Le novelle della guerra

Part 1

Chapter 13,725 wordsPublic domain

ANTONIO BELTRAMELLI

Le Novelle della Guerra

MILANO Fratelli Treves, Editori Secondo migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._

Milano, Tip. Treves — 1919.

Le novelle della guerra.

A MIO PADRE.

_A te, vecchio babbo, che mi passi nel tuo silenzio accanto; alla tua fierezza raccolta e al tuo saldo cuore di soldato consacro questa mia amorosa fatica._

_Il nostro orgoglio è uno: l’Italia; ma io vedo inferiore il mio còmpito di fronte a ciò che fu per te la vita. Io narro, tu hai agito; tu hai vissuto il tuo poema d’amore da Curtatone a Custoza: dalla tua prima giovinezza alla tua maturità compiuta, essendo sempre fra coloro che vollero._

_Fermo alla tua fede fin da quando ti nacque dal cuore, per disdegno e gagliardia, fin da quando ti valse la dura prigione e ti pose di fronte alla morte, hai veduto nascere e smorire e rinascere questa Italia nostra alla quale ciascuno di noi, entro il proprio confine, ha dedicato tutta quanta l’anima; e nei giorni più oscuri, allorchè ogni sogno di grandezza pareva vano, di fronte alla miseria degli uomini, non hai deprecato nè dubitato mai._

_Altri gridava maledicendo, tu hai taciuto nell’attesa. Io mi ebbi da te la forza del perseverare, la dura costanza che macera e affina, la virtù che ti regge all’incrociata e veglia lo spirito tuo chè non s’afflosci e troppo non ascolti e vilipeso non s’adiri e martoriato non si stanchi. Ciò che tu fosti e sei, vorrei essere io. E se pari siamo nell’amore all’Iddio indigete, vorrei avermi perenne, sul trascorrer degli anni, il religioso silenzio del tuo cuore che non dubita mai. Non più di questo e in questo la mia vita intiera. Fosse il mio come il tuo solco e la mia forza pari alla tua, nel campo del mio travaglio, fra i due vesperi. Ora che troppe cose si separano e tralignano e tormentate tormentano a ricercare inverosimili strade, e l’insincerità le conduce, ora più che mai io cerco il terreno delle tue radici per impiantarmi in quello e, nella mia qualsiasi forza, prosperare per quel che sono e voglio essere. L’ombra della casa degli avi non costringe nè immiserisce. È l’eterna montagna che dà vita alle fonti. Ed ogni casa ha una finestra all’alba ed una al tramonto e, sopra, il cielo infinito; ogni casa ha la sua porta che si chiude su la notte e sulla tempesta; e, se tu vegli, vedrai sul tuo nido, sul tuo esiguo spazio, sul tuo sacro nulla, il volto delle stesse stelle che sono sul mare smisurato e su le montagne abissali._

_La parola è la stessa, sempre, per tutti gli uomini, su tutte le terre; e l’aspetto e l’anima è una. Ora troppi si sperdono che vanno per roveti e sterpeti a ricercare ciò che è alla loro soglia, ciò che si stende su la loro piccola casa quando il sonno li coglie._

_Meglio è radicarsi alla terra antica ed essere la nuova pianta della selva sacra, dalla quale parlarono già le prime voci degli uomini e degli Iddii, e conoscer le virtù della stirpe sì che la tua forza e la tua ansia profonda ne siano rinsaldate._

_V’è un’ombra smisurata alla quale non farai fronte da solo se ben non t’impianti e ciò che più solo ti appare, più profondamente si radica nel suo popolo._

_Così io ho inteso il tuo amore, babbo, e per questo è tua la prima fatica che valga al mio fine._

_E con te è di tutti coloro che su la terra e sul mare hanno rinnovato questa Primavera Sacra. Ed ai vivi ed ai morti e alla magnifica masnada giovanile e al cuore dei Condottieri la voglio dedicata._

Per ricordare.

“Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere.„

ALFREDO ORIANI, _Fino a Dogali_.

