Part 1
COPERTINA E FRONTESPIZIO
Cettina Ajossa Natoli Grifeo
LE MIE CINQUE GIORNATE Messina 28 dicembre 1908 - 1º gennaio 1909
NAPOLI Tipografia Cimmaruta della R. Università 1914
SECONDA DI COPERTINA
Proprietà letteraria
[03] {La p.3, da cui prende inizio il testo, sfoggia un disegno a penna lungo il bordo superiore, ritraente fogliame stilizzato}
(Nient’altro che la verità, semplicemente raccontata).
Questa tremenda sventura mi ha colpita quando più mi pareva di essere una cosa sola con quella mia povera figlietta!
Dopo il matrimonio di Maria e la sua partenza da Messina, l’altra mia creatura aveva raddoppiato le sue attenzioni per me: non voleva farmi sentire l’assenza della sorella; ogni mattina mi dava due volte il buon giorno e, per una di esse, imitava la voce della nostra cara lontana; ogni sera ripeteva l’augurio d’una buona notte, con due inflessioni di voci diverse.
Così, nella sera della domenica, mi aveva accompagnata in camera, secondo la sua consuetudine, e mi aveva dato il saluto della sera, ripetendolo teneramente, ed io l’avevo baciata sulla pura fronte, facendovi il segno della croce, benedicendo quell’angelica creatura mia.
[04] - Mamma, non mi hai benedetta con la solita tenerezza! - mi disse, scherzosa, ed io sorrisi perchè capivo che voleva chiedermi così un’altra carezza e la baciai ancora, più volte, ripetendo il segno della croce ch’ella riceveva sempre con la bionda testolina chinata, in atto pio, raccolta, tutta commossa nella sua Fede e lieta della carezza materna.
- Benedetta, benedetta, creatura mia!
Ed ella ripeteva con dolcezza ineffabile: - Mamma, mamma mia cara, cara, cara! (Oh, come la sento in me quella voce, quella soavità d’accento!) E lì, dalla porta, mi mandò ancora un bacio, mi disse ancora «mamma mia cara» e se ne andò tranquilla, lieta, mentre io, nel fondo d’uno specchio di contro, la vedevo allontanarsi, dileguarsi....
Ultima volta che le mie pupille ebbero impressa dal vero quella figurina che era tutta un’armonia di linee.
Alle cinque e venti io dormivo. Mi svegliai di soprassalto, ebbi la sensazione di essere trasportata in aria e di ricadere sul letto.
In quel punto si aprivano le mura. Pensai di morire e istintivamente mi copersi la testa con le braccia per proteggerla. «Figlie mie!» gridai dentro me stessa; e attesi la fine.
[05] Intanto mio marito veniva al mio letto dalla vicina porta; mi afferrava per un braccio, mi trascinava via, mentre la stanza del piano superiore precipitava su quella e l’attigua vi si abbatteva sopra trasversalmente.
Trascinata così, ebbi confuso ma rapido il pensiero che tutta la casa sprofondasse, minacciando la nostra vita; ma l’esser passati quasi senza ostacoli per due vani consecutivi - avendo trovato le porte spalancate - ci sviò il pensiero dal pericolo, ritenendolo oramai circoscritto alla mia camera. Sempre dietro a mio marito, io era portata avanti, nella tenebra, cercando di non perdere la direzione nella fitta oscurità, e gridavo alto, nel terrore di quel silenzio, il nome della mia figlietta cara, che supponevo agitata per noi: Alfrida, Alfrida, non temere, siamo qui, non....
Un urto violento: un ostacolo era sorto innanzi a Giovanni, che, battendo indietro, era precipitato su di me. Senza una parola, disperati per la barriera che s’innalzava fra noi e la figlia nostra, ci rialzammo stentatamente, lacerandoci le mani nel cercare appoggio. Mi parve allora come se anche il cuore mi si lacerasse dentro!
Una nuova scossa abbattè tutto intorno ed io stavo per soffocare dal nuvolo fumante che si [06] levava, ma un balcone, aprendosi nel tempo stesso, lasciò entrare un po’ d’aria.
