Le seduzioni - Le vergini folli
Part 3
La casa sa che tu verrai. Non ride non palpita e non trema essa. Mi pare di sentirtela ostile, aspra di sfide.
Non te che corri con le labbra amare di sete a ricercar le mie, furtivo ladro d'amore, ella sperò ospitare.
Troppo ella ha atteso, ritta sul suo clivo, il dolce sposo che, per chiara via giungendo, le annunciasse alto il suo arrivo
e sul suo cuore mi portasse via.
l'accoglienza
T'odia per questa la mia casa antica. Da te delusa sotto il vecchio tetto t'accoglierà con fronte di nemica.
Dirà: — Sviasti dal cammin più retto colei ch'io prediligo e mal risponde l'anima ingrata al mio vigile affetto!
Ridimi, o amor, le tue risa gioconde perch'io non oda il lagno dell'offesa garrir fra uno svettare ampio di fronde.
Vieni! Quel suo rimproverar mi pesa. Forse ormai vivo del mio stesso errore. Pure, io sento con lei che questa attesa
tradisce un suo e un mio gentile amore.
il saluto
Tu verrai una notte alta, di luna, e prima di varcar le mute soglie bacerai le mie dita ad una ad una.
Ti celerà la gran pianta che accoglie l'ombra sopra la porta e la rabesca con profili di rami erti e di foglie.
Nell'aria ondeggerà l'essenza fresca de' fieni e odoreranno le mie chiome di quell'acre profumo che t'adesca.
Tu giungerai a notte fatta, come un predatore bene esperto, ed io gemendo su la tua spalla il tuo nome
ti dirò forse: — Ed or ritorna. Addio!
BELLE ISTORIE
i romanzi
Pur t'insinui fra pagine di libri candide e nere, o riso di sirena subdolo, e come sottilmente vibri!
Romanzi letti con anima piena di febbre, a notte, mentre in ombre il lume ripeteva negli angoli ogni scena!
L'amata emersa dalle trine a spume e l'amante a' suoi piedi, ebbro di lei, si sprigionavan molli dal volume.
Illanguidiva i suoi grand'occhi rei smanïosa d'amar la Bovary, o con la barba a punta e con i bei
denti rideva fatuo Bel-Ami.
le favole
Ma non han sempre fascino perverso le belle istorie. Quante care favole ci empiron di prodigi l'universo!
Bimbi, ricordo, in giro a tonde tavole, sotto velate lampade e velate voci di dolci narratrici avole.
E la notte chinavansi le fate sul letto dei fratelli, e bei guerrieri baciavan le sorelle addormentate.
Poi, nella torre alta dei Desideri, come la moglie pia di Barba-blù, una fu chiusa, ed io l'udii pur ieri
gridare: — Anima mia, che vedi tu?
il poema
Più malïardo splende il bel poema dove lo squillo vario della rima come un riso febeo palpita e trema.
Ogni verso è uno stel che reca in cima la sua corolla, e a tre a tre le intesse, sì che l'un fiore l'altro non comprima.
Vi ride amor le sue vane promesse, o vi lamenta la mentita fede, o vi miete una sua sanguigna messe.
E un gel mi guizza dalla nuca al piede pur mentre il tuo torbido amor m'adesca, s'io leggo qual pagasti aspra mercede
pei baci del tuo Paolo, o Francesca.
VIBRAZIONI
un dubbio
Son io giovane ancora, anima mia? I miei capelli ancor mi son mantiglia densa le notti di malinconia?
Talor per questa strana meraviglia, notizia di me stessa a me domando con un solco di dubbio fra le ciglia.
O giovinezza, io ho già scordato quando venisti a maturare in frutto molle in fior d'infanzia dal profumo blando.
Tutta nuova da sue bianche corolle l'adolescente emerse allor, stupita. Or, con un riso leggermente folle,
riconta che anno fu, su le sue dita.
mattini
Pensa: — Fu l'anno in cui lasciai le monache del mio convento? O l'anno avanti, o appresso? Tu, april, vestivi le tue rosee tonache.
Insieme ci destammo in uno stesso mattino, tu con l'anima leggera, io col piccolo cuore così oppresso!
Tu inverno, io bimba ci cullò la sera. Io aprii le ciglia fatta giovinetta, tu apristi i cieli, fatto primavera.
