Le seduzioni - Le vergini folli
Part 4
Allor s'udì concorde tintinnare d'un lungo riso l'eco del vicino bosco. Ciascuna un gelo repentino lungo le vene si sentì guizzare.
Parea vibrante d'ironie amare, freddo di sdegni il riso cristallino. Ripigliaron le Amate il lor cammino, ma un dubbio errava su le fronti chiare.
L'ombra io esplorai. Sorpresi le ridenti disdegnose riunite a' piè d'un faggio, intente ad intrecciar fiori e comenti.
Le udii: — Di un'aspra schiavitù si vanta quel folle stuolo. Il nostro cuor più saggio, ebro di libertà, ilare canta.
mistiche
Simili a gru, migranti ad oriente, trasvolavan le Mistiche, in sì mite, in sì celestial sogno rapite, ch'ogni atto lor ne sorridea eloquente.
Del passato obliose, del presente inconscie, già viventi delle vite serafiche, già assunte alle infinite promesse, il cui promettitor non mente.
Già le fronti raggianti, quasi incluse nell'aureola. Già le lunghe ciglia, quasi abbagliate dal fulgor, socchiuse.
Già presso al limitar della vallea sacra, ove il re in clamide vermiglia dirà a ciascuna: — Veni Sponsa mea.
pellegrine
Come romei rivolti a' luoghi santi, sopraggiungean nuove pellegrine, ma simili a Valchirie ed a regine nel fiero ardor de' bei volti sognanti.
Fissavan gli occhi e i desideri avanti lungo un raggio ascendente senza fine. Corone su le fronti alabastrine parean portar, corazze sotto i manti.
Quella io accostai che meno assorta andava, e una stella additò essa al mio sguardo, incastonata nella volta cava.
— Alta è la mèta e il dubbio ci sconforta, — sorrise. — Ma il voler sprona gagliardo. Lungo è il cammin, ma vigile la scorta.
l'invocazione
— O bianche pellegrine, m'accogliete nel vostro stuol. Se un male o una follìa dal mio cammino arido mi svia, voi saggie guide a stolto cuor sarete.
Alacri ha il sogno l'ali. Irrequiete ma ben fiacche il voler. La lunga via deserta io temo. Anela ad ogni ombria mi fa sostare insaziata sete.
Indugiarono a udir la mia preghiera le pellegrine, e con un parco gesto mi ammiser nella loro esigua schiera.
Ond'io seguii le mie suore novelle, cercando in cielo con fervor ridesto il mio fior d'oro tra un fiorir di stelle.
SPIRAGLI
il convento
Accoccolato a' piè della collina s'assopiva sereno il buon convento: noi no, chè dentro il suo cuor sonnolento eravam come rondini a mattina.
Susurri e cinguettii l'ombra azzurrina degli alti muri confidava al vento quando, raccolto fra le palme il mento, obliavam la paziente trina.
E chi aguzzava sguardi e fantasia a spiar se giungesse il cavaliere rapitore per qualche incerta via.
Foggiava ognuna a sè la finzione più bella, e tutte con dita leggiere, tesseansi ori o fiori di corone.
il risveglio
Gli occhi tu apristi in una buia sera afferrata da un torbido sgomento, mentre il viale di tigli del convento piegava urlando sotto la bufera.
Quasi un'anima nuova, prigioniera in te, gemeva un fievole lamento, si lagnava d'un male ignoto e lento, e un gran pianto piangea la notte nera.
Su le bianche dormenti la fiammella vegliava, come un occhio appassionato sotto una fronte virilmente bella.
L'adolescente in quel fulgor s'affise marmorea, ostil. Poi, l'angelo svegliato raccolse l'ali e al sogno umano rise.
il mistero
Al suo convento la novella sposa tornata un'ora, fra le giovinette compagne d'ieri, garrula sedette, franca nel gesto e nel narrar scherzosa.
Ella pareva la corolla ch'osa sbocciar precoce e sola fra le vette dell'albero e turbar le timidette sorelle, chiuse in lor grazia ritrosa.
Sì che ognuna nel suo intimo cuore tremava, riguardandola, d'un senso vago di meraviglia e di timore.
