Le novelle della guerra

Part 8

Chapter 83,845 wordsPublic domain

— _Avi ’a chioviri!_ — mormorò. — _Suli d’ottuviru nun fallisci!_

Poi brandì il fucile e su quello si curvò rimpicciolendo come se tutta la sua vita si trasfondesse nell’arme protesa. Gli occhi suoi corsero intorno rapidi, si aguzzarono contro l’impenetrabilità delle masse vegetali, scrutarono ogni ombra, ebbero scintillii e bagliori. Rannicchiato dietro un tronco di palma girò torno torno quasi carponi e la faccia sua era impassibile, senza pallore, ferma e dura come sbalzata nel basalto.

Ma appena s’era incurvo che intravvide una piccola vampata violastra e udì un colpo sordo. Un sibilo traversò l’aria.

Ninu Agghianu non rispose; il pericolo lo faceva tranquillo. L’ombra ch’era sempre più scura e lo stipite della palma lo protessero ed egli s’era acquattato sì basso, vicino alle legna, da confondersi con la massa amorfa.

Gli stava di fronte l’impenetrabile. Per quanto gli occhi suoi cercassero e si ficcassero per entro ogni ombra, nulla distinguevano: nè una forma, nè un moto, nè un segno infallibile. E non voleva sprecare il colpo. Un colpo sbagliato gli era più acre di una ferita.

Gli Agghianu avevano saputo sempre dove colpire con la certezza della morte. Le loro armi non parlavano a vuoto, non eran come la bocca della femmina e del meschino.

Attendeva, immobile come il tronco dietro il quale si riparava. Eran nate due stelle, le prime sopra l’ultimo gorgo solare. Un cane scivolò dietro il muro della casa più prossima, si fermò un istante a fiutar l’aria, fuggì arroncigliato. Si udì il suo mugolìo più lungi, poi un silenzio improvviso, grande e tragico come la faccia della notte.

Il soldato non si fece illudere dalla sosta: conosceva le insidie, sapeva che fosse attendere per ore, lentissimamente eterne, un passo umano, una voce, il cigolìo di un carro. Un altro colpo scoppiò più vicino, poi qualche rama si mosse. Non era nè il vento nè un volo che avesse prodotto quel moto.

Come un brivido era corso per gli alti rami di una gaggia, sul limite di un giardino, verso la Dara.

Il segno era preso; la mira, se non precisa, aveva il punto su cui fissarsi. Ora fra il rifugio di Ninu Agghianu e la gaggia del giardino calpesto correva un tratto di terreno non del tutto libero. A sinistra era una casa sventrata con intorno cumuli di rottami e grandi arche nuziali aperte e capovolte; poco più innanzi un sentiero, poi una trincea abbandonata e il folto.

Sul principio del folto, presso un muricciuolo coronato da fichi d’india, era la gaggia dietro la quale l’invisibile nemico si era rimosso.

Ninu Agghianu non fiatò; la preda sarebbe venuta di per sè stessa ad offrirsi.

Un altro colpo schiantò il silenzio crepuscolare. La palla mugolò a due palmi dal capo dell’uomo ricurvo. Poteva darsi che l’arabo lo avesse scorto anche nel suo covo? A chi mirava? Era forse per accertarsi che nessuno più poteva rispondere?

Ma a tal punto si udì un fruscio di rami smossi, e prima ancora che Ninu Agghianu avesse puntata l’arme, un uomo saltò giù dal muricciuolo e scomparve nella trincea. Perduto! L’ira gli contorse la faccia.

Fu per lanciarsi all’inseguimento e già si era levato dal covo quando udì cantare. Udì cantare una nenia dolce del paese suo: la leggenda di Santo Stanislao. Era Santu che ritornava da Tripoli. Il cuore gli dette un gran tremo. Che sarebbe accaduto ora? Si udiva la voce chiara come l’acqua lustrale e fresca di passione giovanile. Pareva cantasse le strade dei paesi in quel di Girgenti e i cammini dei pecorai e il tocco dei campani e le squille delle pievi fra campi e rovine verso i monti e le valli, dalle frescure alle solfatare d’inferno.

_Partiu lu Santu e a Tunisi arrivau_ _E di Gesù la tonica pigghiau...._

Sempre più si avvicinava. Al volger della viottola, nella radura, mancavan pochi passi forse. Apparso l’uomo e troncata una vita, era cosa di un baleno, per il nemico. Ma ciò non doveva essere. La faccia del giovine si era indurita nel segno di una volontà grande e tragica. Conveniva giuocare d’astuzia e di coraggio. Tutto per tutto, vita per vita!