_Cominciammo con uomini che si avventuravano soli per le terre dell’Africa oscura, soli ed indifesi ma temprati al sacrificio e alla morte per condurre innanzi con la loro volontà il Destino della patria._

_Morirono disperando. Non seppero e non videro forse che una generazione non lontana avrebbe raccolto i loro nomi per iscriverli nel martirologio della stirpe. Forse giacciono tuttavia lungo le piste carovaniere, pei deserti._

_Pellegrino Matteucci, Antonio Cecchi, Giulietti, Bisleri, Chiarini, Bianchi, Diana, Monari: ecco i pionieri autoctoni._

_La giovinezza del popolo andava innanzi a loro; la fatalità di un disegno storico li sospingeva al sacrificio. Morirono e lo squallore delle anime non seppe la bellezza e la grandezza del toro gesto. La trepidante ansia dei governanti deprecò la loro morte. Non si voleva agire. L’Italia, bollata dalla secolare servitù, impaurita dalle sue ultime disfatte sul campo di battaglia, sbigottita dal disastro di Lissa che era, nei secoli, la sua prima pagina ingloriosa sul mare, era renitente al suo Destino, si umiliava per non seguir la sua via. Non ardì quand’era tempo, non si rimosse quando altri le apriva la strada, si condusse da schiava ne’ suoi rapporti con le Nazioni, volle passar come l’ombra, essere nulla e nessuno per non trovarsi di fronte al pericolo e vi riuscì. Si salvò perchè necessaria ad un equilibrio di forze, ma l’anima sua si immiseriva sempre più. Ebbe uomini d’accatto che per la loro timidezza politica le tolsero anche l’ultima dignità. Cadde in dispregio. Le sue glorie nazionali si offuscarono. Ma il fato la premeva e dovette ubbidirgli._

_Così mentre era stata facile giuoco della Francia dapprima e si era rifiutata di seguir l’Inghilterra poi e, accecata dalla più grande insipienza politica e da un vergognoso timore, aveva trascurata la sua migliore fortuna, si decise ad entrare in campo meschinamente acquistando una piccola terra nell’Africa lontana._

_Agì come colui che rasenta i muri e segue l’ombra dei viottoli. La sua incorreggibile umiltà le vietava la strada a fronte serena, in pieno sole. Agli irresoluti è serbato sempre il cammino più aspro._

_E ancora, alla dolorosa terra mancò l’accorgimento. Si volle e non si volle. Si ubbidì all’Inghilterra stretta dal Madhi a Karthum, le si promise aiuto senza provvedere nella misura necessaria all’aspro còmpito, e quando l’Inghilterra, dopo un tragico eccidio, desistè dal suo disegno, si ricadde nell’irresolutezza avviliente. Si lesinarono i mezzi, si lasciarono uomini quasi indifesi, si preparò Dogali._

_Con Dogali ebbe principio una tragedia ed un’alba. Da allora si iniziarono le conseguenze inevitabili della timidezza nostra ma si dimostrò anche il nerbo delle nostre genti._

_Ciò che fu guardato a vergogna ci doveva insuperbire. Non si perde quando una gente muore come morirono gli uomini di De Cristoforis._

_Ricordiamo il rapporto del capitano Tanturi:_ “.... Dietro la cresta del monticello superiore vidi l’immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati.„

_Se l’inettitudine dei governanti procacciava la sventura dell’Italia, i suoi soldati le accrescevan fierezza. Ma altro doveva sopraggiungere. Avemmo nemici di fronte e nemici nell’ombra, questi forse più temibili di quelli perchè il loro giuoco era subdolo e colpivano alle spalle. Ancora non ci sapemmo destreggiare. La nostra impresa si imbattè in un nuovo ostacolo ogni giorno. Mentre per raggiungere il fine necessario sarebbe occorsa la maggiore concordia, il paese era dilaniato dalle fazioni. I soldati partivano fra il silenzio e le grida sediziose; l’anima del popolo non li accompagnava. E si giunse ad Adua. Ma la vergogna non fu nella fatale disfatta, fu nell’atteggiamento che ne seguì. Raumiliati ci imponemmo il silenzio e si lasciò crescere la leggenda della nostra viltà. Di questa si valsero i demagoghi all’interno, gli ipocriti amici e gli aperti avversari all’estero. Nessuno più ci temette e fummo vassalli nelle alleanze, schiavi nelle amicizie. Pareva la compiuta rovina e, per una gente d’altra tempra, forse non vi sarebbe stato riparo; ma nessuno sapeva il cuore delle stirpi italiche._

