Letture sopra la mitologia vedica
Part 11
Le acque e le erbe sono, come dicemmo, invocate insieme; entrambe appaiono salutifere; l'erba e la pianta contengono umori salutari; si celebra pertanto l'erba medicinale come l'acqua della salute. L'inno 17º del X libro del _Rigveda_ canta con un solo versetto, insieme, le erbe lattifere ed il latte delle acque. Il cielo nuvoloso (come l'oceano luminoso mattutino) si rappresenta ora come vacca lattifera, ora come fiume che porta latte, ora come erba od albero stillante latte, e purificante. _Payasvatî_, ossia _lattifera_, è chiamata l'_oshadhi_, ossia _l'erba_; _payasvatî_ è pure uno degli appellativi dato alla _riviera_. E come tale gli corrisponde perfettamente la _Sarasvatî_ ossia _la fornita di umore, l'acquosa_, della quale pure si fece una dea. La _Sarasvatî_ rappresentò particolarmente il _fiume celeste_; ed al plurale _i fiumi celesti_. Ma de' fiumi celesti la sede è varia: nella notte si ha particolarmente un Oceano, ma talora un fiume scuro, infernale; nel mattino e nella sera un fiume dalle onde luminose; nel cielo nuvoloso ora un oceano, ora molti fiumi. Il _fiume celeste_ per eccellenza si chiamò ora _sindhu_, ora _sarasvatî_; le due parole non valgono altro che _il fiume_. Mentre adunque gli Ariani del Peng'ab occidentale che si trovavano presso il fiume Indo, non conoscendo ancora altro fiume più vasto, lo chiamarono _Sindhu_, ossia semplicemente _il fiume_, gli Ariani del Peng'ab occidentale denominavano un altro gran fiume col nome di _Sarasvatî_, ossia ancora semplicemente _il fiume_. Ma nel cielo il _Sindhu_ e la _Sarasvatî_, così al plurale come al singolare, espressero in origine la stessa cosa, la riviera, il fiume celeste, ossia la fiumana notturna, mattutina e vespertina, e quella che tra i fulmini si rovescia dal cielo sopra la terra in torrenti di pioggia.[25] Dato un carattere divino ai fiumi del cielo, anche i fiumi della terra, con quegli stessi nomi che ritornavano nel mito, divennero sacri. E come nel cielo è un mostro, un drago che trattiene le acque, finchè il Dio Pluvio non lo fulmina, così si suppose sopra la terra che alla guardia delle sorgenti de' fiumi stia un vecchio dragone. Come le acque celesti son celebrate negli Inni vedici quali divine purificatrici, così la _Sarasvatî_ e la _Gangâ_ divennero nell'India fiumi, ne' quali chi fosse disceso a bagnarsi non si mondava soltanto il corpo, ma anche l'anima. Perciò in un inno funebre dell'_Atharvaveda_ (VIII, 2) s'invocavano come propizie le acque celesti. Le acque sono, come il fuoco, fecondatrici; dicemmo nella Lettura precedente del figlio considerato nella credenza indiana come il liberatore del padre; così l'inno 61º del VI libro del _Rigveda_ ci rappresenta un devoto Vadhryaçva, il privo di cavallo (ossia, possibilmente ancora, l'azzoppato, lo zoppo che non può più andare), il vecchio sole carico di debiti, a cui Sarasvatî dà un figlio di nome Divodâsa (il sole mattutino) che lo libera dai debiti. La via che Sarasvatî percorre è detta aurea (come quella dell'aurora e della nuvola aurea solcata dai fulmini); perciò essa lascia sopra le sue traccie dell'oro, onde ancora il suo appellativo di _hiranyavarttini_; in essa sono tutti i poteri vitali, ed essa viene perciò invocata, affinchè _ponga il germe_ (_garbham dhehi Sarasvatî; Rigveda_, X, 184); nè solo dà forza e vigore vitale agli uomini, ma agli stessi Dei, ad Indra, nella quale facoltà essa appare, presso