Forse il succo di qualche vïoletta bistrò de' miei assorti occhi l'incavo... Ormai ero colei che sa ed aspetta
e a qualche avido sguardo sussultavo.
asprezze
Aspra son io come quel vento vivo di marzo, il quale par crudo di geli ma discioglie la neve su pel clivo.
Vento di marzo che agita gli steli pigri, scopre vïole in mezzo all'erba, scompiglia erranti nuvole pei cieli.
Asprigna io sono e rido un poco acerba. Mordere più che accarezzar mi piace ed apparir più che non sia superba.
Come il vento di marzo io non dò pace. Godo sferzare ogni anima sopita, e trarne l'ire a un impeto vivace
per sentirla vibrar fra le mie dita.
LE LETTERE
il giardino segreto
Carezze consumate nel pensiero, parole dette senza voce viva, intimità ravvolte di mistero!
Lettere, orto occulto che coltiva per sè ogni donna: frutti per la sete, fiori per la narice sensitiva.
E steli ch'ella sa intrecciare a rete ed erbe amare come le cicute ed ortiche che pungono segrete.
Per l'amore che in sè portano mute, per i sogni ch'è dolce in lor trasmettere, per le menzogne di cui son tessute,
un sottil sortilegio arma le lettere.
lettere intime
Giungono con un volto tormentato dalla fatica rude del vïaggio con segni, impronte, tracce in ogni lato.
Ma dalla busta immune esce il messaggio e colei che lo attende a sorso a sorso lo gusta, come un dolce beveraggio.
Qualche parola, a un tratto, il cuor le ha morso. — Ah! scherzi. — Fra le righe un riso fine guizza, quasi fra pause d'un discorso.
Balenan lampi nelle ciglia chine della lettrice, e quando un mal represso desìo irrompe in parole ebbre alla fine,
ella ne freme come d'un amplesso.
lettere rese
Anche talor si rendono i carteggi a chi li scrisse. Partono coperti di baci e tornan crudi di motteggi.
Sembran figliuoli prodighi, inesperti, che rifanno il cammin già un dì percorso ricchi d'oro e di gloria, oggi deserti.
Tornano a chi da sè li svelse. E a sorso a sorso, ancor l'amaro beveraggio s'assapora, con brividi pel dorso.
Si stupisce: — Ma è mio questo linguaggio? Non più nostre, non più, sembran le frasi di follia. Ora il cuor s'è fatto saggio,
forse, e l'amore è già lontano, quasi.
LA VITA
dimenticare
Dimenticare! Balsamo d'oblìo che reca il tempo nell'incavo vecchio della sua palma con un riso pio.
Il tempo è ammonitore. Anche un suo specchio porge a ogni donna e mormora un consiglio, mentr'ella vi si mira, entro il suo orecchio.
Questa si sbianca in viso come un giglio, quella sorride d'arido disdegno, un'altra china il suo volto vermiglio.
Dentro lo specchio io ho scoperto un segno piccolo, un solo, il primo, un'ombra ancora. Ma mi avvertiva il re del vecchio regno:
— La vita vuole il suo tributo. È l'ora.
il tributo
Vecchio, lo so. Ma è grave quel tributo. Son lievi i sogni e sono dolci i giochi d'amore, anche per chi spesso ha perduto.
La vita è grigia, e si consuma in pochi momenti attedïati dai doveri, fra i — no — imperïosi ed i — sì — fiochi.
Ma i sogni, i miei amici lusinghieri, la sillaba che nega aspra non sanno. — Sì — mi diran domani, come ieri.
E se talor mi traggono in inganno, l'un mi delude e l'altro mi consola, così che assai fraternamente fanno
breve la via a quella che va sola.
i sogni
Dicono presso ad ogni fiamma fatua: — Che fuoco buono pe' tuoi freddi piedi! e: — Che cuor pel tuo cuore! — ad ogni statua.
Cullano le mie noie: — O cari tedi — cantilenano in coro, — o rari mali per cui nessuno troverà rimedi!
M'agitano sul capo un frullo d'ali e stupiscono: — Intendi? Chi è passato? Sarà morte con falce o amor con strali?
Ma la voce sul mio sonno agitato attenuano, bisbigliano un saluto, zittiscono, e ciascun mi posa a lato
e dorme fra le mie chiome sperduto.
il domani
Allora io sento l'ombra del domani ferma, in attesa, a canto al mio guanciale, col bene e il male chiusi entro le mani.