_Come non si parlò più di Adua e si temette di sentirla menzionare dimenticando tutti gli eroi che anche nel disastro avevano tenuto alto il nome della loro patria, così non si badò all’umile, al paziente, al tenace lavorio del popolo che veniva preparando un’êra nuova. Il settentrione con le industrie, il mezzogiorno con l’emigrazione risollevarono l’Italia. Si compì nel silenzio un’impresa colossale. Le gigantesche colonne furono risollevate a sostenere le nuove arcate; turbe macilente vi si adoprarono notte e giorno; tutti dal primo all’ultimo figlio di questa terra benedetta, dettero un poco del loro sangue; fu un’opera anonima ed insigne; un popolo antichissimo e nuovissimo lavorando e morendo, ricreava il suo Tempio e il suo Nume. L’opera volle le sue vittime, e furono migliaia. Dietro il Tempio fu il campo dei morti. Unico sacerdote, il silenzio. Sempre il Silenzio; ma i popoli sani non cianciano, creano. E dall’operoso mare delle turbe non aggallarono che le scorie; su le spiagge non si videro che i rifiuti, dal raccoglimento taciturno non si levò che lo strido dei nibbî. E chi ascoltò si illuse ancora. Chi ascoltò vide un’Italia dilaniata dalle fazioni, immemore, scettica, spiritualmente impoverita, trattenuta da mille pastoie, incapace di un’azione concorde. La parte migliore del popolo sfuggiva all’analisi. Il sentimento nuovo, serpeggiante per le anime, non si appalesava se non per rade e inascoltate voci. La gente che avrebbe mirato a un apogeo era uscita appena dagli ipogei; ma quando dalla torre millenaria suonò l’ora storica, il rombo fu seguito da un grido inusitato. Il popolo multanime rompeva il suo silenzio, si faceva innanzi, si scagliava alla luce. Il Tempio, se non compiuto, era giunto a’ suoi fastigi. E la lotta incominciò._

*

_Ora della guerra che segna nel nostro cammino un assurgere dello spirito collettivo e il formarsi di una individualità nazionale io ho raccolto qui qualche aspetto._

_Se l’arte è mancata mi valga il grande amore che mi costrinse all’opera._

_Adoratore di ogni forma di energia, ho cercato di esprimere la potenza energetica degli uomini e dei fatti. Ho osservato ed ho amato, serrandomi entro una severa misura._

_Certo non è qui che un pallido soffio delle ore del magnifico entusiasmo. Queste ebbero il loro Grande che le cantò. Ricordo il commovimento ineffabile che passava, alle trincee, pei crocchi intenti alla lettura di una nuova Canzone. Erano volti di fanciulli e di eroi, cuori incorrotti, anime di fede. Si protendevano ad ascoltare con negli occhi una smarrita letizia. Sentivano la grande voce della Patria attraverso l’anima del suo Poeta. Forse la bellezza di questa compiuta unità di un popolo non si intende tuttavia. Il genio della stirpe accomunò allora il più grande al più umile e non vi fu disarmonia nessuna. Ogni cosa meschina: gli odî, i livori, le basse brutture non furono più, parve non fossero state mai. L’Italia non aveva che il suo destino. Era sorta e camminava._

_Ma è appunto l’antitesi violenta fra l’oggi e l’ieri che non deve farci dimenticare. Vi sono altre tombe lungo la via, sulle quali non è stato mai il fior di un ricordo._

_Rivolgiamoci; qualcuno parlò che non fu inteso. Riapro il libro. È un soldato che narra: Nicola D’Amato. Ascoltiamo:_

“_Penso a quel giorno fatale.... Rivedo i miracoli di quei soldati degni di miglior fortuna; rivedo il generale Dabormida, il colonnello Airaghi, il capitano Mottini. Lasciarono sul campo di Adua il loro nome scritto col sangue._

“_Era il momento supremo e gli ultimi sforzi, gli estremi prodigi di valore si compivano dalla brigata, per coronare quella giornata con la vittoria._

“_Dopo un combattimento come quello sostenuto dalla brigata Dabormida, non si poteva perdere: il grido di vittoria, che, già entusiasta, saliva lungo le creste del monte Mariam-Sciavitù, pareva che, insistente, chiedesse nella valle una eco nel grido: Italia! Savoia!... I petti ansavano forte, le palle non si temevano più, quando un fremito ci corse per le vene: la tromba batteva la ritirata!_„

