Part 7
— Che volete?
— Sta al timone tu, ch’io vado a preparar la cena.
— C’è Zuane al _focone_.
Il vecchio non rispose, guardava il cielo.
— Tienti alla stella rossa, là, sul levante e non sbandare!
Fortunato si levò presso il timone e rispose:
— Andate, babbo.
Il mare era come uno specchio di eternità ai piccoli occhi degli uomini.
Paròn Zorzi si avviò, la fronte levata alle stelle; poi come fu presso il boccaporto sostò un attimo e disparve.
Allora Gugùll, che s’era accosciato sulla prora fra i cordami, presso il ceppo dell’ancora, guizzò dal suo rifugio, presto e leggero, attraversò la coperta, fu a fianco di Fortunato.
Chiese:
— Che t’ha detto Paròn Zorzi?
— Niente! — rispose Fortunato.
— Ma dove andiamo?
— Alla malora!
Gugùll, il mozzo, finse di non aver inteso. Riprese:
— Staremo molti giorni in mare?
— Il tempo di farti rinsavire.
N’ebbe a giusta misura. Come s’addiede che Fortunato non avrebbe soddisfatto in alcun modo la curiosità che lo cuoceva si avviò lentamente presso la murata guardando qualche scialbo bagliore sul mare tranquillo. Ma come fu al boccaporto e stava per discendere sotto coperta, in quel che poneva il piede sul primo grado della ripida scaletta, gli apparve innanzi Toni, il _murrachin_. Era questi un fanciullo di dodici anni, un’aquiletta rapace, astuta e di tranquilla apparenza, che nascondeva, sotto il più chiaro volto di giovinezza, un’anima fierissima.
Poi che si scontrarono, Gugùll domandò:
— Dove vai?
Toni si strinse nelle spalle e non rispose.
— Non è pronta la cena?
Toni rispose con una smorfia ambigua.
— È giù Paròn Zorzi?
— Sì.
— Parlano?
— Sì.
— Che dicono?
— Va a sentire.
— Sai dove si vada?
— Mah!
— Tu non sai nulla? Non hai udito nulla?
Allora Toni sorrise e disse:
— Paròn Zorzi insegna che ciò che s’ode a bordo dev’essere per noi come un uccello che entra per una finestra ed esce per l’altra!
Gugùll ebbe un atto d’impazienza.
— Bè! E tu chiudi le finestre e dimmi quello che sai.
— Che può sapere un povero _murrachin_? Fra me e Pomi non c’è differenza! Solo Pomi può dormire più di me perchè è un cane!
Trascorse una pausa. Toni guardò giù per la scaletta, poi spense la voce e disse:
— Andiamo a prua?
— Andiamo!
Scalzi com’erano attraversarono la coperta in tutto silenzio. Fortunato non li guardò.
Come furono fra i cordami della prua Toni s’allungò e, puntati i cubiti sul bordo della nave, abbandonò la faccia fra le palme, fisso su l’infinita oscurità.
— Bè? — fece Gugùll.
Il vento forzava. Si udiva cantar l’acqua sotto la prora.
E Toni disse:
— Paròn Zorzi naviga a vendetta!
— Eh?...
— Ha detto a Titta-Nane: Figliuolo, questa volta non si ritorna se non col morto!
— Andiamo laggiù?
— Pare!
— E se ci prendono?
— Chi?
— I turchi!
— Senti. Paròn Zorzi ha saputo dal figlio suo che è a Taranto, ha saputo che c’è stata battaglia. I turchi le han prese.
— Da chi?
— Da noi.
— Bene!
— E ora Paròn Zorzi vuol fare il resto!
— E che può fare?
— Non so. Ha giurato di lasciarci l’anima o di portarsi via il suo morto!
— E gli altri?
— Chi?... I figliuoli?
— Hanno giurato con lui. Si erano chiusi sotto coperta. Io era nel _trenta_ e li ho uditi.
