçvarûpa, è _Trita Aptya_, il quale conoscendo le armi paterne combatte, taglia le tre teste delle sette corna del figlio di Tvashtar, libera le vacche. La parola _Trita_ vale propriamente _terzo_; suoi fratelli sono _Ekata_ che val _primo_, e _Dvita_ che val _secondo_. Come, nelle novelline popolari, il terzo fratello è sempre il più valoroso, così la grande impresa mitica celeste è compiuta da _Indra_ come _Trita_, ossia come _terzo_.[39] Trita troviamo identificato ora con Indra, ora con Marut, Vâta, Vâyu; così nel _Mahâbhârata_, Arg'una figlio d'Indra e Bhîma figlio del Vento fanno prodezze insieme. Bhîma precipitato, per insidia, nel regno de' serpenti, vi beve l'acqua della forza, come il vedico Trita è calato nel pozzo, come Indra trova nel pozzo il _soma_, ossia la bevanda ambrosiaca, dalla quale egli trae la sua forza; in una leggenda del _Mahâbhârata_ si narra che Trita nel pozzo appresta il _soma_. Il sole che si tuffa nella nuvola e nella notte tenebrosa, nell'acquosa stagione invernale, retta specialmente dalla luna (Soma), come il giorno e l'estate dal sole, vi acquista la sua forza, e ne vien fuori. Indra pluvio e tonante primaverile, Indra pluvio e tonante estivo, e Trita che piglia forza nelle acque, che sconfigge il mostro trattenitore delle acque, che uccide il figlio di Tvashtar, hanno natura comune. Ma in quali relazioni di parentela stanno Trita ed Indra con Tvashtar? Tvashtar identificandosi con _Prag'âpati_, con _Dhâtar_, con _Savitar_, con _Pûshan_, appare un Dio creatore. Dicemmo già ch'esso diede _vigore ad Indra_. Trita si dà nella leggenda brâhmanica come figlio di _Prag'âpatî_. Ma _Prag'âpati_, o _signor delle creature_, è un termine troppo generico, ed ogni creatura si può considerare come opera di _Prag'âpati_. Tvashtar riproduce, invece, particolarmente il carattere del vecchio padre, del vecchio suocero, che accoglie, per volere del fato, inconsciamente, incautamente quello che lo dovrà perdere. Indra e Trita devono tutto il secreto dell'arte loro a Tvashtar, ma di esso si valgono appunto per distruggerlo. Indra e Trita sono in alcun modo figli adottivi, figli inconsapevoli del padre Tvashtar inconsciente che prepara il suo danno senza saperlo. Egli ha un proprio figlio simile a sè, Triçiras, ed una figlia Saranyû; sposa la figlia a Vâyu, e secondo una nozione più frequente a Vivasvant. Ma Vâyu s'identifica con Trita, e Trita con Indra. Perciò Trita od Indra ci dovrebbe apparire al pari di Vâyu come genero di Tvashtar, accolto da lui come figlio, ospitato, nutrito, ammaestrato nell'arte sua, fortificato a tutto suo detrimento. La leggenda cristiana ha fatto di Giuseppe il legnaiuolo lo sposo impotente della Vergine, che lo Spirito Santo viene a fecondare; la leggenda vedica ci dà il vecchio legnaiuolo Tvashtar, il quale sposa la vergine sua figlia Saranyû ora a Vâyu, il sacro vento, ora a Vivasvant, uno de' nomi del giovine sole. La leggenda del _Mahâbhârata_ ci offre il sole che visita in segreto nella casa paterna di lei la vergine Kuntî, si unisce con essa, le dà un figlio, ma l'assicura che rimarrà, dopo il parto, sempre pura; lo zefiro ed il sole s'uniscono ogni giorno con l'aurora mattutina, e questa riappare ogni giorno vergine, o _sempre giovane_, come dice l'inno vedico, quantunque _antica_. L'aurora, quantunque _antica_, è sempre capace d'essere fecondata; quindi se, nella Bibbia, la vecchia Sara, al passare degli angeli, si feconda, se la madre di Sansone, dopo l'annunzio di un angelo, quantunque creduta sterile, si feconda