_E più oltre:_

“_Muta, ansante, disperata saliva la colonna dei vinti su per l’altura ed io ero alla coda di essa. Fu su quell’erta che la brigata combattè l’ultima volta, mentre gli eroi ricevevano il battesimo del sangue dall’angelo della morte. Fu quella una battaglia accanita, selvaggia: quattro pezzi di artiglieria vomitavano mitraglia, seminando il campo di morti: quattro pezzi più in su, con tiri precisi, proteggevano dall’assalto i cannoni sottostanti che prendevano frattanto posizione salendo, tratti su a forza di braccia. Più in alto ancora, il fuoco ben nutrito dei fucili si manteneva ordinato come in piazza d’armi. Tutto era un finimondo. La coda della brigata si batteva calma contro i nemici vicini, tanto che potei servirmi della rivoltella ottenendo buon risultato. I neri, impassibili innanzi alla morte, venivano come il destino a strapparci l’ultimo brandello della vittoria._

“.... _Ho ancora presente, con un ricordo lucidissimo, il capitano Mottini, il quale, dopo aver ridotto al silenzio i cannoni abissini, guardava col cannocchiale l’effetto prodotto da’ suoi colpi che sfollavano il nemico. Notavo con meraviglia l’impassibilità di quell’ufficiale._

_Mottini, suonata la ritirata, cessò il fuoco esclamando:_

“— _Se perdo la batteria non torno più in Italia!_

“_Poco dopo cadde, riverso tra i suoi cannoni._„

“.... _Saliva affannosamente per l’erta un tenente con la sua ordinanza. Il soldato era un siciliano. Il tenente, ferito, cercava afferrarsi alla roccia e il soldato lo spingeva, lo strappava, lo contendeva al pericolo; e, mentre l’uno si fermava un istante per acquistare lena e riposare, l’altro caricava il fucile e faceva fuoco. Poi, chinava sul ferito uno sguardo fraterno come per incoraggiarlo. Piangevano! Il tenente, affranto, con la destra sul cuore e l’occhio velato, pregava il soldato perchè si salvasse._

“— _Non voglio! — rispose costui scrollando la testa._

“— _Vattene! — gli ingiunse il superiore._

“— _No, — rispose l’altro risoluto._

“— _Ma.... io non posso andare avanti!_

“— _Moriremo insieme; ma uno con me me lo porto!_

“_L’ufficiale ristette un momento._

“— _Allora mi siedo, — disse in tono reciso, e sedette._

“— _Siedo anch’io, — ripigliò l’ordinanza, e, calmo, al fianco di lui, imitò l’esempio._

“_Erano rivolti dalla parte d’onde il nemico saliva; restavano tranquilli in mezzo all’imperversare delle palle. Il soldato continuava a far fuoco, ed il tenente, con la sinistra sul capo di lui, come per proteggerlo, abbassava lentamente la testa sul petto. Li vidi l’ultima volta, distesi tutti e due, l’uno a fianco dell’altro, con un sorriso sulle labbra, reso ancora più bello dagli ultimi raggi del sole che li salutava mentre spariva dietro i monti di Axum._„

“.... _Ad una svolta della via una scena di orrore si presentò a’ miei occhi. Ferito e sanguinante in tutte e due le gambe era il colonnello Airaghi, e, accanto a lui, un sergente incolume attendeva il supplizio._

“_Il colonnello faceva sforzi sovrumani per impedire lo sfregio; aveva i pugni serrati e si mordeva a sangue le labbra. Invano, che il coltello inesorabilmente tagliava, mentre il volto del martire si torceva in un riso convulso e diabolico._

“— _Coraggio dottore, — mi disse Airaghi, — sono questi gli eventi della guerra!_

“— _Cammini, signor colonnello, pensi per lei che è ferito alle gambe, — risposi, e lo salutai militarmente, ciò che mi guadagnò dal mio aguzzino una sciabolata al polso sinistro. Tirai oltre senza aver la forza di rivolgermi; ma involontariamente mi voltai scosso da un grido che nulla aveva di umano e che era l’ultimo anelito di quel prode!_„

