Letture sopra la mitologia vedica
Part 12
_Toto coruscat Trinitas misterio,_ _Stat Christus amne, vox Patris coelo tonat,_ _Et per columbam Spiritus Sanctus fluit._
Questo cristiano padre che tona dal cielo è ancora una forma del Dio tonante od Indra, col quale il vedico _Vâyu_ trovasi, per lo più, congiunto. Il vento congiunto con le donne, il vento amico delle donne, è una nozione molto diffusa nella tradizione popolare; anche nell'_Eneide_ virgiliana, Giunone non trova miglior modo di amicarsi Eolo il Dio de' venti, perchè susciti nel mare la tempesta, che promettendogli delle ninfe. Ma delle ninfe conosciamo già la natura acquosa, e spesso nuvolosa. Le mobili ninfe spose del vento son le nuvole che apportano la pioggia. La tradizione popolare rappresenta come stretti parenti fra loro Messer Vento e Madonna Pioggia. Quanto al cristiano Spirito Santo (colomba) non ci sembra recare verun grave imbarazzo. Si volle fare della colomba l'emblema della castità; io credo che sia una nozione intieramente falsa: la colomba è uno degli uccelli più salaci, com'è de' più fecondi; se lo Spirito Santo si trasformò pertanto in colomba, ciò avvenne certamente per altra ragione che non sia quella della purità dei costumi della colomba; probabilmente questa metamorfosi si compì in Grecia e non in Giudea. Qual'è del vento la qualità che ha più colpito l'immaginazione popolare? La sua rapidità che ne fece una specie di messaggiero celeste. Era naturale adunque che si eleggesse come sua figura un essere alato, e tra gli uccelli uno de' più rapidi al volo. Nelle leggende indiane troviamo il falco, l'_accipiter_ (ossia quello delle ali rapide) che insegue la _colomba_; è, in certo modo, una gara alla corsa fra due uccelli rapidissimi. Qual meraviglia pertanto che, come il fulmine, nel mito vedico, fu raffigurato qual falco, il vento abbia potuto trasformarsi in colomba? Ma il vento non è solo il rapido, ma anche il forte, il generatore, l'amico delle donne; perciò, come nell'antichità ellenica troviamo il colombo ed il passero sacri ad Aphrodite, così non ci deve sorprendere che lo Spirito Santo abbia pure, nella leggenda cristiana, in forma di colomba, visitato e fecondato la Vergine. Di una vergine che concepisca in modo illegale, suolsi ancora dire con maliziosa indulgenza: Sarà stato il vento, oppure: Sarà stato lo Spirito Santo.
Noi abbiamo già parlato del fuoco generatore. Dicemmo che, nel Natale, il fuoco che si sprigiona dal ceppo dell'albero, ossia l'Albero di Natale illuminato, è simbolo del nascimento del sole, che si fa cadere nel solstizio d'inverno, ossia ne' giorni ne' quali la luce incomincia a protrarsi. Nei presepii cattolici uno de' primi doni che i pastori portano al neonato bambino, sono i piccioni simbolici. Ma il sole ebbe più di un natalizio; noi incominciamo l'anno col primo di gennaio, ossia press'a poco coi giorni natalizii cristiani; ma gli antichi Romani lo incominciavano invece col marzo ventoso, ossia press'a poco verso il ritorno della primavera, il che torna a dire presso alla Pasqua di Resurrezione, nella quale il sole risorge, preceduto, per lo più, da qualche scoppio di tuono. Il vento di marzo e le pioggie d'aprile (mese sacro a Venere primaverile) si succedono. Il vento annuncia la pioggia. Il sole risorge fra il vento e la pioggia; il sole ritorna ad emergere luminoso. Dal cielo nuvoloso, tonante, lampeggiante, vien fuori nuovamente il sole in tutto il suo splendore. La