Le donne dei Cesari

Part 8

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Questo episodio sarebbe forse un indovinello insolubile, se Svetonio non ci desse, per caso, la chiave con cui scioglierlo. «_Nam illud omnem fidem excesserit, quod nuptiis, quas Messalina cum adulterio Silio facerat, tabellas dotis et ipse consignaverit_». «Una cosa che nessuno giudicherà credibile è che egli stesso, nelle nozze di Messalina con Silio, sottoscrisse i titoli della dote». Claudio dunque sapeva che il matrimonio di Messalina e di Silio doveva aver luogo, se egli stesso dotò la sposa: e questa par cosa quasi incredibile a Svetonio. Ma noi sappiamo che nella aristocrazia romana si poteva cedere la propria moglie a questo modo: non abbiamo noi stessi raccontato che Livia fu dotata e sposata ad Augusto dal suo primo marito, dal nonno di Claudio? La cessione della moglie con una dote faceva parte dei costumi matrimoniali, un po’ troppo promiscui a dir vero, dell’aristocrazia romana, che si andaron poi perdendo a mano mano che nel primo e secondo secolo dell’era volgare il prestigio e la potenza dell’aristocrazia romana scemarono; a mano a mano che le classi medie imposero le loro idee e i propri sentimenti. Il passo di Svetonio ci prova che egli non capiva più questo costume matrimoniale; forse neppur Tacito lo intendeva bene; e non è improbabile che anche a molti contemporanei di Claudio sembrasse strano. Si comprenderebbe quindi come, non intendendo bene quel che era successo, gli storici del secolo seguente abbiano creduto che Messalina quando ancora era moglie di Claudio, sposasse Silio.

[Illustrazione: OTTAVIA]

Insomma Claudio si lasciò persuadere a far divorzio da Messalina e a sposarla a Silio. Quali mezzi furono adoperati per persuadere Claudio a consentire a questo nuovo matrimonio noi non sappiamo, perchè Svetonio fa a questo mezzo una allusione, che non è molto chiara. A ogni modo questo punto è meno importante dell’altro; per quale ragione Messalina volle divorziare da Claudio e sposare Silio? Il quesito non è facile: ma dopo un lungo studio io mi sono deciso ad accettare, con qualche ritocco, la spiegazione data in un suo lavoro, ricco di idee originali e di acute osservazioni «L’Impero e le donne dei Cesari» da Umberto Silvagni. Il Silvagni ha osservato giustamente che Silio apparteneva ad una famiglia dell’aristocrazia, famosa per la devozione al partito di Germanico e di Agrippina; tanto è vero che suo padre, era stato una delle vittime di Seiano e accusato per la legge di maestà al tempo di Tiberio, s’era ucciso; sua madre, Sosia Galla, era stata condannata all’esilio, come amica di Agrippina. Partendo da queste considerazioni e esaminando con acume i racconti degli storici antichi il Silvagni ha conchiuso che questo matrimonio coprì una cospirazione per rovesciare Claudio e sostituirlo con Caio Silio. Messalina dovè sentire a un certo momento che le cose non si reggevano più, che Claudio non era imperatore abbastanza forte, da poter imporre all’impero il suo disordinato governo e quello dei suoi liberti, che era ogni giorno alla mercè di una congiura o di un attentato. Che cosa avverrebbe se un giorno Claudio fosse spazzato via, come Caligola, da una congiura? Essa avrebbe subita la stessa sorte. Quindi il proposito di rovesciare l’imperatore, per conservare accanto al successore scelto da lei, la potenza che aveva avuta sotto Claudio. Ma poichè, morto Claudio, nessun membro della famiglia di Augusto era in età di governare, il successore doveva essere scelto in una famiglia dell’aristocrazia; e fu scelto in una famiglia famosa per la sua devozione a Germanico e al ramo più popolare dei Giulio Claudi, per la speranza di guadagnar le legioni e i pretoriani. Poichè la discendenza di Druso era spenta, che altro restava se non scegliere il successore nelle famiglie dell’aristocrazia, che avevano mostrato affetto e devozione al sangue del grande estinto?

