Letture sopra la mitologia vedica
Part 10
A lui si raccomandano gli uomini per ottenere i favori degli Dei; lo trattano bene per conservarselo amico. Lo nutrono di burro, poichè la sua nutrice (l'arani) non può dargli latte, come dice un inno vedico; al suo apparire, il cielo, la terra, le acque, le piante si rallegrano nell'amicizia di esso; e lo temono nemico. Poichè, quanto ai devoti è benefico, tanto, nell'ira, egli può riuscir terribile; esso mugge come toro, rugge come leone, strepita come le onde del mare, incute spavento come un esercito scatenato; portato dal vento, divora e consuma ogni cosa, e, dov'è passato, lascia il nero; ha mille occhi, ha mille corna, artigli aguzzi (onde vien spesso paragonato a falco), aguzzi denti di ferro, barba e capelli d'oro. Un inno tuttavia lo dice privo di piedi e privo di testa (_apâd açirshâ; Rigveda_, IV, 1); _viçvarûpa_, ossia _onniforme_, è pure uno de' suoi nomi, e come _onniforme_, ossia capace di pigliare qualsiasi forma a suo piacere, si comprende con quale specie di religioso terrore da un popolo ingenuo e primitivo dovesse esser venerato. Tutto l'_Atharvaveda_, ossia il _Veda di Atharvan_ ch'è uno de' nomi del fuoco, è inteso ad onorare il fuoco terreno, e specialmente il fuoco domestico. Si considera l'_Atharvaveda_ come il _Veda_ più umile, il quarto Veda, il Veda, per così dire, delle donne, le più tenaci nel conservare memoria degli usi, dei riti domestici, delle tradizioni, delle superstizioni popolari, e delle formole relative.
Avendo molta cura del fuoco sacrificale e funebre, il devoto s'assicura non solo i beni di questa vita, ma, per quanto apprendiamo da una leggenda del _Çatapatha_ _Brâhmana_ riferita dal Muir, anche quelli dell'altra. Secondo la leggenda, Agni appena creato da _Prag'âpati_, incominciò a bruciare ed a perturbare ogni cosa. Allora tutte le creature esistenti si mossero per distruggerlo. Agni ricorse ad un uomo, e gli domandò che lo lasciasse entrare in esso, dicendogli: «Dopo avermi generato, alimentami; se tu farai codesto per me nel mondo di qua, io farò lo stesso per te nel mondo di là.»
Ritorniamo adunque a quel mondo di là, al quale l'Agni del rogo guida gli uomini, diverso da quel fuoco sotterraneo, il cui solo ufficio è la consumazione del cadavere celato nella terra. Vi è un Agni vitale creatore, padre; e vi è un Agni empio, mostruoso, distruggitore. Vi è un Agni divino. Vi è un Agni demoniaco; l'Agni divino è sapiente, luminoso ed illuminante, poichè ora precede l'aurora, e sorge con essa (onde il suo appellativo di _Usharbudh_); quest'Agni è spesso chiamato _rakshohan_, ossia _uccisore del mostro; tamohan_, ossia _distruggitore della tenebra_. Il fuoco che si tiene tuttora acceso la notte in alcune stalle, per cacciare una specie di demonio che si teme venga nelle tenebre ad occupare il bestiame, è una reminiscenza del vedico Agni _rakshohan_ e _tamohan_. Il mostro ama le tenebre; lo spauracchio de' bambini discende dalla nera cappa del camino, quando il fuoco è spento; ma il fuoco che si svolge da' cimiteri nelle notti estive, il fuoco vulcanico, ed altre emanazioni del fuoco sotterraneo son considerate come forme fantastiche infernali. Il fuoco sotterraneo è sempre sinistro, come l'inferno si figura sotterra, e sotterra si distende il regno de' serpenti, ove impera il diavolo, il gran serpente.
L'Agni sacrificale apporta al devoto le splendide gioie del giorno; l'Agni del rogo guida la parte immortale (_ag'o bhaga_; seguo qui evidentemente l'interpretazione del Müller e del Muir) del trapassato, di cui esso, nutrendo sè stesso, consuma le carni, all'eternità degli splendori celesti; perciò l'_Aitareya Brâhmana_ chiama Agni col nome di _filo, ponte_ e _via, per la quale si va agli Dei_ (_tvam nas tantur uta setur Agne; tvam panthâh bhavasi devayânah_); per esso possono gli uomini _arrivare al cielo, e rallegrarsi in gaudio comune con gli Dei_ (_tvayâ Agne prishtham vayam âruhema; atha devaih sadhamâdam madema_).