Non potendo seguire il nostro cammino in quella direzione, voltammo a sinistra, ove una porticina, mettendo in un corridoio che passava dietro ad un salotto, comunicava con la camera della mia figlietta, sebbene ne fosse abitualmente chiusa la porta di fondo; saltammo macerie, scostammo travi, cademmo, ci rialzammo, ci sperdemmo, ci riunimmo, arrivammo finalmente alla porticina, che resisteva ancora. Chiamammo, chiamammo...chiamammo! E il lugubre silenzio ci toglieva coraggio.
Giovanni potè, finalmente, abbattere la porta: un urlo - che non mi parve neppure venuto da lui - con le disperate parole «non c’è più nulla!» rintronò nelle mura crollate e si spense fuori nel gran vuoto. Egli, dove ancora avrebbe dovuto trovare due stanze, sentì il vuoto nell’aria fredda che lo colpì: e vide le stelle!
Io non seppi comprendere: io credetti che non vi fosse più il piccolo corridoio e che fosse impossibile per ciò di proseguire. Allora seguitai a chiamare la creatura mia con tutte le forze che mi rimanevano e la voce lottava ad uscire fra la calce e la terra che l’arrestavano alla gola.
Poi, sempre tenendoci per mano, impigliandoci [07] tra fili elettrici, mobili, legni, vetri, tornammo verso la camera mia, soffermandoci alla porta; allora, allungando le braccia, protendendo il corpo, potemmo prendere sulla tavola vicina una candela e la scatoletta dei fiammiferi. Così, con la debole luce che in quell’istante ci parve un faro splendente, vedemmo tutta la rovina in cui ci dibattevamo da più di un’ora!
Tornammo ancora indietro, sormontando nuovi ostacoli, per arrivare al balcone dal quale fra la oscurità esterna appena rischiarata da quella piccola fiamma, potemmo vedere che il vicino angolo della casa esisteva ancora. E credemmo, e volemmo credere che tutto vi fosse salvo dentro. Avrei voluto buttarmi da quel balcone, salire all’altro ed entrare in quella camera ove - forse ferita - chiamava inascoltata la mia Alfrida. Ma come fare?
Allora, rasentando una parete di quella stanza ingombra, andammo verso un’altra il cui balcone si apriva sul cortile interno. Pensammo che di là avremmo potuto lasciarci scivolare col sostegno di lenzuola. Ma come averne? Tornammo ancora in camera mia; passando vicino alla piccola porta che avrebbe dovuto comunicare con la parte della casa ch’io credevo soltanto isolata dalla nostra, per lo sprofondamento del passaggio, chiamai [08] ancora il dolce nome, e poi quello della cameriera che dormiva vicina e quello di Tout-doux, il foxterrier a noi caro. Silenzio! Un silenzio profondo che aveva voci sinistre! Mi sentivo mancare, pur non formandosi l’atroce sospetto nel mio cervello confuso, ma subendo incosciente il terrore della immane sciagura.
Una voce femminile dalla casa di faccia mi domandò:
- Siete tutti salvi?
Allora soltanto ebbi il pensiero che la mia Alfrida potesse non esserlo. E se la camera fosse sprofondata internamente?
Era tanto naturale ch’io l’avessi pensato già prima; invece, allora soltanto me ne sorgeva la tremenda angoscia, e gridai desolata:
- Non lo so!
Rientrai: una nuova scossa precipitava l’arco del balcone.
Nello spogliatoio potemmo coprirci di due pastrani e calzare due paia di scarpe di mio marito, mentre io trovavo a caso una sottogonna ed egli poteva togliere dalle macerie un paio di pantaloni. Con la candela accesa e un po’ di chiarore che annunziava l’alba, vedemmo dalla porta l’abisso a piede del mio letto. Tentammo di tirar le lenzuola; ma l’armadio a specchio cadutovi [09] sopra faceva resistenza. Allora, sostenuta da mio marito pronto a tirarmi indietro se avessi perduto l’equilibrio, io potei a poco a poco, cedendomi e ripigliandomi, impadronirmi di quelle lenzuola per le quali mi parve già di aver tutto salvato.
Infatti, con nuovo coraggio animato dalla fede di raggiungere lo scopo, andammo subito a legarle ai ferri del balcone che oscillava fra i crepacci. Ma al punto di affidarmi nel vuoto, istintivamente mi arrestavo. Anche Giovanni che mi sosteneva dall’alto, non si decideva a lasciarmi. Intanto l’alba avanzava, e noi vedevamo allargarsi in uno spazio di macerie il piccolo recinto del cortile.
