Letture sopra la mitologia vedica
Part 13
Nel citato inno dell'_Atharvaveda_ si nomina primo _Indra_, il _divas pati_, il _Zeus_ ellenico; secondo Agni, terzo Kâma. Agni e Kâma sono vicini tra loro come il Figliolo e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio delle acque, s'accosta, nella sua forma di spirito alato, l'Amore, che combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni della Trinità cristiana occorre il Padre che esce da una nuvola (Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua (Cristo), lo Spirito Santo che gli aleggia sopra. _Indra_, _Agni, Kâma_, del citato inno dell'_Atharvaveda_, ci rappresentano una trinità analoga. Ma più spesso gli Inni vedici raffigurano uniti insieme _Indra_ e _Vâyu, Indra_ e i _Marutas; Kâma_ essendo un equivalente del vento, _Kâma_ battagliero trovasi pure intento con Indra a cacciare i malvagi nemici; l'ellenico _Ares_, figlio di _Zeus_ e fratello di Venere, è ancora una forma di questo vedico _Kâma_, che ha insieme le qualità di un guerriero e quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta non solo alato, ma belligero; non solo in forma di rapida amorosa colomba, ma veloce, impetuoso uccello, _Garuda_ o _Garutmant, Garutvant_; ed il _Marut_ e il Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore violento ed il guerriero; il guerriero è un amante e l'amante un guerriero. La parola indiana che esprime l'odio è _dvish_; or bene _dvish_ non è altro che un _desiderio violento_; la radice _ish_ ha due significati analoghi: l'uno è quello di _arrivare, penetrare, spingere_; l'altro è quello di _desiderare, volere_. Il desiderio è il moto verso una cosa amata; assalendo con violenza l'oggetto, ossia quando _l'appetito_ diviene _impeto_, _l'appetente impetuoso_, l'amatore riesce un guerriero. Per questa stessa associazione d'idee, le parole greche _Ares, Eros, Eris_, poterono avere una radice comune ar analoga di _Var_.[35] _Vara_ è in lingua indiana, come _Kâma, il Desiderio_, e quindi _lo sposo desiderato, l'amore della sposa, l'oggetto de' suoi amori, il bello, il prediletto_, dalla radice _var_, «desiderare, volere, amare» (cfr. _Varya_ che si dà pure come un appellativo del Dio d'amore), e, certamente, nel suo senso primitivo _spingersi verso, penetrare_, per la stretta analogia che passa tra le radici _ar_ e _var_, cui è da aggiungersi ancora _tvar_, che vale _affrettarsi, andare in fretta verso_, identica a quella che abbiamo notata fra _ish_, «penetrare» ed _ish_, «desiderare.» Io avevo ritenuto fin qui che la parola indiana _dvish_, che esprime l'odio, valesse propriamente _il desiderio in due_, e che nella parola _duellum_, da cui nacque _bellum_, fosse contenuta la stessa idea di un _velle in due_. Ma, per quanto una simile etimologia possa illudere, uno studio meglio approfondito mi obbliga a rifiutare questa illusione etimologica, ed a considerare il latino _duellum_ come parola corrispondente della radice _tvar_, «andar con impeto,» da raffrontarsi con _var_ e _ar_ (per la mediazione di _dvar_), ed il sanscrito _dvish_, «odio,» come un equivalente originario di _tvish_, che vale nel linguaggio vedico, _impeto, furia_. La guerra è una furia, una Erinni; _Tvaritâ_ è un appellativo della furia indiana _Durgâ_. _Eris_ e la _Erinni_ sono _le impetuose, le furenti; Ares_ è _l'impetuoso, il furioso; Arai_ chiama Eschilo le Erinni; e non è per noi quindi nessuna meraviglia che il vedico guerriero _Vâyu_ il vento abbia sposato la rapida, ossia violenta _Saranyû_, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed il Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti e due i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto vi ha da essere, incomincia solamente, per quanto mi pare, nell'isolare come essi fanno le loro ragioni reciproche invece di porle d'accordo. _Saranyû_ vale _la rapida_; le radici _ar, sar_ ebbero significato comune; il vedico _ara_ vale _veloce_, e _sarat_ ha lo stesso senso; _Saranyû_ valse forse _la corrente velocemente_ o _la corrente dietro il veloce_, e s'interpetrò forse per _la corrente via dal veloce_; la leggenda vedica rappresenta _Saranyû_ che fugge via, in forma di cavalla, per non essere raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, e che piglia nome ora di _Vâyu_ ora di _Vivasvant_, ma con cui finisce pure con l'unirsi per generare ora Yama, ora i due Açvinâu. Certamente vi sono tra la leggenda vedica di Saranyû e la ellenica di Elena molti più caratteri affini che non si trovino tra essa ed il mito delle Erinni. Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello che qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, presso _ara, penetrante, veloce_, troviamo _ari il violento_ e quindi _il nemico_, così presso l'_Eros_ ellenico troviamo l'_Eris_, le _Erinni_ od _Arai_ ed _Ares_; così nel sanscrito, presso _ish il desiderio_, troviamo _ishira il fuoco, ishu la saetta_; presso _ishma_ equivalente di _Kâma desiderio_, troviamo _Ishma_ equivalente di _Kama_ o _Kandarpa_ il Dio d'amore, _ishvâsa arco_ ed _arciere_. Il Dio amante, il Dio penetrante si trasforma così in Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato si fa guerriero. Un inno dell'_Atharvaveda_ (III, 25) ci rappresenta già il _Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile ferisce il cuore_.[36] Kâma raccoglie dunque in sè le qualità erotiche ed eroiche dell'Eros che distinguono il Dio Ares e Marte greco-romano, e che si trovano già riunite nei vedici _Marutas_ e nel figlio di Marut Hanumant, il prediletto di Sita presso il _Râmâyana_, premiato con amore riconoscente qual suo liberatore; nel figlio del vento _Bhîma_, nel quale, presso il _Mahâbhârata_, confida specialmente la sposa dei fratelli Pânduidi _Drâupadi_, e cui si elegge come proprio sposo la sorella del mostro Hidimba. Nella figura di _Kâma_ e di _Eros_ prevale l'amatore; nella figura dei _Marutas_ e di _Ares_ e _Marte_, il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i Marutas sono specialmente eroici; ma i loro caratteri tuttavia s'incontrano talora, a motivo della loro prima materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già detto che nella mitologia ellenica _Eros_ appare figlio di _Ares_, ossia _Amore di Marte_. In Roma le feste di Marte si celebravano nel mese di marzo, ossia nel noto mese dei venti; e i giuochi, coi quali si celebravano, chiamavansi _equiria_, dalle corse de' cavalli. Così sono spesso celebrati negli Inni vedici i cavalli dei _venti_, dei guerrieri _Marutas_, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora con macchiettate antilopi). I Marutas combattono con le lancie, come il Marte latino si manifesta congiunto con _Quirinus_, il Dio armato di lancia. Nel _Rigveda_ la loro forza, il loro valore, la loro onnipotenza si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il Dio Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia tra Indra ed i Marutas troviamo parecchi indizii negli Inni vedici; Indra si sdegna delle lodi e delle oblazioni che i devoti offrono ai Marutas, porta via ad essi i tori ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli; allora il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene a pacificare gli Dei fra loro, e si risolve di non offrir più tori ai Marutas, senza offrirne pure nel tempo stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie, che si formano sopra il mito, provano solamente la stretta relazione che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; quando i Marutas ed Indra si separano e sono in discordia, ossia quando i venti appaiono isolati, senza i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso, pèrdono della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma in quest'ultimo specialmente; perciò si spiega la stretta relazione di Indra tonante e pluvio coi Marutas, di Zeus con Ares e con Marte, di Odino con Thor e con Thunar.