dell'eroe, la cui forza è nella chioma; noi abbiamo sempre lo stesso fenomeno dell'aurora o della primavera, che, quantunque antica, quando zefiro spira, quando il nuovo sole si mostra, ci appare giovine, pura, e si rifeconda. Interpretati coi fenomeni naturali, i miti pèrdono il loro carattere mostruoso. Così ancora, quando il _Mahâbhârata_ ci racconta che _Pându, il pallido_, è impotente a generar figli nel seno della sua sposa _Kuntî_, la quale, consenziente lo sposo, riceve la visita degli Dei Yama, Vâyu ed Indra che vengono a fecondarla; noi abbiamo ancora un mito che ci rappresenta il fecondarsi dell'aurora e della primavera, a cui non bastando _Pându, il pallido, l'imbelle_ sole invernale, perchè divenga viva ne' figli e nelle opere, s'inviano il sole luminoso o sapiente Yama, il vento vigoroso Vâyu, il tonante, fulminante, pluvio ed agile Indra primaverile a fecondarla. Ma, per tornare agli Inni vedici, non è dubbio che abbiamo in essi un divino falegname _Tvashtar_ che sposa la propria figlia a Vâyu o Vivasvant, de' quali Indra e Trita appaiono equivalenti. Indra e Trita si mostrano quindi nemici di Tvashtar, ma prima essi furono beneficati da esso, avendo essi da Tvashtar appreso l'arte, per cui riescono invincibili. Indra o Trita è l'artista che supera il suo maestro. E come Indra s'identifica con _Trita_, così tre si rappresentano i _R'ibhavas_ od artefici celesti, discepoli di Tvashtar; Indra è il _R'ibhu_ per eccellenza; perciò i _R'ibhavas_ appaiono per lo più congiunti con Indra; ed è il terzo _R'ibhu_ quello che fa il gran miracolo, il miracolo più bello, pel quale Tvashtar stesso ne piglia invidia. Essi aveano già fabbricato con l'arte loro appresa da Tvashtar de' carri, col loro attacco, cioè vacche e cavalli, e altre cose mirabili; essi aveano pure la virtù di ringiovanire i loro genitori (_Sudhanvan_ è il nome vedico dato al padre dei _R'ibhavas_); ma tutto ciò all'ingenuità del poeta vedico pareva ancora poco: esso riserbava invece tutta la sua meraviglia per i _R'ibhavas_, i quali da una sola coppa sacrificale ne aveano, abilissimi prestidigiatori, formate quattro. E questo portento lo compie il più giovine de' tre fratelli. Tvashtar, il loro maestro, in alcuni inni, appare soddisfatto di quella meraviglia d'arte; in altri, invece, lo vediamo vergognoso. Egli avea fatto quella coppa che i _R'ibhavas_ aveano moltiplicata per quattro; vedendo alterata l'opera sua, e certamente migliorata, egli va a nascondersi confuso tra le sue donne (_gnâsu_), ove si sdegna e si prepara ad uccidere i suoi rivali. Tvashtar disse così: _Uccidiamo quelli, i quali hanno profanata la coppa, nella quale gli Dei venivano a bere_. Poichè tra que' profanatori si trovava il Dio Indra in persona, il cui potere è appunto quello di estendere il cielo celeste, si comprende come sia avvenuto l'espandimento della coppa di Tvashtar, e come (una specie di _Secchia rapita_ celeste), dopo quell'espandimento dell'opera di Tvashtar, Indra ed i R'ibhavas si separino da esso, e la guerra s'accenda nel cielo per cagione della coppa, in cui si beve, come poco innanzi abbiamo veduto Tvashtar guastarsi con Indra per cagione della bevanda divina, che egli era venuto a bere, per propria forza, senza essere stato invitato dal guardiano del _soma_ alla libazione. Vedremo nella prossima Lettura qual Dio sia stato negli Inni vedici questo Indra, che qui ci appare già indicato come un artista meraviglioso, come un bevitore potente, e come un guerriero di forze straordinarie.

LETTURA DECIMA.