E poi ch'ella partì, nel monastero s'effuse, tra l'usato aulir d'incenso, lo stupore confuso d'un mistero.
notturno
Ma tu non odi un timido picchiare, un ticchetto tenue a' tuoi vetri? Ascolta un poco: alcuno par che impetri, e fuori è buio, e le stelle son rare.
Tutte han varcato le rondini il mare, chè temon dell'inverno i giorni tetri. Questa, innanzi che il gel tutta l'impietri, cerca rifugio: essa non può emigrare.
Essa è ferita, e il sangue si raggruma goccia a goccia sul suo piccolo cuore, e il sangue è rosso fra la bruna piuma.
Socchiudi: fuori infuria la bufera, ma presso a te che morbido tepore... Ah! tu non apri, e la notte è sì nera...
il pianto
Il pianto è la benefica rugiada che nell'ombra ogni nuova anima irrora. Gioia amara di quella che s'accora viatrice solinga in buia strada.
Quando sul suo cammin non mai dirada la notte nè il timor, s'attarda un'ora la pellegrina e geme, e geme ancora fin che la sua più ardente stilla cada.
Raccoglie allor le sue forze smarrite e prosegue. Dal ciel pendono mute le stelle, come lacrime impietrite.
Sola prosegue, col suo cuore solo. Nè sa se le sue lacrime sperdute daranno un fior d'amore o un fior di duolo.
l'ombra
L'ombra furtiva, quasi in sè rattratta, che sta in agguato su la nostra porta, è pronta a ingigantir se resa accorta che il terror de' suoi biechi occhi ci abbatta.
Cupida allora dal suo covo scatta, assale, incalza, è pungolo ed è scorta, fin che in ignoti bui l'anima porta per fosche vie immemore, disfatta.
Paura del futuro, ombra che assalta colei ch'è sola, se acuì la vista per fissare una stella in ciel tropp'alta.
Ombra che il voi d'ogni baldanza arresta, l'ignorar chi sarà e pur se esista il fido cuor su cui poggiar la testa.
vigilia
Grava su te, o insonne cuore, l'arco pensoso di tua bianca ultima notte: corta vigilia che il mistero inghiotte giungendo, ora per ora, a estremo varco.
Tace ogni sogno e ascolta oppresso, carco d'un confuso timor, le ininterrotte voci dell'ombra, le parole rotte forse da un dubbio, l'ammonire parco.
Nessuna ti racqueta o t'assicura, anima sbigottita, cuore pieno d'ansia, che aspetti ad una soglia oscura.
Nessuna sa. Tu sola saprai tutto: se nèttare, se cenere, o veleno t'offra la vita in suo supremo frutto.
il silenzio
Ogni pensosa vergine si cinge del suo silenzio, come d'un velario, e d'ombre un ondeggiar tenue e vario con fantasia sottile vi dipinge.
O vi s'impietra, irrigidita sfinge in muto enigma. O al suo cuor solitario ne tesse inviolabile sudario, fra aròmati d'oblio ve lo costringe.
Grave è il sudario del silenzio, e il cuore che vi si avvolge desiosamente più non si desta da quel suo sopore.
Pur, se a scoprirlo, con ben caute dita, ella s'attenti, ancor vede il dormente gemere sangue dalla sua ferita.
sera di vento
Dolce salire nella chiara sera, sola col vento che m'abbraccia, folle più d'ogni amor, la strada erta del colle fra un presagio lontan di primavera.
Dolce, s'io pur di un'ironia leggiera mi punga, come chi desto da un molle sogno, se quasi già doler si volle, ride di sua stoltezza passeggiera.
O breve inganno, io ben di te mi spoglio. Fatta serena, del destino il gioco senza umiltà io seguo e senza orgoglio.
Ma mi figuro d'avanzar guardinga e curiosa, per gioir fra poco d'altra menzogna bella di lusinga.
un'amarezza
Quell'amarezza fu senza parola: ma l'assenzio ed il fiele ed il veleno, tutto ciò ch'è più amaro, dal mio seno saliva gorgogliando alla mia gola.
L'angoscia che nessun bene consola più non mi urgeva. Sol d'amaro pieno era il mio sangue, nè veniva meno in me quell'onda lenta eguale sola.
M'ammorbava il palato il suo sapore, n'esalava il disgusto la mia voce, come l'acredin d'un malvagio fiore.