Continuava la voce malinconica:

_E a Innaro malato si curcau_ _e a Fivraru all’autra vita passau,_ _E la littra a la matri arrivau,_ _Allura dissi: “Mi’ figghiu muriu!„_

Si udì lo scatto di un caricatore; l’arabo si apprestava all’opera. Allora Agghianu balzò dal suo rifugio, si gettò a terra supino, si levò per ripiombare al suolo come se la morte lo cogliesse balenando, ad intervalli fulminei. L’ombra di un capo bendato apparve oltre il riparo, scrutò, riscomparve. Tutto ciò avveniva in una angosciosa rapidità. I veli del crepuscolo s’eran fatti sì tenui, sotto l’impero notturno, che più non erano se non un soffio luminoso, confinato nei lontanissimi cieli. Rise vespero d’oro su l’invisibile deserto, dietro Sidi Mesri. Apparve un primo incerto pallore di stelle. E si udiva il mare, il gran respiro senza tregua, dietro i cacti e le palme e le rovine fumanti. Fu una sosta. Santu non cantava più. Si era taciuto di repente come se la morte l’avesse colto alla gola o egli stesso si fosse proteso in ascolto. I tre uomini stavano senza fiato, raccolti ciascuno nell’ombra sua. Poi Ninu Agghianu volse gli occhi e vide il compagno avanzare in silenzio; l’intravvide nel raro lucore come un moto appena percettibile, come una forma indefinita. Tacea nel suo ricordo forse, immemore, nell’intimo tepore di un sogno; inerme, per l’abbandono di tutta l’anima sua a una deriva nostalgica verso l’isola di oltremare.

Con l’urlo di Ninu Agghianu partì un colpo dalla trincea.

— _Scansati Santu!_

E Santu ristette stordito, senza comprendere da dove fosse giunto il colpo, nè la ragione del grido.

Se il figlio dei deserti avesse avuto buona mira, Santu era perduto. Allora fu che Ninu Agghianu si levò dalla terra rossigna, percorse correndo il tratto che lo separava dalla trincea e, giuntovi, balzò nell’angusta fossa.

Si trovarono di fronte, chiusi nell’ambito breve e sul loro spirito turbinava la morte.

L’arabo era gigantesco, nocchieruto, bestialmente torvo.

Di fronte a quella mole, Ninu Agghianu pareva un fanciullo. Come l’uno saltò nella fossa, l’altro non fuggì ma si rivolse.

Dieci passi li separavano, lo spazio di un balzo e il figlio della solfatara s’inarcò a piombare sul colosso ma questi spianò lentamente il fucile, mirò alla distanza minima, fece esplodere l’arme.

Ninu Agghianu traballò, un’onda di sangue gli coperse la faccia, lo accecò, ma l’anima sua era in quel punto più grande della morte. Nè l’orrendo ceffo ebbe tempo a riprender la mira, appena aveva levato l’arme che sul suo capo turbinò una clava manovrata a ruina e il colpo gli piombò fra capo e collo violentissimo. Fu stordito. Il fucile di Agghianu si schiantò ma l’arabo era caduto di fianco, appoggiato alla parete franosa della fossa. Il giovine vide il sopravvento. Gettò l’arme monca, afferrò il fucile del nemico e cominciò allora la lotta titanica a viso a viso, a fiato a fiato, fra la morte e la morte, orrendamente. Tutto ciò avveniva nel tempo del baleno. La lotta fu breve. La forza contrastava alla forza, l’ansito all’ansito. Ora l’uno or l’altro cedeva un passo, non più; si guatavano arrossati dal loro sangue, ambedue: ebbri e folli della stessa furia, ambedue. L’uno più non aveva l’elmetto, l’altro aveva perduto la _taghìa_ e la sudicia benda. Nè il gigante si attendeva dal piccolo nemico la prodigiosa forza che gli contrastava la vittoria e più s’incaniva nell’impeto quanto più misurava quell’esigua persona di adolescente. Quale Dio era nella notte dietro l’infedele?... Ogni grido era spento. Nè l’uno nè l’altro aveva voce, stavano entrambi su l’orlo della loro fossa.

E anche l’arme del nero si stroncò: cricchiò, si contorse nella morsa umana. Furono di fronte per l’ultimo brivido: muti e spaventosi.

Le destre mani si riarmarono delle lame ancipiti, poi si curvaron d’istinto per colpire e non esser tocchi.