il _Yag'urveda_ _bianco_, come medichessa celeste (al pari dell'aurora) insieme coi due medici celesti e con gli Açvinâu, dei quali anzi (come l'aurora) è detta sposa, e con Varuna, reggitor delle acque (_apsu râg'â_), col quale concorre a generare Indra. Nella estrema mitologia vedica, Sarasvatî fu poi identificata con _Vac'_,[26] _la parola_, e quindi _la parola sacra, la preghiera_, per un facile equivoco di linguaggio. La parola _saras_, che entra a formare l'appellativo _sarasvatî_, non significò soltanto _acqua_, ma _suono, voce_, considerandosi, per comune etimologia, tanto la _voce_ quanto l'_acqua_, come _la scorrevole_. La _sarasvatî_ o _fornita di scorrevolezza_ valse per lo più _l'acquosa_, ma talora dovette valer pure _la vocale, la sonante: nâdî_ o _la sonante_ è il nome più comune che si dà in sanscrito alla riviera. E tanto più dovette l'equivoco mantenersi, contemplandosi la Sarasvatî celeste, ossia la nuvola che versa torrenti di pioggia, ma preceduta dal tuono. Venuta la tonante Sarasvatî a significare la parola sacra, la preghiera, l'immaginazione brâhmanica lavorò quindi sopra questa astrazione e l'isolò per modo dalla sua prima natura, che l'artificiale Sarasvatî brâhmanica non ha quasi più nulla di comune con la naturale Sarasvatî vedica. Lo stesso equivoco tra il Sindhu celeste ed il Sindhu terrestre ci si presenta nell'inno 75º del X libro del _Rigveda_; ma il _Sindhu_ conserva almeno sempre la sua natura di fiume. Riconosco ancora in esso il fiume celeste, quando esso ci si rappresenta come aggiogato ad un bel carro tirato da cavalli, ed accrescente forza agli eroi nella battaglia. I fiumi celesti, ossia le acque dell'Oceano celeste, le stesse che danno il nascimento ad Agni, il quale non solo nasce dalle acque, ma le protegge (_Rigveda_, VII, 47), accrescono forza ad Indra ed agli altri Dei guerrieri. L'onda celeste è perciò chiamata _Indrapâna_ o _bevanda d'Indra_. Quanto al bel carro, a cui s'aggiogano, esso è indubbiamente il carro solare. Al quale proposito giova ripetere come le acque celesti non appaiono soltanto nell'oceano notturno e nell'oceano nuvoloso, ma ancora nell'oceano di luce, nel roseo ed aureo cielo che si presenta il mattino ad Oriente, la sera ad Occidente. L'inno 47º del VII libro del _Rigveda_ ci fa sapere che il sole co' suoi raggi stende le acque, alle quali Indra apre una vasta corrente (_Rigveda_, VII, 47), le quali il toro o l'eccellente Indra fulminante divide (_Rigveda_, VII, 49). Qui abbiamo il cielo nuvoloso. Ma quando apprendiamo che nelle acque si rallegrano il reggitore Varuna, Soma, Agni e tutti gli Dei, ci conviene allargare il dominio delle acque nuvolose, sopra le quali il Dio fulminante impera. Varuna ci conduce perciò al cielo vespertino, Soma al cielo notturno; Agni Vâiçvânara ci rappresenta più tosto il cielo mattutino; esso trovasi perciò invocato, nell'_Atharvaveda_, come sole, ed invitato _a purificare co' suoi raggi_. Così quel figlio delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello rosso, dalle belle piume, che s'accende senza combustibile, non può essere altro che il sole mattutino. Il figlio delle acque è chiamato per lo più _Agni_; nell'inno 30º del X libro, esso appare col nome di _Soma_ (che s'identifica ora con la Luna, ora col Sole), e si rallegra con le onde come un uomo insieme con belle giovani. «Le giovani (canta l'inno) s'inchinano al giovane, quando desideroso esso si accosta alle desiderose.»