“.... _Sapemmo ad Adua della sorte toccata al generale Arimondi, ed al colonnello Galliano; noi non sapevamo che fossero morti e chiedemmo i particolari della loro fine. Ci riferirono che per il campo di Adua furono vedute le loro teste portate in giro sulle picche! Quello che ci fu assicurato trovò riscontro nei particolari fornitimi da Grasmac-Joseph._

“_Arimondi fu riconosciuto quale generale quando era già agonizzante, ferito in più parti del corpo, ed i nemici, rinunziando alla speranza di poterlo condurre vivo innanzi al Negus, lo finirono sul posto._

“_Galliano, invece, fu preso incolume, e camminava fra i vincitori, afflittissimo per la sventura della patria. Ma, presso Adua, rientrò in sè stesso, e gli balenò un’idea che tradusse immediatamente in atto. Quell’anima di bronzo, non spostava di una linea le sue decisioni, avesse contro lui tutte le minaccie e tutta la forza dei nemici. Si abbandonò tranquillamente a terra, ribellandosi agli sforzi dei suoi carnefici, che volevano presentarlo vivo all’imperatore._

“— _No, — disse, — non voglio veder la faccia di quel maiale._

“_Il Negus lo seppe e, o perchè lo credesse stanco, o per sembrargli generoso, gli mandò un muletto. Galliano lo respinse con parole più sdegnose e più acri._

“_Quando Menelick seppe la ferma volontà del colonnello, comandò che glie ne fosse portata la testa._„

“.... _Spingiamo più tardi i muli innanzi per raggiungere un uomo che ci precede di passo sicuro e misurato, come se diretto ad una mèta prefissa e inesorabile come il destino._

“_Lo raggiungiamo: è il tenente Caruso, il piccolo Ercole di Altavilla Irpina. Figura degna di ammirazione altissima, mantenutasi rigida e disdegnosa anche nel colmo della sventura, tutta un esempio raro di resistenza, di amor proprio, di serietà, di abnegazione direi impossibile. Dopo la giornata di Adua aveva digiunato per più giorni, e, nudo come l’avevan ridotto, aveva la fissazione dolorosa di un’idea e su le labbra un sospiro: la sventura della Patria! Egli fermò un giorno il famoso Clochette, che passava a cavallo fra i nemici, e fieramente gli gridò in volto:_

“— _Vergogna d’Europa, rifiuto delle nazioni, sei contento di vedere i tuoi fratelli latini trattati così?_

“_Clochette, annichilito, abbassò gli occhi, non osò rispondere, scomparve._„

_Queste sono le parole di un soldato che vide e sofferse la penata vigilia e la prigionia. Da Toselli al tenente Pini, dal maggiore Gamerra al sottotenente Piccinini il martirologio è grande. La robustezza della razza si appalesò allora. Non vi fu vergogna. A volte basta il gesto di un uomo solo a temprare il cuor di una stirpe._

_Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere._

La scuola degli uomini.

“Perchè il cuore dei demagoghi esulti.„

_Se l’ora è giunta ben ne godremo — e se non, attenderemo con fede._

_Le ceneri non hanno dispento il fuoco; dietro la mala nuvola il sole non perde chiarore._

_Qualcuno ha dato al mio popolo l’odio e la bestemmia e tutto gli ha tolto per l’idolatria del suo truogolo e ne ha fatto una masnada berciante, un gregge senza pastore, una tenebra con baleni._

_Come andranno e dove andranno costoro nella notte serrata? Come reggerà la loro stoltezza se talvolta l’anima pericoli su l’abisso?_

_Perchè la maschera cade, perchè il dolore non si discaccia, perchè la morte è muta sul gorgo._

_E coloro che berciano si troveranno col loro orrore dinanzi, come chi si risvegli di sussulto, sbiancando e più non sappia orizzonte nè punto invariabile._

_Poi che l’armentario si è allontanato sul suo nero cavallo, a testa bassa, levata la lunga asta contro il cielo che si chiudeva, l’armento tramugghia e si sbanda e si incanisce a fuggire dietro la propria libertà che lo uccella._

_Ed ogni spirito si incatena al suo corpo e tutta l’anima è nel volto ubbriaco e nell’occhio torvo e nella parola che bestemmia._

