Le mie cinque giornate

Part 2

Chapter 23,844 wordsPublic domain

S’era fatto un po’ di largo intorno a me; allora tutti e due inginocchiati sul sedile, con la fronte appoggiata al vetro dei finestrini, vedemmo le fiamme all’Hôtel Trinacria. Le seguimmo con gli occhi sbarrati, col cuore lacerato, le vedemmo avanzare da una stanza all’altra, là, là, [23] ove l’anima mia era rimasta sepolta con lei, e udimmo il crepitio sinistro e il crollare delle sconnesse fabbriche!

Essendo già abbattuta la facciata dalla parte della marina, noi potevamo vedere in tutti i particolari quel che dell’edificio, dal lato via Garibaldi ove abitavamo, era rimasto. Ma ecco che quelle lingue fumanti ci toglievano anche quei pochi resti d’un albergo ove un appartamento corredato d’ogni cosa nostra, ci dava l’illusione della casa propria. Tutto andava distruggendosi innanzi a noi. Ecco... ora precipita quell’angolo, quel balcone, tutto quello che restava intorno a _lei_... tutto quel che era la sua spoglia mortale dilegua nel fuoco! Dio!

No. Nessuna immaginazione, nessuna pietà può intuire quello che bruciava nell’anima mia in quell’ora!

Senza una parola, senza un lamento, raecolta in quella oscurità che mi isolava dagli estranei, intenta in quella angosciosa fissità che mi arroventava gli occhi, io sentivo tutto crollare, tutto distruggersi dentro di me.

E la notte era lunga, interminabile!

[24] Martedì. {29 dicembre}

La mattina dopo cominciò per noi la triste giornata di vane attese.

Nonostante la pioggia, che era tornata a volte lenta a volte a scroscioni impetuosi, salimmo sul ponte di comando, anche per uscire da quella piccola sala ove ammassati in quel modo soffrivamo della immobilità e del cattivo odore addensatosi nella poca aria greve.

Triste, triste spettacolo vedemmo di lassù: ovunque fiamme e rovine; copriva la lugubre scena un cielo di piombo.

Sotto un paracqua, prestatomi da un dolciere, che lo avrebbe ripreso per restare all’aperto quando noi saremmo rientrati al nostro posto, cioè al nostro stallo, io potei rimanere una mezz’ora in quella desolante contemplazione. Giovanni mi stava accanto. Allora - finalmente - parlammo di lei, della nostra figlietta che era il centro della nostra piccola famiglia, rifacemmo tutta la via di quella breve esistenza seguendola ad ora ad ora; tutte le sue tenere espressioni, la sua voce colorita d’intonazioni insinuati, il suo sguardo sereno, la dolcezza del suo volto che pareva dipinto dal Beato Angelico, la sua figura infantile che le faceva dare minor numero [25] di anni della sorella, pur non essendovene che uno e neppur completo di differenza, e che ce la faceva chiamare «la piccola»; tutta lei, nella sua essenza, era fra noi. E ci pareva di dovere attendere da lei il consiglio. Che avremmo fatto? Dove saremmo andati? Come? Con quali mezzi? Eppure una decisione bisognava prenderla. Andare fra le fiamme e le macerie per salvare i sacri resti, se pur ne restassero ancora, era impossibile, nè avremmo avuto modo di scendere: nessuna barca, e quelle che venivano portando feriti nei vicini battelli, se ne andavano senza rispondere alle nostre chiamate. Oh, venisse almeno presto Nino!

Ecco, ecco, là, una barca, viene dalla parte di Ganzirri, si avanza... si dilegua! Guardiamo bene, forse riconosceremo qualche amico sul piroscafo meno lontano; ma la distanza non poteva darci tale soddisfazione. Forse troveremo qualcuno del personale di bordo, fra i tanti che conoscevamo per le nostre frequenti traversate nello Stretto; nessuno. Tutti avevano portato a bordo le loro famiglie ed avevano ripreso le imbarcazioni in cerca di viveri.

Sempre in attesa di Nino, sperando e disperando, salendo sul ponte sotto la pioggia, scendendo per riprendere il nostro posto che altri [26] intanto occupava, non cedendolo poi senza volgari invettive per la nostra condizione di _signori prepotenti_, passammo tutto il giorno. Nino sarebbe stato tutto il nostro conforto e Nino non era venuto, certo perchè non aveva potuto, ma noi non ne sentivamo meno per ciò la mancanza. E che avremmo fatto noi, così, soli, senza un soldo, senza energia, senza pensiero che non fosse per rimpiangere la nostra diletta!