Noi vediamo qui, dunque, le acque muoversi in forma di fanciulle verso un Dio. Questa prima immagine creò nel cielo tutto un ordine di esseri, che divennero popolari nella mitologia vedica e brâhmanica col nome di _apsarâs_, e nella mitologia greco-latina col nome di _ninfe_. Ma, oltre le ninfe, la mitologia greco-latina conosce centauri, fauni, satiri, che vanno, per lo più, in compagnia delle ninfe; così la mitologia vedica e brâhmanica dà alle apsare come loro sposi i _gandharvâs_. La parola _apsarâ_ parrebbe valere _la scorrente sopra le acque_, ossia _l'andante sulle acque_, etimologia che ci richiamerebbe alla nuvola scorrente sopra le acque, acquosa; la ninfa e la linfa avrebbero così fra loro molta analogia. Non debbo tuttavia tacere come il professor Weber[27] mantenga sempre per la voce _apsarâ_ la etimologia da lui data nel primo suo saggio, cioè di _priva di forma_ o _psaras_, _la informe_; altre etimologie furono proposte, secondo le quali l'_apsarâ_ potrebbe valere _la insaziabile_, e quella _dalle belle gote_. Noi preferiamo la prima etimologia, _ap-sarâ_, ossia _l'acquosa, l'andante nelle acque_, come nella voce _gandharva_ vediamo _l'andante nei profumi_, e poichè la parola _arva_ (dalla radice _r'i_, _ar_, «andare») valse quindi ad esprimere il _cavallo_, anche il _gandharva_, il centauro, prese forma ora d'ippocentauro, ora di onocentauro.[28] Contro l'etimologia dottamente grammaticale del professor Weber l'obiezione principale parmi possa esser questa: la forma femminina più luminosa, più bella dell'Olimpo vedico, quella che dovea meritare l'onore d'esser celebrata come la sposa, qual ballerina celeste, come la bella del Dio (l'aurora è anch'essa un'_apsarâ_), non potea chiamarsi _l'informe_. Noi abbiamo già veduto la bella aurora saltatrice, danzatrice; così, poco sopra, vedemmo accennate le onde quali giovani piegantisi innanzi al giovane. Abbiamo qui dunque un primo elementare indizio delle ninfe celesti, delle _apsare_ saltellanti sulle acque, delle ballerine dell'Olimpo, che doveano poi assumere tanto splendore nella mitologia eroica del periodo brâhmanico. Tutto c'induce dunque a supporre non solo per le apsare brâhmaniche, ma ancora per le vediche, una forma molto corporea. La natura sensuale del Dio Indra fu la cagione principale della sua rovina dall'Olimpo vedico: così di tutti gli Dei l'_Atharvaveda_ ci fa sapere ch'essi hanno primi insegnato agli uomini i commercii carnali: «Gli Dei dapprima frequentarono le loro spose toccando i corpi coi corpi.» Anzi un poeta dell'_Atharvaveda_ fa carico ai divini _Gandharvâs_ di venir talora sulla terra (come gli Angeli della leggenda biblica) a sedurre le figlie de' mortali, mentre essi stessi hanno per loro proprie spose nel cielo le apsare. «Fattosi bello alla vista, il gandharva segue la donna: noi lo allontaniamo di qua con la sacra formola potente: Vostre spose sono le apsare, o Gandharvi, voi siete gli sposi; essendo voi immortali, non dovete andar dietro a donne mortali.» (_Atharvaveda_, IV, 37.)