_E se domani qualcuno del gregge, un uomo dei silenzi che più sappia il brivido dell’inavvertibile, ti si levasse di contro tutto pallido nella sua pena umana a chiederti ragione del deserto per cui l’hai sospinto, che potresti tu dirgli, figlio dell’aridità?_

_Quando la tua negazione non bastasse, nè il tuo pane meschino, nè la tua stolta scienza bastassero a saziare la sua tremenda bramosia e il suo cuore approfondito ti incalzasse e ti stringesse da presso, allora quali confini erigeresti tu al suo sepolcro e quale scialba certezza al suo spasimo?_

_Io ho veduto i tuoi seguaci sostare alle soglie del Tempio, dietro un feretro, e li ho visti inchinarsi contro la nera soglia punteggiata di cerei._

_Ho veduto gli ubbriachi di vin giovine chinar la faccia contro la tenebra. E quelli che morivano sbalordire e tramortir di spavento._

_Anche ho veduto le tue femine urlanti ritrarsi su la pietra del focolare, maledetta, e ricercare un’ombra eterna nel loro cuore devastato._

_Perchè l’anima non si spegne nè il rapporto fra il visibile e l’invisibile, fra il giorno e la notte, fra l’oggi e il domani._

_E verrà ora nella quale tu stesso ti sperderai nel più profondo dell’Universo._

_Dietro la mala nuvola il sole non perde chiarore._

_Ora della oscura tragedia tu non hai còlto che il lato effimero e solo ti ha colpito il suon della voce sfuggendoti il senso della parola._

_E Iddio non muore fra le rovine degli altari._

_Tu sei come il fanciullo che si incanisce contro le cose e le distrugge per alleviare il suo dolore. E percuote la pietra e più si strazia nell’ira sua vana._

_Or quando seminerai la rovina e troncherai ogni legame e vorrai che la tua lampada basti all’impervio cammino, soffermati su la pietra del focolare ed ascolta il canto della giovine madre al fior del suo ventre straziato._

_E leva gli occhi e avvicina l’anima tua ai confini della terra, nel silenzio sublime._

_Da quel silenzio eterno udrai allora la voce di un murmure senza mai tregua eterno: il pianto degli uomini._

I.

Ora poteva darsi che di una razza salda e di bella tempra ne sortisse negli anni, per la dottrina che non ha volo nè grandezza, una specie di tediosa chiericìa infrollita in ogni esaltazione di egoismo, povera di anima e di cuore; poteva darsi che i lupi doventassero agnelli per troppo amore a sè stessi e che la viltà insinuasse il suo piccolo pallido volto di femmina meschina fra le genti della grande pianura.

I vecchi morivano, essi che avevano saputo ciò che era servire e soggiacere perennemente a una volontà estrania; se ne andavano col loro sogno remoto, superato ormai, dimenticato; e fra i campi ed i fiumi, nel paese dei rivi e dei maceri, la nuova giovinezza, ebbra di una volgarità senza nome, dimentica di ogni freno di urbanità, senza Dio e senza amore, bestemmiava il passato e le forme del passato aggirandosi, cieca, nella propria miseria angustissima e pensando di conquistar l’avvenire.

Ciò era nel prossimo tempo trascorso; nulla si vedeva intorno che accennasse ad arginare la mala piena. E l’antica forza di una stirpe, moriva.

Così nella vecchia casa sul fiume, presso le roveri e le acacie, con la sua aia stretta dagli olmi giganteschi, spersa fra il grande mare delle canape.

Era una casa remota, oltre le strade battute, che non aveva se non una viottola erbosa per giungervi. Il fiume, verde e silenzioso, passava fra le sue sabbie grigie, nel fondo, velato dai canneti e dai salici. Non lontano era il mare. E quando Borea scendeva dai monti dell’Istria e tempestando sommoveva le acque del mare, ecco che dalla casa antica, fra i querceti, si udiva un muggito senza fine e a quel mugghio cominciavan le prime fiammate sotto il camino dall’enorme cappa.

Le opre nei campi eran quasi ultimate. Già l’aratro sementino era riposto sotto la capanna fra l’erpice e il giogo e le corbe per la semina; e i buoi, distesi nelle lor poste, ruminavan sonnecchiando nella calda stalla.

Forse sopravvanzava qualche campicello da arare, ma con pace, a tempo guadagnato, quando fosse agevole il giorno col suo piccolo sole.