Pure, un mio riso ritrovai ancora: quel riso d'un amaro tanto atroce che stride in bocca e l'anima divora.
la malinconia
Dentro le vene la malinconia s'insinua, ed è un morbo sonnolento cui giova non trovar medicamento, uno stupor di morbida follìa.
Il desiderio più tenace svia, smemora del più intenso sentimento, quasi vapori un greve incantamento d'oppio, in cui goda più chi più s'oblia.
Essa è come un giaciglio, ove un'inerte stanchezza ci abbandoni svigorite, con le treccie disciolte e a braccia aperte.
Ed ha il torpor d'alcune notti estive, in cui ci s'addormenta indolenzite dallo spasimo oscuro d'esser vive.
al sonno
Sonno soave, il tuo suggello nero sopra l'aride palpebre m'imprimi. Sosta a lungo su me, tu che sopprimi tedio di vita e male di pensiero.
Fasciami di torpor, se il tuo mistero non ha asprezza d'aneliti che limi, se i più dolenti s'inabissan primi nel nulla d'un morire passeggiero.
Non darmi sogni; lasciami in letargo giacer, con le tue dita sui miei cigli, sotto il tepor del tuo mantello largo.
Se puoi, le dita sui miei occhi tieni fin che il Signore mio giunga e bisbigli al mio orecchio: — È l'aurora. Alzati e vieni!
creta indocile
Mi foggiò la natura in una creta indocile, e la vita non mi vide materia inerte fra sue mani infide, del suo pollice al solco mansueta.
Perchè la vita sembra un fine esteta cui una strana fantasia sorride: ora l'opera plasma, liscia, incide; contr'essa or s'accanisce, ed or s'acqueta.
Buona sorte ha per sè chi, ammasso informe, a' suoi bizzarri spiriti s'adatta, sopporta oppresso ed obliato dorme.
Folle chi i nervi a più sentire affina, vigila, freme, ad ogni colpo scatta ed inerme a difendersi s'ostina.
IL SIGNORE
catene
Signore, tu venisti con catene pesanti, come un despota. Sapevi ch'io invocavo per me quelle sì grevi che lunga impronta il polso ne mantiene.
— Signore, — io allor ti dissi, — un qualche bene per questa dura servitù mi devi. E un riso schernitore tu ridevi, come chi vuol negar, ma si trattiene.
Già m'avvinceva e mi turbava l'ombra dinanzi a cui la fuga è salutare, tanto di dubbi e di viltà c'ingombra.
Ma io le spalle per fuggir non volsi, il despota affrontai, vidi cerchiare di sue catene i miei febbrili polsi.
il male
S'appiatta, a guisa d'aspide che dorme, dentro il più tortuoso penetrale del cuore, questo immedicabil male, lo soffoca talor, incubo enorme.
V'imprime gravi e oscure le sue orme, sigle roventi del dolor vitale, che il calmo orgoglio del voler non vale a cancellar con le sue fredde norme.
Se lo lambisce con insidiosa lingua, v'incita l'anelare muto che invan dissimulato arde e non posa.
Ma, se lo morde, il cuor ch'è solo grida ad invocar perdutamente aiuto, perchè il mal violento non lo uccida.
spirito ostile
Io vi parlai con l'orgogliosa asprezza che quasi svela una nemica fiera. Pur s'appagava un desiderio, ed era pur quello un lungo sogno di dolcezza.
L'ora più grave certo non s'apprezza; non s'annunzia quest'ora, passeggiera del bene, oppur del male messaggera; sorprende l'urto che non s'ode e spezza.
Nè mentiva il mio accento di disdegno. Spirito ostile, cruda ragione io in voi conobbi a qualche occulto segno.
L'anima si slanciò con ali pronte sospinta da sua mala illusione: ma urtò nel marmo d'una chiusa fronte.
ebrezza
Tenace cuor, le tue forze non dome, nè fatte già da assiduo impero ignave, in te risorgono, ribellate schiave, che alla tempesta scuotono le chiome.
Torbido mal t'opprime e t'arde, come suggel di passione troppo grave; ma l'ami; esso è quasi l'aspra chiave d'una tua ebrezza, cui non so dar nome:
Soffrir con gioia. Respirar la vita in sussulti d'angoscia. Lacerare senza pietà la propria ferita.