leggenda evangelica ci mostra lo Spirito Santo in forma di colomba con le lingue di fuoco. Ho detto che, talora, nel concepimento vedico i fulmini si svolgevano dalla ruota dell'astro solare chiuso nella nuvola. Poichè, quando il sole è potente, ossia nella stagione calda, il cielo tona, si suppose una natura sola ai raggi solari, ai lampi ed ai fulmini. Siano raggi solari, sian fulmini, quelle lingue di fuoco, con le quali lo Spirito Santo si rivela, appaiono soltanto nella stagione calda e luminosa, diurna, primaverile od estiva. Quindi tutte le forme di fuochi sacri conservate nell'uso popolare rappresentano il fuoco celeste del tempo luminoso nel giorno o nell'anno. Quando si arde la vecchia strega nelle novelline popolari, quella vecchia ora è la notte che si consuma nel fuoco mattutino dell'aurora, ora è la stagione tenebrosa dell'anno che finisce; quando si brucia a Natale, all'Epifania, al fin di Quaresima, la brutta vecchia, è segno che il sole ritorna pure a trionfare nel cielo; e i tonanti fuochi d'artifizio che sull'ora di mezzogiorno nel Sabato santo, fra il Battistero e il Duomo di Firenze, la colombina di Casa Pazzi viene tuttora ad accendere alla presenza de' contadini, che si radunano a pigliarne gli augurii per sapere se essi avranno buona raccolta, mostrandoci, in forma d'uccello chiaro, lo Spirito od alito santo, sacro vento, congiunto col fuoco e coi tuoni, ci rappresentano ancora la risurrezione del sole primaverile fra venti e scoppi di tuono, i quali abbiamo già detto essere considerati come nunzii, messaggieri del bel tempo. Così i fuochi che s'accendono ancora in più luoghi d'Italia nella vigilia del giorno di San Giovanni, ossia precisamente ne' giorni di solstizio di estate, serbano immagine del trionfo massimo del sole, arrivato, per mezzo dell'Ascensione, ed a traverso le lingue di fuoco della Pentecoste, al suo apogeo.
Noi troviamo dunque lo Spirito Santo congiunto col fuoco. Ma come il fuoco ha virtù generativa, così il vento. In sanscrito, le parole _vento_ e _fuoco_, cioè _anila_ ed _anala_, hanno una sola ed identica radice, cioè _an_ che vale _soffiare, spirare_; il caldo, il fuoco, la sacra fiamma è vita; il soffio, lo spiro è ancora la vita: perciò, come abbiamo, nel citato inno vedico, il Dio _Vâta_ o _Vento, primo nato_ e _compagno delle acque_ al pari del fuoco, ed anzi _anima (âtman)_ degli _Dei_ (spiritus Dei) e _germe (garbha)_ fecondatore del mondo; così ancora troviamo una strettissima relazione fra la voce greca _anemos_ (vento) e la voce latina _anima_; così ancora nelle antiche iscrizioni cristiane la parola _spiritus sanctus_ è adoperata come semplice equivalente di _anima_: di un certo _Leopardus_ si dice che _reddidit Deo spiritum sanctum_. La parte più mobile di noi che s'agita e ci scalda, apparve anche prima che si manifestasse lo Spirito Santo cristiano, come un Dio chiuso in noi:
_Est Deus in nobis; agitante, calescimus, illo._
Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio _Vento_ vedico. Esso non solo ha il potere di dare la vita, ma, come Agni, anche quello di prolungarla. I venti _Marutas_ sono invocati a portare i rimedii ai devoti. Nell'inno 186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre vite protragga. E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro fratello, amico nostro; adoprati per la nostra vita. Poichè, o Vento, là nella tua casa si trova l'ambrosia, danne perciò a noi perchè viviamo.»