Insomma, per la prima volta, una donna si trovò a capo di una vasta e vera cospirazione politica, per togliere alla famiglia di Augusto il supremo potere; e questa donna — altra prova che non era una sciocca — seppe tramare così bene e in tempo così opportuno la sua congiura, che i più intelligenti ed influenti tra i liberti di Claudio esitarono a lungo, se unirsi a lei o parteggiare per l’imperatore. Tanto pareva dubbio indovinare chi vincerebbe tra il debole marito e la moglie audace, senza scrupoli. Essi lasciarono Messalina e Silio cercare partigiani e amici, intendersi perfino con il prefetto dei vigili, celebrare il loro matrimonio, senza aprir gli occhi a Claudio. Claudio sarebbe forse perito, se all’ultimo momento Narcisso non si fosse risoluto a correr dall’imperatore che era ad Ostia, e spaventandolo non lo avesse persuaso a sradicar subito la congiura con un colpo. Seguì un altro di quei macelli giudiziari, che da più di trenta anni insanguinavano Roma; e Messalina fu travolta, anche essa, nella strage.

III.

Dopo la scoperta della congiura, Claudio arringò i soldati, dicendo loro che i matrimoni gli riuscivano troppo male, onde non intendeva più riammogliarsi. Il proposito forse era savio, ma difficile ad eseguire. Per tante ragioni l’imperatore aveva bisogno di avere accanto una donna! E ben presto Claudio consultò i suoi liberti sulla nuova moglie che voleva scegliere. Le discussioni furono molte e lunghe le incertezze; ma poi la scelta cadde su Agrippina, e non a caso. Poichè Agrippina era nipote di Claudio; e i matrimoni tra zio e nipote, se non erano proprio proibiti, ripugnavano al sentimento pubblico, Claudio e i suoi liberti non poterono risolversi a vincer questa ripugnanza, se non per gravi ragioni. Tra queste, la più grave fu forse che, dopo la prova di Messalina, si preferì di non uscire dalla famiglia, argomentando che una imperatrice della famiglia non si sarebbe così facilmente indotta a cospirare contro la discendenza di Augusto, come aveva fatto una estranea, venuta da una di quelle famiglie dell’aristocrazia che tanto odiavano la famiglia imperiale. Agrippina era una figlia di Germanico: raccomandazione potente, presso le plebi, le coorti pretorie e le legioni; era intelligente, colta, semplice, economa; era cresciuta in mezzo alle faccende politiche e conosceva il governo dell’impero; aveva sino ad allora menato vita irreprensibile. Parve dunque la donna che ci voleva, per far dimenticare al popolo Messalina; per rianimare nelle moltitudini il rispetto della famiglia di Augusto, mezzo spento da tanti scandali e da tante discordie; per non scomparir troppo al confronto di Livia.

Claudio domandò al Senato che autorizzasse i matrimoni tra zii e nipoti, non osando assumersi da solo la responsabilità di contrariare il sentimento del popolo. E la figlia di Germanico, la sorella di Caligola diventò imperatrice.

VI.

LA MADRE DI NERONE.

I.

Sposar Claudio poteva essere, come vuole Tacito, la massima ambizione di Agrippina; ma poteva essere anche la abnegazione suprema di una donna che si considerava, alla romana, lo strumento della fortuna della sua famiglia e dei suoi. Sposando Claudio, Agrippina non sposava soltanto uno zio molto più vecchio, un marito poco gradevole; ma legava la sua sorte a quella di un imperatore debole, minacciato da continue congiure e rivolte, le cui incertezze e paure erano universalmente considerate un pericolo pubblico; metteva a un cimento mortale la vita e l’onore, se non riuscisse a bilanciare con la sua intelligenza e la sua volontà le debolezze dello strano marito: impresa che non è chi non veda quanto fosse difficile.