Si levava l’ombra della sera e noi chiudevamo il cuore ad ogni illusione. Con lo sguardo fisso nell’incendio io pensavo come più nulla mi rimanesse; nulla: gioielli, valori, ricordi, carte, lettere, manoscritti, fotografie, oggetti che ora sarebbero stati memorie sacre: tutto un crescendo di rimpianto si allargava nel mio cuore; nulla, più nulla, nè in Messina nè in Ganzirri nè forse in Calabria. E il fuoco là di faccia seguitava a consumare tutto. Noi non avevamo nulla, non eravamo che noi due, abbandonati in quell’esilio, sperduti in quell’angoscia senza confine; senza amici che sapessero, potendo, ove trovarci; senza che la figlia nostra a Napoli e mia suocera in Calabria sapessero la nostra sorte e potessero farci sapere la loro; soli, soli, desolatamente!

Forse fu quella la più triste fra le tristissime giornate che seguirono.

[27] La sera, tardi, nella oscurità completa, poichè la candela era stata consumata nella notte precedente, e nel giorno non si era potuto provvedere a nulla, udimmo il cadenzato rumore di remi: tutti avremmo voluto vedere e ci trovammo tutti alla porticina d’uscita e ne fu tale la ressa che nessuno potè farsi strada. Poco dopo una grossa voce annunziò un uomo e la moglie, che era già fra noi, lo chiamò per nome. Egli entrò e tutti credemmo di stargli intorno poichè la grossa voce pareva venire dal centro. Cominciò col tono burbero che doveva essergli abituale:

- Tutti morti, non c’è più nessuno; i pochi rimasti sono feriti e moriranno. Così, meglio per tutti. Io ho perduto i miei figli; (qui la donna, che forse sperava ancora, singhiozzò) avevo la casa nello stesso isolato dell’Hôtel Trinacria, tutto brucia e mio figlio, vivo, vi brucia dentro, chiamando aiuto. Non si può aiutarlo, assolutamente. Egli, spintovi dalle fiamme che hanno bruciato la porta a cui si era potuto afferrare, è caduto fra le macerie del Trinacria, verso l’angolo di via Garibaldi, dove l’incendio è più forte.

Io sentii quelle parole scottarmi l’anima.

- Impossibile, impossibile! - tuonò ancora.

[28] - Sapevo che mia moglie era qui e son venuto, ma domani tornerò giù.

- Ma come avete fatto a trovare una barca? - gli fu chiesto da ogni parte.

- Mi ci sono buttato dentro ad ogni costo: era l’imbarcazione del ferry-boat, carico di viveri.

Allora vi fu un ammutinamento. Ognuno gridava il suo diritto sulle provvigioni salite a bordo; tutti nel buio gesticolavano, minacciavano: spinti dalla corrente impetuosa noi due ci sentivamo sbalzare di quà e di là. Una voce gridò che i sacchi portati a bordo non contenevano che dei fagioli. E questi sacchi furono a tentoni trasportati nella nostra sala per inutile soddisfazione di possesso dei dimostranti.

A notte alta non udimmo più la voce grossa che aveva sempre tuonato parolacce e bestemmie nè i lamenti di un tabaccaio che aveva la testa fasciata e il nudo corpo sotto una lunga giacca da donna. Nessuno se ne chiese spiegazione, soddisfatto di quel silenzio dopo tanta tempesta.

Mercoledì {30 dicembre}

All’alba, quando ognuno credeva di profittare della barca arrivata nella notte, e cercavamo tutti di trovarci i primi sulla scaletta, l’imbarcazione [29] era sparita col solito personale, che andava a far bottino unicamente per le proprie famiglie, e i due che mancavano dal nostro gruppo.

Ancora, dunque, una giornata d’attesa! lo mi sentivo d’una debolezza che mi prostrava, che mi dava il capogiro, sopratutto soffrivo il freddo e la sete che diventava insopportabile. Nella tasca del pastrano che indossavo avevo già trovato una caramella e ne avevo ora succhiato appena per serbarla a lungo, e soffrivo terribilmente.

Ricordo con quale cura, dopo avermela staccata a forza di volontà dalle labbra arse, io rimettevo nella carta quella piccola sorgente d’un momentaneo benessere!