_Vâyu_, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri analoghi a quelli di _Vâta_; ma in _Vâyu_ si specifica anco meglio la sua qualità di _vento della tempesta_, perciò strettamente congiunto col tonante Dio Indra. _Vâyu_, che un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del Purusha, appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del _Rigveda_, genero di _Tvashtar_, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname celeste; in altri inni il genero di _Tvashtar_ appare, come vedremo, col nome di _Vivasvant_. Non è forse intanto senza importanza, per i riscontri comparativi, il ritenere come negli Inni vedici il divino Vâyu o vento, o alito fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname _Tvashtar_ come sposo della sua vergine figlia _Saranyû_, dalle quali nozze nasce poi _Yama_, il sapientissimo degli Dei, che muore primo per mostrare agli uomini la via dell'immortalità e della beatitudine; un inno del _Rigveda_ ci fa sapere che Yama nacque da un _gandharva_ (i _gandharvâs_ o _andanti nei profumi_, sono anch'essi una figura dei venti, che scuotono i profumi dai fiori e li diffondono per l'aria) e da un'_apsarâ_ o ninfa; le ninfe sono le amiche del vento, ed una delle loro virtù è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre pure.
Il Dio _Vâyu_ è pure celebrato nel cielo tempestoso, come bello, sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra un carro luminoso, tirato insieme col fulminante Indra da molti cavalli rossi, gran bevitore di ambrosia come il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i _Marutas_, che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, quanto al Vâyu genero di Tvashtar, sposo di Saranyû, padre di Yama, equivalente di Vivasvant, non potremmo interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre il vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, congiunto con l'aurora mattutina e vespertina, un vento erotico per eccellenza, uno zeffiro; ond'è che ora Vivasvant il sole mattutino, e Saranyû la ninfa aurora, appaiono insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i due _Açvinau_ che rappresentano le due luci crepuscolari. _Vâyu_ ha per radice _vâ_; ma la radice _vâ_ si confonde con la radice _van_ (e con _ven_), che vale specialmente _amare, desiderare, appetire, raggiungere_ (e ritorna in _Venus, venustus_). Il vento penetra dappertutto; l'amore ha la stessa potenza invaditrice: del resto, a dimostrare la parentela delle radici _vâ_ e _van_ basta l'analogia del nostro vento presso l'indiano _vâta_; presso _Vâyu_, «vento,» il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo _vâyu_, «appetente» (che ci permette di supporre presso la forma _vâyu_ quella di _vanyu_). L'equivoco del linguaggio potè pure aiutare lo svolgimento del mito del vento erotico; come l'equivoco tra le voci _vayas, vâyasas_, «uccelli,» _vâyavas_, «venti,» potè rendere più frequente la rappresentazione dei venti sotto la figura di uccelli.
Ma la più frequente rappresentazione vedica del _Vento_ è nel suo numero plurale. _Vâyu_ divenne come Eolo il vento per eccellenza, il padre, il re, il Dio dei venti; i venti, che stanno sotto il potere di esso, pigliano il nome speciale di _Marutas_. Agni Marut è un vento. Nella voce _marut_ si vide una variante della voce _garut_ che vale _ala_; il nostro linguaggio poetico ricorda pure frequentemente le _ali dei venti_. Come Vâyu è l'_atman_ od _anima degli Dei_, ossia _l'anima divina_, lo _Spirito Santo_, come abbiamo veduto l'anima del cristiano, che uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi _Spiritus Sanctus_; così, secondo il professore Benfey, i _Marutas_ o _venti_, o figli del vento, rappresentano le anime dei morti. Se ricordiamo che Yama si rappresenta pure come figlio di Vâyu, non troveremo in questa interpretazione nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare come non è questo il carattere proprio dei _Marutas_, i quali appaiono invece piuttosto come i rapidi, forti, sonanti e brillanti, come _i Maschi del cielo_ (_divo maryâs_) e come _maschio_ valse _virile_, così il vero _forte_, il vero _eroe_, il _vîra_ per eccellenza nell'Olimpo vedico è il _Marut_; come nel _Râmâyana_ le grandi prodezze che fanno a _Râma_ vincere le battaglie sono compiute da _Hanumant_, figlio del vento _Marut_; come nel _Mahâbhârata_, dei cinque fratelli Pânduidi il più poderoso che combatte per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è Bhîma, figlio di _Vâyu_, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello _Garudas_ è quello che rende invincibile il Dio Vishnu. Gli Inni vedici rappresentano diversamente il numero dei _Marutas_; per