E più goder di questo estremo affanno: che le tue grida tanto ardenti e amare a chi ti strazia mai non giungeranno.
in cammino
Io seguo il mio cammin, cieca, a tentone, e so che molte e incerte son le mète. Nè, restio, la man voi mi porgete che mi guidi a trovar salvazione.
E m'è d'uopo, con vana finzione, ancor dissimular l'ansie segrete del mio fatale andare, e l'acre sete che la fredda ragion vostra m'impone.
Nè io men dolgo. Spirito diverso da quel che vi consiglia io non vi voglio: mi ammalia ciò ch'è in voi saggio e perverso.
Mi piace avervi a mio avversario forte, e per voi che sferzate aspro il mio orgoglio di passione impallidire a morte.
rammarico
Il rammarico oscuro che m'accascia, io lo ritorco contro me in pungenti sarcasmi, e sferzo di ragionamenti ironici la mia arida ambascia.
Ma un solco vivo ciascun scherno lascia dove i suoi colpi insiston violenti. Sen duol con malinconici lamenti quei che il duro voler urta e non sfascia.
Tristemente si duole: — A che sogghigni? Più tu ti senti miserabil cosa, più t'affanni a ostentar sdegni maligni.
Ecco: ora piangi, sfatta d'umiltà, or s'avvilisce l'anima orgogliosa ch'altro destar non seppe che pietà.
gioco di sguardi
Gioco di sguardi è cosa tanto vaga e al vostro vano ardir piacevol cosa. Ma questa inferma anima, se l'osa, vi si strugge in contesa e non s'appaga.
Simile io sono a chi cela una piaga ma l'accusa con fronte dolorosa, e trattiene coi denti senza posa il tremor che in sue vene si propaga.
Voi sembrate colui che si compiace spiando in volto ad un febbricitante i segni d'un sottil morbo vorace.
E gode a udir su quelle labbra amare, arse dallo stupore delirante, un solo nome, il suo nome tornare.
l'imagine
Come perisce preziosa istoria se fiamma assai sue miniate pagine, così s'offusca, spar la vostra imagine rôsa dal muto ardor della memoria.
D'altri ricordi la già vecchia scoria vi dirama un'inutile propagine, pure è impotente la più assorta indagine a trovarvi una vostra ombra illusoria.
Io v'ho smarrito per fervor soverchio di ritenervi. Il cuor vi sa; v'oblia la mente, chiusa in troppo breve cerchio.
Ond'io vi cerco e non vi vedo. Ascolto parlar di voi, di voi l'anima mia e più non trovo il dileguato volto.
anima errante
Se il mio signore segue la sua via con cuore assorto o con sereno volto, sol con sè solo crede andar, raccolto nel suo pensier, senz'altra compagnia.
Ed ei non vede alcuno che lo spia, passo passo, alla sua mèta rivolto, alcun che sta del suo cuore in ascolto e gli parla con tenera follia.
Ecco: al suo piede un'ombra or lunga or breve accanto o dietro o innanzi a lui cammina, nè mai la stanca quel suo andar sì lieve.
Essa è colei che troppo sola muore, è la notturna anima pellegrina che persegue il suo sogno ed il suo amore.
lamento vano
Piccolo cuore folle, a che ti lagni? Tu che sfidavi a prova la tortura più cruda, or soffri di poc'ansia oscura, lasci che vano affanno ti guadagni.
Il male che ti tien sotto grifagni artigli, come sua preda sicura, t'avvilisce così che la paura e il dubbio ormai ti son soli compagni.
Ora tu sai che non disseta il duolo, sai che a quetare il tuo lagno furtivo ti basterebbe un piccol bene, un solo.
E piangi, curvo su la tua ferita, e invano tenti saziar nel vivo suo sangue la tua sete aspra di vita.
un desiderio
Piangere piano piano, con la faccia contro la vostra spalla io vorrei bene, come una bimba che più non sostiene il segreto che l'arde e che l'agghiaccia,
ma restare così finch'io mi taccia nella vaga atonìa d'un sonno lene, finchè il maligno incanto che mi tiene si smaghi e in me non ne rimanga traccia.
Il cuore io sentirei farmisi immoto, vanire leggermente entro il mio seno e lasciar dove pesa un nero vuoto.