Egli non è solo desiderato dagli uomini, ma anche dagli Dei; ma mentre gli uomini cercano Agni nel legno, gli Dei lo vanno a cercare nelle acque, dove Agni sta nascosto. Questa nozione mitica intorno all'Agni celeste, che abbiamo detto identificarsi spesso nel _Rigveda_ col sole, è di una importanza capitale. Noi entriamo qui in un mondo intieramente favoloso. Sappiamo già come nell'età vedica si producesse il fuoco; e abbiamo veduto che Indra lo trasse fuori dal cielo nuvoloso nella stessa guisa, con cui lo destavano i padri nostri sulla terra, ossia per confricazione. L'uso terrestre ci ha giovato per dichiarare il mito celeste. Ma, come immaginare, con la sola analogia de' fenomeni osservati sulla terra, il fuoco figlio delle acque, il fuoco nascosto nelle acque, il fuoco uscente dalle acque, quando sappiamo che ufficio naturale dell'acqua è quello di spegnere, ma non di destare il fuoco? Ed eccoci pertanto di nuovo richiamati esclusivamente ad un Agni celeste; poichè paragonandosi il cielo nuvoloso e la notte tenebrosa ad un oceano, il fulmine che si sprigiona dalle nuvole, ed il sole che vien fuori ora dalle nuvole, ora dalla tenebra notturna, ci rappresentano ad evidenza una forma di Agni, ossia di fuoco che esce dalle acque, di Agni figlio delle acque, immagine che sulla terra, presso l'Himalaya, non si poteva in alcuna maniera riprodurre. Come adunque abbiamo un Agni terreno (che si fece esso pure derivare dal cielo), venerato particolarmente dagli uomini, così abbiamo un Agni celeste specialmente caro agli Dei che lo vanno a cercare nelle acque, ov'egli s'era nascosto, per timore di subire le stesse sorti dei suoi fratelli maggiori, i quali, secondo la leggenda vedica, erano morti prima di lui. Ora questo minor fratello Agni più accorto de' suoi fratelli maggiori che per scampare da morte si nasconde nelle acque, che scampa nelle acque, ossia dalle acque, ci compie un mito importante. Noi abbiamo già la nozione di un Agni fatalmente parricida che distrugge il legno, da cui è nato; così l'Agni celeste chiamato ora figlio, ora nipote delle acque (_apâm napât_), distrugge la materna notte, ossia il paterno oceano tenebroso o nuvoloso, da cui vien fuori in forma di sole. Agni è dunque parricida nel cielo come nella terra; ma, per attenerci alla sola nozione vedica, Agni sta nascosto nelle acque, per timore, se vien fuori, d'esser messo a morte, come i suoi fratelli maggiori, ossia soli vespertini e autunnali che hanno preceduto i nuovi soli mattutini e primaverili, figurati come fratelli minori; gli Dei gli assicurano l'immortalità ed egli si manifesta, uccidendo mostri d'ogni maniera.
Io non ho bisogno d'indicarvi come l'Agni parricida, riunito con quest'Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare dalla morte, debba aiutarci a dichiarare le numerose leggende mitiche ed epiche riprodotte in più umile forma nelle novelline popolari, nelle quali il vecchio re, destinato dal fato a perire per mano del figlio o del nipote, cerca di perderlo appena nato; e lo fa esporre sulle acque, dalle quali il fanciullo si salva sempre in modo miracoloso, si chiami Krishna o Karna, si chiami Ciro, si chiami Paride, si chiami Romolo, ed io oserei ancora aggiungere, si chiami Mosè, si chiami Gesù. Poichè, nella leggenda biblica di Mosè esposto nel Nilo, salvato dalla figlia di un vecchio Faraone che un giorno, per cagione di Mosè, si perderà nel mare, si rappresenta, per quanto vaga, una forma del mitico parricida. Nella leggenda di Gesù, il re Erode ordina la strage degl'innocenti; uno solo si salva, Gesù, che tra i suoi miracoli dovrà più tardi camminare a piedi asciutti sul mare, e che, per recarsi in Egitto bambino avrà probabilmente rinnovato il miracolo di Mosè che, dopo essersi salvato dal Nilo, si salvò dal Mar Rosso. Gli elementi mitici appaiono spostati, ma la loro origine fu probabilmente una sola.[20]
Ma, per tornare ai nostri soli miti vedici, l'Agni celeste serba pure alcuni di que' caratteri bellicosi, che sono proprii di quell'eroe mitico solare, a cui lo avvicinammo. Finch'egli si trova nascosto nelle acque, gli Dei temono; quando egli appare, viene a liberarli di pena: distrugge, come dicemmo, i mostri nemici (onde il suo appellativo di _sahasrag'it_ o _vincente mille_) e distrugge le nemiche città (onde il suo appellativo di _purandara_). Per l'aiuto che Agni ha dato nel cielo agli Dei, acquistò pure fama di protettore de' guerrieri che combattevano sopra la terra, e lo invocavano nelle battaglie: assistiti da Agni, i guerrieri divenivano invincibili; esso doveva bruciare i nemici come aride legna. Tuttavia Agni non è specialmente nel cielo un guerriero; lo diviene talora come sole, e somministra come fulmine armi agli Dei; e, s'io accennai alla sua figura di guerriero, lo feci perchè in alcuni Inni vedici essa veramente ci appare, e perchè da essa si giustifica meglio l'interpretazione che abbiamo qui data al mito di Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare da morte, ossia di un essere divino che nelle acque scampa miracolosamente da morte, uno de' miti fondamentali nella mitologia che si congiunge col gran mito cosmogonico del diluvio, dal quale l'eroe indiano, babilonese[21] ed ebraico scampano in un modo conforme.