INDRA.[40]

Fra tutti gli Dei dell'Olimpo vedico, Indra è il più potente, il più caratteristico, il più frequentemente invocato. E non s'invoca solamente perchè si ama, ma spesso ancora perchè si teme. Tutta la scienza magica, che ha le sue radici nelle superstiziose credenze popolari, si fonda sopra una continua evocazione delle forze di un dèmone occulto che si suppone occupar tutta la natura. Cicerone, nel secondo libro _De Divinatione_, lasciò scritto: «Nonne perspicuum est ex prima admiratione hominum, quod tonitrua, jactusque fulminum extimuissent, credidisse ea efficere rerum omnium praepotentem jovem?» Il tono ci rende _attoniti_ ed _intontiti_, come si dice in Toscana, che vale quanto _istupiditi_, per la stessa analogia onde dal verbo _stupire_ è nato l'aggettivo _stupido_. Il massimo degli Dei, il Dio tonante, per suo supremo effetto, istupidisce il suo devoto ammiratore; dove lo stupore non ha limiti, s'accoglie pure la stupidità; e cessa questa, dove allo stupore sottentra la curiosità della ricerca scientifica. I primi pastori vedici rimasero sotto il fascino tremendo del cielo tonante, e accordarono pertanto al Dio che lo reggeva gli onori supremi. Io ho già indicata la grande somiglianza che hanno fra loro il vedico _Tvasthar_ che prepara ad Indra i fulmini, e Indra stesso che brandisce il fulmine per lanciarlo; come Tvashtar prese pertanto aspetto demoniaco, così Indra, il sommo degli Dei, ebbe pure talora aspetti formidabili e demoniaci, e fu poi finalmente nella mitologia brâhmanica rappresentato e perseguitato come Demonio. Come ogni medaglia ha il suo rovescio, così non vi è Dio, di cui non si potrebbe trovare il corrispondente demoniaco, fisico e morale; onde si potrebbe dire egualmente che il Dio è un Demonio rovesciato o scoperto, o pure che il Dio rovesciato e coperto diviene un Demonio.

Il bello ed il brutto, il bene ed il male, non sono distinti in natura: l'uno rientra nell'altro, l'uno esce dall'altro, ed essi si confondono in una lotta perenne. L'opera può esser buona o cattiva, ma l'operaio medesimo può essere autore dell'una come dell'altra. Un inno del _Rigveda_ (VIII, 86) canta: «O fulminante, per timore di te, tutte le cose create, il cielo e la terra tremano.» In altri inni consigliati dalla paura,[41] il devoto assicura Indra ch'egli serba fede al violento Indra (_tvishimate Indrâya_), quando egli ferisce col fulmine (_Rigv._, I, 55); e lo prega perciò di non distruggere la gioia o la salute, o il nutrimento vitale che sia, del devoto (_mâ antarâm bhug'am â ririsho nas; Rigv._, I, 104); un altro poeta con singolare insolenza canta, rivolgendosi ad Indra (_Rigv._, VIII, 45): «Io ho inteso poco di quello che un tuo pari ha fatto sopra la terra; mostra l'animo tuo, o Indra. Crederò vere quelle tue prodezze, meritate le lodi che si fanno di te, se ti mostrerai propizio a noi. O eroe, non fulminarci nè per un peccato, nè per due, nè per tre, nè per molti. Io ho avuto paura di un terribile, lacerante, distruggente offensore tuo pari.» Il devoto qui diviene ribelle; e si sente in questa antica protesta dell'uomo contro una forza soverchiante della natura, adorata come divina, fremere l'anima di un Prometeo.[42] Il tonante apparve potente, il potente prepotente o tiranno, e contro il tiranno arbitrario, capriccioso, violento, i devoti meno persuasi della divinità d'Indra si sollevano sdegnati. Mentre adunque molti devoti salutano Indra per lo più col nome di _padre (Jupiter)_ e lo colmano di tutte le carezze che il linguaggio poetico può immaginare per raffigurare un nume prediletto, dal quale s'attendono ogni maniera di favori, vacche, cavalli, cibi, ricchezze, la vittoria ne' combattimenti, la felicità, la gloria, altri dubitano ancora della sua esistenza, e da questo dubbio alla ribellione contro la sua presenza che si rivela quindi in modo terribile, formidato, è agevole il passo. Un poeta dice (_Rigv._, VI, 18): «Sei tu forte, o Indra, o non lo sei? móstrati nel tuo vero aspetto.» Ma, poco dopo, sentendolo probabilmente tonare, s'affretta esclamando: «Io credo, o potentissimo, reale la forza di te nato potente.» Ed un altro poeta (_Rigv._, VIII, 89): «Se Indra esiste veramente, offriamogli un vero e proprio inno, domandandogli degli alimenti.» Ma alcuno dice: «Indra non esiste; chi l'ha veduto? e (se nessuno l'ha veduto) a chi inneggieremo noi?» (Ma Indra si fa ben presto sentire, dicendo): «Eccomi, o devoto; ravvisami: per la grandezza, io sto sopra tutte le creature.» Noi vediamo qui dapprima un dubbio intorno alla presenza dell'Indra fisico; quindi si venne a dubitar pure del suo carattere divino. Vi sono alcuna volta nel cielo lampi e toni che non portano alcun effetto sopra la terra, che non menano e non accompagnano alcuna tempesta; allora il poeta si domanda se Indra ci sia o non ci sia, se quel tonante celeste sia il vero Indra, od una mistificazione di esso.