Come qui appaiono i gandharvi quali seduttori delle donne mortali, così, nelle leggende brâhmaniche, appaiono spesso le apsare, come mandate dagli Dei sopra la terra per distrarre dalla penitenza, con le loro seduzioni, i devoti. Esse sono, per lo più, le rallegranti; ma alcuna volta non solo rallegrano, ma inebbriano, e nella ebbrezza ammolliscono. La loro natura è acquosa (il fuoco è un mascolino, l'acqua un femminino). Il loro soggiorno prolungato nel cielo porta l'umidità sopra la terra; onde comprendiamo il motivo, per cui nell'_Atharvaveda_ si trovano pure scongiuri contro di esse, come quelle che possono portare l'uomo all'imbecillità, ossia turbarne la mente, onde il loro appellativo di _manomuhas_; quando questo non venga loro dato per la loro relazione intima col gandharva lunare, e però il turbamento dell'intelletto non sia da attribuirsi all'influsso della luna sulla pazzia. Un altro degli appellativi vedici delle apsare è _akshakâmâs_, ossia _amiche dei dadi_. Esse, in cielo, danzano, cantano e giuocano; perciò in un inno dell'_Atharvaveda_,[29] il _gandharva_ che ha la pelle color del sole, e l'_apsarâ_, sono insieme invocati a proteggere _il giuoco dei dadi_. Noi abbiamo sopra veduto come le giovani onde si piegano innanzi al giovine Soma. Questo _Soma_ s'identifica col re de' Gandharvi, con lo sposo delle apsare, col gandharva _Viçvâvasû_, genio particolarmente lunare, guardiano del _Soma_, reggitore della pubertà e virginità delle donne, che deve perciò allontanarsi, quando questa si perde; poichè il _gandharva_ ama, protegge, custodisce, tiene gelosamente nascosta, la sola _anavadyâ_ o _l'innocente_.
Quanto all'_apsarâ_, nell'_Atharvaveda_ essa è chiamata _nuvolosa, lampeggiante_ e _stellata_. Qui abbiamo dunque una ninfa nella nuvola, ed una ninfa nella notte, ma vi è ancora un'apsarâ aurora, che mi pare indicata in quelle parole dell'inno 109º del VII libro dell'_Atharvaveda_; onde apprendiamo che le apsare si rallegrano nel tempo che passa fra l'offerta sacrificale e l'apparire del sole. Questo tempo è, per l'appunto, quello dell'aurora; l'inno stesso invita il fuoco a portare burro per le apsare. Ma il burro ed il fuoco, prima che manifestarsi nel sacrificio, si manifestarono nel cielo, il quale nel mattino incominciò ad apparire imburrato con l'alba, e quindi infuocato con l'aurora; il burro liquefatto dell'alba alimenta il fuoco dell'aurora, che il legno della selva notturna, distrutto dal fuoco stesso, non avrebbe più bastato ad alimentare. Per mezzo del burro si produce il fuoco, il ricco; come pertanto le acque, madri del fuoco, sono invocate per ottenere un figlio che liberi il padre dai debiti, così un poeta dell'_Atharvaveda_ invita le apsare ad ungergli le mani _con burro_, affinchè egli possa, nel giuoco, vincere il suo avversario; in un altro inno dell'_Atharvaveda_[30] s'invitano le apsare _Ugrampaçya_ ed _Ugrag'it_ a riparare ai debiti che il giuocatore ha fatti coi dadi. L'_apsarâ_ detta _payasvatî_ (come la _sarasvatî_) vien chiamata essa stessa _sadhûdevinî_, ossia _bene giuocante_; danza coi dadi; coi dadi si procura dei beni, per mezzo della sua magia. Noi abbiamo qui la mobile, luminosa, danzante aurora, fornita di ricchezze, che diffonde la luce e la ricchezza nel mondo. A far poi apparire questa apsarâ come una giuocatrice celeste dovette pure concorrere, per molta parte, l'equivoco tra la radice _div_, «splendere» e la radice _div_, «giuocare» (cfr. _jucundus, juvenis_, presso _jocus_). L'aurora _divo duhitar_ e l'_apsarâ sadhûdevinî_, ossia _bene giuocante_, riuscirono una persona sola, con la quale si congiunge intimamente quel _divodâsa_, in cui io riconosco il sole mattutino, che, per grazia di _Sarasvatî_ (l'_ap-sarâ_ aurora _payasvatî, sadhûdevinî_), libera il padre da' suoi debiti fatti probabilmente nel giuoco, ossia nella gara luminosa, nella gara de' raggi celesti, che fu il primo di tutti i giuochi, ossia di