LETTURA NONA.
TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI.
Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non abbiamo fin qui incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo non sia al tempo stesso un nome comune. Noi discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del Sole, della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo potuto persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo siano congiunti con que' fenomeni e con quegli elementi della natura celeste, ma come, senza di essi, non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui di trovarci di fronte alcun Dio, con persona viva bene spiccata e distinta (se bene in ciascuno di essi ci sia stato possibile il riconoscere alcuni caratteri specifici), di questo, se così posso chiamarlo, difetto nella personale evidenza del mito, la ragione è la stessa origine fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti dovean serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è talora cantato negli Inni vedici come tale, talora rappresentato con una immagine animata od animale. Questa immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre alcuna traccia della sua prima origine, non solo celeste, ma congiunta con un ordine speciale di fenomeni e di relazioni celesti. Così dicemmo, che, per la loro conforme capacità d'allargarsi, la _Prithivî_ celeste è ora la nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome di _go_, e, con questo appellativo, poichè _go_ è chiamata la _vacca_, si immaginò la vacca aurora, la vacca nuvola. Il mito primitivo ha sempre dunque le sue radici in un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce in un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare con parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si conservano alcuni di que' caratteri particolarmente geniali ad una particolare famiglia mitica. De' miti che nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo stesso terreno che li produce; gli altri germogliano in modo che si vede solamente la pianta, e non si può più, se non per una diligente investigazione, ritrovarne le radici fondamentali. De' nomi, alcuni hanno una scarsa virtù etimologica, altri recano invece una viva potenza scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli che scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori di miti: l'_açu_, che diviene _açva_, ossia ancora il rapido, poichè _açva_ è pure il cavallo, genera il _Dio cavallo_; l'_urvâçi_ vale propriamente _la vasta penetrante_, _la vasta avanzantesi_, e potremmo aggiungere _la vasta rapida_; nella leggenda di _Urvâçî_ abbiamo veduto che essa è l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non solo, ma ch'essa fugge da Purûravas, il quale la insegue. Io non ho bisogno d'avvertire la stretta parentela mitica fra questa _Urvâçî_, che passa fuggente dal proprio sposo e _Saranyû_, figlia di _Tvashtar_, la quale in forma di _açvâ_, ossia di _rapida_, fugge dallo sposo Vivasvant destinatole dal padre. Ma _açvâ_, oltre la _rapida_, significò pure _la cavalla_; quindi da un equivoco nato sopra una parola di potente significato etimologico, il mito mostruoso della Dea aurora rappresentata come _açvâ_ o _cavalla_, e del sole che si fa _açva_ rapido, ossia cavallo per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste parole di una singolare potenza etimologica, ve ne sono altre che non ne hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, _Brahman_, che servì poi a denominare il Dio supremo dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, potè adoperarsi, per qualche ideale concepimento, a significare il nume universale, quando, popolatosi il cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro un reggitore, quando, scemato nell'uomo il sentimento della propria energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, con un sol nome, tutte le forze della natura sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo e l'altro di creazione mitica, quello con cui i miti principiano e quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, nel quale i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta una persona divina, e non si scorge quasi più il fenomeno fisico che la muove. A studiar questo periodo siamo ora pervenuti nella nostra peregrinazione a traverso l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, nel quale il Dio incomincia ad essere qualche cosa, qualche persona vivente per sè; esso si estrinseca artisticamente col suo appellativo dalla immediata realtà fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. Vedemmo già staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe dal vento, dal fuoco, dal sole, dai fenomeni del cielo tenebroso e tempestoso; ma il loro carattere eroico o ci apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono più fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo sul punto di passare a considerar di proposito il mondo eroico vedico; ma dicemmo pure che, come il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a studiar numi, gli appellativi de' quali non ci rivelano punto il loro speciale carattere fisico celeste. — _Tvashtar_ dice _il fabbro; Indra,_ come vedremo, _l'intermedio; Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore_: evidentemente questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire alcun fenomeno fisico immediato; e pure, fra tutti gli Dei vedici, essi son quelli che hanno carattere più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi quattro numi l'_Aurora_ ed i _Marutas_, si può dire d'avere in essi rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può offrirci d'essenziale.