In questa domanda noi abbiamo indicato il carattere più generale, più frequente dell'Indra vedico. La sua qualità di tonante e pluvio lo rese eminente tra gli Dei eroici. Ma non è probabile che questo sia stato il carattere primitivo d'Indra come non è stato l'ultimo. Nel periodo brâhmanico Indra ritorna ad essere quello che sembrami sia stato nel primo periodo vedico, cioè il cielo e specialmente poi il cielo azzurro, stellato, notturno. L'_Indraloka_ o _il mondo_ o _paradiso d'Indra_, vale per me semplicemente _il cielo_, come lo _svargaloka_, che vale _il mondo celeste_ ed _il paradiso_. Perciò troviamo Indra chiamato _sahasrâksha_ o _milloculo_, e poichè il _pavone_ si distingue per le sue penne gemmate ed occhiute, la leggenda indiana ci rappresenta Indra in forma di pavone, e il mito indo-europeo il corvo, ossia il nero, la notte scura, che si veste delle penne del pavone, ossia che s'ingemma d'occhi. Perciò ancora il pavone era dedicato alla _Dea Giunone (D)junon_ il cielo femminino, come _Dyu, Dyaus, Zeus, (D)jupiter_ o _(D)iespiter_ è il cielo mascolino. Abbiamo un cielo concepito come mascolino _Dyu_, e un cielo concepito come femminino _Div (Pr'ithivî_ «la larga» abbiamo già detto corrispondergli); così la parola dies in latino è comune al mascolino ed al femminino. Concepito _Div_ come un femminino, il suo mascolino è o _Dyu (Dyâus, Zeus)_, oppure _lo sposo_, _il signore (pati o pitar)_ di _Div_, chiamato _Divaspati_ in lingua vedica, e _(D)jupiter, (D)iespiter_ in lingua latina (il vedico _Dyaush_). Giunone è dunque la sposa legittima di Giove, poichè Giove è il cielo, e il signore del cielo, e Giunone è il cielo stesso. _Divaspati_ è uno de' più antichi appellativi che assume negli Inni vedici il Dio _Indra_, il quale pertanto fu, anzi ogni cosa, semplicemente il cielo, e poi il padrone, il reggitore del cielo; ma, divenuto il signore del cielo, poichè nel cielo non si manifesta alcun fenomeno più meraviglioso e più formidabile del fulmine, il fulmine fu posto nelle mani di quel _Divaspati_ o _signore del cielo_.

S'è molto disputato fin qui intorno all'etimologia del nome _Indra_, ed invano. La parola _Indra_ non ci offre alcun derivato, nè alcuna radice indiana che valga a dichiararla; ed è alquanto curioso che non si possa in una lingua tutta trasparente come quella che ci occupa, ritrovare il senso intimo dell'appellativo del Dio supremo vedico; mentre poi questo pronto sottrarsi della parola all'analisi etimologica potè forse servire a far d'Indra una potenza più venerabile, per essersi perduta la coscienza del primitivo significato del suo nome. Tuttavia, come ogni avvocato non ama dichiarar perduta una causa importante, finch'ei non s'è provato alla sua volta a difenderla, pare a me d'aver finalmente trovato la prima forma ed il primo senso del nome di quel Dio, con cui mi sono accostato[43] la prima volta agli studii di mitologia indiana, nel proposito di penetrarne, secondo il mio potere, l'intima natura.