Scendemmo, attorcigliandoci con le lenzuola, e arrivammo giù insieme ai ferri del balcone precipitati su di noi. Ora bisognava andar sulla via Garibaldi e, fra le rovine, ci trascinammo fino alla porta d’ingresso donde, con molti sforzi, potemmo uscire sulla strada. Corremmo allora verso l’angolo: vi era la facciata, vi era il balcone dal quale si vedeva, purtroppo, attraverso: era il cielo, era lo spazio: tutto dietro era crollato! Corremmo dalla via traversa: l’angolo non esisteva; tutto era sprofondato!
[10] Chiamammo, chiamammo ancora, chiamammo sempre, tutto il giorno, scavando, ascoltando, pregando, disperando, e tornando a scavare, credendo di poter giungere a fare qualche cosa di utile. Nulla. Dove, dov’era la mia creatura? Era sprofondato il letto nella stessa direzione nella quale si trovava prima o era saltato più in là ove si vedeva un più grande mucchio di macerie? Come saperlo? Dove cercare con minore difficoltà di riuscita? Ciò che si vedeva sbalzato dall’altra parte doveva essere il piano superiore, ma quello si era forse abbattuto su se stesso e bisognava quindi cercare nel vuoto sottostante, che era una bottega di droghere, ma la porta era sbarrata dagli ostacoli formatisi nell’interno e noi non potevamo far nulla da soli!
In quel punto un rumore di passi che si avanzavano in fretta c’incoraggiò ed io pensai: è Nino Pentimalli che viene in nostro aiuto; e lo credetti per un istante vedendo avanzare un tenente con quattro soldati. No, non era Nino; e perchè egli non fosse accorso a noi bisognava bene che il disgraziato fosse perito! I cinque ci passarono accanto indifferenti ed alle nostre preghiere non seppero rispondere che queste terribili e pur giuste parole:
- Noi andiamo a scavare i vivi.
[11] Era così, dunque! Da noi non appariva alcuna speranza.
Passarono altri ed altri e noi supplicavamo piangendo, incitando, promettendo somme e gratitudine eterna. A nulla valevano le nostre lagrime.
Finalmente quattro giovani parvero impietosirsi di noi e volenterosi si posero all’opera; ma, appena gettata giù la porta e rotti i vetri che resistevano agli scaffali laterali, fecero bottino di scatolette, di bottiglie e di quanto poterono afferrare nel breve spazio a portata di mano e scapparono via senza voltarsi.
Per la loro fuga si scoperse innanzi a noi il triste spettacolo che quei corpi riuniti sulla preda avevano fino allora nascosto al nostro sguardo. Il pianoforte, gettato di traverso, pendeva sorretto da travi, coperto di calcinaccio. Volevamo introdurci da qualche angolo, ma ogni fessura non permetteva passaggio che ad una mano. Ad una nuova scossa scivolò ai miei piedi la sua scatoletta di colori e poi un volume della Storia Medievale. Mi parve ch’ella venisse a me, così palpitanti di lei erano quelle poche cose sue!
Seguendo la direzione degli oggetti, il letto avrebbe dovuto trovarsi a poca distanza, dietro al pianoforte che la cara figlietta aveva desiderato [12] nella sua camera per non vedervi il vuoto lasciato dalla sorella che soleva dormire nella stessa stanza.
Ella dunque era là, a tre metri da noi... e non poter far nulla, nulla! E non potere sperare più nulla, più nulla. Eppure, chini su quelle macerie, nella crescente desolazione dei nostri cuori, al cospetto di quella catastrofe, noi seguitavamo a gridare il nome adorato, chiamando, chiamando fra i singhiozzi disperati!
A poco a poco qualcuno si avanzava: una guardia, un pompiere, un uomo in camicia, una donna avvolta in una coperta di lana; due, mezzo nudi, portavano un ferito, un’altra moriva nel punto che veniva adagiata a terra; una giovane si buttava giù dal terzo piano; un vecchio in camicia correva a perdifiato; una bambina stesa bocconi chiamava disperatamente la madre. Vedemmo qualche autorità cittadina, raccomandandoci per avere aiuto; impartì degli ordini a due guardie, ma quelle si ribellarono affermando che non c’erano ordini da dare o da eseguire in quei momenti, ognuno aveva i suoi morti e doveva pensare a sè.