Sulla testa mi si era formata una crosta che mi dava un’acuta sofferenza ogni volta che muovendomi si attorcigliavano al collo i capelli sciolti. L’umidità della pioggia che prendevo nel giorno e assorbivo nella notte mi dava un freddo nelle ossa e un brivido continuo mi scuoteva tutta.

Ora, a poco a poco, rivedevo nel pensiero tutte le persone care, vicine e lontane, alle quali avrei voluto dire una parola d’affetto; mandavo ad ognuna di esse un saluto come se io fossi [30] per morire, mentre tante e tante di quelle erano già morte!

E vedevo partire i vapori per Napoli, e il mio desiderio vi correva dietro per raggiungere la mia Maria. Partire, sì, partire per Napoli... Ma come lasciare Messina? Come allontanarsi da quell’angolo distrutto dell’Hôtel Trinacria ove, forse, poteva esservi ancora qualche reliquia da sottrarre al fuoco?

E Nino non veniva!

E le navi entravano in porto, e i soccorsi arrivavano, e gli aiuti venivano, ma per noi era inutile: il fuoco teneva tutti a distanza.

Un uomo di bordo, che ci aveva riconosciuti, venne sul ponte, con grande segretezza tirò fuori un ramaiolo di latta colmo di paste cotte e ce l’offrì raccomandando di non farci scorgere dagli altri. Ringraziammo del pensiero e mio marito portò istintivamente la mano alla tasca.....!

No; non avremmo potuto mai avvicinare alla nostra bocca quella pietanza tratta prima da chissà quale rovina, cotta poi in quell’acqua di mare su cui galleggiavano i cadaveri che circondavano il ferry-boat, e dai quali io cercavo di stogliere la mia attenzione, ma su cui tornavo sempre nella speranza di non riconoscervi almeno degli amici, [sic]

[31] D’un tratto, scorgo una barca dalla parte di Ganzirri; tanti berretti salutavano. Mi guardai intorno per vedere a chi potevano esser rivolti quei saluti: non v’era alcuno. La barca si avanzava a gran remi, un insieme di berretti e di costumi di Ganzirri mi tolse ogni dubbio. Chiamai Giovanni con un grido di gioia: era tutta la gioia che potevo avere in quelle ore tremende; egli accorse, cadde, nella fretta, aggiungendo una ferita, ma intanto gridava con gioia: Nino, Nino!

Era, sì, finalmente, Nino, e con lui suo fratello e i cognati e Vincenzo, il nostro cocchiere. Ci parve di non poter sopportare quella emozione; scoppiai in lagrime. Quella cara gente, quella gente nostra, salita a bordo, si gettava ai nostri piedi, baciandoci le mani, compatendo il nostro misero stato.

Nino disse che della mia casa a Ganzirri non rimaneva purtroppo che il ricordo e che fra le macerie non aveva potuto trovare neppure qualche cosa di biancheria e di vestiario da portarci. Ecco, anche nella sua casa soltanto dei fazzoletti di sua moglie aveva potuto prendere.

Oh, quei fazzoletti! Potermi, finalmente, asciugare gli occhi!

E ci narrò che nel tornare a Ganzirri, la sera [32] del lunedì, quando ci aveva lasciati sul ferry-boat, la barca si era sfasciata nella tempesta, che il martedì non aveva saputo come fare, che si era incamminato a piedi, ma che aveva dovuto rinunziarvi perchè smarriva la strada, ora interrotta, per il lago le fiumane e i torrenti che l’avevano coperta. Ci disse che in quel giorno, mercoledì, era venuto a piedi con i suoi compagni, per mancanza di barche, facendo un lunghissimo giro; che era andato al Trinacria e che tutti armati d’ogni forza di volontà non avevano potuto affrontare il fuoco; che, per darci un qualche aiuto, era andato in giro per ottenere un pò di pane e non era stato possibile, soltanto aveva potuto avere del sublimato sciolto nell’acqua perchè ricordava che avevamo delle ferite. E con un pò di lana, tolta ad una materassa e precedentemente disinfettata, ci lavò le mani e le ferite. Ma ora se ne dovevano andar via tutti subito, altrimenti i marinai li avrebbero lasciati lì; e avevano fatto tanto per ottenere la promessa di esser riportati a Ganzirri.