Ritornò il silenzio. Distesi l’un presso l’altro, il giovinetto e il fanciullo guardavano l’ombra.
Gugùll ascoltava il vento che vola o dorme nel cuore dei nicchi, e ne sentiva la carezza fra i capelli gremiti, tutti crespi e azzollati in una bella scompostezza. La sua faccia bruna era immobile come gli occhi suoi larghi sul vuoto e come l’anima sua.
— Di’, sai che cosa ha scritto Momi? — chiese Gugùll a un tratto.
— No, — rispose Toni.
— Non sai dove abbiamo combattuto?
— Verso l’Epiro.
Si vedevan le stelle tremare in vene di lucore come in un alternato giuoco di balzi, su l’onde.
— È giusto, — riprese Gugùll. — E bisognerebbe andare cento miglia dentro terra a punire quella razza cane.
— Anche mio padre è morto laggiù! — disse Toni.
— Tuo padre?
— La mamma mi ha dato questo.... guarda! Ed io ho fatto la croce sulla porta di casa, nel nome di Cristo!
Si udì lo schiocco di un coltello a serramanico.
— E che vuoi fare?
Toni alzò una spalla e ripose il coltello fra il petto e la maglia.
Poi strinse le mascelle e s’infoschì, tutto aggrottato nel suo corruccio.
Inclinata da banda, per l’impeto sempre più forte del vento, la tartana procedeva come una freccia al suo punto e la gran vela nera cricchiava fra l’albero e i cordami.
*
Andarono senza approdare, tenendosi al largo, dove il mare sconfina ogni intorno. E il vento non tramontò, anzi li sospinse, uguale e costante, alla costa remota dove l’un dei loro riposava da tempo nella sua veste di stamigna.
Paròn Zorzi e i suoi quattro figlioli guidarono la tartana a turno, ma più tenne il governo il vecchio, ch’era di tempra salda e sapeva il mare come la sua mano nocchieruta. Il tempo era in chiarore, sempre sereno fra i due vesperi.
Ora un giorno Paròn Zorzi stava appoggiato alla barra del timone, chiuso nella sua maglia, a capo scoperto, e suo figlio Dore gli giaceva ai piedi.
La nave filava piana fra le meduse lionate, galleggianti intorno. E Dore, ch’era il più giovane fra i quattro fratelli, appoggiato alla murata pareva dormicchiasse o sognasse co’ grand’occhi turchini, or socchiusi, ora aperti contro il cielo. Tacevano.
Il vecchio seguiva un suo tumulto interiore; il giovane, la eco di un’albata, a gioconda serenità, sotto una tacita casa, fra le stelle smorte.
Ora avvenne che le due anime si dipartissero da opposti pensieri per ricongiungersi, nel silenzio, ad un punto, e quando Paròn Zorzi parlò, Dore già lo ascoltava.
— Se il vento non falla, stanotte arriveremo, — disse il vecchio. — Tenetevi pronti.
Si appoggiò alla barra, rettificò la rotta.
— Scenderemo in un punto deserto della spiaggia, presso il paese. Gugùll e Toni rimarranno a guardia della tartana. Sono anime perdute, staranno all’erta. Noi andremo a prendere il nostro morto. È sepolto sotto un muro, a tre chilometri dalla spiaggia. Ti senti core di venir con noi?
Dore rispose:
— Sì, babbo!
— Bene. Ricorda che a scappare si volta le spalle, ma a ritornare si mostra la faccia. Hai la tua doppietta?
— Sì. È nel _trenta_, fra la legna.