Due volte tentaron l’assalto estremo, poi Ninu Agghianu si sentì urtato sotto la spalla. Un furioso dolore lo tolse di senno. Traballò e il gigante gli era sopra, lo premeva ansimando, mugghiando.

Vide la sua fine: chiuse gli occhi, cedette a grado a grado, ma d’un subito l’anima sua si riaccese. Nel momento supremo quando già si sentiva finire, la faccia contro la tenebra e la volontà e la forza nemica sopra di lui come un peso intollerabile, quando si credeva dannato contro la rossa terra, sopraffatto come l’agnella dal lupo, nel momento supremo s’addiede che le sue carni e l’ossa sua trattenevano nella ferita la lama del colosso e questi arrancava a strapparla dalla stretta orribile, inutilmente. Intuì allora ciò che poteva tuttavia e si affloscì, scivolò come se la morte l’avesse dispento, piombò disteso sul fondo. L’arabo gli si chinò sopra, lo tentò col piede, premette. Ninu Agghianu ebbe la forza di resistere. In quel punto si udì la voce di Santu e un’altra voce più lontana. Fu un guizzo per la tenebra. Interveniva un fato diverso. L’arabo balzò innanzi, si rivolse, si acquattò nella trincea, ascoltando. Si udì l’urlo angosciato:

— Ninu Agghianu?... _Cumpari_ Agghianu?

Ma ancor prima che alcuno sopravvenisse, ancor prima che la bestia nera si fosse levata a fuggire, il morituro si alzò prodigiosamente, raccolse l’estrema energia, fu sul nemico, lo cinse, lo strinse, l’avvinghiò, l’attorse, ed una e due e dieci volte con la furia e l’urlo roco di chi risorge, di chi sopraffà la morte nell’orrore della morte lo trafisse.

Il colosso ebbe un rantolo, stravolse gli occhi, si dibattè, strapiombò riverso.

E la chiamata ruppe ancora il silenzio della notte:

— Ninu Agghianu?... _Cumpari_ Agghianu?

Allora il giovine più non badò al suo dolor mortale e i sopraggiunti videro un capo sconvolto sorgere di repente dalla fossa arrossata ed udirono una voce cupa:

— _Ccà sugnu!... Cc’è cosa?_

Ma altro non videro e altro non udirono, chè il piccolo soldato grigio era ripiombato per sempre nella profonda trincea.

I superstiti.

“Ai martiri crocifissi e alla sconcia viltà dei gazzettieri d’oltr’Alpe e d’oltre mare.„

_V’è nell’oasi, oltre Suk-el-Gema, un pozzo: il pozzo della morte._

_Ifa el Targiani condusse la centuria dei prigionieri verso quel luogo, il giorno di Sciara-Sciat, ed empì dei loro corpi l’arca profonda. Erano bersaglieri. Colti asserragliati in una casa dell’oasi, furono chiusi in un cerchio umano e dovettero arrendersi. Attraversarono la strada di Tagiura, attraversarono l’ampio piazzale di Suk-el-Gema fra le case sventrate e la palazzina del Comando, volsero a destra per un sentiero angusto fra i muriccioli e i fichi d’India. Si arrestarono a una casa. Ivi era un pozzo e una spianata. Ifa el Targiani, la bestia, dette per primo il segno e la carneficina incominciò. Erano cento e cinque i nostri, e centocinque ne caddero fra il pozzo e la casa sinistra._

_Il condottiero, man mano che qualcuno moriva, tracciava su la terra, con una sua verghetta, una linea, ridendo del computo infame._

_E l’arca fu ben presto ricolma che l’olocausto non era compiuto. Allora si aperser le fosse, l’una vicino all’altra, nel campo contiguo, e come l’opera fu compiuta e ritornò il silenzio, solo rimase, su la terra rossa, il computo infame di Ifa el Targiani._

_Le linee si distendevano parallele per buon tratto; tante, quanti erano i sepolti. E così le trovammo il giorno di Tagiura._

_Poco prima di giungere al pozzo, vedemmo su l’uscio di una tana deserta, sei occhi umani._

_Tutti seppero allora, come io seppi, i tre abbacinati dall’orbite vuote e sanguinose; i tre corpi ignudi, lividi di battiture, ritti e brancicanti presso la tana acquattata fra l’urlìo degli irsuti sciacalli._

_Tutti seppero questo perchè non uno parlò. Poi fummo all’arca del pozzo e più lungi si udivano gli scoppi delle mine, il crepitar dei fucili._