Ma, poichè Agni nel cielo può identificarsi con parecchi altri Dei, la sua figura mitica non potè riuscire distinta e costante; un versetto dell'_Atharvaveda_ ci fa sapere come Agni nella sera diviene Varuna, nel mattino Mitra; muovendo nell'aria, diviene Savitar; splendendo nel mezzo del cielo, diviene Indra. Questo versetto è molto importante non solo per quanto ci dice di Agni, ma per la caratteristica speciale che esso ci dà di altre quattro persone divine del cielo vedico. Con Indra specialmente Agni si congiunge spesso e viene invocato; essi vanno a bere insieme; essi cavalcano insieme come Açvinâu; essi insieme uccidono il mostro Vritra e distruggono città; talora Agni solo usurpa questi ufficii proprii del Dio Indra, col quale evidentemente s'identifica. Le specie di Agni son dunque molte; ma la sua natura generica è quella di fuoco, e come tale viene spesso celebrato nel cielo, e sempre nella terra. In questo suo aspetto più modesto, ma continuamente efficace, il poeta vedico lo adora e gli attribuisce pure essere divino. Agni è col _soma_ sacrificale il solo Dio che il mortale ha la ventura di poter vedere, toccare, ed anzi creare a sua posta. Lo vede nascere, lo fa nascere, lo alimenta, lo colma di cure e di carezze, poichè sente quanta virtù benefica esso abbia nella vita, come quello che libera l'uomo dal terrore, dalla tenebra, dai mostri maligni, dal male, porta la luce, la salute, la sapienza nelle case, il calore ne' corpi, la fecondità nel suolo, la ricchezza, la gioia presso tutti i buoni. Un Dio così benefico, e, nel tempo stesso, così trattabile, dovea permettere a' suoi devoti un linguaggio più confidenziale, più famigliare che essi non potessero usar con gli altri Dei, men noti, e men facili a lasciarsi accostare. Perciò in due inni dell'VIII libro del _Rigveda_ si trovano due versetti di una curiosa ingenuità. Il poeta dice ad Agni: «O Agni, se tu fossi un mortale, e se io fossi un immortale avente potere d'arricchire un amico, o figlio invocato della potenza, io non ti abbandonerei all'imprecazione ed alla miseria; o Agni, il mio inneggiatore non sarebbe povero, in cattivo stato, miserabile.» E altrove: «O Agni, se io fossi in te, e se tu fossi in me, i tuoi desiderii sarebbero soddisfatti.» Le preghiere che si fanno dalle nostre pinzochere, le quali, picchiandosi il petto, senza farsi male, domandano a Dio, in un'età nella quale non possono più commetterne, il perdono di tutti i vecchi loro peccati, e per di più, l'eterna beatitudine del Paradiso, non sono forse più così ingenue, ma, per compenso, mi sembrano un poco più indiscrete.
LETTURA SETTIMA.
L'ACQUA.