— Bè, la prenderai. Non bisogna andar come agnelli. Una volta, quando i nostri nonni comandavano era un affare diverso, ora comandan loro e non vorrebbero vederci vivi. E noi si ritorna! Anche se tu ne ammazzi mille e duemila, i germani ripasseranno tutti gli anni, alla stessa stagione, per le stesse vie del cielo. È destino! Ci vorrebbero morti e incendiate le nostre tartane, ma hanno bisogno di noi e parlano la lingua nostra. Poi, mettili in una nave e andranno a picco. Chi governa? Chi sa le parole delle stelle e la via delle correnti? Noi abbiamo dietro noi l’angelo d’oro su la città grande, e nel cuor nostro il Signore e la nostra via l’abbiam battuta in centomila in tutti i tempi. Non navighi una lega che tu non passi sopra ai nostri morti che son nel fondo. E dove sono i tuoi morti è il tuo diritto! Se appicchi il fuoco a una vela ne voleranno mille sul mare; se affondi una tartana, ne vedrai navigare diecimila. L’angelo caduto risorgerà sulla sua cima in mezzo al cuore del mare. È destino. Dice: — Perchè ritorni se ti fan guerra?... — Perchè è sempre stato così e basta! Io ho lasciato laggiù il mio figlio grande, che era di quelli che comandano, un uomo che aveva dieci cuori per la sua sola vita; che, se lo guardavi, gli occhi ti si atterravano.... l’ho lasciato laggiù, e ritorno! Ebbene, ora se mi dicessero che sarà la volta mia e la tua e quella de’ tuoi fratelli, ritornerei ugualmente!
Parlava guardando innanzi a sè come a uno spirito invisibile, eretto e grande nella piana marina e il suo volto, ch’era di bronzo, corso da solchi profondi, fino agli occhi e alla fronte, fino alla bocca sottile, fino al collo ignudo, il suo volto era fermo sul tumulto interiore come una maschera impassibile scolpita a fierezza. Faccia glabra di navigatore, indurita in ogni più grande travaglio, coronata tuttavia dai capelli bianchi, intorno all’alta fronte. La vecchiaia l’aveva ornata come di un fregio di serenità. Più era bella quanto più appariva segnata dal tempo, chè nulla in lei si afflosciva e la querula miseria degli anni non iscalzava l’anima sua. Dore sentì il commovimento del vecchio e levò quei suoi grand’occhi di Iddio sereno e il volto tutto bello ed effuso di luce ad ascoltare. La parola era prossima, egli la sentiva salire dal silenzio come la bolla affiora l’acqua immobile e la stella il suo cielo.
— Vedi, — riprese Paròn Zorzi, — l’ultima volta avevam finito. Si ritornava senza guardar nè a destra nè a sinistra, diritti e soli per la nostra via.
“Ci gridavan vituperi dalle porte e dalle strade e noi zitti; ci minacciavan di morte, insultavan la nostra terra e la gente nostra e noi pazienti, senza ridere e senza parlare come chi s’è fatto tutto quanto di marmo.
“Eravamo soliti a ciò; era la buona accoglienza di quei cani. Ma quella volta si andò oltre la misura. Uno ce n’era, che l’anima sua sia dannata in eterno, un vigliacco rinnegato che aveva un nome dei nostri e parlava come noi. E per farsi bello e mostrare la devozione sua a coloro che lo soffrivano, ci seguiva da presso ghignando e bestemmiando. Ma si era detto e si era fermato il patto di non udire. Però quella volta fu troppo. Angelo veniva ultimo fra noi. Camminava guardando la terra. A un tratto, ecco che il rinnegato gli si accosta, e dietro a lui c’erano i compari. Gli si accosta e gli dà un urtone tale che Angelo ci piomba addosso, sotto la spinta. I compari ridevano a burla. Allora Angelo si volge, ed apre il suo coltello. Ê un momento. Guarda, s’inchina, piomba addosso al rinnegato e l’ammazza. Gli altri si sbandano urlando, ma ritornano duplicati. S’ode gridare: “Morte! Morte!...„ E ci si fan sopra armati d’ogni arme. Angelo li affronta da solo. Lo vedo menar giù colpi su colpi. Non si difende, tempesta. E non lo toccano. Hanno paura di lui. È un miracolo. Titta-Nanni mi grida: — _Vardè, pare, el leon de San Marco!_ — Alzo gli occhi. È là.... sul muro, sopra la sua testa. Mi pare sia la salvezza, ma in quel punto un turco gli si accosta di fianco e gli spara. Lo vedo levarsi con la faccia insanguinata e morire.„
Trascorse un silenzio d’angoscia in cui il respiro del vecchio si udì più forte.