_L’ora trascorse fra la muta pietà accigliata. Nè si udì una maledizione, nè una minaccia quando apparvero i dissepolti nell’orrendo sfacelo. I soldati che videro si rinsaldarono nel loro ardimento._

_Più tardi, un arabo fu sorpreso oltre le trincee di Henni. Era acquattato entro una cisterna e brandiva il fucile._

_Vistosi perduto si gettò innanzi a braccia levate. Chiese pietà. Ebbe salva la vita. Due soldati se lo posero in mezzo e si avviarono a condurlo al prossimo accampamento. Eran due giovani dell’Alpe di Luni, semplici, senza doppiezza. Supponevano la bontà frutto di ogni sole e dolce cortesia l’esser grati._

_E non usaron durezza. Si dissero: — È un uomo ed ha un cuore come noi!_

_Più tardi l’un d’essi era morto colpito alle spalle dall’arabo prigioniero e l’altro rantolava moribondo._

_E questa è l’anima della gente a cui la democrazia vorrebbe elargire una patria, un sentimento, una giustizia che non ha mai saputo e non sa. E questa è la nostra razza feroce, che gli ipocriti del mondo han voluto bestemmiare._

— Eccoli!... Eccoli!...

Il grido passò sommesso, di bocca in bocca, fra i superstiti schiacciati alla terra, nei loro ripari. Erano presso i loro morti, sublimemente impietriti nell’ordine della battaglia.

— Eccoli!... Eccoli!...

Sbucavano tutt’intorno, sorgevano balzando, guizzando, strisciando come se la terra li partorisse in un subito prodigio.

Alle spalle, ai fianchi, di fronte, da ogni siepe, da ogni viottola, da dietro le basse case, dalle norie con le loro braccia spettrali, dagli intrichi dei cacti e degli ulivi, dalle cavernose cisterne, ovunque fosse un riparo, in rivoli esigui o in fiotti improvvisi sopravvenivano tempestando.

Si chiudeva su gli sperduti un cerchio di urla e di fuoco.

Era un immenso rimuoversi di figure ammantate, una caotica miseria riversata a morte e a bottino, un muggire d’insaziata bramosia fanatizzante.

C’era, nell’aria accesa su quel coro formidabile, c’era nel sole africano l’immensa ombra di un Dio. L’eredità di Javet pesava su l’orda dei pastori del deserto. Innanzi alla loro fame e alla loro morte regnava tale volontà divina. Nè un cuore era diverso dall’altro sotto tale afflato possente, nè la vita dalla vita, nè il pensiero dal pensiero.

Essi vedevano i cieli: la loro barbarie ne era delirante, la loro asprezza rindurita. Ciascuno sapeva di superare un tetro destino, combattendo, e ciascuno urlava sopra possa come per farsi intendere dall’Invisibile che sovrastava.

Erano duemila e più, un’orda incomposta e irruenta. E i superstiti non vedevano facce umane, ma stravolti ceffi e occhi di belva. E attendevano. Poco più oltre un altro gruppo esiguo sparava tuttavia. Ancora bastavano i radi colpi degli sparsi eroi a tenere in rispetto l’ondeggiante massa. Ma l’epica lotta dei piccoli soldati grigi si accostava al suo termine. Troppo incalzava l’infuriare nemico. La voce della vittoria sconfinava balenando, sì che sempre aumentava la moltitudine orrenda.

S’era sperato invano in un possibile aiuto. Due staffette spedite al Comando non erano tornate. L’oasi era tutta un agguato. Morti i condottieri, l’uno dopo l’altro, senza indietreggiare, divinamente impassibili nel nome d’Italia, l’esiguo avanzo non si arrendeva tuttavia.

Proni nel campo del loro olocausto, non sentivano ormai se non l’orgoglio della loro razza che li faceva prodi, irraggiando il pallore delle giovani fronti.

Erano muti, contratti nello spasimo. Se la loro volontà avesse potuto armarsi di acciaio, non era turbine che l’avesse doma.

Si conoscevano per nome; si sapevano come l’acqua e la terra; s’eran conti: erano quindici. Ma Giacomo Banti, l’uomo dell’Alpe, già rantolava bocconi.

Frattanto i guidati dal Dio guerriero si stringevano sempre più da presso.

Venivan di Tagiura, di Tarhuna, di Gariana, erano i cacciatori di gazzelle, i cammellieri, i guidatori di carovane, gli scarni pastori delle steppe, tutto il popolo nomade cantato dai poeti d’Israele.