Ci disse che era arrivato il Re. Questa notizia fu un balsamo. Pensai che se il Sovrano veniva direttamente a Messina senza fermarsi a Napoli, era segno evidente che colà nessun pericolo esisteva; e resi grazie a Dio per la incolumità [33] della mia Maria, di suo marito, della famiglia in cui era entrata, di tutti i miei cari di Napoli.

Nel mettere i fazzoletti nella borsa volli preservare il ventaglio dal contatto di quelli che sarebbero stati insudiciati dalle mie lagrime e dal calcinaccio delle mie guance; e lo trassi fuori per avvolgerlo nella carta che aveva contenuto i fazzoletti portati da Nino; allora mi accorsi d’un portabiglietti e d’un portamonete, trovai così alcune carte da visita, che mi servirono poi per scrivere dei bigliettini di quà e di là in cerca di aiuto, per far sapere di noi a mia figlia, e 750 lire che mi parvero milioni. Di quella enorme ricchezza insperata facemmo subito parte a Nino, al cocchiere, ai marinai, riserbandone anche per noi.

Mentre parlavo con Vincenzo mi accorsi che Nino aveva l’aria di non volermi far sapere ciò di cui egli interessava mio marito in quel momento. Compresi e gridai: - Tu parli della signora Pompeiano! Dimmi, dimmi subito tutto. Oramai nessun dolore mi può colpire impreparata!

- No - disse ingenuamente il buon Nino - ma è della gioia che temo per Lei.

- Ah, ella dunque vive? Dov’è? Dove? Voglio andare dalla mia Paolina.

[34]

- É già stata imbarcata sulla nave russa per Napoli.

- È ferita?

- Poco.

- Ma tu eri già andato da lei in quel giorno e.....

- Sì; ma ella era sbalzata in un punto ch’io non avrei potuto supporre.

- Ed ora ti ha parlato? Le hai detto di noi?

- Ho detto tutto. Ha pianto. E’ sicura che si rivedranno a Napoli dove Loro anderanno certamente per riunirsi alla figlia.

Oh, Paolina, Paolina cara, Paolina risorta, ridata al mio affetto!

Quella gioia mi fece sentir male.

Un profugo scendeva nella barca di Nino per farsi lasciare a terra, partendo per Catania. Gli affidammo due telegrammi da fare passare da quella città: uno per mia figlia, uno per mia suocera. Il pensiero di quelle due care ci teneva in un’agitazione che a volte diventava spasimo. Ora però mi andavo calmando per Maria, sicura che la sua nuova famiglia, cercando tra i profughi e i feriti che sbarcavano a Napoli, vi avrebbero trovato Paolina e ne avrebbero avuto le nostre nuove.

Dopo la partenza di quella barca tornammo [35] nella solitudine e nello scoraggiamento. Verso sera un signore apparve, sollevando in noi - con la sua presenza di persona per bene, vestita di tutto punto - il ricordo del passato. Fra quelle nudità appena coperte, egli fu una visione d’un tempo lontano. E che il passato ci sembrasse tanto lontano era un’impressione giustificata, poichè le sofferenze e il dolore si addensavano sempre più in noi, assorbendoci nello spasimo di quelle ore di giorno e di notte vissute angosciosamente nell’anima, tormentosamente nel corpo, facendoci sentire l’eternità nel tempo.

Ci avvicinammo a lui, timidi. - Scusi, signore, ma noi non sappiamo ciò che accade nella città. Si possono fare dei telegrammi?

- No, non è possibile, non ci sono fili. -

- S’ella volesse interessarsi a noi potrebbe affidare a qualcuno di sua conoscenza che debba partire per Palermo o per Catania....

- Partirò io stesso per Palermo.

- Davvero? Potrebbe mandare un biglietto al signor Schifani che abita....

- Io lo conosco.

- Allora! - esclamammo noi due come se un’àncora di salvezza ci venisse offerta subitamente. - Allora, voglia informarlo di noi pregandolo di telegrafare le nostre notizie al Principe [36] di Monteroduni, a Napoli, perchè le comunichi come meglio crederà a nostra figlia, sua nuora.

- Ma loro sarebbero.... - e non osò pronunziare il nostro nome, guardando il nostro viso insudiciato e il vestiario ridicolo e pietoso.

Lo pronunziammo noi, mormorandolo appena, umiliati di quella sua reticenza, di quel suo sguardo.

- Oh, poveretti, in che stato! - E quell’ignoto che ci compatì e si tolse il cappello innanzi al nostro dolore, ci parve un amico e, nel bisogno di espansione, gli narrammo la nostra sventura.