Ma Agrippina si accinse all’arduo compito con ardore e con fortuna. Le circostanze la favorirono sul principio. Le pazzie di Caligola e gli scandali di Messalina avevano tanto disgustato Roma e l’Italia, che tutti, dal Senato alla plebe, chiedevano un governo più forte, più coerente, più rispettabile, che la facesse finita coi processi, le discordie, le rapine, le congiure. Appena Agrippina apparve, tutti sperarono in lei, nella figlia di Germanico, nella nipote di Druso, nel sangue dei Claudi; nella loro fermezza, nel loro puritanismo tradizionalista. E non a torto; chè questa donna era una specie di Tiberio femmina, simile nella purezza dei costumi alla madre, alla nonna Antonia, alla bisnonna Livia, per quanto Tacito maligni anche intorno a lei, a proposito di Pallante e di Seneca. Ma non solo è smentito dal fatto che neppure l’odio implacabile di Messalina riuscì a farla cadere sotto i colpi della _lex de adulteriis_; egli stesso si smentisce da sè, quando dice: «_nihil domi impudicum nisi dominationi expediret_»: il che significa che Agrippina fu donna di intemerati costumi, perchè tutta la sua storia dimostra che la sua potenza prima e la sua disgrazia poi dipesero da tali e tante cause e ragioni, che proprio le sue grazie femminili non ebbero forza nè di accrescere la potenza nè di ritardar la rovina. Appunto perchè con le sue virtù Agrippina ricordava i personaggi più venerati della famiglia di Augusto, tutti sperarono quando la videro accanto al debole Claudio; e incoraggiata da questo favore, Agrippina si accinse a restaurare nello Stato i principii tradizionali della nobiltà, in cui Livia aveva educato prima Tiberio e Druso, poi Germanico, poi Agrippina stessa. Lo spirito della grande avola spento nella famiglia dal conflitto tra Tiberio e Agrippina, dalle pazzie di Caligola e dagli scandali ridicoli del primo governo di Claudio, rivisse finalmente in questa pronipote. La quale si adoperò a ridare allo Stato un po’ di quel vigore autoritario, che era stato il pensiero costante della nobiltà, ai tempi del suo splendore. «_Adductum et quasi virile_» chiama Tacito il suo governo: rigido e quasi virile: il che significa che dopo il rilassamento e il disordine dei primi anni si restaurò, sotto l’influenza di Agrippina, un po’ di ordine e di disciplina. Agrippina, come Livia, come tutte le donne della grande nobiltà romana, era una brava massaia, parsimoniosa, vigilante, sempre attenta alle entrate e alle spese, agli schiavi e ai liberti; e quindi odiava gli uomini dei subiti guadagni, gli accollatari arricchiti troppo rapidamente, la gente che non si propone che di far quattrini. Noi sappiamo che essa cercò di impedire, quanto potè, le malversazioni del denaro pubblico, con cui i liberti di Claudio arricchivano; noi abbiamo notizie, dopochè essa sposò Claudio, di processi fatti contro dilapidatori del pubblico denaro, mentre sotto Messalina non se ne sente mai discorrere; noi sappiamo infine che essa riassestò la fortuna della famiglia, che non è improbabile fosse stata molto scossa dalle prodigalità di Messalina. Questo vuol dire una frase di Tacito, colorita dalla solita malignità: _cupido auri immensa obtentum habebat, quasi subsidium regno pararetur_. «Badava ad arricchir la famiglia, sotto il pretesto di provvedere ai bisogni dell’impero». Quello che Tacito chiama «pretesto» era invece l’antico modo di intendere la ricchezza, come mezzo di governo e organo di potenza: la famiglia la possedeva ma per servirsene a pro’ dello stato.

Insomma Agrippina si sforzò di ravvivare nel governo le tradizioni aristocratiche, che avevano guidato e consigliato Augusto e Tiberio; e non solo si sforzò ma — il che può parer da prima più singolare — ci riuscì quasi senza lotta. Il governo di Agrippina parve da principio riuscire in ogni sua impresa. Non solo, dopochè Agrippina ha sposato Claudio, si sente in tutta l’amministrazione una maggior fermezza e coerenza; non solo Claudio non sembra più in balìa dei liberti e delle fuggevoli impressioni; ma anche il tetro colore dei tempi si schiarisce per qualche anno, una certa concordia e tranquillità ritornano nella casa imperiale, nell’aristocrazia, nel Senato. Per quanto Tacito accusi Agrippina di aver fatto commettere a Claudio ogni sorta di crudeltà, certo è che sotto il governo di lei i processi, gli scandali, i suicidi diminuiscono; anzi le scandalose tragedie furono nei sei anni che Claudio visse con Agrippina, così poco numerose che Tacito, scarseggiandogli la materia preferita, sbriga la storia di questi sei anni in un solo libro. Agrippina, insomma, non trovò quasi opposizione; mentre Tiberio e perfino Augusto avevano dovuto, per governare l’impero secondo le tradizioni della antica nobiltà, combattere aspramente il partito della nobiltà nuova e modernizzante, di questo partito non si ha più notizia quando Agrippina fa rivivere lo spirito dei grandi antenati; il partito della vecchia nobiltà sembra dominare da solo, con Agrippina, la repubblica. Il che è probabile nascesse parte dal disgusto per gli scandali dell’ultimo decennio; parte dallo spossamento dei due partiti, dopo tanti processi e scandali e rappresaglie. Nelle due fazioni il vigore pugnace affievoliva; una mollezza universale induceva tutti ad accettare l’indirizzo del governo; l’autorità dell’imperatore e dei suoi consiglieri acquistava forza, indebolendosi le forze di opposizione entro il Senato e nell’aristocrazia.