Una bieca massa guidata da una fede guerriera. Gli schiavi neri, i giganti del Sudan venivano innanzi come una muda di cani, accesi dal loro sguattìo, in una serra continua. Cadevano, si rinnovavano. Gittavan l’anima come la veste lacera raccolta su la loro magrezza. Si vedevano piombar di traverso, inarcarsi di un subito in un urlo atroce, le braccia arrancanti a vuoto, e morire.

Ma che era mai un negro cane? La masnada turchesca, al riparo, li sospingeva a staffile ed essi andavano ebeti di sgomento. Frotta su frotta, muda su muda, sguinzagliati, affamati, orrendi. Giungevano al punto colpito fra Sciara-Sciat e Sciara-Zauiet, fra il mare e una cubba. Facevano forza d’impeto incuneandosi ovunque, cadendo e risorgendo, duri nella cotenna come il cinghiale; senza dolore. Stipati, apparivano e scomparivano in un balenio continuo; si acquattavano come la iena, con occhi lustrenti; davano un balzo, ricomparivano. E più dietro era la fosca genia dei deserti: l’arabo bestia.

Per mille facce stravolte, strette nel fasciame delle luride bende, null’altro appariva se non il riverbero di mill’anime fosche come le coltella.

Qualcuno, per le sgangherate mascelle strideva; qualche altro, fra la moltitudine briaca, correva a furore deliberato a morire per la sfrenata sua libidine; altri s’incitava in Allah; altri spasimava di furia e d’ardore.

— “Combattete gli infedeli finchè non ne abbiate fatto carnaio....„

“Coloro che morranno per la fede non morranno....„

Essi non sapevano che la loro fame e tali parole, incruditi nell’obliqua barbarie, simili allo sciacallo irsuto, vili e tremendi.

Ma i pochi superstiti erano come l’ancudine che percossa e straziata e maledetta rimane salda e piana senza commovimento che appaia.

Altri tre erano caduti. Giacomo Banti rantolava in disparte nella sua smisurata sofferenza. Poi qualcuno, che aveva il color della morte si volse a mormorare:

— Non ho più cartucce!

Non gli risposero.

I colpi si facevano sempre più radi, mentre moltiplicava ovunque la furia degli assalti.

La rovina era prossima. Ciascuno la sentiva giganteggiare e guardava il compagno negli occhi comunicandogli il brivido disceso in lui come dal mondo del mistero. A volta a volta abbassavano il fucile. Soli Blesimme e Giannettasio sparavan tuttavia dal loro solco sanguigno.

Un velo tenue di fumo passava sui volti intenti. L’ora era prossima.

Di lontano giunse un urlo acutissimo; una voce tragica acclamò:

— Italia!... Italia!...

Si spense. Fu un baleno. Non si udì più nulla. Qualcuno era morto nel grido sublime, gittando l’anima eroica incontro al destino della Patria.

Non permase se non lo sguattìo dell’orda incomposta.

A un tratto Blesimme bestemmiò afferrando il fucile per la canna, e Giannettasio, cupo in volto, si rivolse a dire:

— _Mo’ ce semo!...._

Si strinsero più da presso, si guardarono in fondo alle pupille dilatate; cercaron, fra loro, quell’uno che avesse una volontà da imporre.

Giannettasio li raccolse intorno a sè. Erano dodici. Tutti risposero al cenno del più forte.

Ma il loro improvviso rimuoversi attirò una tempesta di colpi. Altri due giacquero bocconi, poi un altro. Non furon che nove. La ressa divenne furiosa; si chiuse su di loro come la morsa e la tomba.

Gli assalitori erano a dieci passi forse; erano a faccia a faccia. In quel punto Blesimme si scagliò contro la moltitudine obliqua; si aprì un varco, cadde, risorse, avanzò. La morte lo scansava. Nulla di vulnerabile era nella sua piccola persona salcigna.

Si vide l’arme sua turbinare per buon tratto finchè, angosciato da cento ferite, non schiantò in un urlo, rendendo l’anima purpurea.

Allora i morituri si levarono.

In quel ch’essi apparvero, schierati di fronte, l’orda sostò.

La fierezza degli inermi valse il prodigio. Stavano essi senza gesto, senza voce, senza un guizzo sul volto impietrito.

Ebbero, in quell’attimo, dal loro ceppo millenne la forza che attraversa i secoli. L’anima loro fermò i lupi, li tenne a dominio. Morire è, a volte, dominare. La rossa ferocia, sopraffacendo gli ultimi superstiti, segnava la sua schiavitù, non vinceva. La forza di tutta una stirpe fu nella faccia degli ultimi vivi e i bruti ne sentirono la divina grandezza.