— Da quell’ora — riprese — ho sempre qua dentro le parole del Signore: — Avanti che il gallo canti due volte, tu mi rinnegherai tre volte. — E lo rinnegammo tre volte, per salvarci. Iddio ci perdoni!
Detto questo, si rivolse con la faccia contro il mare, e si mise a piangere.
*
E la tartana dalla vela nera portò con sè il cuore di tutti i navigatori dell’estuario; il desiderio di un’antica razza tenace che venera la memoria della grandezza passata come una sacra sindone. Poichè non v’è uomo di mare, fra le foci del Po e le foci del Tagliamento, il quale non ricordi.
Come la terra fu in vista, Paròn Zorzi chiamò i figliuoli suoi sopra coperta e disse loro:
— Figliuoli, preparatevi; ora dobbiamo esser forti. E se dobbiamo morire moriremo, ma a bordo non si ritorna a mani vuote.
E la cosa piacque ai giovani adusti. Poi chiamò il mozzo e il _murrachin_ e disse loro:
— Voi starete a guardia della tartana fin che non torneremo.
Ora la terra si avvicinava sempre più, nera ed uniforme. Era la notte. Appena si intravvedevano i dorsi delle montagne altissime. Avevano doppiato Corfù, navigavano lungo l’aspra costa che si svolge tra Parga e Prevesa. Erano più presso a quest’ultima. E non appariva alcun lume nè dal mare nè dalla terra; solo, lontanissimamente, forse sul dorso di una montagna, un’esigua fiamma appariva e dispariva come se fosse in via verso i sentieri altissimi. Il mare era quieto. Dalla prossima città non giungeva nè luce nè suono. Gli uomini vegliavano protesi dai bordi sull’ombra. Il _murrachin_ s’era inerpicato fra le corde fino alla cima dell’albero maestro e di lassù scrutava lo spazio.
— _Che vidistu?_ — gli gridò Paròn Zorzi.
— Niente! — rispose il fanciullo.
S’udiva già il rompersi del mare alla spiaggia. E i quattro fratelli cercavano un bagliore per l’oscurità, perchè non era possibile che in tutta Prevesa non fosse una sola luce.
— _Ciò, i la ga spianada!... No ghe resta niente!_ — mormorò Titta-Nane.
Gli altri non fiatarono. Ora la tartana piegava obliquamente verso un punto della riva.
La notte era senza nubi, ma oscura; propizia a quel discendere furtivo. Paròn Zorzi non ebbe incertezze su la scelta dell’approdo; conosceva le coste dell’Epiro come le bocche del Lido. Le scolte furono sciolte, le vele si allentarono e l’àncora fu gettata. La tartana si arrestò ondulando. Allora gli uomini discesero sotto coperta, ne ritornarono armati e, ad uno ad uno, si calarono giù dal bordo, nel mare. Dovevano attraversare un breve tratto con l’acqua alla cintola. Tennero il fucile alto sul capo e procedettero finchè si persero nell’oscurità.
Quando furon dileguati Toni discese dall’albero della maestra. Gugùll era ritto sulla prora e non gli pose mente. Allora il fanciullo scivolò presso il bordo e scomparve a sua volta.
E i navigatori camminarono per le note vie e tutto era deserto. Mute le rare case, vuoti i sentieri impervi. La strada era lunga. Dovevano superare un colle, discendere dall’altra banda per evitare la città. Andarono l’un dietro l’altro, incurvi, con piedi d’ombra nella gran notte. I loro occhi si affissavano immobili a scrutar la tenebra.