Noi abbiamo veduto il Dio fuoco, il Dio Agni, il Dio generatore, il fuoco vitale uscire dalle acque; così, nella cosmogonia biblica, _spiritus Dei ferebatur super aquas_. Agni dicemmo pure identificarsi col sole generatore, ed un inno cosmogonico del _Rigveda_ (X, 72) ci rappresenta pure il sole che gli Dei fanno nascere dall'Oceano, in cui stava nascosto (_atra samudre âgûlham â sûryam ag'abharttana_). Nella cosmogonia dell'inno 121º del X libro del Rigveda, dedicato ad _Hiranyagarbha_ o _Germe d'oro_, leggiamo: «Quando le vaste acque penetravano il mondo, contenenti il _garbha_ (il germe, Hiranyagarbha), generanti Agni, allora si svolse l'unico alito vitale degli Dei.» Il commentatore del _Çatapatha Brâhmana_ Mahîdara[22] dichiara: «Nel principio questo mondo era tutto acque, solamente acqua.»[23] Un versetto dell'_Atharvaveda_ compie la rappresentazione cosmogonica con le seguenti parole: «Le acque generanti un figlio fecero, nel principio, uscire un germe; di quello appena nato fu aureo il guscio.» Questo germe nato nelle acque prese pure il nome di _Prag'âpati_ o _signore della generazione_, che divenne uno degli appellativi del Dio Brahman, onde nella cosmogonia brâhmanica, il _Brahmânda_ od _uovo di Brahman_ nato dalle acque corrispose perfettamente all'_Hiranyagarbha_ o _Germe d'oro_ della cosmogonia vedica. Questo uovo d'oro era, senza dubbio, nel primo concepimento, il sole. Ma la posteriore cosmogonia ne fece l'uovo cosmico, universale, in cui si comprende, da cui emerge l'universo, diviso in due parti, cielo e terra, sebbene gli stessi Commentatori indiani si trovino quindi imbarazzati a riconoscere la seconda metà dell'uovo nella terra, il cui colore non è d'oro, mentre l'uovo primo nato è tutto d'oro. Questo imbarazzo de' Commentatori ci giova per riconoscere nell'uovo primordiale un fenomeno celeste, l'Agni solare primo generato e primo generatore. Il concepimento di un cosmico uovo d'oro uscente dalle acque fu poi naturalissimo. Il caos si rappresenta come tenebroso. La tenebra si rappresenta come un mare. Dalla tenebra vien fuori la luce, dal mare tenebroso celeste vien fuori l'uovo d'oro. Quando, in Piemonte, i fanciulli, al cader della prima pioggia primaverile vanno intorno gridando: _pieuv, pieuv, la galina fa l'oeuv (piove, piove, la gallina fa l'uovo)_, si saluta in quell'uovo della gallina celeste la risurrezione del sole. Quando, al risorgere del sole primaverile, ossia nella Pasqua di Resurrezione, si mangiano le uova di Pasqua, noi festeggiamo ancora l'uovo d'oro celeste che ritorna. L'uovo inaugura e fonda la vita; perciò, nell'uso popolare, ai giovani sposi, il giorno dopo il matrimonio, soglionsi offrire uova, per ridar loro, come si dice, le forze perdute; è ancora questo un augurio simbolico per la generazione. L'uovo divenne pure simbolo del bene. Con l'uovo incominciavano le antiche famiglie romane i loro banchetti (l'uso è pure rimasto in alcune odierne famiglie italiane), e poichè terminavano con la mela, nella loro esclamazione: _ab ovo ad malum_, l'uovo con cui si principiava rappresentava il bene, il _malum_, ossia la mela, venne talora a rappresentare il male. Dall'essersi immaginato come prima creazione l'uovo d'oro, dall'incominciarsi il giorno con l'apparire dell'aureo sole e dell'aurora si figurò molto naturalmente come prima età l'età dell'oro. Come la primavera è la gioventù dell'anno, così l'aurora od aurea è la prima età del giorno; e poichè, col levarsi del giorno e dell'anno tutto rifiorisce, tutto si ravviva, all'età dell'oro fatta discendere in terra si fece corrispondere un paradiso terrestre. Il giorno incomincia e finisce con un'aurora; e l'uomo trovando la prima luce in Oriente, l'ultima in Occidente, immaginò in Oriente, ossia al principio della vita, un paradiso, ed al fine della vita in Occidente, ove il sol muore, il giardino dell'Esperidi, ove si trovano le mele d'oro, un paradiso di beatitudine, ove anco le nostre nonne cattoliche ci hanno fatto sperare che troveremmo i pomi d'oro. Il melo delle Esperidi, come l'acqua della vita, si trova custodito da un drago; Atlante, una specie di Dio dell'oceano, è, come il vedico Varuna, reggitore del mondo; per i buoni ufficii di Atlante, Ercole, nella leggenda ellenica, può portar via dal giardino delle Esperidi, ossia delle occidentali, che hanno sede nell'Oceano occidentale, le tre mele richieste da Euristeo, il quale, come il solito re leggendario che ritorna nelle novelline popolari, spinge il giovine eroe ad imprese straordinarie, nella speranza di perderlo. Così da questa breve digressione, la quale ha per iscopo di mostrare non tanto l'affinità de' miti ellenici con gli indiani, che non può oramai più esser messa in dubbio, ma altra verità non meno schietta, che pure si dura ancora molta fatica ad ammettere, la presenza ne' miti greco-latini della maggior parte dei motivi che formano tuttora il fondo delle nostre novelline popolari, ci riconduce all'acqua mitica, dalla quale il sole Agni (chiamato pure _apâm garbah_, ossia _germe delle acque_; l'_Agni Savitar_ è chiamato _apâm napat_) esce nel mattino, e nella quale il sole Agni si nasconde la sera. Abbiamo già avvertito come lo stesso oceano mitico si riproduce nel cielo nuvoloso, dal quale Agni il fuoco esce ora in forma di raggio solare o di sole, ed ora in forma di fulmine.