lo più essi appaiono come _tre volte sette_, ossia come _ventuno_; ma talora anche sette, e forse ne' loro tre nomi di _Vâyu_, di _Rudra_ e di _Marut_ si manifestarono pure come una sacra trinità, essendo i numeri _tre_ e _sette_ considerati sacri. Ma talora furono rappresentati tanti _Marutas_ o venti, quanti sono i giorni del mese lunare, ossia _ventisette_, o tanti quanti sono i giorni della metà dell'anno, in cui dominano specialmente i venti, ossia _tre volte sessanta_, cioè _cento ottanta_. I _Marutas_ son chiamati _gomâtarâs_, ossia _aventi per madre una_ go, ossia _la nuvola mobile_, e la nuvola o la tenebra rappresentata come variegata (_priçnî_) vacca lattifera. Perciò il _Yag'urveda nero_ dice che i _Marutas_ sono nati dal latte di _Priçni_, ossia dalla variegata, ch'essi considerano come loro madre. Ma, perchè abbiamo già veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale oceano, così come i _Marutas_ sono appellati _gomatâras_ o _figli della vacca_, così ancora si chiamano _sindhumâtarâs_ o _figli dell'oceano_. Un altro loro nome vedico è quello di _divas putrâsas_, ossia _figli del cielo_; il cielo comprende qui evidentemente insieme la _go_ ed il _sindhu_, ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali esso si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola tempestosa. Il nome di _divas putra_ è pure dato a Parg'anya, il temporale e il Dio del temporale, nella quale caratteristica _Parg'anya_ ed i _Marutas_ si trovano pertanto invocati insieme, perchè diano la pioggia; così troviamo congiunti insieme come duali ora _Parg'anya_ e _Vâta_, ora _Vâta_ e _Parg'anya_, in quel modo stesso con cui vanno ancora insieme Messer Vento e Madonna Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante nel temporale piglia nome d'_Indra_, i _Marutas_ sono chiamati _Indravantas_, ossia _accompagnati da Indra_, ed _Indra_ stesso è denominato _Marutvan_, ossia _accompagnato dai Marutas_. In questa relazione col cielo nuvoloso, burrascoso, lampeggiante, tonante, pluvio, i _Marutas_ sono celebrati come fiammeggianti, rosseggianti, aurei, splendidamente vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani lancie fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul petto, e ciuffi d'oro sul capo. La natura di guerrieri, nel cielo tonante, è evidente, quando li udiamo chiamare _vagrahastâs_, ossia _aventi nelle mani i fulmini_; ma la loro propria natura è sempre quella di _venti_ anche quando si congiungano, come lo Spirito Santo, con le lingue di fuoco; onde li vediamo nell'inno 78º del X libro del _Rigveda, risplendere quali vatâsas o venti furiosi impetuosi, come le lingue dei fuochi (agnînâm na g'ihvah virokinas)_. Nell'_Atharvaveda_ (IV, 27) i _Marutas portano nel cielo le acque dal mare, e dal cielo le versano sopra la terra_; nel 38º inno del I libro del _Rigveda_ essi _oscurano il cielo per mezzo della burrasca acquosa_, e ne inondano la terra; ed _aprono_ quindi nuovamente _al sole_ chiuso nella nuvola la sua via celeste. Il vento aduna le nuvole; il vento, insieme coi fulmini, le risolve in pioggia e le dissipa. Tuttociò è un fenomeno naturale, che la poesia potè cantare senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, anzi il massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo tonante; e il vento, che muove le nuvole e scatena la tempesta, divenne uno de' principali collaboratori del mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione a molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea divina è nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo tonante di primavera. Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, Odino trionfano fulminando e tonando. E, poichè i fenomeni della primavera presentano molta analogia con quelli dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono all'aurora, una parte si riscontrò pure ne' fenomeni del cielo tempestoso. Dall'aurora, come dalla nuvola, vien fuori il sole; il sole caccia, disperde, uccide il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante atterra il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, la pioggia, il nemico _Vritra_ copritore, trattenitore. La somiglianza de' fenomeni che si riferiscono al sole uscente dalla notte con quelli che si riferiscono al sole uscente dalla nuvola, fece sì che una parte de' miti del cielo nuvoloso si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si trovi dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua lotta contro i mostri tenebrosi della notte Indra ha per suoi principali compagni gli _Açvinâu_, nella sua lotta contro il mostro tenebroso della nuvola, i principali compagni d'Indra appaiono i _Marutas_.