A un tratto un cane uggiolò, abbaiò furiosamente dalla strada percorsa. Si fermarono perplessi, rivolgendosi. Udirono come se qualcuno si rimovesse dietro loro e già stavano per spianare i fucili quando tutto tacque. Solo si udì un bussa di piedi nudi sulla nuda terra, il ritmo di una corsa affannosa.
Titta-Nane si acquattò dietro un cespuglio e attese; ma anche quel suono dileguò e non si udì più nulla su la terra misteriosa.
Proseguirono. Paròn Zorzi volle esser primo. Gli fu obbedito. Andarono per l’aspro colle come salissero verso gli astri, nel profondo. E quando furono sulla cima, si fermarono. Sotto di loro era la città e il porto, ma ancora non videro un chiarore. Tutto era affondato nell’ombra più densa, sotto la faccia della notte. Che nascondeva mai quell’oscurità? L’agguato o la rovina? Poco importava. Essi dovevano giungere al luogo prefisso.
Paròn Zorzi fissò gli occhi all’alto e lesse fra le stelle l’ora della notte, poi si mise giù per sentieri dell’altra china. Due volte ancora si fermarono, chè parve loro di riudire il busso dei piedi nudi su la nuda terra; ma come stavano all’ascolto, ecco, tutto taceva. Avevan le vanghe ad armacollo e il capo scoperto e su le spalle il fucile. Il colle fu superato, si trovavan ora innanzi una lunga teoria di case, l’una presso l’altra, tutte uguali, mute ed oscure. Chi dormiva o moriva dietro le piccole porte, sotto le terrazze anguste? Sembravano una fila di pecore, ferme nel cuor della notte, spaurite.
Passaron oltre. Conveniva affrettarsi. Prima che fosse l’alba dovevan riprendere il largo, col loro carico. Videro un minareto lontano; incontrarono una torma di cani selvatici.
Procedevano affiancati, il fucile proteso, pronti ad ogni sorpresa: ma il sonno delle creature pareva uguale e profondo come la notte. Poi Zuane affrettò il passo e Paròn Zorzi lo superò.
Percorsero l’ultimo tratto correndo. Quando giunsero sotto un alto muro rossigno, diverso da ogni altra costruzione intorno perchè elevato dai nonni dei loro nonni in quel luogo, nel nome di Venezia, Paròn Zorzi si fermò e disse:
— È qui!
C’era una piccola croce segnata sul muro, sotto il leone di San Marco.
Paròn Zorzi prese la vanga e dette il primo colpo, gli altri lo seguirono. La terra si accumulava, era già un mucchio e il mucchio cresceva. Sotto la vanga non si udiva suono se non quello della terra secca. E non ebbero requie, senza più sostare, incanendosi tutti cinque all’opera furtiva finchè Paròn Zorzi sospirò forte e si levò sul torso. Avevan trovato. Da quel punto l’opera procedette più regolata. In breve la cassa fu libera dal terriccio e fu issata sull’orlo della fossa. Allora, senza prender riposo, Paròn Zorzi, Titta-Nane, Zuane, Fortunato la levaron pei quattro lati e se la posero sulle spalle. Dore andò innanzi. E il corteo taciturno riprese la via del ritorno. Andaron giganteschi nell’ombra e oscuri, come quattro eroi recanti il simulacro di un Dio contro il mistero.
Dore vegliava senza fiato, balzando innanzi di forza, ma gli altri procedevano a passo uguale, impassibili. Era discesa nell’anima loro la religiosità della morte, e ne ingigantivano. Nessuna cosa poteva essere più grande e nessuna più bella. Tutto il mondo e tutti gli uomini scomparivano agli occhi loro e il pericolo anche e la scimmiesca paura.