Passò un marinaio tedesco, lo pregai, accennando a quella rovina che mi stava dinanzi, con una sola parola di dolore: «Meine Tochter» [13] ed egli commosso salì sulle macerie della via traversa, scese in un vuoto che vi si era formato dentro, risalì, guardò da tutte le parti, mi chiese il caro nome e lo gridò forte, forte, con una dolcezza nell’accento straniero che mi entrò nell’anima; e mio marito, che lo seguiva, accennava scrollando il capo e con le braccia aperte, che non vi era nulla!
- Nichts, nichts - ripeteva quel buono, che era veramente addolorato, e si allontanò, voltandosi di tanto in tanto a salutarci con la mano.
D’un tratto ci vediamo innanzi il nostro Nino, il buon Nino di Ganzirri, il fattore affettuoso che ci era caro come parte della famiglia. In quell’istante egli era per noi il passato e la speranza, e solo per la sua presenza il coraggio ci rinacque in cuore. Egli attribuiva il nostro stato al terrore di quella tragedia, ma quando guardò intorno a noi e non vide... anzi _vide_ l’assenza... proruppe in pianto. Così, raccolti nel dolore senza conforto, ci abbandonammo di nuovo, alla immensa nostra sciagura.
Venne il nostro cocchiere ad unirsi al gruppo. Anch’egli amava tanto _la signorina piccola_.
D’un tratto, come per una comune tacita intesa, ci lanciammo tutti negli inutili tentativi. Impossibile!
[14] Nino con le braccia protese esclamò: ci vorrebbero otto giorni di lavoro e cinquanta braccia!
Uomini e soldati passavano, li fermai, dissi della mia sventura; si guardarono, videro quelle montagne e quelle voragini, mi assicurarono che non restava nulla da fare, che tutto era compiuto. Ripresero la loro via poichè andavano a salvare un ferito che penzolava da una finestra. - Andate, salvatelo, che siano benedette le vostre mani - io dissi; e ricaddi sulla grossa pietra, svelta dal lastricato della via.
Vennero poi i Ruffo e gli Ossada ai quali chiesi notizie di comuni amici... Oh!
Nino e il cocchiere, tornando dalle infruttuose ricerche dalla casa della mia povera Paolina - l’amica dilettissima, lasciata la sera innanzi - mi tolsero, anche su quella cara, ogni speranza. Allora pensai a tutte le persone cui da tempo avevo legato il mio cuore, ed una profonda amarezza per quelle vicine ed un atroce dubbio per quelle lontane mi si addensarono nell’intima trepidazione. Era poi certo che quel disastro fosse avvenuto soltanto in Messina? Era così straordinario tutto che tutto mi pareva disastro. Non era il mondo sprofondato? E Maria? Il pensiero della figlia lontana che fino allora mi seguiva come l’unico conforto che mi rimanesse nella vita da [15] trascinare ancora, diventava tormento: Era avvenuta una simile catastrofe a Napoli? Non avevo io forse perduta l’altra figlia lontana?
D’un tratto qualcuno accanto a me disse che una voce femminile chiamava: mamma. Mi precipitai da quella parte, scesi, saltai, m’inerpicai, caddi, chiamai, m’inginocchiai, pregai. Mi dissero che era una ragazza. Tutto mi parve possibile; mi prostrai distesa, baciando la terra che me l’aveva risparmiata...
Due uomini reggevano la piccola persona sanguinante che ancora diceva: «mamma, mamma» con voce fioca.
Non era _lei_. Non poteva esser _lei_!
Ed io ripresi la scatoletta dei colori e il volume della Storia Medievale che in quel momento di gioia avevo buttato lontano, credendo lei salva; e me li tenni di nuovo stretti al petto ora che tornavano ad essere tutto per me.