Terrà nascosto la sinistra il male? E la destra terrà nascosto il bene? Quale a me vorrà mai porgere, quale?
Ma per incerte strade il sonno viene a sussurrarmi: — Dormi, non pensare! — e a porre il dito sui miei occhi, lene.
Dormi. Il domani ha forse l'ore amare strette nel pugno. Non pensare, è meglio. Scorda l'ombra che è là muta a spiare
per balzar su te, pronta, al tuo risveglio.
il desiderio
Pur taciturno è il desiderio. Saggio sembra, ma in fondo alle pupille cova la vïolenza del suo cuor selvaggio.
L'amore è sorda lotta, è dura prova per chi assai l'ama, e a molti impeti sciocchi avventa chi ben cerca e male trova.
Questo imparò colei che smarrì gli occhi dietro i suoi sogni e ride ora, ma batte le ciglia perchè il pianto non trabocchi.
Poichè, se alcun le sue treccie ha disfatte, od impresse d'un morso la sua gola, o lasciò le sue labbra più scarlatte,
ella è pur sempre quella che va sola.
SONETTI
ROSSO E NERO
NO
Sillaba sola che vibrando scocchi come freccia dall'arco dell'orgoglio, teso a colpir colui che impone: — Voglio! se il desiderio in ira gli trabocchi.
Sfida ed arma sì accesa dentro gli occhi di lampi di rivolta e di cordoglio, da ricondur, di tracotanza spoglio, l'uomo a implorare, curvo in sui ginocchi.
Superbia pura della carne impura, potenza della debolezza, grido ch'è di vittoria e sembra di paura!
Grido che il cuor segreto in sè smentì, timido lamentando: — O amore infido, era più dolce sospirarti: — Sì.
SE VOI MORISTE
Se voi moriste, io non verrei con mani colme di freschi fiori a dirvi addio, chè, per voi vivo, nel giardino mio troppi già io ne colsi e troppo vani.
Io guardinga verrei, forse, il domani, con dentro gli occhi un cupo folgorio, a indagar come quel sonno d'oblio il vostro altero volto trasumani.
M'indugerei, assorta in atto, china sopra il corpo raccolto nel sudario, sul pallor della faccia resupina.
E m'attrarrebbe ancor, quanto la magica luce de' vostri sguardi d'avversario, quella inconscia di sè maschera tragica.
CRUDELTÀ
Tutte le donne che attrarrà la fresca tua bocca, come un saporoso frutto, lamenteranno il lor bene distrutto dalla dolcezza folle che le adesca.
Tu sai foggiar del tuo bel riso un'esca abile a trascinar fra inganno e lutto qualche cuor che arderà, brucerà tutto prima che il tuo a intepidir rïesca.
Maestro in crudeltà, fanciullo bello, sei pure, così dolce nella sfida, così fiero di colpi nel duello.
Lusinghevole in trar fra le tue spire quella che voglia piangere ma rida, per trastullarti con il suo soffrire.
LA PAROLA
Tu m'osservi: — È sì dolce quando tace la tua bocca, se ride così arguta. Ma perchè quando parla si trasmuta ed è più amara quanto più loquace?
Sol fatta di silenzio è la mia pace, vigila il cuore se la bocca è muta. Se parla, in suono, in voce, va sperduta quell'intima armonia che in me ti piace.
La parola è un potere vïolento che mi strappa una parte di me stessa e la disperde, come piuma al vento.
Io vorrei, pur con bocca taciturna, veder l'anima mia in te riflessa, sentirmi chiusa in te come in un'urna.
IL DESTINO
La donna, con il volto fra le mani, nell'ombra di sua gran chioma raccolto, pensa: — Avrò ancora il mio nome e il mio volto fra un anno, oppur fra dieci anni, o domani?
Darò la carne quasi fatta a brani a un figlio ancor nel suo mister sepolto, o isterilita, l'offrirò allo stolto desìo, all'arsura de' piaceri insani?
Fragile donna, ella non sa, non vuole, non dispera: l'ignoto è un grande peso sul suo piccolo cuor che non si duole.
È il suo destino orribilmente bello, sempre a un filo esilissimo sospeso: a un filo tenue come un suo capello.
UN RITORNO
I.
Simili a sonaglietti aspri, dal vento scossi, o da mani assai lievi di gnomi, trillano i grilli, immersi negli aromi del prato, il loro ridere d'argento.