*

Camminaron diritti. Giannettasio andava innanzi. Colpito non fiatò, urtato, calpestato, non emise un suono dalle labbra sigillate su la sua fierezza. Solo ad un punto, poichè un nero cialtrone gli si parò dinanzi e lo colpì sulle guance, si protese e gli sputò su la faccia.

Camminaron diritti, gli occhi fissi al loro cammino, ma non videro il paese che attraversarono. Tutto era estraneo intorno e ignoto, in un unico mistero: gli uomini, gli alberi le case, la morte! Tutto era fuso e confuso nell’ombra immensa che stava per inghiottirli. Si sentivano esuli dalla vita, distaccati da ogni cosa fittizia, prossimi all’eternità.

Erano ignudi, tutti ignudi, dalle spalle alle calcagna e lividi di battiture. Cento mani avide s’erano azzuffate a strappar loro di dosso le armi, i panni mentre eran tratti verso il folto dell’oasi.

Ora il sole volgeva al suo mancare. Incontrarono altri gruppi d’armati; e donne e fanciulle, ma non un volto pietoso. Una vecchia dalla voce stridente come l’arpione arrugginito, floscia ed orrenda, si trascinò innanzi a percuoterli di una sua mazza ferrata. I fanciulli gettaron loro sotto i piedi foglie spinose di fichidindia.

Giulio Volpi era fatto guercio, e per l’occhio abbacinato sanguinava; Vincenzo Asciani aveva trapassata una spalla da parte a parte; Lorenzo Ippoliti mostrava, dalle labbra socchiuse, i denti frantumati e le gengive rossigne. E non fiatavano. Ciascuno guatò il suo dolore con occhi fermi, con anima pura e tenace. Nè la folle paura potè sommuoverli. Fra la viltà della lurida accozzaglia mussulmana compirono così il duro transito.

Ed ecco che giunsero ad una casa presso una radura e a fianco della casa sorgeva un recinto. L’orda si soffermò sul luogo. Gli anziani si fecero innanzi e si raccolsero a disputare.

Il consiglio fu breve. Poi che la decisione fu presa, vennero sospinti ad uno ad uno in un andito e dall’andito in un cortile sul quale si aprivano tenebrose stanze.

Gli armati fecero ressa dietro loro e l’opera parve volgesse al suo fine, ma non finì, chè in quel ch’essi attendevano, legati e avvinti mani e piedi per solide ritorte, ecco che si udì un grand’urlo e un rintronar rapido di scoppi, e il rumor di una corsa anelante. Di repente il cortile si sgombrò e le vicinanze furon deserte.

Gli otto martiri erano soli.

Fatto che fu il silenzio, interrotto da un cupo rimbombo lontano, Giannettasio levò il capo che aveva tenuto inchino fino allora, e gli occhi suoi d’aquila guizzarono d’un bagliore selvaggio. Egli era stretto ad un palo, nel mezzo del “patio„, presso la bocca di una cisterna. Levò il capo e la faccia grifagna, angusta e forte, fra gli irsuti capelli e le mascelle quadrate e fra zigomo e zigomo. I denti suoi stridettero, un respiro grande gli sollevò il petto e le costole rade sotto la pelle livida. I compagni lo guardavano. Girò intorno la faccia, aggrottata, nella suprema angustia, come chi fiuta l’agguato, e gli occhi, di sotto l’osso frontale, incupiti d’ombra e di ardore e di fosca furia, frugarono ovunque. Non si udiva che il rombo della battaglia lontana.

Allora il corpo di lui si contrasse, si divincolò, si distese, si ripiegò scattando. Il giuoco dei muscoli tentò e ritentò invano le solide ritorte; nè gli strappi, nè le tensioni violente ottennero risultato. L’arabo cane aveva ben saputa l’arte dei nodi.

Più forzava e più si macerava le carni ignude; ma non era egli di natura sgomenta e la sua pervicacia si rinsaldava nella furia. Disperare è morire. Così come più si incanì dibattendosi, s’addiede ad un punto che il nodo che gli serrava le braccia, gli era salito su per il petto fin presso il collo. Allora di repente abbattè il capo su la corda, l’addentò, la forzò, la scrollò squassando, contratto nello spasimo sovrumano. Il collo s’inturgidì, la faccia s’invermigliò fino agli occhi, tutta di fiamma, di sangue e di furore, in un aspetto terribile, disumanata.