Nino, intanto, con una scala tolta ad imprestito per pochi minuti, era salito in casa, aveva potuto prendere qualche vestiario gettandolo dal balcone, aveva trovato una borsetta ch’io solevo portare fuori; in un portagioielli sulla tavola accanto al mio letto aveva preso le perle che portavo sempre e che solo in quella notte mi ero tolte per la rottura del fermaglio, e uno spillo [16] con una data e un ciondolo con delle foglie di rosa: triste ricordo di altri profondi dolori. Aveva tutto riunito nella borsetta e me la portava, lieto di darmi qualche cosa di mio, qualche cosa che restava del passato. Guardai dentro per cercarvi un fazzoletto, vidi invece un piccolo ventaglio che avevo usato due sere prima al teatro: un ventaglietto tutto dipinto da lei, fattomi trovare per sua amorosa cura sotto il tovagliolo, in un pranzo di famiglia, una sera di festa. Fu così grande l’amara gioia di saperlo là, con me, ch’io non volli aprirlo perchè nessuno assistesse alla mia commozione e chiusi la borsa e me la strinsi al petto con gli altri due tesori. Tutto il mio bene era là: un libro, una scatola, un ventaglio.
E a Ganzirri? Che mi rimaneva a Ganzirri? Lo domandai senza speranza a Nino che scosse le spalle: nulla, più nulla.
Allora, apprezzai al giusto l’affetto del nostro Nino: egli aveva lasciato la famiglia, i piccoli cinque figli che gridavano spaventati, era passato su macerie, aveva scavalcato muri, era arrivato al villaggio di Ganzirri per trovarvi il cognato marinaio e insieme erano andati poi in cerca del fratello d’un altro cognato; si erano affidati al mare tempestoso e con pericolo in ogni [17] tremenda ondata, erano arrivati a Messina. E a Messina poi i due forti marinai avevano compiuto atti eroici di salvataggio.
Quando i Ruffo e i d’Ossada e quanti altri erano in quella piazza avevano preso la loro decisione e ognuno se ne andava per vie diverse, quando i pochi feriti là trasportati morivano ad uno ad uno, quando eravamo rimasti quasi soli e la pioggia cadeva fitta su di noi, che avevamo distribuito qua e là la poca roba ricuperataci da Nino, e che eravamo, come prima, appena coperti, egli che dalla povera Paolina aveva visto come tutto fosse precipitato e non restasse nulla da fare, insistette perchè provvedessimo in qualche modo per la notte che si avanzava. L’oscurità crescente, la pioggia, i ladri dei quali avevamo già visto alcune prodezze e, prima di tutto, la convinzione che nessuna speranza poteva più illuderci sulla triste fine della nostra creatura, ci lasciarono persuadere e ci affidammo a Nino perchè noi non sapevamo pensare a nulla.
- A Ganzirri è impossibile, la casa è crollata tutta: dovrebbero stare all’aperto e, di più, bisognerebbe andarci per mare e la nostra barca è mezza rovinata. È meglio che vadano su qualche vapore per passarvi la notte; domani io tornerò [18] e vedremo se arriveranno aiuti da fuori e scaveremo.
C’incamminammo, sotto la pioggia che si andava facendo più fitta, verso lo sbarcatoio; salutammo prima il luogo sacro, io baciai quella terra che la nascondeva e, come avevo fatto a lei per venti anni, e la sera innanzi per l’ultima volta sulla purissima fronte, stesi la mano tra le macerie e feci il piccolo segno di croce e, come poche ore prima, dissi e ripetei: Benedetta, figlia mia, figlietta mia, benedetta.
Nell’intimo mio risuonò quella voce: Mamma, mamma mia cara, cara, cara.
E c’incamminammo nel dolore immenso, verso l’ignoto.
Per salire sul battello mercantile che più vicino era ancorato, avrei dovuto servirmi della scaletta che scendeva perpendicolare sul fianco del legno. Come fare? Con quelle scarpe, con quel pastrano, quel libro, quella scatola, quella borsa che non cedevo neppure per un solo istante!
Ci gridarono dall’alto che non potevano riceverci, che già era tutto pieno.
- Per carità - gemetti - soltanto per la notte!
- Non si può - rispondevano.- Del resto, stanotte partiremo.
[19] E noi, che non volevamo partire, ci avviammo con la barca in cerca di asilo. Finalmente ci accolse il ferry-boat.
Ci separammo da Nino, da Francesco, da Peppe, come se ci fossimo staccati da una parte di noi stessi. Vedemmo allontanare la barca, accompagnandola col cuore e col pianto.
Ed ora? Eccoci soli, soli, non sapendo se non fossimo per tutta la vita rimasti soli così!
Io stringevo al petto i miei tesori: era tutto ciò che di certo mi rimaneva.