A me che torno, trangugiando un lento veleno: amaro di disdegni indomi, dicon saluti e mi rivolgon nomi teneri, con il lor piccolo accento.
— Folle sorella, ben ritorni a noi, ma quello che cercasti fra la gente, per terra e per mare, lo trovasti poi?
Io non posso rispondere, o non so; mi butterei fra i timi acri e le mente per soffocarvi un disperato: — No!
II.
Rispondere non so, tanto son stanca, ma vorrei dire: — Andar, restar, che vale? Seco ha ognuno il suo bene ed il suo male, lo scorta il bene e il male gli si abbranca.
Meglio forse sostar, chè più s'affranca dal duol chi sogna in una pace eguale, di chi poc'ombra con molt'armi assale e più la insegue quanto più gli manca.
Ma ai notturni cantori poco assai giovano insegnamenti di parole, già qualcuno stupì: — Che pensi mai?
Taccio e m'appar fra l'ombra alta lassù la buona casa, che con me si duole: — Da tanto aspetto. Non tornavi più!
III.
Da tanto aspetto! E dimmi ora: — Dov'eri? In abbandono la tua vecchia casa contava i giorni, da gran buio invasa, e sempre l'oggi somigliava all'ieri.
V'eran nei nidi rondinotti neri, e già volaron via per la cimasa, la messe ne' tuoi campi già fu rasa e il lor frutto già dettero i poderi.
Solo la vigna ancor non si spogliò, molti grappoli dolci essa matura per la sete che ancora ti restò.
E anch'io rimango, fra i tuoi pini, qui, a consolar la tua anima oscura per la gioia che ancora ti sfuggì.
IV.
Ed io mi seggo sopra i suoi gradini, come raccolta presso i piè di un'ava. Narro sommessa: — Ieri io trascinava il mio mal per insoliti cammini,
a piedi nudi, sotto i più turchini cieli, su sabbia calda come lava, rendendo quasi l'anima mia cava per accogliervi i suoni più divini.
Cantava il mar con lunghe voci a me su l'onda rotta in pallide corone che va e che viene e non si sa il perchè.
Più spesso m'esortava aspro: — A che mai tu scruti la mia immane passïone e quella breve del tuo cuor non sai?
V.
E all'orizzonte s'indugiavan vele quasi sospese fra due cieli chiari, quasi sommerse fra due calmi mari, tese, come all'amore anime anele.
Le feriva un ardor quasi crudele di sole basso, un saettar di rari dardi diritti d'un fulgor di fari spruzzava d'oro le lor bianche tele.
Poi le colmava l'ombra di non so che molli fiori, e mentre una spariva, scorgevasi ancor l'altra or sì, or no.
Pareva ognuna un'anima che va, dopo un amor che la rïarse viva, a smarrirsi in sua fredda libertà.
ABBANDONI
UN INGANNO
Poi ch'io concessi un'ora alle tue braccia l'illusïone di serrarmi intera, non gioirne. Dell'ora menzognera il molle riso dal ricordo scaccia.
Io non vidi il pallor della tua faccia. Un altro volto dentro gli occhi m'era, diceva un'altra voce la preghiera lunga in cui par che l'anima si sfaccia.
Non eri tu, ma un altro era. Il lontano. Io sentii nella tua bocca i suoi baci, le sue carezze sotto la tua mano.
E soffersi fremendo un muto affanno, ma tu, fiso nei miei occhi mendaci, gioisti senza sospettar l'inganno.
UNA DEDIZIONE
Cómpiasi dunque ciò ch'è ne' tuoi voti. Io cedo, m'abbandono, m'annïento: tu, come impetüosa ala di vento, m'investi, mi travolgi, mi riscuoti.
Voglio che la vertigine mi ruoti a torno a torno con fulgor di cento faci e la voluttà folle un momento m'arda, mi strugga sui suoi roghi ignoti.
Più non m'apparterrò. Sarò la cosa chiusa nel pugno del dominatore, pel bene ch'egli spera e il mal ch'egli osa.
Ma, calmata l'angoscia dei desii torbidi, tu, se non vuoi farmi orrore, fuggi, e il tuo volto ed il tuo nome io oblii.
È TARDI
È tardi ormai. In troppo lunga attesa mi sono esausta. Imagini mendaci a forza e in solitudine m'han presa, hanno imposto al mio cuore avido: — Taci!