Le _acque_ sono, per lo più, celebrate negli Inni vedici al plurale. Dove il Dio si manifesta come plurale, si comprende come la sua persona mitica non si possa manifestare viva e distinta. Il carattere è qualche cosa di singolare che spicca in quanto esso appartenga ai singoli; dov'esso si estende ai più, perde del suo splendore. Nel plurale i caratteri singolari non si distinguono, ed i caratteri generali, i quali soli vi si rivelano, non permettono al mito di balzar fuori vivace, colorito e potente. Per la stessa ragione rimasero nel _Rigveda_ alquanto pallide le figure delle _Haritas_, nelle quali si riconobbero le _Charites_, le Grazie elleniche, degli _Angiras _, forme dell'Agni celeste, messaggieri, luminosi, delle _Apsarâs_ e dei _Gandharvâs_ che oggi esamineremo, dei _Mârutas_ che studieremo nella Lettura seguente, dei _Ribhavas_ che ci occuperanno, quando toccheremo del Dio _Tvashtar_, e di alcuni altri collettivi divini. Egli è solamente quando alcuno di questi plurali si fece singolare e si distinse isolato, che si venne a noi disegnando una figura caratteristica. Nel 9º inno del X libro del _Rigveda_ dedicato alle _acque_, esse vengono salutate come _amorose madri_ e come _dee_; quindi si dice: «Il Dio Soma mi ha detto: trovarsi nelle acque tutti i rimedii ed il fuoco che porta salute a tutti. O acque, arrecate il rimedio per la guarigione del mio corpo, e perchè io possa vedere lungamente il sole. E quello che in me possa esservi di malato, o acque, portate via.» Da un inno del II libro dell'_Atharvaveda_ apprendiamo come nel preparare un balsamo per le ferite s'invocava l'acqua della fonte che vien giù dalla montagna; e insieme con le acque le erbe, aventi esse pure virtù salutifere. Nello stesso inno si ricordano le _upag'îkâs_, come quelle che recano un rimedio dal mare; il professor Weber[24] avvicinò alla parola _upag'îkâ_, con molta verosimiglianza, la voce _upadîkâ_, che denomina una specie di formiche. Dico con verosimiglianza, poichè il Dio Pluvio Indra ci si rappresenta egli stesso negli Inni vedici come formica, e, nel citato inno dell'_Atharvaveda_, dopo essersi ricordate le acque e le piante salutifere, si celebra per l'appunto il fulmine d'Indra che caccia via i mostri. La formica, nel mito, penetra nella tana del serpente guardiano delle acque, lo morde e lo costringe ad uscire; quando il serpente si muove, ed esce fuori della propria caverna, le acque vitali e salutifere si sprigionano. Secondo le nozioni indiane, quando le formiche mettono insieme le uova, viene la pioggia; e quando si trovano formicolai, è segno sicuro che l'acqua sta vicina. Quest'acqua non può essere l'acqua della terra, come il mare, da cui le formiche devono arrecare il rimedio, non può essere l'oceano terrestre. Qui ancora, osservandosi come l'adunarsi delle uova di formiche sopra la terra risponda al tempo delle prime pioggie primaverili, si vide nel Dio Pluvio Indra una formica celeste: i fulmini d'Indra penetrarono come formiche nella tana del serpente celeste, che teneva chiuse le acque, lo ferirono e lo fecero uscire, scatenando le acque. Così, per aver osservato che il canto del cuculo annunzia la primavera, il primo scoppio del tuono in primavera si paragonò in Grecia ed in Roma al canto del cuculo; e Giove Pluvio si rappresentò esso stesso in forma di cuculo, nella qual forma egli visita secretamente Giunone; ossia il luminoso, nella scura veste di cuculo canoro, come Dio tonante, si nasconde nel cielo.