Il nome del nume non basta dunque più a tradirci la sua natura fisica. Ma ciò non toglie tuttavia che questa non possa venir rintracciata, e che non ci sia concesso di determinare in modo probabile l'ora ed il campo celeste, nel quale il Dio si manifesta.
A me verrebbe, anzi ogni cosa, la tentazione di domandarvi se non vi è mai accaduto di fantasticare, in solitudine montana o campestre, con l'occhio rivolto ad un bel tramonto di sole; e, posta questa prima domanda, vorrei sapere da voi se non siete stati colpiti di viva meraviglia nell'osservare le mille foggie fantastiche che piglia il cielo ad Occidente, ora rosso color fuoco come una fucina ardente, ora oscurantesi come per fumo improvviso che ingombri la vasta fucina celeste. E perchè io suppongo la immaginazione vostra non meno vivace della mia, vi racconterei che una sera d'estate (le feste _vulcanalia_ celebravano i Latini il 25 agosto) dai colli di Signa io considerava un tramonto di sole straordinario. Il sole avea già ritirato i suoi raggi, ed il cielo occidentale ardeva in una forma di meravigliosa architettura; pareva tutto un tempio illuminato, con archi e colonne d'oro, con uno sfondo scuro, dal quale vedevansi, di tratto in tratto, come avviene nella stagione estiva, balenar lampi; a un tratto vedonsi le ignee colonne crollare, il tempio precipitare, il fantastico edificio svanire, ed io esclamo involontariamente: _Ecco Sansone!_ Sì, Sansone che perde la forza, nella sera della sua vita, quando gli tagliano i capelli, come il sole quando perde la sua chioma. E sapete voi chi è la Dalila, la bella traditrice? L'aurora vespertina che attira nelle sue lusinghe il sole, e lo accieca, ossia lo toglie alla vista, e lo spoglia dell'ornamento della sua chioma, ossia gli toglie la forza. Ma l'acciecato Sansone si vendica, facendo crollare il tempio, ove si festeggia, sopra il capo de' festeggianti suoi nemici, i compagni della Dalila. Più spesso ancora m'è accaduto di osservare nel cielo vespertino la magica fucina ardente, ed il sole che s'era chiuso in essa, non meno che il sole chiuso nella nuvola, mi rappresentava ora lo stregone, ora il famoso Ciclope, il fiero monoculo, di cui si trovò poi l'equivalente sulla terra nel cratere vulcanico, lo spaventoso occhio ciclopico. E, dalle frequenti osservazioni del cielo vespertino, non mi rimase più alcun dubbio che il fabbro mitico non sia da ricercarsi in esso come nel cielo nuvoloso lampeggiante. Ma io non sono un autore, sì bene un espositore di miti; e voi non vi contentereste sicuramente delle mie illusioni mitiche; ed avreste ragione di non contentarvi, ove non si potesse pur dimostrare come ne' miti del mostruoso vedico Tvashtar, dello zoppo ellenico Hephaistos, dello zoppo latino Vulcano, tre rappresentanti bene determinati del fabbro celeste, che diviene poi il mago delle novelline, il diavolo zoppo della leggenda popolare cristiana, tutto concordi con quelle immagini che si rinnovano al rinnovarsi d'un antico fenomeno, ossia del chiudersi del sole nella notte, passando per le fiamme del cielo vespertino, e del chiudersi del sole nella nuvola, onde si manifesta col guizzare dei lampi.
Ed ora esaminiamo la natura del Dio vedico _Tvashtar_.