- Mi metto a loro disposizione. Tornerò domani. Li avverto intanto che dovranno decidere il da fare perchè il ferry-boat servirà come sede municipale e dovrà esser libero forse per domani sera.

- E dove andiamo? - esclamammo senza un’idea nel cervello.

- Ma, a Napoli, dalla figlia.

- E’ vero, ma qui.... - e accennammo, alle fiamme e, intimamente, pensammo pure che non avevamo la somma necessaria per quel viaggio.

Egli non insistette, si licenziò, ci stese la mano e ripetè: poveretti!

[37] E quella parola ce la sentimmo dentro di noi per tutta la notte come un conforto.

Non so sbucato da dove, venne un medico con molto cotone idrofilo e una bottiglia d’acqua al sublimato; lo pregai di darmene una goccia per togliermi una macchia di sangue sulla guancia. «Non ci mancherebbe altro!» disse bruscamente e mi voltò le spalle. Non lo rividi più.

Quell’uomo burbero, dalla voce grossa, era tornato a bordo misteriosamente, forse col medico, aveva dinanzi un secchio con acqua. Subito, dalla tasca del mio pastrano, che mio marito non aveva più indossato dal nostro ritorno da Taormina (16 dicembre!) tiro fuori l’astuccio di pelle contenente un bicchiere da viaggio e mi avvicino, con la sete fatta più ardente dalla vista dell’acqua; ma, più pronti di me, molti altri mi gettano da parte, ficcano dentro al secchio le mani sporche e bevono nel concavo delle palme! Rimisi il bicchiere nell’astuccio, lo riposi in tasca, donde trassi la piccola carta col residuo della caramella alla quale mi avventai col pianto negli occhi.

Ricordo sempre l’acuta sofferenza di quel momento!

Così finì la terza giornata.

[38] Giovedì. {31 dicembre}

Pioveva. Ma andai sul ponte: era il mio rifugio. Tutta quella gente ci era ostile, ci guardava sogghignando, aveva la soddisfazione della nostra sventura; per quell’odio di classe, che giunge fino ad impietrire il cuore nelle più gravi sciagure, essa assisteva al nostro pianto col sorriso beffardo sulle labbra. «Ora siamo tutti gli stessi» andavano ripetento, guardandoci in faccia come una sfida.

Dal vicino pontile vidi agitarsi un fazzoletto: chi era? A chi quel segnale? Una voce mi arrivò «siamo noi, due guardiani di Quarantano; veniamo da Palmi, la signora marchesa madre è viva, nessuna ferita, sta bene, saluta, vuole notizie».

- Venite, venite - gridammo noi, nel piacere di quelle parole, senza pensare che non v’era mezzo di trasporto. Dopo un’ora e più una piccolissima barca, vuota, smarrita, o forse da tempo lasciata volontariamente alle onde per distruggerla del tutto, accostò al pontile spintavi dalla corrente; subito i guardiani e Nino, che era con loro, venendo tutti da Ganzirri ove i due di Calabria si erano fatti lasciare da una barca di Villasangiovanni, l’afferrarono; uno di essi con Nino vi entrò dentro, facendola affondare a fior [39] d’acqua e, con i paracqua chiusi e legati con una corda, mettendosi a remare avanzarono lentamente. Quel poveretto ci raccontò quanto lungo e faticoso fosse stato quel viaggio compiuto in tre giorni, a piedi, per strade impraticabili. Mia suocera era scampata al pericolo ed ora era in baracca con i Pentimalli, che non sapevano nulla del figlio Nino, tenente a Messina. Poveretto! Finito anche lui! E di quella fine io avevo acquistato la certezza quando lo avevo atteso inutilmente tutto il lunedì.

Intanto Nino mi portava da Ganzirri una maglia ch’io misi subito sulla mia povera testa, legandomi le maniche sotto al mento; ci portava anche un pollo rifreddo. Ci spiegò dinnanzi un foglio di carta e dandomi una matita: «scrivano alla Marchesa a Palmi, poveretta» disse, ed io, sul foglio da Nino spianato e sostenuto ad una parete, scarabocchiai con mano incerta le tremende parole della nostra sciagura.

I guardiani sarebbero ripartiti subito. Così anche Nino fu obbligato a lasciarci.

Quel giorno fu meno lungo per la nebbia che oscurava l’orizzonte, ma fu per ciò lunghissima la serata. La tristezza si faceva sempre più fonda nell’anima mia.