Entrammo nella piccola sala ove tutti i posti in giro erano occupati, e al centro, per terra, su alcuni sacchi pieni di chissà quale preda accumulata durante quel triste giorno, stavano uomini e donne e bambini in un gruppo che pareva di belve. Soltanto in un angolo, accanto all’entrata, v’era un po’ di spazio fra un sedile occupato e la porta aperta, io mi ci costrinsi a stento, fra la manifesta contrarietà generale e la ostilità del vicino. Giovanni sedette a terra, ai miei piedi. L’oscurità crescente ci nascondeva i feriti che udivamo lamentarsi. Io soffrivo molto, in special modo alla testa, sulla quale un impasto di sangue, di terra, di capelli, si era formato sotto la pioggia la cui umidità ora mi penetrava tutta.
[20] Così abbandonata nell’ombra, posai il mio tesoro in grembo e finalmente pensai: venti anni si svolsero dinnanzi a me; venti anni di cure, di affetto, di premurose attenzioni, di materni orgogli, d’ineffabili tenerezze passarono palpitanti nella mia memoria; e la mia Alfrida ne balzava fuori in ogni sua dolce espressione, nel fulgore della sua intelligenza, nella soavità della sua piccola persona, nella grande saggezza del suo pensiero, nel forte dominio della sua volontà; era là l’angelica figlietta mia la cui modestia non le aveva permesso di accettare il motto ch’io volevo darle: «Nella soavità sta la mia forza».
Era lì con me, intorno a me, dentro di me la bionda figurina che poche ore prima avevo veduto allontanarsi attraverso lo specchio, tutta irradiata nella luce che dalla lampada elettrica vi si rifletteva.
Ed ora? Dove, dov’era la creatura mia? Là, sotto le macerie, sfracellata! Rivedevo la forma della testolina fulgente; era maravigliosamente bella la linea nell’attaccatura del collo che io ammiravo sempre, stentando a tacere il mio entusiasmo. Ora, forse, quella testa era staccata dal collo che pareva uno stelo. O figlia, o creatura dell’anima mia!
[21] L’oscurità fu completa a bordo: nessun lume, neppure quello di segnale sull’albero; nessuno del personale manovratore, nessuno dell’equipaggio; il mare si agitava sempre più; l’angoscia del buio ci afferrò tutti; voci di sgomento si levarono. Qualcuno poi disse di aver trovato una mezza candela, fu quindi accesa con un grido di sollievo da ogni parte. Mi azzardai di dire che avremmo dovuto calcolare approssimativamente il tempo del consumo per tenerla spenta a intervalli e farla durare così fino all’alba.
In tal modo passavamo dalla oscurità completa alla mezza ombra, guardando tutti a quel poco di luce come al sole. Intanto ognuno faceva il suo tragico racconto. Io tacevo sempre.
L’ondulazione del legno si accentuava semprepiù, pareva di essere in alto mare; una guardia marina ferita raccontava gli orrori del maremoto; un brivido correva in ogni fibra. D’un tratto, nella oscurità, i finestrini apparvero come grandi occhi di fuoco. Che accadeva? Già da un pezzo si spandeva intorno un lontano odor di bruciato e una leggiera nebbia cominciava ad avvolgerci, prendendoci poi alle narici, alla gola; ma ora ci pareva di soffocare, accumulando quella mancanza d’aria libera alla calcina che si era arrestata in gola. Tutti, sgomenti, volevano [22] sapere. I più forti si fecero largo a pugni, guardarono dal buttalume e annunziarono l’incendio nella città distrutta.
Noi due tacemmo: io mi strinsi ancor più nel mio dolore per quel nuovo strazio, ma la mia mano cercò quella di mio marito per trovarvi conforto. Qualcuno disse: brucia la casa Crisafulli, brucia la casa Ruffo, brucia l’Hôtel Trinacria... La mia mano ricadde nell’abbandono d’ogni forza, quasi rifuggendo da ogni conforto.
Anche l’incendio, dunque!
L’àncora staccata dal fondo sceso di molti metri, dava il legno in balìa delle onde, eravamo andati per ciò vagando di qua e di là ed ora soltanto, per la voltata presa subitamente, eravamo in linea della banchina, a cospetto del fuoco divoratore. Grida di spavento imploravano aiuto. Venne allora da un altro vapore un marinaio che non era macchinista e accese a caso la nostra macchina e lentamente ci portò verso la cittadella.