Dolce allor mi sarebbe d'improvviso ritrovar il mio spirito sereno, rialzarmi e fuggir, squillando un riso.
una preghiera
La pietà del silenzio io solo imploro, freddo spirto, da voi, cui fu gradita vista l'aprirsi della mia ferita, cui piacque un dolorar senza ristoro.
Certo il riso sottil, ch'io non ignoro, a un prudente tacer me pure incita; ma è l'aspra gioia di mia chiusa vita spargerne al vento l'unico tesoro.
Morbosa voluttà in cui s'umilia ogni baldanza, in cui oggi più duole la pena già sopita alla vigilia.
Ben io vorrei, ma il desiderio è folle, esacerbar di mie vane parole tanto come chi amò, chi amar non volle.
la mèta fallace
Chiusa è la casa dov'io giungo alfine, spossata dall'asprezza ardua dell'erta. Ai cardini s'abbrancano le spine, la casa è chiusa e la soglia è deserta.
Par ch'essa punga d'un suo muto e fine sdegno chi sta fra timida ed incerta, col petto ansante e con le ciglia chine, e che del folle suo inganno l'avverta.
Che val sostare? Anima mia, che vale piangere con la bocca sul gradino dove si posa il piede di chi sale?
Che val chiamar chi è sordo o non ascolta? A ritroso facciam ora il cammino... Non tremare così, anima stolta.
PROFILI
le oscure
Negli angoli discreti degli altari scorron corone fra le dita snelle figure curve come vecchierelle, cui lumeggian di scorcio i lampadari.
Tutte han gli stessi movimenti rari, gli stessi volti scarni di zitelle. Si salutan con occhi di sorelle, cercando un riso in fondo ai cuori amari.
Sembran celare con gelosa cura il male di sentire a ogni ora farsi più vuoti i polsi e l'anima più oscura.
E ciascuna furtiva si dilegua, senza rumore, quasi per sottrarsi a un dileggio sottil che la persegua.
mater inviolata
Come avvisaron suora Benedetta che la sua dolce alunna era partita, senza un addio a chi nella sfiorita ombra, materno cuor, l'ebbe diletta,
ella restò a fissar la finestretta graticolata e a torcer fra le dita il suo rosario, un poco impallidita, quasi in un cerchio di stupor costretta.
L'oratorio era vuoto. Fuori un volo di rondini saliva ed ella rise un riso bianco come il suo soggolo.
— La mia bambina volò via stamani, sapete? — rise fievole, e s'assise: — Ora l'aspetto, tornerà domani.
l'amico
Per noi l'amico sconosciuto vive una sua vita tenue e profonda, quando un bianco stupore ancor ci inonda ma già al volo addestrammo ali furtive.
A noi con le sue risa suggestive, lo trasse il sogno quasi a fior di un'onda, come il cigno traeva ad Elsa bionda Lohengrin lungo le fiorite rive.
Cavalier di leggenda, o eroe antico, mistico sposo, ignoto fidanzato, l'ombra di un'ombra è solo il dolce amico.
Ma è tal che sdegna un meno puro altare, tal che la carne già desta al peccato vede, effimero amore, dileguare.
Suora Rosaria
Suora Rosaria, bionda in velo nero, mai sazî sguardi rivolgeva al monte de' Capuccini e la sua liscia fronte s'adombrava di un trepido pensiero.
Le palpebre chiudeva, in atto austero, quasi ardesse al suo pallido orizzonte un sogno troppo dolce, e troppo pronte pupille ne accogliessero il mistero.
E ancora sollevando al chiostro pio in vetta al monte le sue ciglia chiare, ella chiedeva la sua pace a Dio.
Ma udiva dello stesso suo dolore pianger, là in alto, a' piedi d'un altare, chiuso nel saio, il suo perduto amore.
la sfinge
Il pensier più sagace invano indaga la purezza di tua fronte scultoria, turbato dalla bocca derisoria, dagli occhi bui di maliarda maga.
Pur, questa tua seduzione vaga di bell'enigma che ti rechi a gloria, copre sol una oscurità illusoria d'anima ambigua ch'ombra fredda allaga.
L'intima vanità mente a te stessa: tu presumi l'assenza del pensiero profondità di un'anima complessa.