Le debolezze e le incoerenze, che avevano alonato sino allora di ridicolo il governo di Claudio, non si ripetevano più. Ma Agrippina pensava anche al futuro. Essa aveva avuto, dal primo marito, un figlio, che quando essa sposò Claudio aveva undici anni; e a proposito del quale Tacito ha fatto segno Agrippina delle sue più gravi accuse. Secondo quel che Tacito racconta, Agrippina sin dal primo giorno del suo matrimonio avrebbe macchinato di far del suo figlio — il futuro Nerone — il successore di Claudio, escludendo Britannico, il figlio di Claudio e Messalina; per riuscire non avrebbe risparmiato intrighi, frodi, inganni. Fa richiamare dall’esilio Seneca e lo dà come maestro al figlio; fa destituire i due comandanti della guardia pretoriana che erano creature di Messalina e ottiene che sia nominato in loro vece una sua creatura, Afranio Burro; circonda di spie e di insidie Britannico; riesce infine con mille intrighi e moine a far adottare, nell’anno 50, il suo figlio da Claudio. Ma tutto questo racconto non è che un romanzo ricamato su una verità molto semplice. Intanto Tacito stesso ci dice che Agrippina era una madre severissima, all’antica cioè, _trux et minax_ come egli dice; la quale non seguiva i modi molli della nuova educazione, troppo in favore, ormai, nelle grandi famiglie; e aveva allevato il figlio come si usava una volta con grande semplicità. Inoltre giova osservare che Britannico non aveva, come non l’aveva Nerone, alcun diritto alla successione di Claudio. Il principio ereditario non esistendo nel governo imperiale, il Senato era libero di scegliere chi volesse; la scelta era stata fatta sempre, sino ad allora nella famiglia di Augusto, solamente perchè in questa famiglia era più facile trovar persone che fossero conosciute, rispettate, ammirate dai soldati delle lontane legioni e preparate ai molteplici e difficili uffici della carica. Ma appunto per questo Augusto e Tiberio avevano sempre cercato di preparare alla carica suprema più di un giovane, sia perchè il Senato avesse una certa libertà di scelta, sia perchè ci fosse una riserva, se uno o falliva alle speranze, o moriva immaturamente, come tanti erano morti. Che Agrippina facesse adottare da Claudio il figlio suo, non prova dunque che volesse escludere Britannico a vantaggio di Nerone; dimostra soltanto che voleva che il potere supremo non uscisse dalla famiglia di Augusto; e perciò intendeva preparare non un solo successore a Claudio, ma una coppia, così come Augusto aveva prima preparato Druso e Tiberio, poi Caio e Lucio Cesare. Nè si dimentichi, per persuadersi quanto Agrippina fosse savia, che Nerone era di quattro anni più vecchio di Britannico; e che quindi, nel 50, quando Nerone fu adottato, Britannico era ancora un ragazzo di 9 anni. Siccome Claudio già ne aveva 60, sarebbe stato imprudente non fare assegnamento, per la successione che sopra un ragazzo di 9 anni; mentre Nerone, più anziano di 4, sarebbe stato più presto in grado di aiutare il padre e di esercitare il potere. Agrippina era così lontana dal voler distruggere la discendenza di Claudio e di Messalina — sarebbe stata pazza, se l’avesse pensato — che prima dell’adozione aveva fatto sposare a Nerone Ottavia, figlia di Claudio e di Messalina. Ottavia era una donna virtuosa e all’antica, quale piaceva ai fedeli della tradizione; all’antica, Agrippina aveva fidanzati di buon’ora i due giovani, sperando di farne una coppia che fosse modello alle famiglie della aristocrazia.