Era nel loro cuore la divina grandezza della morte e il senso dell’infinito. Potevan camminare fra le stelle, eterni, come era eterna l’ombra che li incupiva transumanandoli. Non disser parola; anche il loro respiro non si udì, come il passo su la terra. Si avviavano al cammino dell’eternità. E le vie furon deserte. Ripresero il sentiero del colle com’eran giunti, inosservati. E salirono alla cima e discesero per l’altra china. Già si annunziava l’alba, ma appena, per la prima stella.
Ora avevan di poco superata l’ultima casa quando udirono dietro di loro una voce, ma il loro cuore non ne tremò. Si udì anche un fracasso di rame stroncate e un urlo. Si fermarono. Dore ritornò sui suoi passi, avanzando col fucile spianato. Gli altri attesero senza sgravar le spalle dal loro peso, fermi ed impassibili. Fu un silenzio. Dore si fermò presso una macchia. Non si udiva più che il bombito del mare vicino e la tartana era là, su le acque. Ma in quella che Dore ritornava e stavan per riprender la via, si udì una voce fievole, come un grido d’angoscia straziante:
— _Zorzi?... Zorzi?_...
Allora il vecchio sbiancò; disse abbrividendo:
— _El murrachin!... Fioi, xe la so vose!_....
I figli non risposero, ma senza comando, per un solo pensiero, deposero il sacro fardello.
Titta-Nane si lanciò innanzi; lo seguirono tutti. E in una sosta riudirono la chiamata fievole:
_ — Zorzi?... Zorzi?_...
— _Dove ti se, Toni?_
— _So qua!... Veni che moro!_
Rifecero di corsa un tratto di via e quando furon sul luogo videro un uomo disteso di traverso sul sentiero e, presso a lui, Toni che rantolava.
_ — No ti geri in tartana?_
— _No.... Zorzi! Son vegnù anca mi! Volevo vendicar mio pare!..._
Non chiesero più. Ora capivan le rapide peste nella notte, dietro il loro cammino.
Il fanciullo li aveva salvati dall’agguato per compiere la sua vendetta. E andaron con due carichi alla loro tartana, e nessuno li vide e li fermò.
Ma quando furon tese le vele, quando l’alba che sbianca innamorando d’amore, dolce di tutta freschezza, fu su la soglia del levante; quando la scìa si riaprì sul mare illuminato, ecco che apparver le navi, le navi d’Italia, nell’alba!
Allora il cuore dei raminghi tremò. Un gran brivido li scosse, un gran singulto.
Ritti di un balzo su la prora, tutti cinque su l’alta prora, si protesero urlando, acclamando, folli di gioia e l’anima loro era di sole.
Ma ancora udirono una voce; ancora un’invocazione giunse loro nel supremo orgoglio che li ingrandiva:
_ — Feme veder.... compagni.... feme veder!..._
Era il morituro che implorava.
Discesero, lo tolser fra le braccia, lo levaron alto nella novella luce contro la superba visione e un guizzo illuminò quegli occhi di moribondo, un grido eruppe dal suo petto finchè il capo non si reclinò nella morte.
Trasvolavan sul mare le grandi navi d’Italia.
L’agguato.
“Al generale Izzèt Pascià guerriero di molte parole.„
_Isola fiera e bella fra le rupi e la montagna del fuoco; isola dalle cento fontane, dalle mille leggende, sacra ai titani, agli iddii, ai castelli di Saturno, agli armenti del sole, ai popoli favolosi; isola amata come s’ama l’amore negli occhi della giovinezza, chiara più che l’alba, che hai nel tuo favellare e nei canti primevi una bellezza austera; isola madre, per la leggenda che di te corre nel mondo, per il male che ti accascia e per il bene che hai dato e che dai nel fior delle tue genti, che tu sia benedetta!_
_Dolcezza d’Italia, come le tre Iddie tesserono di te una veste di fiori al padre Giove; e come nelle tue viscere giace avvinghiato e sussulta il mostruoso gigante, l’anima tua si assempra in ogni mito soave e in ogni orrore._
_Così l’amore ti inalbi, Sicilia, come il mio cuore ti canta per l’eroica anima tua._
Levata la scure con ambe le mani s’inarcò a colpire più forte, giù per il solco tracciato, lo stipite della palma. Ebbe un gemito e un soffio; il torso si irrigidì ne’ suoi muscoli guizzanti, le braccia si tesero, le salde mani strinsero il manico della scure ancipite e il colpo piombò ben assestato.
Volgeva la luce al suo finire. Nello spiazzo vuoto fra le case dirute e i giardini calpesti, Ninu Agghianu era solo. Si udivano da lungi le voci dei compagni alle trincee, e, a quando a quando, un colpo secco e un urlo e uno squillo di trombe.
In quel punto l’oasi era sinistramente cupa. La luce radente pareva chiudesse il varco ogni intorno con lo addensarsi delle ombre. I giardini più prossimi si fondevano in una muraglia di agguati, non appariva varco se non fra le braccia delle palme, fra i tronchi scapitozzati contro il cielo.
Tre case senza porta, con ampie brecce nei muri, mostravano i loro _patii_ deserti e nei _patii_ cumuli di rovine.
Un cane disperso ululò da un chiuso, remotamente e all’ululo del primo altri risposero di distanza in distanza: da tutte le orme della morte fra le palme e le norie.
Ninu Agghianu volse intorno la faccia aggrottata. Si udivano fruscii e squassi e colpi sordi all’intorno; si udiva come se qualcuno, andando, si intanasse e incespicasse incurvo fra le spine dei cacti e le radici degli ulivi. La faccia del nemico era oscura ed obliqua, dagli occhi incavernati sotto l’osso frontale.
Egli la vedeva come le altre volte, nel numero dei giorni suoi consacrati alla guerra. E vegliava ascoltando, fermo al suo còmpito, senza pensare nè alla morte nè alla salvezza, come colui che vuole, oltre ogni fine, adempiere il dovere destinato.
E potevano confondersi, sul morire del giorno, i fruscii dell’insidia con gli altri fruscii che scorrevano per la selva africana all’avvicinarsi dell’ombra periodicamente eterna. Gli innumerevoli voli, lo scivolare di un cane acquattato per la sua paura, un alito d’aria fra i palmizi, un subito cricchiare dalle case vuote traevano in inganno. Il volo di un’upupa, tanto vicina che più non lo è l’ombra al corpo, coglieva di sorpresa e di sobbalzo e per quanto il tonfo del cuore fosse misurato all’impero della fredda volontà, avveniva che a volte si turbasse d’improvviso, per il tempo di un brivido.
Comunque fosse, Ninu Agghianu non si affrettava; non misurava l’opera sua col sole menomante, per ritornarsene innanzi che le stelle avessero cinta la radura. Fra due corde tese sul terreno veniva accumulando i ciocchi e si udiva il tonfo reiterato della scure e il gemito della sua fatica.
Passò un piccolo soldato dal volto glabro, dalla giovine faccia adusta. Si soffermò per la viottola, una mano stretta alla bandoliera del fucile, guardò.
— _A unni vai?_ — gli chiese Ninu Agghianu.
— _’A vaju a viju chi dicino a Tripoli!_
— _S’av ’a risittari lu tempu, si voli Diu!_
— _Accussi spiramu!_
Poi l’uno proseguì per la sua istrada e l’altro s’inarcò a scagliar la scure sul legno.
L’ombra restringeva il suo cerchio; la radura pareva farsi più angusta di minuto in minuto e il cielo soave era come la rama, che apre i suoi bocci all’alito della notte.
Si udì il rotolìo di un carro e un canto troncato dallo schianto improvviso di due colpi secchi. Ninu Agghianu si levò sul torso.
Passò un secondo. Altri due colpi e altri scoppiaron più vicini.