Incominciamo dall'etimologia della parola. _Tvashtar_ vale vedicamente _il fabbro, il falegname, l'artefice,_ dalla radice _tvaksh_, come in sanscrito han lo stesso significato le parole _takshitar, takshaka, taksha,_ dalla radice _taksh_. Ma il _fabbro_, il _falegname_, propriamente, non crea dal nulla; esso _forma_ soltanto, ossia _dà una forma, una veste_: il senso primitivo della radice _tvaksh_ fu quello di _coprire, vestire_ (come abbiamo presso la radice _tvish_, la radice _vish_, così è forse lecito presso _tvaksh_, «coprire,» ricordare _tvac'_, «pelle» e la radice _vas_, «coprire, vestire;» il passaggio della palatale sibilante in cerebrale innanzi alla _t_ dentale iniziale di suffisso che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella fonetica sanscrita). _Tvashtar_, prima del _fabbro, formatore,_ dovette essere _il copritore, il velatore_; ora questa coperta, questo velo, questa veste, questa pelle celeste può essere scura nel cielo tenebroso notturno, luminosa nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il sole avvolto dalle luminose aurore, il sole chiuso nella nuvola, se non è egli stesso il copritore, il velatore, dà origine ad un suo _alter-ego_, che piglia nome ed ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore. Ma un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere invisibile, di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, ossia di crear tali forme che lo rendano invisibile, di crearsi qualsiasi forma, di divenir _viçvarûpa_, ossia _onniforme_, non può operare che per arte magica; e _l'arte magica_ ch'egli conosce è appunto quella, per cui Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico _il più operoso degli operai divini (Tvashtâ mâyâh ved apasâm apastamah; Rigv._, X, 53). Nel suo potere magico di creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice universale, del male come del bene; egli foggia, per esempio, armi fatate, armi di ferro dalle mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed egli stesso genera il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste, dalle sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui Indra ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse pure anticipatamente le forme del creatore Brahman (Brahmanaspati si dà pure come creatura di Tvashtar, il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo fanno. E nelle novelline popolari troviamo ora il buon mago, ora il diavolo benefico che ce lo provano. Ma il solo mito può dichiararci il senso di questa eresia. Per un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo mitico non è altro, insomma, se non il Dio, ossia il luminoso nascosto, non ci meraviglieremo di trovare presso il mostro, che conosce tutto il male, il sapiente che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente raccontare qualche storiella popolare intorno al fanciullo creduto scimunito che va all'inferno, apprende dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa paterna ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere che gli Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. Tvashtar, il fabbro per eccellenza, dalle buone opere (_svapas, sukr'it_), dalle ottime mani (_supâni_), il creatore, che può creare, a suo piacere, forme d'uomini, di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, invocato perciò dal devoto per esserne arricchito. La ricchezza e la sapienza sono pure il dono dell'ellenico Plutone e del diavolo della tradizione popolare cristiana. Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua compagnia ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di angeli, ora le donne _gnâs, g'anâyas_; ed anche qui dovette accadere un equivoco del linguaggio, per la confusione della radice _g'nâ_, «conoscere,» con la radice _g'an_, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un punto più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a tradirlo interviene sempre una donna; quando è tradito il mostro, è la sua sposa o figlia innamorata del giovine eroe mitico che salva l'eroe minacciato di morte; la sorella del mostro Hidimba, nel _Mahâbhârata_, per amore dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio fratello; nel _Râmâyana_, se Râma consentisse ad amare la sorella di Râvana, Râvana sarebbe perduto, senza che fosse necessaria la guerra micidiale che lo sposo di Sìtà imprende contro il re di Lañka. Le _gnâs_ o _donne_ sono quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, _Tvashtar_ (una forma iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente il proprio potere; perciò un devoto, nell'inno 35º del VII libro del _Rigveda_, lo invoca _propizio insieme con le donne (Çam nas tvashtâ gnâbhir iha çrinotu)_.