Agrippina insomma, nonchè indebolire la famiglia imperiale, distruggendo i discendenti di Messalina, voleva rinforzarla, introducendo il figlio suo. Nè poteva volere altrimenti, essendo donna di alto senno. Aveva veduto la famiglia di Augusto, così fiorente un giorno, esausta e quasi distrutta dalle atroci discordie dei suoi: poichè all’ardore della madre sposava una ponderazione che a sua madre era mancata, voleva cercar di riparare, quanto poteva, il male fatto dalla prima Agrippina e da Caligola. Tutte le speranze dell’avvenire erano ormai riposte in Britannico ed in Nerone. Riappariva in Agrippina il senno dei gloriosi antenati; e il pubblico fu così contento, che a lei furono decretati onori grandissimi, quali neppure a Livia: che portasse il titolo di Augusta, che potesse salire il Campidoglio in cocchio, onore questo concesso in antico solo ai sacerdoti ed alle imagini degli Dei.

La morte improvvisa di Claudio troncò l’opera così bene avviata. A 64 anni, in una notte di ottobre dell’anno 54, Claudio soccombè a un male misterioso, dopo una cena in cui aveva, come al solito, disordinatamente mangiato. Tacito pretende di sapere che Agrippina aveva somministrato del veleno a Claudio in un piatto di funghi; e che dubitando che sopravvivesse, aveva fatto chiamare nella notte il medico Senofonte, il quale, d’accordo con lei, fingendo di voler provocare il vomito, gli aveva cacciato in gola una penna intinta in un potentissimo tossico, uccidendolo. Il racconto è così strano e così inverisimile, che Tacito stesso lo riferisce come una dicerìa (_creditur_); ma se nessun uomo sensato crederà che il capo di un grande Stato possa essere avvelenato in un baleno dal suo medico con qualche pennellazione sulla gola, ancor più difficile è spiegare per qual motivo Agrippina avrebbe avvelenato Claudio. Perchè — come Tacito pretende — Claudio da qualche tempo mostrava di prediligere Britannico a Nerone? Ma anche se fosse vero, il motivo sarebbe ridicolo. Augusto amava assai più Germanico che Tiberio: eppure alla sua morte il Senato scelse Tiberio e non Germanico, perchè Tiberio era meglio indicato come capo dell’impero, in quel momento. Quando Claudio morì, Britannico aveva 13 anni e Nerone 17; erano dunque tutti e due dei ragazzi; onde quel che si poteva e doveva temere per l’uno e per l’altro era che, vacando proprio allora la carica suprema, il Senato non volesse nessuno dei due, perchè ambedue troppo giovani. Ciò è così vero che altri storici hanno supposto che Agrippina fosse venuta in discordia con qualcuno dei liberti più potenti di Claudio; e che, vedendo il debole Claudio tentennare, lo avrebbe tolto di mezzo per non far la fine di Messalina. Ma anche questo racconto è assurdo. La sposa dell’imperatore era così invulnerabile, che Messalina aveva potuto commettere impunemente per tanti anni tanti eccessi e tanti abusi, ed era caduta solo quando si era lasciata cogliere in flagrante cospirazione. Universalmente rispettata per le sue virtù, rivestita di onori sacri, Agrippina non aveva più nulla a temere, nè da Claudio nè dai suoi liberti.