tutte le opere luminose; il _gioco_ è _gioia_; la _gioia brilla_. E _brillo_ chiamasi tuttora l'uomo vivamente _allegro_. In Toscana, d'uomo contento dicesi ch'_ei brilla_; la gioia è splendida, il dolore è scuro. Il sole vespertino perde al giuoco luminoso il suo cavallo, diviene _Vadhryaçva_; nel _giuoco_ de' suoi raggi egli rimane perdente; il sole mattutino _Divodâsa_, suo figlio, aiutato dalla giuocatrice o luminosa ninfa Sarasvatî, dall'aurora, guadagna quello che il padre avea perduto. La parola _divodâsa_, vale propriamente _il servo del cielo_, come _duhitar divas_ (l'aurora) vale _la figlia del cielo_. L'aurora è protetta da Indra e dagli _Açvin_; così _Divodâsa_ è protetto da Indra e dagli _Açvin_, che distruggono per lui le città demoniache celesti, ossia le tenebre mostruose della notte. Il padre di lui, che egli libera dai debiti, si chiama _Vadhryaçva_, o _privo di cavallo_; ma prima di divenire _Vadhryaçva_, chiamavasi invece _Bahvaçva_, ossia _avente molti cavalli_ (ossia, possibilmente ancora, _il molto celere_, ossia _il potente corridore_ od _açva_), ch'egli doveva pure essere abilissimo a guidare. Il figlio _Divodâsa_, come _servo del cielo_, protetto dagli Dei, deve avere servito specialmente (come quasi sempre l'eroe nel periodo, in cui rimane nascosto) in qualità di _stalliere_ divino (Ercole spazza la stalla al re Augias); verso il mattino una fanciulla divina, un'_apsarâ_ di nome _Sarasvatî_, lo rende felice, facendolo vincere al giuoco, e intendiamo al giuoco dei raggi solari; l'_aksha_ divenne poi _il dado_, ma, prima di riuscire un dado, fu certamente _la ruota, l'asse, l'occhio_ e probabilmente _il raggio luminoso_ dell'occhio, _il raggio penetrante_. Il re Nala che perde, al giuoco dei dadi, il regno, che abbandona la sua bella sposa di notte nella selva piena di tigri e serpenti, che nel tempo della sua miseria si fa auriga, ossia guidator di cavalli, che riguadagna, al giuoco, il regno perduto e la sposa smarrita, ci offre una stupenda variante brâhmanica del mito vedico di Divodâsa figlio di Bahvaçva, divenuto, nel giuoco, _Vadhryaçva_, che riguadagna quello che _Bahvaçva_ avea perduto.
Ma una variante mitica della poetica leggenda della sposa perduta si trova nel _Rigveda_ stesso; ove l'inno 95º del X libro ci presenta un contrasto fra la ninfa Urvaçî e l'eroe divino Purûravas, _il molto sonante_ (il vedico Gandharva, _l'andante ne' profumi_,[31] appare nel periodo brâhmanico presso il paradiso d'Indra, insieme con le apsare ballerine, come _un musico celeste_, a quel modo con cui la ninfa acquosa Sarasvatî riesce la sonante e poi la Dea della parola, dell'eloquenza; Purûravas, il tonante sposo dell'apsarâ Urvaçî, è l'anello che congiunge il concepimento vedico col concepimento brâhmanico de' Gandharvi). La ninfa od apsarâ Urvaçî, _la larga che s'avanza_, una specie di _Pr'ithivî_, dice di sè stessa, nel secondo versetto dell'inno 95º del X libro del _Rigveda: io arrivai come la prima delle aurore (prâkramisham ushasâm agriyeva)_; nel quarto versetto lo sposo suo Purûravas la chiama _aurora_, come nel primo versetto l'ha chiamata _femmina crudele_, perchè gli sfugge; e vorrebbe trattenerla, e la prega perchè s'arresti nella sua dimora, dove notte e giorno sarà colpita dal _vaitasa_ (uno de' nomi vedici del _phallos_). Urvaçî gli fa osservare ch'ei l'ha visitata tre volte nel giorno; ch'egli è il padrone del suo corpo. Egli (un _gandharva_, come avvertimmo) si lagna che le fanciulle aurore si allontanino come _cavalle_ attaccate ad un carro. Purûravas si rivolge a lei con parole conformi a quelle, con cui i devoti sopra la terra invocano l'aurora: Urvaçî cerca di consolarlo, egli si dispera; essa gli promette un figlio di nome _Vasishtha_ (uno de' nomi di Agni e del Sole), e, per merito de' sacrificii del figlio, Purûravas può salire nel cielo e rallegrarvisi beato (_prag'â te devân havishâ yag'ati svarga y tvam api mâdayâse_).