E mentre un occhio osservator ti scruta tu, certa di celar qualche mistero, t'atteggi a sfinge impenetrata e muta.
virgo fragilis
Un languor di stanchezza io riconosco nel volger delle tue pupille schive. Fragil tu sei com'edera di bosco che solo a un tronco avviticchiata vive.
Come l'acqua tu sei, che in ogni chiosco verde si lagna e geme in fratte e in rive, finchè tremando, giù pel greto fosco, sposi al fiume le sue acque giulive.
Si porgono le tue docili mani, sè stesse offrendo a una catena grave con fervor d'umiltà nei gesti piani.
L'anima tua in fondo a' tuoi sfuggenti occhi, saprà sorridere soave sol quando per amare s'annienti.
tediata
Tu t'abbandoni, o pallida indolente, nella ricca mollezza de' cuscini, e in sonnolenta voluttà reclini le ciglia gravi tediosamente,
quasi un'ebrezza tenue la tua mente oziosa per strane ombre trascini, o velino i tuoi verdi occhi felini soporiferi aromi d'oriente.
O sei come una bella agile tigre, che s'allunghi a giacer sotto una palma, con sue movenze regalmente pigre.
Ma non t'insidia il serpe tentatore, e tu per scuoter la tua uggiosa calma ti lasceresti pur suggere il cuore.
frutti maturi
Venne al frutteto l'anima superba cui non pur anche amore avea sorriso: l'ombre assorte tacean, le fronde, l'erba quasi in un orto muto dell'Eliso.
Come colei che un suo mistero serba ella era grave. E col suo sguardo fiso, fosco d'un velo di tristezza acerba contrastava il languor molle del viso.
Poi ch'estate era al sommo, tra le foglie porgea ogni frutto la sua gota rosa alla man che carezza e che raccoglie.
Ma il più perfetto, a un tenue tremore del ramo, cadde a' piè della Pensosa: ella sentì cadere anche il suo cuore.
sposa bianca
Nessuno mai passò ne' tuoi capelli fluenti la carezza di sue dita, nè reclinò la tua faccia smarrita a chiuder con le labbra gli occhi belli.
Ma invano amor t'ordì vaghi tranelli; la virtù del godere ha in te esaurita mestizia assidua. Brama non t'irrita di spezzarne gl'immobili suggelli.
Desiderio di gioia non t'assale. Tu custodisci un'unica dolcezza sì intensa, che a pensarla ti fa male.
È la tua fedeltà silenziosa rampogna a chi t'offese. A te è l'ebrezza, la gioia nuziale, o bianca Sposa!
vendicatrice
Tu che inasprisci di superbi scherni e strazî di freddezze noncuranti l'uomo già altero, che t'umilia avanti il duol dei giorni alle sue ansie eterni,
tu che il suo lungo desiderio alterni fra viltà disperate e stolti pianti, non sai che lacci hai con un gesto infranti, qual vendetta tu compia non discerni.
Costui che fra le tue sottili dita fatte artigli tu stringi, e soffre, e duolsi, schiavo d'amor che il tuo negar più incita,
ingiustamente espìa, con una pena cruda, il gioir di chi fragili polsi, per suo trastullo perfido, incatena.
le deluse
Io vidi queste tendere le braccia in vana attesa d'anime deluse, con ciglia di febbrili ombre soffuse, con labbra accese nell'esangue faccia.
Con quelle labbra su cui par si taccia il gemito scorato delle accuse, ma tremi la dolcezza che le schiuse, quasi fiori che nuovo alito allaccia.
Le vidi premer sopra il cuor conserte le dita e susurrargli: — O folle, taci! — con la voce che han l'anime deserte.
E reclinare la turbata fronte, come assetati ch'odono loquaci rider l'acque e non trovano la fonte.
la respinta
In te fu sospettata la nemica subdola, quella ch'arti e audacie aduna a irretir l'ingannevole fortuna d'amore, e nelle sue reti s'intrica.
Fosti respinta. Come una mendica che insista nel suo chiedere, importuna, fosti respinta. E tu ben taci: niuna parola esiste che il tuo male dica.
Non ti fu vista la tua morte in viso. Si rinchiuse il tuo cuor pieno di strida. Su se stesso piegò, come un ucciso.
Pur, s'addolcì benigna la ripulsa. Di pietà si velò la voce infida... Come ride la tua bocca convulsa!
serena