Venne quel signore che aveva avuto pietà di [40] noi, ci disse che non sarebbe partito prima del giorno dopo per Palermo, intanto aveva trovato modo di telegrafare all’avvocato Schifani da una stazione intermedia fra Catania e Messina. Lo ringraziammo con effusione; gli chiedemmo il nome per rammentarlo nella nostra gratitudine. Il signor Genuardi si trattenne a lungo con noi, ma ci annunziò che la mattina dopo, alle otto, bisognava andar via di là, ci fece molte gentili offerte ed ebbe per noi quei riguardi che ci maravigliavano, non sembrandoci di essere più le stesse persone d’una volta.

Quella notizia di dover abbandonare il ferry-boat ci aveva sgomentati. Perchè? Eppure, se non altro, avremmo cambiato sofferenze; forse avremmo anche potuto partire per Napoli! Ma no, no, noi non volevamo allontanarci di là, volevamo vedere quelle fiamme che bruciavano le ultime tristi speranze, ma che ci indicavano nel vuoto, nella distruzione, il luogo ove _ella_ era stata colpita a morte, ov’ella forse aveva avuto il tempo di pensare a noi mentre si compiva il suo destino!

Nel dubbio del domani io piansi per tutta la notte.

[41] Venerdì. {1º gennaio 1909}

Mi pareva che quell’alba non sorgesse mai, tanto lunga e penosa ne era l’attesa. Credo che a certo punto io abbia per poco perduto i sensi, perchè Giovanni mi scosse con la voce di allarme, ripetendo il mio nome, insistendo: che ti senti, che hai?

Mi sentivo male e pensai che poteva anche contribuirvi la fame. Egli intanto doveva avere lo stesso sospetto perchè disse: è da domenica sera che non prendiamo neppure un sorso d’acqua!

Allora ricordò il pollo portato da Nino, lo prese dall’angolo del sedile ove lo aveva dimenticato, svolse cautamente il tovagliolo che lo conteneva, ruppe, tirò, squarciò, me ne dette un pezzo. Io meditavo sulla difficoltà di far passare quella roba secca dalla mia gola arsa, quando d’un tratto, delle dita si posano sul mio braccio, strisciano incerte della direzione ma decise alla preda, scendono alla mano, afferrano.... Non dissi nulla a mio marito per non far nascere complicazioni. Egli intanto susurrava al mio orecchio «ne ho mangiato appena, serbo il resto, chissà!».

L’alba ci spiegò il lento misterioso rumore delle ultime ore: quasi tutti avevano mangiato qualche cosa, se ne vedevano le briciole, se ne calpestavano [42] i resti. Donde era venuto quel cibo? Non lo sapemmo mai. Vedemmo una vecchietta, poi una bambina, poi un’altra donna che guardavano insistentemente là a terra, pensai che non avevano avuto nulla e offersi il resto del nostro pollo. Quelle due donne erano le più accanite contro di me, una di esse mi canzonava sempre; quando il singhiozzo irrompeva contro la mia volontà che non voleva darlo in pascolo a quegli estranei ad ogni sentimento pietoso, essa me ne rifaceva il verso. Quando offersi il pollo, mi guardò come se avesse voluto fulminarmi, per quell’obbligo di gratitudine di cui vagamente intuiva il dovere e, ciò nonostante, afferrò con tutte e due le mani il cibo desiderato e mi voltò le spalle.

Era giorno, il primo giorno dell’anno nuovo. Quanti ricordi! Chi c’era più degli amici con i quali salutavamo l’entrare del nuovo anno, riunendoci sempre nell’ultima sera? Oh, come la dolce creatura mia sapeva comprendere il vuoto del mio cuore in quelle riunioni! Ella sapeva che io pensavo ai miei due figlioletti perduti, al piccolo Franz, al caro Alberto; essi mi avevano lasciato un’amarezza profonda, solo confortata dalla costante memoria del loro passaggio sulla terra accanto a me, memoria sempre [43] così viva che spesso mi dava la dolce illusione di vedermeli ancora attorno.

Ella che, l’anno precedente, quando Maria era fidanzata, mi aveva detto: Mamma, quest’altra volta sarò io sola vicino a te nel saluto all’anno nuovo, ma avrò saputo già circondarti di tante maggiori tenerezze che non rimpiangerai troppo l’assente.