S'avvinghiarono a me quando protesa chiedevo amor con muti occhi voraci, sognando di morir senza difesa sotto furie implacabili di baci.
È tardi. Torna vana ogni follìa per chi tutte le finse, a farsi lievi i giorni della sua malinconia.
T'accendesti di larve. Or più non ardi, Desiderio. Al buon fonte più non bevi. Ti sazïasti di menzogne. È tardi.
SOLILOQUÎ
VAGABONDAGGI
Vagar pel mondo, sole, ove ci spinga il capriccio del giorno o del momento, talor cagiona qualche smarrimento ma l'inquieta fantasìa lusinga,
benchè curiosità spii la raminga e la tedi con suo sciocco comento, benchè, se un volto osservi ella fra cento, tosto una brama questo esprima o finga.
Donna che un po' di gioia si procaccia peregrinando sola, per la gente da bene corre di venture a caccia.
Qualche stolto che preda si presume viene a tiro. Ma passa ella e non sente, non vede. Guarda d'una stella il lume.
L'ALTRO VOLTO
Oltre lo schermo d'una lastra tersa m'interroga, mi scruta l'altro volto, e muta io indago lo stupor raccolto ch'esso dagli occhi troppo grandi versa.
Da tempo, sempre egual, sempre diversa, o taciturna, io ti conosco, io ascolto il tuo pensiero vigile, da molto tempo il mio sguardo con il tuo conversa.
Tu, chiusa nello specchio, mi somigli, sei forse un'altra me, ma sempre come una straniera, tu mi meravigli.
Nuova mi resti e spesso tu, con tale pallor mi fissi in densa ombra di chiome, ch'io ti chiedo: — Chi sei? Qual'è il tuo male?
LA CURIOSITÀ
S'ama talor per folle passïone, più spesso per curiosità d'amore, per guardar da vicino il tentatore riso sottil della seduzïone.
Il desiderio instabile ora impone impeto cieco, or languido torpore. Ma la curiosità viva è migliore incitatrice: essa ha più certo sprone.
Punge, e colei che a qualche amore stolto di sè darebbe, per prudenza, un poco, curiosità sospinge a ceder molto.
Cede vigile prima e cauta dona la curïosa, e poi ch'è nuovo il gioco e dolce l'imparar, vi s'abbandona.
COMMIATO
LA MIA VOCE
La mia voce non ha rombo di mare o d'echi alti tra fughe di colonne: ma il susurro che par fruscìo di gonne con cui si narran feminili gare.
Io non volli cantar, volli parlare, e dir cose di me, di tante donne cui molti desideri urgon l'insonne cuore e lascian con labbra un poco amare.
E amara è pur la mia voce talvolta, quasi vi tremi un riso d'ironia, più pungente a chi parla che a chi ascolta.
Come quando a un'amica si confida qualche segreto di malinconia e si ha paura ch'ella ne sorrida.
LE VERGINI FOLLI
ANIME
sorelle...
Sorelle, io errava taciti sentieri, scuri or nell'ombra ed or chiari nel sole, quando fanciulle in bianche lunghe stole m'accostaron coi lor passi leggieri.
Chi avea negli occhi trepidi pensieri, chi labbra vaghe di leggiadre fole. A me ciascuna bisbigliò parole caute, svelando tenui misteri.
Pareva ognuna un fiore di giunchiglia, uno stel di ligustro o di giaggiolo, e s'atteggiaron tutte a meraviglia
poi ch'io: — Non so se buon destin vi manda — risposi. — A ognuna il suo segreto involo: ch'io ven sappia foggiar degna ghirlanda.
le più lodate
E le esaltai: — Lodate voi, Sorelle, dal puro giglio fra le pure mani, simili a incerti albori antelucani nell'ondeggiar delle figure snelle.
Lodate voi, dagli occhi di gazzelle dolci, che un raggio abbaglierà domani, attonite a un fiorir di cuori umani come di rose in primavere belle.
Ma più lodate voi, cui brilla al ciglio tremor di pianto, e voi che del più amaro sangue del cuor battezzerete il giglio.
Più lodata colei che avrà premuto nell'anima il singulto e il sogno caro sola, nell'ombra del suo duolo muto.
colei che tace
Allora io vidi alcuna alzare il dito al labbro ed implorar con occhi mesti. Onde: — Sorella, — io l'ammonii, — con questi miei detti io forse un duolo oscuro irrito.