Il mito della ninfa Urvaçî si svolse quindi largamente nelle leggende indiane, ed ebbe in Europa la fortuna di trovare un luminoso e geniale interprete nel professore Max Müller, che lo studiò in parecchie belle pagine degli _Oxford Essays_.[32] È evidente che l'inno vedico ci presenta solamente alcuni frammenti mitici; gli elementi del mito non vi furono tutti raccolti; ecco ora in qual modo esso si è compiuto nel _Çatapatha Brâhmana_, in parte con nuovi elementi mitici non penetrati nell'inno vedico, ma persistenti nella tradizione orale, in parte per l'industria un po' arbitraria del Commentatore dell'inno vedico, che s'ingegnava di spiegarne i passi rimasti oscuri. — Un'apsarâ chiamata Urvaçî amò Purûravas figlio d'_Idâ_, e, trovandolo, gli disse: «Abbracciami tre volte al giorno, ma non mai contro il mio volere, e ch'io non ti vegga mai senza le tue vesti reali.» Così ella visse a lungo con lui. Allora i suoi primi amici, i Gandharvâs, dissero: «Quella Urvaçî da lungo tempo rimane fra i mortali; facciamola tornare. Dove Urvaçî e Purûravas giacevano, vi era una pecora con due agnelli, ed i Gandharvâs ne rapirono uno.» Urvaçî disse: «Essi mi pigliano il mio caro, come se io vivessi dove non c'è un eroe, e nemmeno un uomo.» I Gandharvâs rapirono anche il secondo, ed essa ne fece ancora rimprovero allo sposo. Allora Purûravas guardò e disse: «Come mai il luogo ove io abito può esser privo d'un eroe o d'un uomo?» E, per non perdere tempo, nel cercare i proprii abiti, si alzò ignudo. Allora i Gandharvâs fecero splendere un raggio, e per quel raggio, come se fosse di giorno, Urvaçî vide suo marito ignudo. Allora essa scomparve: «ritornerò» disse, ed andò via. Allora egli pianse la sua amica perduta, e si recò presso il Kurukshetra. Trovasi colà un lago chiamato _Anyatahplaksha_ pieno di ninfe, e mentre il re passeggiava sopra le sue rive, le ninfe scherzavano nell'acqua in forma d'uccelli (probabilmente cigni). Urvaçî scorse il re, e disse: «Ecco l'uomo, con cui ho abitato per tanto tempo.» Allora le compagne le dissero: «Mostriamoci ad esso.» Essa consentì, e le apsare si manifestarono.[33] Allora il re la riconobbe e disse: «Oh! sposa! resta, crudele; parliamo un poco. I nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non ci porteranno più tardi fortuna.» Essa gli rispose: «A che parlarmi? Io sono arrivata come la prima delle aurore. Purûravas ritorna nella tua dimora. Io sono difficile come il vento ad essere raggiunta.» Egli rispose dolorosamente: «Se è così, il tuo antico amico cada ora per non più ridestarsi; se ne vada egli lontano, lontano; egli cada come corpo morto, gli avidi lupi vengano a divorarlo.» Essa gli rispose: «Purûravas, non morire, non cadere, non ti divorino i lupi....» Ella alfine s'intenerì, e disse: «Vien da me l'ultima notte dell'anno; tu abiterai con me una notte, ed un figlio ti nascerà.» L'ultima notte dell'anno egli si recò alle auree sedi, e quando ei vi fu salito, gli mandarono Urvaçî. Allora essa disse: «I Gandharvâs ti permettono di fare un voto, ch'essi adempieranno; scegli.» Purûravas disse: «Scegli tu per me.» Ed ella: «Allora di' ai Gandharvâs: permettetemi di essere uno di voi.» Il giorno dopo, per tempo, i Gandharvâs gli accordarono un dono; ma quando egli ebbe detto: «Ch'io possa essere uno di voi,» essi risposero: «Il fuoco sacrificale, per grazia del quale l'uomo potrebbe divenir uno di noi, non gli è noto ancora.» Allora essi iniziarono Purûravas ai misteri del sacrificio; quando ei l'ebbe compiuto, divenne uno dei Gandharvâs. — Così la leggenda finisce come avrebbe potuto incominciare; cioè con un tonante _Purûravas gandharvas_ (ossia _camminante nelle profumate acque celesti_), naturale amico e sposo di un'_apsarâ_ (ossia _di una scorrente sulle acque del cielo_), di una ninfa celeste, la sede della quale ripetiamo essere stata triplice nel cielo, come è triplice la sede delle acque celesti, acque dell'oceano aureo luminoso, dell'aurora, acque dell'oceano nuvoloso, acque dell'oceano tenebroso.
LETTURA OTTAVA.
IL VENTO.
_Difficile a raggiungersi come il vento, vâyuvega_ o _celere come il vento_, è una similitudine non infrequente in sanscrito; e come il vento è difficile a raggiungersi, così difficilmente si può la natura di esso determinare. Quando l'inno cosmogonico vedico (_Rigv._, X, 90) ci fa sapere che _Vâyu_ è nato dall'alito di Purusha, noi ne sappiamo ancora poco, poichè Purusha, il maschio universale, appare, per lo più, un'astrazione. Un inno del X libro del _Rigveda_ (168º) dedicato a _Vâta_ (il vento) mostra ancora maggiore incertezza sull'origine del vento: «Ora la potenza del carro di Vata; esso va stroncando (ogni cosa); lo strepito ch'esso fa è assordante. Esso, toccando il cielo, s'avanza, producendo le (nuvole) rosseggianti, e vien cacciando la polvere della terra. Le mobili (acque) vanno dietro il vento; insieme con esso vanno simili a donne; il Dio, re di tutto quest'universo, se ne viene con esse congiunte col proprio carro. Andante per le vie dell'aria, esso non si trattiene neppure per un giorno; delle acque compagno, primo nato, acquoso, dove è nato, donde provenne? anima degli Dei, germe del mondo, questo Dio va dove vuole; lo strepito di esso fu inteso, ma la sua forma nessuno mai vide.» Il poeta vedico non sapeva dunque onde il vento venisse. Ma l'inno citato ha per noi grande importanza, per quattro nozioni ch'esso ci dà: la prima del vento congiunto con le (nuvole) rosseggianti, la seconda del vento congiunto con le acque, la terza del vento congiunto con le donne, la quarta del vento generatore. Consideriamo bene questi quattro caratteri del Dio Vento vedico, e dovremo rimanere colpiti di viva meraviglia nel ritrovarli tutti nello _Spirito Santo_ cristiano, ossia l'alito sacro, che si manifesta con le lingue di fuoco, che aleggia sopra le acque del Giordano nel battesimo del Cristo (però si rappresenta per lo più nei Battisteri) e che feconda la Vergine (un sarcofago lateranense rappresenta la Trinità intenta invece a creare Eva, ossia la prima donna). San Paolino, descrivendo un disegno della Trinità ch'era nella chiesa di San Felice di Nola, si esprimeva nel modo seguente: