Le novelle della guerra

Part 2

Chapter 24,024 wordsPublic domain

Era una casa vecchia, di gente antica che si perpetuava in quel luogo da secoli e ogni generazione vi aveva lasciato alcunchè del suo tempo: l’arredamento di una stanza, una pendola, un calesse su le cigne, un’arca nuziale tutta scolpita e dipinta; e nulla di quel che v’era esulava mai perchè ciascuna cosa aveva il nome di un avo, di un bisavolo ed era considerata famigliare come la memoria dello scomparso. Solo gli arnesi rurali non avevano età, chè, per essi, era la tradizione, l’uso più che millenne e rappresentavan la stirpe e non la famiglia. La chiamavano la Casa degli Antoni. Anche nel nome patronimico era come una santità antica.

Era cominciata dal poco, poi si era ingrandita tanto da racchiudere una vasta corte su la quale si aprivano i magazzini, le stalle, il pollaio, i fienili e, in fondo, le stanze per i braccianti, quando venivano a opera per mietere, e per le ragazze che maciullavan la canapa, nell’autunno.

La casa si era ingrandita col podere e con la fortuna degli Antoni. Era la famiglia; la sua vita e la sua storia.

Quando il primo degli Antoni si era stabilito laggiù, fra la foce del Po di Primaro e quella del Lamone, era quasi tutta palude all’intorno e poco si seminava per raccogliere quasi punto; poi la tenace opera diuturna degli uomini aveva cambiato aspetto ai luoghi e la fortuna degli Antoni si era aumentata lentamente e continuamente passando di padre in figlio, intatta. La casa aveva seguito la vicenda della fortuna. Con l’accrescersi del benessere si era ampliata, ma negli anni, rispondendo ai bisogni che erano pochi e tardi e ai quali non si badava se non quando non era possibile fare altrimenti.

Così da piccina che era, con tre sole stanze e una stalla e il tetto ricoperto di stipa, si era alzata e allargata fino a comprendere fra le sue ali una vasta corte. E il tempo le aveva dato le sue macchie e il suo color d’ombra fra il grigio e l’argento vecchio e aveva quasi cancellata, sul muro a solatìo, una meridiana della quale non era visibile che l’asta arrugginita, una gran falce dipinta e il numero del meriggio.

Le generazioni si eran succedute nel nido ramingo come le età nella storia degli uomini, uguali, fatali, lasciando il ricordo della loro vita in una più intima storia famigliare fatta di bontà e di silenzio.

Ora, reggeva la casata, secondo la consuetudine patriarcale, l’avo ottantenne: Giuseppe degli Antoni e gli eran sottoposti i suoi tre figli e i nipoti e le donne. Nessuna cosa si effettuava senza il consiglio del vecchio e il voler suo: nè l’amore dei giovani, nè la coltura delle terre; egli tutto disponeva nei giorni e nel tempo, secondo il bene della famiglia. Lo chiamavano il Vecchio e, in presenza sua, le donne non cianciavano vanamente e gli uomini non trascendevano a litigi. Egli parlava poco e a tempo e non abbandonava l’anima sua alla curiosità dei minori. Viveva un poco appartato, quasi sempre taciturno.

I suoi molti anni non gli erano gravi più che non lo siano alla rovere. Era della tempra delle creature centenni che più si rinsaldano quanto più il tempo trascorre. Non sapeva malanno, come non conosceva la faccia del vizio. La sua vita era condotta secondo i principii degli uomini semplici, di tutti coloro che hanno il sole a compagno e con esso si levano e lo seguon nel sonno. Come tornavano i suoi pastori fanciulli dalle lande e riponevano le greggi nel chiuso, inseguendole con urla e sibili; come la stella del crepuscolo declinava sul mar delle canape, verso le montagne azzurre, adunate le sue genti alla mensa, spartiva il pane sul palmo della mano, essendo diritto innanzi alla tavola e gli altri seduti; e, compiuta la cena, saliva alla sua stanza disadorna, a riposare. Con l’alba era in piedi, innanzi a tutti e, come l’udivan nella corte aprir la porta delle stalle, si levavano i garzoni, i braccianti e le donne della famiglia.

Egli era la diana: bastava che il passo di lui risuonasse su le pietre della corte perchè ogni sonno fosse interrotto e le piccole finestre stridessero sui loro cardini e si levassero le voci degli uomini e quelle dei fanciulli.

Il vecchio non amava novità, amava che tutto andasse per la sua via antichissima così come le cose che per non tramutare si eternano. E in ciò che era opera ed apparenza era ubbidito, ma il cuore dei giovani non lo seguiva. Così il suo poco parlare proveniva anche dal sentirsi troppo solo, dal non veder gli occhi dei nipoti levati negli occhi suoi, quand’egli diceva dei doveri che la vita impone, dal non sentire l’acconsentimento concorde il quale, senza parole, è manifesto. E vedeva, nel suo chiuso, che, quand’egli avesse ceduto alla morte, la Casa degli Antoni si sarebbe disfatta. Svaniva l’antico sentimento famigliare che teneva unite le genti dello stesso sangue in un solo nido, per una sola fortuna; ognuno pensava più a sè che alla casata; aveva in mente la ventura sua nel mondo e nulla più che fosse l’antica devozione ad una comune fede. Prevaleva un egoismo meschino che nulla vedeva più in là del proprio tornaconto. E le leggi del sangue, le sante leggi che facevano delle genti di un solo ceppo come una costellazione, ecco, non eran più intese, anzi erano combattute e dovevan morire.

Questo sentiva e vedeva Giuseppe degli Antoni, il vecchio senza miserie, l’ultimo Nume nel tempio corso dall’irriverenza e dalla discordia.

Ma a lui nessuno si opponeva in contrasto. Se comandava era ubbidito.

De’ suoi tre figli, due si erano ammogliati ed erano schiavi delle loro donne, nè avrebbero saputo mai risolversi ad una qualsiasi cosa senza l’acconsentimento delle donne loro. Il terzo era prete, quindi perduto.

E il vecchio sentiva che l’anima sua non aveva intorno un nido in cui rifugiarsi e, nella santità della sua vecchiaia, guatava l’immensa solitudine che accompagna la morte degli ultimi.

I nipoti disertavan la casa e i campi, muti alla dolcezza dell’antichissimo nido fra le canape stellate.

Protervi, bestemmiatori, paghi di ogni volgarità pur che la loro rozzezza bruta sopravalesse in un simulacro di impero, preferivan le comitive dei loro simili al raccoglimento severo della casa veneranda e si sperdevano fra bagordi e tumulti, pronti a urlare e a fuggire, ad essere spavaldi contro i deboli e vili contro i forti, a non avere virtù nessuna che non fosse quella della loro prepotenza. E l’ignoranza loro conosceva la parola — diritto — e la elevava oltre ogni termine ed ogni giudizio ed ogni giustizia.

Ribelli come il bove che tragioga e si scaglia innanzi contro il dirupo, non potevano nè avrebbero voluto sottostare ad alcuna legge che avesse menomato, ai loro occhi, l’assoluta libertà alla quale tendevano; e credevano di ubbidire al Vecchio, solo per la sua vecchiezza e per la morte sua non lontana, non volendosi confessare l’invincibile umiltà che li teneva proni di fronte a quella gagliardia.

Così si iniziava il disfacimento. Il vecchio sentiva dietro di sè non già la sua morte ma la morte di un mondo e il silenzio eterno là dove avevano pianto e cantato tutte le genti dell’antica famiglia.

Ora non c’era che un’anima, fra tante, una creatura sola che lo intendesse ed era una sua piccola parente: Rinotta. Era questa, una ragazza bella e forte, che rideva volontieri e più cantava fra la corte e le redole e nella sua stanza angusta, presso i magazzini.

Rinotta aveva quindici anni, ma tanto le aveva profittato il tempo della sua vita che era già donna.

Fresca come il pomo novello, grande e ben fatta, tranquilla ed operosa, era l’unica serenità della casa. E non v’era altri che sapesse la gioia ch’ella sapeva, nè la sua pace. Nessuno più di lei era lontano da ogni noia e dal tedio che inasprisce la vita e nessuno sorgeva ad ogni alba con maggior letizia.

Questo piaceva al Vecchio e glie l’aveva fatta prediligere.

S’incontravano nella corte, ogni giorno, che appena era schiarito il cielo e gli altri eran tutti nel sonno, dimentichi, oltre le imposte chiuse.

Dormivan vicini. Appena il Vecchio si rimoveva per la stanza che già udiva, nella pace soave dell’alba, il passo frettoloso di Rinotta e l’udiva scendere e salire con l’acqua tersa, poi gli giungeva lo sciacquio del suo lavarsi e, a volte, cantava come l’usignuolo presso il nido, che appena s’ode e mormora sul romper della luce. E questo era ad ogni giorno, anche quando il pigro inverno faceva l’alba più tarda e tutta la campagna era un gelo.

Poi com’egli discendeva, ecco un passo vivace dietro il suo passo tardo od una voce fresca incontro alla sua voce grave.

S’incontravano nella corte:

— Buongiorno, nonno.

— Buongiorno, Rinotta.

E talvolta s’accompagnavano nel giro mattutino attraverso alle stalle e ai pollai; tale altra Rinotta correva a risvegliare le genti assopite o, nei giorni della calura, traeva dal catro i maiali e li menava giù per il fiume che si ristorassero fra l’acqua e la melma, là dove potevan trovare pastura e frescura. Ella sedeva su la riva essendo presso l’acqua co’ suoi piedi scalzi e batteva il suo vinciglio su le esili canneggiole fischiettando, chè i maiali non avessero a sbandarsi; o, tutta abbandonata, seguiva la lieve linea solare, così dolce come l’amor che si sogna, levarsi, vincere e baciare e dissolvere l’azzurra opacità dell’alba; e le pareva di esser mille: di essere il fiume, il cielo, il verde delle piante e le salde radici e il fiore che nasce e l’immensa gioia del mondo.

Non c’era nessuno intorno ma ella sentiva il suo cuore per tutto e il suo cuore parlava. Il fiume era come uno specchio antico, col suo verde opaco, e pareva prendesse le cose dentro l’anima sua tanto le rispecchiava a chiarore e mormorava col ramo sporgente, s’increspava in un sorriso presso la canneggiola che sorgeva dal suo fondo, dal suo dolce fondo tepido dove era dolce andare coi piedi nudi.

Talvolta il Vecchio scendeva fino a lei e, dopo aver riposti i maiali e riempito il truogolo, se ne andavano attraverso ai campi insieme, per le redole, lungo le porche e le prode e parlavano poco ma stavano bene l’uno accanto all’altra.

— Quest’anno il grano promette bene!

— Guardate le belle spiche, nonno!

E si perdevano nel sole, ella con la sua pezzuola rossa gettata sui capelli neri, il Vecchio sotto il suo grande cappello a cencio dalle larghe tese.

— Le viti non hanno alleghito. Ha piovuto troppo!

— Il moscadello sì! Guardate quanti grappoli!

E andavano innanzi, muti, accarezzando con gli occhi le messi, da campo a campo, da filare a filare.

Altre volte si fermavano a un’ombra a sorvegliare i braccianti; poi ella ritornava nell’alto sole, alle sue faccende. Il Vecchio la vedeva allontanarsi diritta e forte e saltare i fossi e aprirsi un varco fra le siepi.

Si amavano senza dirselo chè uno era il loro mondo, nè il desiderio di giungere alle vie maestre e di allontanarsi per le vie maestre dalla solinga dimora li tormentava; anzi se andavano alla città, talvolta, nei giorni di mercato o nelle feste solenni, vi si trovavano a disagio affrettando l’ora del ritorno.

Ed erano i soli della casata i quali sentissero che non c’era su la terra altra cosa desiderabile all’infuori della loro fattoria; ma l’uno era presso il punto di abbandonare il sole e l’altra era una fanciulla che non avrebbe potuto imporre la propria volontà, se pur non avesse ascoltato qualcuno della casa che l’amava, e non ne avesse riso.

Qualcuno le stava da presso inutilmente e ella, in sè, tutto dimenticava che non fosse la vita di lei.

II.

Una sera di marzo la vecchia casa fra le roveri era in grande tumulto. Si udivano le donne gridare e gli uomini imprecare.

Rinotta cantava nella corte, indifferente al frastuono, raccogliendo al pollaio le sue oche reali. Siccome i litigi non erano rari per questioni di interesse, ella non vi badava più che tanto chè la curiosità non la pungeva nè il pettegolezzo. Il Vecchio non era tuttavia rientrato.

Però la stupì la violenza delle grida e il loro persistere. Gli uomini e le donne si erano raccolti in una stanza a terreno e, attraverso alle inferriate, si vedevano a quando a quando rimuoversi. Si udiva la voce di Giorgio salir più alta delle altre in qualche imprecazione.

Per un attimo Rinotta si rivolse a guardare pensosamente, poi, come vide Maddalena, la vecchia serva, che attraversava la corte in quel punto, le domandò:

— Che hanno fatto?

Maddalena alzò una spalla:

— Cosa vuoi che ti dica, io? Urlano, non si capisce niente! Ho sentito che parlavan di soldati e di guerra. C’è anche il _tuo_ Giorgio.

E si avviò ciabattando verso le stalle.

Rinotta rise da prima, per l’accenno della serva, poi non cantò più. Una lieve increspatura le era passata fra ciglio e ciglio.

La luce era quasi morta e già Lorenzo, il garzone, aveva accesa la sua lanterna e si avviava ai magazzini.

Come ebbe raccolte le oche e chiuso il pollaio; Rinotta ristette pensosa: doveva salire alla sua camera e non farsi viva o non era meglio sapere quale gran male era toccato a Giorgio?

Stava in forse quando udì il bubbolio di una sonagliera e tre colpi forti sul portone, dal canto dell’orto. Corse ad aprire al Vecchio.

Come la cavalla varcò l’andito ed entrò nella corte, trascinando lo stinto bagherino a mantice, ogni vociare fu spento. Solo si udì ancora l’aspra voce di Giorgio urlare:

— Io me ne infischio del Vecchio!... Io, devo andar via e non lui!

Un puledro annitrì nella stalla e si udì il tubare dei colombi su la loro torretta roggia, sopra la casa.

Rientravano le greggi.

Giuseppe degli Antoni non chiamò il garzone, staccò da sè la cavalla, senza parlare.

Era accigliato; non guardò Rinotta che gli si era ferma vicina. Poi giunse Lorenzo, tolse la capezza dal cassetto del bagherino e condusse via la bestia, parlandole piano.

La stanza a terreno, dove si era adunata la famiglia, appariva deserta. Tutti si erano sbandati all’arrivo del Vecchio, chi pei magazzini, chi per le cucine e per le stalle e chi era uscito sulla viottola.

Giorgio passeggiava nel fondo della corte, a grandi passi, il capo curvo, brontolando fra sè, e il suo viso era fosco e gli occhi suoi accesi. Pareva cercasse un appiglio qualsiasi per un litigio.

Rinotta guardava ora lui, ora il Vecchio, tutta sbigottita. Sentiva che un urto doveva avvenire fra i due.

Il suo cuore batteva forte e si domandava s’ella non poteva intervenire per ciò che le aveva detto tante volte il giovane, ma non sapeva che farsi.

La madre di Giorgio si affacciò su la soglia della cucina e chiamò stizzita:

— Maddalena?... Vi siete messa in testa anche voi di farmi morire?... Che fate là?

Poi rientrò sbattendo l’uscio.

La vecchia serva attraversava la corte col suo carico di carbone e ancora si udì la voce di lei, nel silenzio:

— Oh santa Vergine, che pazienza!...

Come scomparve, per un istante non si udirono che i cavalli franger la biada.

Passarono Lario e Gildo, i due pastori fanciulli che già avevano raccolte le greggi. Li seguiva il loro cane bianco. Si diressero al lato opposto della corte dove era la loro stanza buia.

Il Vecchio si era fermo in mezzo alla corte come sperduto in un pensiero remoto. Aveva un involto sotto il braccio. Si mosse e si fermò di nuovo. Guardava la terra. Poi disse rivolgendosi a Rinotta e tendendole l’involto.

— Porta questo in casa.

E seguì Lorenzo che si avviava verso i magazzini.

Faceva freddo. La stella del vespero era presso a morire.

Gli animali eran già raccolti nel sonno.

Lario e Gildo ricomparvero e si accosciarono presso il muro a sbocconcellare il loro pane e non parlavano.

Il cane li guardò scodinzolando, fermo innanzi a loro.

Poi la corte fu deserta e l’ombra e il silenzio discesero uguali.

Come la vecchia pendola su le scale sonò le otto, tutta la famiglia era raccolta intorno alla tavola, per la cena: Giovanni e Pietro, i due figli del Vecchio; Clotilde e Teresa le loro mogli e i sei figli di Clotilde e i cinque di Teresa. Non mancava che Giuseppe degli Antoni, il Vecchio.

E quella sera Rinotta guardava Giorgio ma questi non guardava lei.

Clotilde domandò alla ragazza:

— Dov’è il Vecchio?

Rinotta disse:

— Era nei magazzini, con Lorenzo.

— Va a chiamarlo, — fece Giovanni. — Forse non avrà sentita l’ora della cena!

— Sì, va a chiamarlo, — soggiunse Teresa; poi come Rinotta fu uscita, mormorò:

— Bisognerà parlargli.

— E chi si arrischia? — disse Clotilde.

I due uomini tacevano guardando nei loro piatti.

— Voi, — riprese Teresa con voce aspra, e guardava il marito, — voi che state là che sembrate di stucco, dovreste mostrarvi uomo e parlare!

Pietro scrollò le spalle e rispose:

— Non mi seccare!

— Come seccare? — continuò la donna levando la voce. — Come seccare?... Non è vostro figlio, Giorgio?... Vi piacerebbe che morisse?...

— Uff, quante chiacchiere!... — disse Pietro. — Ce ne sono tanti che partono!

— Ma io no! — urlò Giorgio. — Io no perchè è ingiusto! Fate partire i signori chè son loro che vogliono questa guerra! Partite voi, se vi piace, ma io no! Poi, — soggiunse battendo il pugno su la tavola, — poi se nessuno ha core di parlare al Vecchio, gli parlerò io!

— No, tu starai zitto! — disse Teresa. — Tu starai al tuo posto!

— La vedremo!

I piccini avevano approfittato dal battibecco per picchiar sodo su la tavola con i cucchiai. Clotilde li redarguì.

Giovanni disse:

— Con la calma si accomoderà tutto!

— Ma che calma! — urlò Giorgio.

— Ha ragione! — dissero in coro Livio, Cesare e Umberto.

— È una guerra ingiusta!... Io non mi sento di andare ad ammazzar gli altri in casa loro. Che direste se qualcuno entrasse qui e volesse mandarvi via? Si farebbe a mori e ammazza per difender la roba nostra e avremmo ragione! Così l’hanno loro. No, io non parto, e se tutti pensassero come me e se non ci fossero degli imbecilli, vedreste la bella sorpresa!... Altro che patria e patria!... La patria è dove si mangia!...

— Ha ragione!... — ripeterono il fratello e i due cugini. — Ha ragione! — Ed essi pure aggiunsero una grossa bestemmia alle innumerevoli delle quali Giorgio, il buon comiziatore, aveva infarcita la sonante discorsa.

I bimbi avevano levato il capo di su, la tavola e stavano ad ascoltare, edificati.

— Mi pare che potreste fare a meno di bestemmiare! — mormorò Clotilde che ancora sentiva un lontano pudore della sua fede semispenta.

— Ecco la bigotta! — fece Cesare ghignando.

E Giorgio che ormai era in calore e gli pareva di rifare il mondo con le sue parole, soggiunse:

— Non ci vorrebbe altro che il vostro Dio per farci ancora più servi!

Ma a questo punto una voce forte gridò:

— Imbecille!

E tutti ammutolirono. Il Vecchio era giunto inavvertito; dietro di lui stava Rinotta.

Colpito dalla parola improvvisa, Giorgio abbassò gli occhi chè non resse lo sguardo del Vecchio, e non fiatò altra sillaba.

Neppure un volto si levò a guardare il sopraggiunto; passò come un gelo improvviso da core a core e l’imbelle volontà del pecorume si sentì soggiogata.

Poi il silenzio non fu più interrotto.

Il Vecchio spartì il pane e sedette a capotavola.

I bimbi mangiavano compunti chè sentivano la nuvola nera passar su l’anima del nonno e dei parenti.

Solo Teresa guardava Pietro e lo incitava a parlare, gestendo muta.

E quando la cena stava per compirsi, il pover’uomo, temendo le segrete furie della sua compagna, parlò e disse:

— Babbo, sapete nulla della guerra?

Il Vecchio rispose:

— So che hanno richiamata la classe dell’ottantotto.

E guardò Giorgio.

Pietro inghiottì la saliva amara.

Dopo una sosta penosa, riprese:

— E.... che ne dite di questa guerra?

— Dico che è necessaria! — rispose il Vecchio.

Giorgio si accontentò di mugolare qualcosa che non fu inteso e Teresa soggiunse senza guardare la chiara faccia del temuto:

— Già.... voi leggete i giornali!

L’impresa doventava sempre più ardua.

— Così.... il nostro Giorgio dovrà partire! — soggiunse Pietro.

— Già!

— Noi avevamo pensato.... — S’interruppe. — Sapete, Edoardo.... Edoardo Fambri.... ha scritto dalla Germania.... e invita Giorgio laggiù, chè c’è lavoro!

— Ah!

— Noi.... avevamo pensato che.... forse sarebbe la sua fortuna.... e.... se a voi non dispiacesse.... lo faremmo partire!...

Il Vecchio non rispose, si rivolse a Giorgio e gli domandò:

— E tu, che ne pensi?

— Io la penso come mio padre, — rispose il giovine.

— No, come tua madre!

— Sicuro, anche come lei!... Come tutti quelli che ragionano!

Il Vecchio ebbe un impeto che solo si rivelò per il bagliore degli occhi, ma ancora seppe rattenersi e disse:

— Domani ti presenterai al Distretto.

— Ma....

— Ho detto che domani ti presenterai, e ti condurrò io stesso!

Il giovine era di brage. Brontolò:

— La vedremo!

Allora il gran pugno nocchieruto dell’avo scese violentemente su la tavola; i bimbi n’ebbero un tremo:

— E bada, bada di non disubbidire!... Bada che se ho detto “voglio!„ non se n’esce!...

Teresa e Pietro cercavano invano di frenare e con gli occhi e coi gesti la furia del loro figliuolo. Questi, che ormai ne era travolto, non cedeva.

— Io credo, — disse, — credo che potrò fare della mia vita ciò che mi piace!

— Quando ti sarai sbattezzato, sì! Allora potrai essere vigliacco e disertore. Ma fin che sarai degli Antoni, no!... E non mormorare!... Alza quella faccia e parla forte!

— Io dico che non partirò!...

L’avo sbiancava.

— Bada, bambino, non t’impuntare, non mi mettere nel caso di dover fare ciò che non voglio! — E la nativa violenza forzava i freni. — — Se ho detto che partirai.... vedi.... anche se ti dovessi legare con queste mie mani e portarti così al tuo posto di uomo, lo farei.... lo farei per il nome d’Iddio e per il nome nostro che vuoi disonorare!...

— Che c’entrate voi, dopo tutto?

— Che cosa dici?

— Dico che non sono più un bambino e che non ho dovere di ubbidirvi!

— Ah no?

— No!

— Tu puoi fare ciò che vuoi?

— Se è vero che mi chiamo Giorgio, sì!

— Tu puoi andare, stare, disporre come vuoi da intiero padrone?

— Per ciò che mi riguarda, sì.

— Giorgio! Giorgio!... — urlò Teresa spaurita, chè sentiva la nera tempesta sopravvenire.

— Lasciatelo dire! — disse il Vecchio. E continuò: — E se ti piace di essere disertore, lo sarai?...

— Potete togliervi dal capo l’idea ch’io parta!

— E non darai retta a nessuno?

— Solo ai compagni del mio Partito!

— Ah!... solo al tuo Partito, dunque? Solo ai tuoi compagni?.... — E si levava lentamente. — Solo ai vigliacchi pari tuoi? — E il suo corpo di vecchio atleta tremava forte.

— Babbo, babbo!... — gridarono i suoi figliuoli, — che fate babbo?... Non gli date retta!... Non sa quel che si dice!

Solo Rinotta si levò col Vecchio. Era accigliata e bianca.

Questi si diresse lentamente verso la parete, ne staccò la doppietta. Giorgio lo guardava fare, livido ed impietrito.

Poi si volse, si avvicinò di tre passi al caparbio che ancora era seduto e, fra un pauroso silenzio, gli disse, e scandì le parole:

— Ora lèvati e camminami innanzi!

— Babbo.... per carità!... — implorò Giovanni e fece per levarsi ma il Vecchio lo fermò a mezzo.

Giorgio aveva conserte le braccia su la tavola e il capo sopravi. Dalle contrazioni del suo corpo pareva singultasse.

— Che cosa ti ho detto? — riprese il Vecchio.

Poi come vide che l’altro non rimuoveva, abbassò lentamente la doppietta e l’impostò su la spalla.

— O ti levi, o t’ammazzo!...

Passò un attimo tragico in cui non una bocca ebbe un respiro, nè un volto un moto; gli occhi eran come di pietra e le femmine spasimavano.

Si era alla risoluzione, al punto in cui non è via d’uscita se l’una delle due forze in contrasto non piega. Ogni secondo era eterno.

Il cocciuto si rimosse, levò il volto di morte, sfigurato in guisa che pareva scarnito e disfatto dall’attimo della furia e dell’orrore, guardò il Vecchio, si contrasse, si rannicchiò, s’aggomitolò contro il cugino, su la panca; tese innanzi le braccia, vi nascose la faccia e d’improvviso schiantò dai singhiozzi. E quel pianto ne raddusse molt’altri.

Allora Rinotta, che era diritta dietro l’avo, si fece innanzi, si accostò al giovine, lo prese per un braccio e gli disse:

— Su, vieni via!... Su.... vieni con me!...