No: questa accusa non è più seria e fondata, di altre consimili, che la credula storia ha registrate a carico di altri membri della famiglia di Augusto. Claudio, a 64 anni, morì _troppo presto_, per gli interessi della famiglia di Augusto che tanto stavano a cuore a Agrippina. Si poteva chiedere al Senato romano che facesse imperatore e comandante degli eserciti, uno dei due giovinetti nei quali sopravviveva ancora la stirpe di Augusto? La domanda era così arrischiata, che Agrippina — ce lo racconta Tacito — nascose per molte ore la morte di Claudio, e fece credere che i medici speravano ancora di salvarlo, quando già era morto, _dum res firmando Neronis imperio componuntur_, mentre si disponevano le cose per assicurare l’impero a Nerone. Dunque, se tutto fu in fretta e furia disposto all’ultimo momento, Agrippina era stata anche essa sorpresa dalla malattia e dalla morte di Claudio; dunque non l’aveva provocata. Non è perciò difficile ricostruire gli avvenimenti. Sorpreso Claudio nella notte dal 12 al 13 ottobre da un violento e mortale malore, Agrippina vide subito il pericolo che, la famiglia di Augusto, non potendo offrire all’impero un uomo valido, il Senato rifiutasse di consegnare il sommo potere sia a Nerone sia a Britannico: unico scampo far pressione sul Senato, per mezzo delle coorti pretorie, affezionate alla famiglia di Augusto, quanto il Senato era avverso; presentare alle coorti uno dei due giovani, farlo acclamare non capo dell’impero, ma capo dell’esercito: il Senato sarebbe poi costretto a proclamarlo capo dell’impero, come era accaduto per Claudio. Ma quale dei due giovanetti scegliere: il figlio carnale o il figlio adottivo? Fu scelto Nerone: e per ambizione iniqua di Agrippina — dice Tacito. — Che Agrippina desiderasse piuttosto il figlio suo che Britannico a capo dell’impero, è probabilissimo; ma questa non fu la ragione della scelta, che non sarebbe stata diversa nemmeno se Agrippina avesse odiato Nerone ed amato Britannico come la pupilla dei suoi occhi. Nerone doveva essere preferito a Britannico, perchè era quattro anni più vecchio. Se era già una temerità proporre al Senato di far imperatore un giovinetto di 17 anni, sarebbe stata una follìa offrire alle legioni un ragazzo tredicenne come capo supremo!

Il piano di Agrippina fu attuato, con il concorso di Seneca e di Burro, con risoluta rapidità e buon successo. Preparate le coorti pretorie, il 13 ottobre, a mezzodì, Nerone accompagnato da Burro, si presentò alla coorte che era di guardia al palazzo imperiale. Accolto con liete acclamazioni, fu messo in lettiga, portato al quartiere dei pretoriani, acclamato capo degli eserciti. Il Senato, sebbene a malincuore, confermò l’elezione. Avvenimento inaudito a Roma — a capo dell’immenso impero era stato posto un giovinetto di 17 anni, allevato all’antica, quindi già ammogliato — ma ancora, a quella età, interamente sottoposto alla tutela della madre severa; un giovinetto ignaro dei lussi, dei piaceri e delle eleganze di cui i tempi erano ormai invaghiti; un giovinetto che sino ad allora, oltre l’ingegno vivace, e la docilità, non aveva mostrato nessuna virtù o nessun vizio particolare. Una sola stranezza era stata osservata in lui: che avesse studiato con maggiore zelo e profitto il canto, la pittura, l’intaglio e la poesia — arti frivole e inutili — anzichè l’eloquenza, arte necessaria per un’aristocrazia che doveva adoperare la parola nei comizi, nei tribunali e nel Senato quanto la spada sui campi di battaglia. Ma i più credevano a un capriccio di gioventù, che non durerebbe.

II.

Agrippina, dunque, aiutata da Seneca e da Burro, aveva conservato nella famiglia di Augusto la somma carica dell’impero, ma era troppo intelligente da non capire quanto la sua ardita mossa fosse pericolosa, e da non prevedere che un imperatore di 17 anni sarebbe esposto ad ogni sorta di insidie, di invidie, di opposizioni palesi e nascoste. Essa provvide prontamente a temperar l’inconveniente e a parare il pericolo, con un altro accorgimento abilissimo: la quasi totale restaurazione della vecchia costituzione repubblicana. Seppellito Claudio, Nerone si presentò al Senato e in un forbito e modesto discorso, inteso quasi a scusare la sua giovine età, dichiarò che di tutti i poteri esercitati dai suoi predecessori egli non voleva che il comando degli eserciti: tutti i poteri civili, giudiziari, amministrativi rimetteva al Senato, come nei bei tempi della repubblica.