L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello mattutino, che si unisce con la vergine aurora per generare il sole. L'Eros è chiamato nell'India col nome di _Kâma_, ossia _l'Amore, il Dio d'amore_. Il vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, ora dal latte della vacca celeste; il venticello mattutino spira con l'alba, l'aurora viene fuori dall'alba, come Aphrodite vien fuori dalla spuma del mare.
Una delle qualità del vento, celebrate dal _Rigveda_, è quella di andar come vuole: _questo Dio va come vuole (yathâvaçam c'arati devah eshah)_. Ho già avvicinato l'aggettivo _vâyu_, «desiderante,» con l'appellativo _vâyu_, «vento,» accostando le radici _vâ_ e _van_ (_amare_, onde _Venus_); questo _Vâyu_ appetente, questo _Vâyu_ desiderante riesce quindi un perfetto equivalente di _Kâma, l'amante, l'amore, e il Dio d'amore_. Come pertanto nell'inno cosmogonico vedico (_Rigv._, X, 90) abbiamo il _Vento_ qual primo nato dall'alito del _maschio_ universale (vedemmo pure i _Marutas_ denominati _maryâs_, ossia _maschi_), così nell'inno cosmogonico 129º del X libro del _Rigveda_ ci si rappresenta come prima creazione _Kâma_, ossia _il Desiderio, l'Appetito, l'Amore_. «Kâma nacque primo, che fu il primo seme generatore dell'anima.» Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato dal caos. _Anima degli Dei, germe del mondo_, vedemmo chiamarsi vedicamente _il vento_; la natura dello Spirito Santo e quella d'amore sono identiche. Il vento mattutino congiunto con la vergine aurora fa uscire il sole; così la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera il sole risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere Aphrodite, una forma ad un tempo dell'aurora e della primavera, l'aurora dell'anno) ch'essa era: _in summa Christum demonstrare solita_, come figura dello Spirito Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e Psiche è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione degli amori del venticello con la vergine. L'amore al pari del vento si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto volano; perciò l'inno 85º del I libro del _Rigveda_ ci rappresenta i corsieri dei _Marutas_ o _venti rapidi come il pensiero (manog'uvas)_. Il vedico _Kâma_ ci si rappresenta come figlio della _Çraddhâ_, che poi divenne la fede; così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi la Speranza, terza la Carità. Dalla fede provengono la speranza e la carità infiammate. In un lungo inno dell'_Atharvaveda_, riferito dal Muir,[34] troviamo il Dio _Kâma_, ossia _l'Amore_, come terza persona di una trinità, nella quale appare primo _Indra_ e secondo _Agni_: tutti tre salgono sopra lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre maligne. _Kâma_ piglia in quest'inno aspetto di un Dio guerriero, e si unisce al battagliero Indra contro i demoni notturni, come i venti _Marutas_ si uniscono specialmente col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. Nel quale carattere _Kâma_ tiene della natura di Ares e _Marte_ (Mamers) Gradivo fratello ed amante di Venere, che corrisponde pure all'indiano vento _Marut_, guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è violento, impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero per le donne. Il Dio della guerra della tradizione brâhmanica _Kârttikeya_ è figlio di Agni, il Dio del fuoco, uno degli appellativi del quale è pure _Kâma_; l'_Eros_ ellenico si raffigura come figlio di Marte, _Ares_.