Ma non ti turbi s'anche paia ardito il mio parlar. Ben più te ne dorresti s'io mascherassi sotto gaie vesti l'aspro mal ch'ogni gioia ci ha rapito.
La voce mia la persuase a un riso lievissimo d'assenso. La sua diaccia mano mi porse reclinando il viso.
— Sorella, — disse, — d'uopo è pur celarla questa ferita. È ben che occulta io giaccia: ma tu, per quel ch'io tacqui e piansi, parla.
colei che dispera
E parve un'altra uscir da un suo stupore di febbre, per pregar con voce spenta: — Anche per me tu parla. Ch'io risenta arder la voluttà del mio dolore,
ch'io ascolti, pel tuo labbro evocatore, tremar questo desìo che mi tormenta, pianger la passione che sgomenta mi trasse a invidiar chi amando muore.
— O disperata, a te sia pace. Oblia! — Io le invocai pietosamente. Ed ella: — Oblio cercando incontrerò Follia.
Io baciai le sue mani e la figura esile sparve, come fra le anella di un gorgo nero, in sua capigliatura.
il sereno canto
Ma bionde treccie fulsero nel sole in serpentini avvolgimenti d'oro. Tinnule voci squillarono in coro: — Qui regna giovinezza e chi si duole?
Sembravano fiorir da intatte aiuole queste, recando un candido tesoro nel cavo delle palme. I polsi loro venavan quasi tenere viole.
Fecer corona di lor rosee braccia e cantarono insieme: — Amare, amare! Parean volar del sogno in su la traccia.
Quand'una m'accennò ridendo: — Vieni! io negai, fisa al suo sguardo di mare. Non eran gli occhi miei tanto sereni.
ignare
Io mi ritrassi all'ombra d'un abete e al tronco scabro m'appoggiai, rivolta ad osservar quella leggiadra accolta aprir del cuor le dolci ali segrete.
Avean movenze sì agili e discrete ch'ogni grazia pareva in lor raccolta. E poi che venner gaie alla mia volta, le interrogai: — Perchè d'amar chiedete?
Sorriser tutte come a un sol richiamo, ed una disse: — Lieta cosa è amare, e se una gioia è amor, noi l'invochiamo.
Io insinuai: — Amore mente, affanna... Sciamaron via e risero le Ignare gridando: — Ah taci! È bello anche se inganna!
la rinunzia
Ma quelle che già dissero pensose alla Rinunzia: — Avvolgimi in tuo velo, — fiorian dall'ombre, come l'asfodelo dai laghi immoti che le sponde han rôse.
Fu forse il sogno a inanellarle spose? O l'errore, o il timore, o uno sfacelo d'illusioni, o un bacio aspro di gelo al — no — perenne il labbro lor compose?
Videro il mio pensier su la mia fronte esse, e mi cinser con un mormorare lene d'acqua che sgorghi dalla fonte.
— A che dischiudi suggellate porte? Ci è sì dolce in quest'ombra dileguare... Non è più vita e non è ancora morte.
la fedeltà
— La nostra è morte in vita, — allor sommesso gemette un lagno d'accorata voce. Con le mani sul sen foggiate a croce veniano altre, e con sì stanco incesso!
Venian quelle cui fu tutto promesso, cui tutto in fior mietè la falce atroce, bianche tra i veli, sotto il lor precoce lutto, spiando l'ombra d'un cipresso.
E le vergini vedove, le spose senza nozze, le sacre a una memoria d'amore, le fedeli dolorose
sfilarono, funerea teoria, in attitudin di pietà scultoria, goccia a goccia gustando l'agonia.
per amore
Tanto più gaudiose innanzi agli occhi, tristi tuttor, m'apparvero le Amate, in tal figura d'anime beate ch'io me n'estasiai, muta, a ginocchi.
— Questo fervor ch'è in noi sembra trabocchi, ne accenda, quasi lucciole d'estate. Più non risplendon torcie in sacre arcate che i nostri cuori da tal fiamma tocchi.
Ed erano i lor detti luminosi, e i sorrisi e le fronti e gli occhi loro sì, ch'io parlando il volto mi nascosi.
— Cantate tutti i canti verginali — dissi. — Già scende Amor con ali d'oro a celebrar con voi i suoi sponsali.
disdegno